Dèmoni e demòni: Nabokov, Dostoevskij, Bernhard

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Permettetemi di parlare di un altro modo di trattare di letteratura — il più semplice e forse il più importante. Se odiate un libro, potete egualmente trarre un piacere artistico dall’ immaginare modi differenti e migliori di guardare le cose — o, il che è lo stesso, di esprimere le cose — di quelli di cui fa uso lo scrittore che voi odiate. Il mediocre, il fasullo, la pošlost’[ concetto in definitiva assimilabile al kitsch, ndr] — ricordatevi di questa parola  — può se non altro offrirvi questo godimento malizioso ma molto salutare, quando gemendo e scalpitando leggete un libro di second’ordine cui è stato assegnato un premio. Ma i libri che vi piacciono dovete leggerli anche con fremiti e affanno.

Probabilmente  a più di qualcuno l’ accostamento apparirà a dir poco inopportuno, soprattutto tenendo presente il giudizio tranchant di Nabokov sull’opera di Dostoevskij ribadito  nelle sue lezioni alla Cornell  University  ( Lezioni di Letteratura russa):Lezioni di letteratura russa

 

La mancanza di gusto di Dostoevskij, il suo monotono occuparsi di personaggi che soffrono di complessi pre-freudiani, il suo sguazzare nelle tragiche disavventure della dignità umana — sono tutte cose difficili da ammirare. Non mi piace il vezzo dei suoi personaggi di «arrivare peccando a Gesù» o, come diceva uno scrittore russo, Ivan Bunin, di «sparpagliare Gesù dappertutto». Come non ho orecchio per la musica, non ho, e me ne rammarico, orecchio per Dostoevskij il profeta.

In realtà, la recente critica letteraria considera tutt’ altro che improbabile l’accostamento tra Lolita e la confessione di Stavrogin, capitolo  (inizialmente espunto) dei I demòni (o dèmoni, come a noi suona più noto),  in cui il principe confessa di aver abusato di una bambina, e di come questa si sia suicidata a causa delle conseguenze:

Ma verso le undici venne da me di corsa una bambina, mandata dalla padrona di via GorochovDostoevskijaja, per darmi la notizia che Matrëša si era impiccata. Andai là con la bambina e vidi che la padrona stessa non sapeva perché mi aveva mandato a chiamare. Urlava e si dibatteva, c’era molta confusione, c’era molta gente e dei poliziotti. Io rimasi un po’ sulla porta e me ne andai. Non mi disturbarono quasi più, anche se mi fecero le domande di rito. Ma oltre al fatto che la bambina era malata e spesso delirava, tanto che avevo proposto di chiamare un medico a mie spese, non potevo dire altro. Mi domandarono qualcosa sul temperino; io dissi che la padrona l’aveva frustata, ma che era stata una cosa da nulla. Nessuno seppe che quella sera ero stato da lei. Sui risultati della visita medica non sentii dire nulla.

Naturalmente, l’incommensurabilità dei dei due testi ( dimensioni, contesto, finalità )  rende impensabile  qualsiasi accostamento tout-court ;  nella confessione di Stavrogin la piccola vittima non ha voce né alcun carattere che possa individuarla come personaggio ma pure presenta alcuni elementi che la renderebbero “virtualmente esistente”( secondo la formula della studiosa di Nabokov Katherine O’Connor); Nabokov, negli anni trascorsi alla Cornell, sull’onda lunga della meditazione sull’opera dostoevskijana , irritato per la mancanza di attenzione autoriale verso  le  vittime giovani e mute come Sonja (di Delitto e castigo) o come la stessa piccola Matrëša, avrebbe sviluppato le potenzialità della situazione narrativa (l’abuso sessuale su una bambina di dodici anni raccontato nella confessione/memoriale con finalità letterarie del suo aguzzino).

E’ vero peraltro che Nabokov  approda alla composizione di Lolita dopo altri due testi, L’incantatore e il racconto Favola  (contenuto nella raccolta Una bellezza russa e altri racconti); qui, tuttavia, le figure  delle piccole vittime, delle ninfette, sono appena abbozzate, senza nome e quindi forse più vicine al modello originario;   ne L’incantatore il protagonista si suicida come Stavrogin, mentre nulla ancora  si intravede della  personalità fragile, complessa e inafferrabile  di  Lolita.

Secondo Julian W. Connolly (Nabokov’s (re)vision of Dostoevskij, in Nabokov and his fiction. New perspectives, Cambridge University Press, 1999) l’intera opera di Nabokov sarebbe in realtà da considerare nella prospettiva di una riscrittura dell’opera dostoevskijana, di cui riprenderebbe le tematiche principali proponendosi di correggerne i difetti, come e la tendenza  a far precipitare nel patetico (e dunque, in definitiva, nel ridicolo) anche le situazioni più serie e drammatiche. Dice infatti ancora Nabokov:

Dobbiamo distinguere tra «sentimentale» e «sensibile». Un sentimentale può essere, nelle ore libere, un autentico bruto. Il sentimentale Rousseau, capace di piangere su un’idea progressista, distribuì i propri numerosi figli naturali tra ospizi e ricoveri d’ogni genere senza mai occuparsi minimamente di loro. Una zitella sentimentale può viziare il suo pappagallo e avvelenare la nipote. Un politico sentimentale può celebrare la Festa della mamma e distruggere spietatamente un rivale. Stalin amava i bambini. Lenin singhiozzava all’opera, specialmente alla Traviata. Per tutto un secolo gli scrittori hanno esaltato la semplice vita dei poveri e cose del genere. Ricordate che, quando parliamo di scrittori sentimentali, come Richardson, Rousseau e Dostoevskij, ci riferiamo a un’esagerazione non artistica di emozioni familiari al fine di suscitare automaticamente nel lettore una compassione tradizionale. Dostoevskij di fatto non si liberò mai dell’influenza che esercitarono su di lui i romanzi «gotici» e i romanzi sentimentali europei. L’influenza sentimentale era evidente nel tipo di conflitto che gli era caro — il collocare persone virtuose in situazioni patetiche e l’estrarre poi da esse sino all’ultima goccia di pathos.

Ma, tra dèmoni e demòni della letteratura russa, cosa c’entra Thomas Bernhard?

Bernhard

La preminenza assoluta dei Demòni nella scoperta della vocazione di Bernhard per la letteratura, nonché per la  sua stessa sopravvivenza fisica nel momento più tremendo della sua vita (a seguito della morte della madre e dell’amato nonno) ,ci viene rivelata dall’autore stesso nel quarto volume della sua autobiografia,  Il freddo. Una segregazione:

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Mi immersi in Verlaine e Trakl, lessi i “Demoni” di Dostoevskij: un libro di una tale insaziabilità e radicalismo, e anche di una tale grossezza non lo avevo mai letto in tutta la mia vita, mi inebriai e per qualche tempo mi perdetti totalmente nei “Demoni”.[…]Per settimane intere rifiutai qualsiasi altra lettura. La mostruosità dei “Demoni” mi aveva fortificato, mi aveva mostrato una via, mi aveva detto che ero sulla buona strada per venirne fuori.

Nei Demoni avevo trovato una grande consonanza.[…] Non mi è accaduto spesso, in seguito, che un’opera letteraria esercitasse su di me un influsso così immenso [v.sotto].

Con la  lettura dei Demoni  il giovane Bernhard   ritiene di aver affrontato una vera e propria impresa, un rituale di iniziazione che lo proietta nell’età adulta; l’ansia di trovare altri libri come i Demoni, i suoi Demoni (stavolta proprio nel senso di daimones), cosa impossibile nella biblioteca del sanatorio, straripante di ottusità e cattivo gusto, di cattolicesimo e nazionalsocialsimo, lo spingerà a reagire (davvero eroicamente) ad una malattia devastante, portandolo definitivamente fuori dal  sanatorio di Grafenhof, dove non rimetterà più piede, (pur correndo rischi gravissimi per una salute che sempre lo tradirà) :

La sola via possibile per me era lasciare Grafenhof al più presto per cercare in libertà i miei Demoni. Adesso avevo un nuovo incentivo che mi spingeva ad uscire.[…]

Avevo ampiamente superato i diciannove anni, avevo rovinato il mio pneumoperitoneo e da un momento all’altro ero di nuovo al punto di dover partire per Grafenhof. Ma dissi di non e non ci ritornai mai più”.

E così, dunque, due dei maggiori scrittori del Novecento sembrano legati alla stessa opera, sia pure con prospettive radicalmente diverse. A me sembra che non sia poi così folle sostenere che nella scrittura di Bernhard, nel tono e nello sguardo (feroce) sulle mondo siano presenti diverse affinità con Nabokov (fermissime restando le  differenze di tematiche e di stile dei rispettivi universi letterari).

Ma di questo tratteremo -forse -altrove.

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– Il link all’anteprima del volume della Cambridge University Press su Google books;

– L’anteprima dell’ebook Adelphi Il freddo:

– Approfondimenti sull’opera di Nabokov  e Bernhard sul blog nonsoloproust

-L’influenza di Dostoevskij sull’opera di  Bernhard è una pagina ancora tutta da scrivere. Un punto di partenza è certamente  il contributo della rivista  trimestrale Aut Aut  n325, (gennaio- marzo 2005), dedicata a  Thomas Bernhard Una commedia una tragedia

 

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4 comments

  1. Un’altro bellissimo articolo! Quante cose che non sapevo, a partire dalla corretta pronuncia di “Demoni”, che, comunque, ancora mi manca tra le letture dostoevskiane, E quante altre ancora da fare! Ho paura che questo blog diventerà presto fonte di frustrazione, con tutti i titoli e gli autori che mi farai scoprire e che mi angustierò di non aver ancora letto! Per fortuna si può sempre rimediare!

    1. @Phoebes
      Ma cosa dici…. 😉 Tutti abbiamo letto meno di un infinitesimo di ciò che vorremmo e avremmo voluto…..e poi, parafrasando Piero Dorfles, se ancora non ti è capitato di leggere i tre demoni di cui sopra, beata te :-).
      Ciao e grazie mille

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