Le dune di Scheveningen : Vincent Van Gogh e Winfried Georg Sebald

Le coste olandesi sono nascoste da catene di dune che privano al viaggiatore la vista del mare.Dopo una lunga ed ardua arrampicata su queste colline di sabbia, alzi gli occhi ed ecco il mare, finalmente!

Il Mare del Nord non era conosciuto che in minima parte, dagli antichi[…]In effetti le sue coste sono tempestose, e il suo colore cangiante: vicino alla riva è di un giallo sporco come una torbida risciacquatura di piatti; più al largo, di un verdastro chiaro e, all’orizzonte, di un azzurro pallido che si confonde con la linea ondeggiante del cielo.Qui e là, grandi nuvole gettano la loro ombra oscura su questo specchio fluttuante. Né rocce né scogliere infrangono la forza delle onde: questo mare giunge rotolando  fino al  letto di sabbia che si è creato e che è in costante espansione. La fisionomia delle coste olandesi varia davvero poco: sabbia e ancora sabbia, mare e ancora mare, cielo e ancora cielo.

Su queste coste, che dànno l’impressione di essere senza limiti, sorgono, tra la foce della Mosa e Den Helder, diversi villaggi di pescatori. Il più interessante di questi è il villaggio di Scheveningen. La spiaggia di Scheveningen è frequentata in estate dai bagnanti. In quel periodo dell’anno,  un villaggi grazioso, collegato con l’Aia da una strada carrabile a tre corsie,  e da una “promenade” di legno che sparisce tra le dune, dà il benvenuto a visitatori di ogni paese.Qui, ogni cosa mostra gli effetti della vicinanza all’Oceano.

Dune di Scheveningen

Case a Scheveningen viste dalle dune , acquerello, L’Aia 1882

In una lettera al fratello Theo, probabilmente datata Maggio 1877, Vincent ricopia il testo qui sopra riportato dal  libro di viaggio La Néerlande et la vie hollandaise dello scrittore francese Alphonse Esquiros(Paris, Michel Lévy frères, 1859).

In questo periodo , dopo la disastrosa esperienza come mercante d’arte per Goupil in Inghilterra e poi a L’Aia, Vincent prende coscienza della propria fervente vocazione religiosa (certa eredità del padre predicatore), che lo porterà a condividere il destino degli ultimi, nelle miniere del Borinage, tra gli scavatori e i pescatori di Scheveningen,  e successivamente tra i minatori della Drenthe e i contadini di Nuenen  (a Nuenen dipingerà il notissimo capolavoro I mangiatori di patate). Dalla necessità di rappresentare questo mondo di disperati senza voce e senza storia nascerà la sua vocazione artistica, grazie all’amicizia con il pittore Anton Van Rappard, che lo segue nei suoi primi tentativi e lo incoraggia a proseguire.

Nell’estate del’ 1881,  ormai ventisettenne, Vincent ha da poco preso coscienza della propria vocazione:  nello stesso anno si reca  da  Etten,  la dimora dei suoi genitori, a L’Aia per prendere lezioni di pittura dal marito della sua  zia materna,  Anton Mauve (uno degli esponenti della cosiddetta Scuola dell’Aia), stabilendovisi poi  definitivamente, e legandosi ad una prostituta incinta, Christine (Sien), una Maddalena umiliata e stanca. Vincent, che vede in Sien una sorella di pena e che si affeziona moltissimo al bambino,  prova a costruire con lei una qualche forma di felicità familiare, destinata in breve tempo al naufragio:  malato di gonorrea, la sua famiglia minaccia di farlo interdire se sposerà la donna, che presto, dopo la rottura inevitabile,  tornerà a prostituirsi.

Soggiogato dall’austera e fortissima personalità del padre,  fortemente dipendente dai genitori o dal fratello Theo per la sopravvivenza economica, proprio a L’Aia Vincent  vive il momento di maggiore indipendenza dalla trappola familiare prima della morte del padre e della sua futura partenza per Parigi (dove Theo lavora come mercante d’arte, presso la galleria Boussod e Valadon, e dove Vincent verrà finalmente in contatto con le coeve avanguardie artistiche): durante il suo soggiorno a L’Aia, Vincent si reca spesso a Scheveningen, dove trova i modelli per i propri studi nei pescatori e nelle donne, e si dedica più agli acquerelli che ai quadri.In estate, quando Theo va a trovarlo, passeggia con lui sulla spiaggia; le figure e il paesaggio sono per lui fonte di ispirazione, ravvivata  e  illuminata dall’affetto  per il fratello:

Ciò che abbiamo visto insieme passeggiando a Scheveningen-la sabbia- il mare- il cielo- è qualcosa che spero ardentemente di poter esprimere, un giorno.

