Dal Baltico al Tevere. La grande bellezza della musica di Arvo Pärt

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download (1)Pärt, Pärt…..questo nome l’ho già sentito, sicuro!, penso, quando mi ritrovo tra le mani il volume di Jan Brokken, Anime baltiche; e continuo a pensarlo anche quando finalmente arrivo all’ultimo dei dodici capitoli, dedicato al musicista estone . Ma dove?….Poi, l’illuminazione  improvvisa: Arvo Pärt è tra gli autori della colonna sonora de La grande bellezza, visto e amato così tanto, or volge l’anno (e ben prima che si aggiudicasse la famosa