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Spiaggia di Scheveningen con cielo in tempesta , L’Aia 1882

 

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Winfried Georg Sebald

Nel volume Gli anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra, Winfried Georg Sebald  racconta un viaggio compiuto a piedi, come i pellegrini medioevali, nel Suffolk, e in particolare costiera dell’East Anglia, alla ricerca -come sempre- di ciò che è andato distrutto dalla furia degli uomini e del tempo. Scrittore profondamente proustiano, riesce a far sì che  la contemplazione delle rovine determini il loro risorgere nelle cattedrali del ricordo;  nel suo percorso  attraverso le rovine della memoria collettiva riaffiorano tanto nitidi quanto  inaspettati, inafferrabili e misteriosi, i fili della impalpabile tela che avvolge e lega le cose di ieri e di oggi con sottilissime corrispondenze:

Così come queste cose mi sono da sempre parse imperscrutabili, allo stesso modo quella sera sul Gunhill di Southwold mi sembrò davvero impossibile credere che esattamente un anno prima, dalla spiaggia olandese in cui mi trovavo, fossi riuscito a spingere il mio sguardo fino in Inghilterra.

L’anno precedente, infatti, Sebald si era recato in Olanda per andare a  visitare il Mauritshuis de L’Aia, dove è conservata la celeberrima Lezione di Anatomia di Rembrandt.  Dopo una notte insonne trascorsa in  un albergo di quart’ordine, continuamente risvegliato dal frastuono notturno dei tram, l’impatto  con l’opera è talmente forte che  al viaggiatore serve quasi un’ora per riprendersi:un’ora trascorsa in contemplazione dei Campi per la sbiancatura delle tele di lino presso Haarlem  di Jacob Van Ruisdael, quadro ben noto a Van Gogh che appunto ne ripropose il soggetto sullo sfondo di Scheveningen:

Anzi, pur senza saperne il perché, fui a tal punto colpito dalla scena ritratta che avrei impiegato quasi un’ora per ritrovare un po’ di serenità davanti alla Veduta di Haarlem con i campi per il candeggio di Jacob van Ruisdael. La pianura che si estende verso Haarlem è vista da un rilievo, dalle dune, come generalmente si sostiene, e tuttavia l’impressione della prospettiva d’un uccello in volo è così potente che quelle dune in prossimità del mare avrebbero dovuto essere vere colline, se non addirittura montagne, per quanto di modeste dimensioni. Naturalmente Ruisdael non si trovava davvero sulle dune quando dipinse il quadro, ma in un punto artificiale, immaginario, tale da sovrastare in qualche misura il mondo. Solo così egli poté vedere tutto contemporaneamente, l’immenso cielo ingombro di nuvole che occupa due terzi del dipinto, la città che, fino alla cattedrale di San Bavo svettante sulle case, è appena una sorta di sfrangiatura dell’orizzonte, la boscaglia e i cespugli scuri, il podere in primo piano e il campo luminoso, sul quale sono distesi a candeggiare i teli di lino bianco e dove, per quanto riuscii a contare, ci sono sette o otto figure di persone al lavoro, non più grandi di mezzo centimetro.

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Vincent van Gogh, Sbiancatura del lino a Scheveningen, L’Aia, 1882

 

 

 

 

 

 

 

 

In maniera assolutamente speculare a quanto abbiamo letto  nella lettera di Van Gogh

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Jacob van Ruysdael, Campi per la sbiancatura del lino presso Haarlem,  1670

, anche Sebald  (o, per meglio dire, il Narratore)  presenta inizialmente Scheveningen attraverso le parole di un altro viaggiatore d’eccezione, Diderot,  che  rivela un fervente entusiasmo per il paesaggio olandese e in particolare proprio per la promenade che collega l’Aia a Scheveningen:

 

 Nei suoi diari di viaggio Diderot ha descritto l’Olanda come l’Egitto d’Europa, dove in barca si possono attraversare i campi e dove, a perdita d’occhio, quasi nulla svetta al di sopra delle pianure allagate. In questo meraviglioso paese, egli scrive, l’altura più trascurabile basta già a ispirarci un vivissimo sentimento del sublime. E secondo Diderot nulla era più appagante per lo spirito umano delle linde e affatto esemplari città olandesi, con i loro canali rettilinei, orlati da file di alberi. Proprio come se una mano d’artista li avesse fatti sorgere all’improvviso per magia e secondo un piano curato fin nei minimi dettagli, gli agglomerati di case si succedevano in bell’ordine e, persino in mezzo ai più grandi, scrive Diderot, sembra di essere ancora in campagna. L’Aia, che a quel tempo contava circa quarantamila abitanti, viene da lui definita il più bel villaggio del mondo, mentre la strada che conduce dalla città alla spiaggia di Scheveningen è ai suoi occhi una promenade, di cui non esiste da nessuna parte l’eguale.
 

Quando Sebald   poco più di due secoli dopo, ripercorre le orme del viaggiatore francese, non può condividerne l’entusiasmo: a celare la vista del mare fino alla fine non sono più le dune di sabbia, come descriveva Esquiros, ma gli altissimi palazzi e le nuove costruzioni  sulla spiaggia del turrismo di lusso e di massa:

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L’hotel e le strutture balneari sulla spiaggia di Scheveningen (foto di W.G. Sebald)

 
Non fu facile per me condividere simili opinioni, quando io stesso mi misi in cammino verso Scheveningen lungo la Parkstraat. Di tanto in tanto incontravo qualche bella villa con giardino, ma in generale non c’era praticamente nulla che suscitasse la mia ammirazione. Probabilmente, come spesso mi accade nelle città sconosciute, avevo preso la strada sbagliata. A Scheveningen, dove speravo di poter vedere il mare già da lontano, dovetti avanzare per un pezzo all’ombra di condomini alti parecchi piani come sul fondo di una gola.
 

Tuttavia per il viaggiatore solitario, l’Olanda, infinitamente amata attraverso la sua arte e i suoi autori (come Spinoza), è un patria dell’anima, un luogo dove egli trova quell’appagamento – e quella pace- che (im)pongono una fine, o almeno una pausa, nella  quest , che si rivela essere anche- e soprattutto- una ricerca della radici.

Quando infine raggiunsi la spiaggia, ero così stanco che mi sdraiai sulla sabbia e dormii sino al tardo pomeriggio. Udivo il fruscio del mare, quasi in sogno capivo, a una a una, tutte le parole olandesi e, per la prima volta nella vita, mi parve di essere arrivato a casa.

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RISORSE

Qui il link al corpus  epistolare completo di Vincent Van Gogh (traduzione in lingua inglese)

Un articolo di  Pietro Citati sul libro di Sebald


AGGIORNAMENTO 1 OTTOBRE 2016

-Vengo a sapere oggi,con grande gioia, che La spiaggia di Scheveningen con cielo in tempesta, sottratta quattordici anni fa al Museo Van Gogh di Amsterdam assieme a La chiesa di Nuenen, è stata recuperata e restituita al pubblico

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4 comments

  1. Grazie Val, un bellissimo post: Van Gogh, Esquiros, Sebald, Van Ruysdale, Diderot: la memoria, la solitudine, le rovine di ciò che è andato perduto.Tutti anelli di una catena infinita che porta a noi, e da noi al passato, e da noi (forse) al futuro. Anelli e che gravitano incessantemente intorno al più umorale e complesso, dal punto di vista astrologico, dei pianeti del nostro sistema: Saturno.

    1. @carloesse
      Effettivamente, Saturno è anche Chronos, e i suoi anelli sono Anelli del tempo ( per citare anche una splendida raccolta di poesie di Margherita Guidacci): non concentrici, dunque, ma legati assieme in una catena infinita e ininterrotta.
      Anch’io trovo che Saturno sia l’astro più sfuggente e complesso del nostro sistema: sarà che, nata nel segno del Capricorno, junghianamente- e alchemicamente- mi ci rispecchio.
      Un saluto e grazie a te per il tuo commento illuminante 🙂

  2. Forse ci si rispecchiava anche Sebald (“Nato sotto il segno del freddo pianeta Saturno” dice di se stesso nel poemetto Secondo natura).
    Ma a me piace pensare che Saturno siamo tutti noi, il nostro mondo, la nostra civiltà evolutasi continuamente tra distruzioni e macerie, dalle quali si possa però ancora “…anche nel trauma, scorgere la luccicanza del bello, e su quei riverberi, fondare l’illusione della rinascita”.
    (Quest’ultima citazione è da qui):

    http://www.minimaetmoralia.it/wp/w-g-sebald-leuropa-tra-bellezza-e-macerie/

    E naturalmente che quei riverberi siano proprio i suoi luminosi anelli.

    1. @carloesse
      Ma certo che Saturno appartiene a tutti: è archetipo e metafora delle trasformazioni del tempo che dalla distruzione si converte in rinascita, per la civiltà e per gli individui.
      Grazie mille per il prezioso contributo 😉

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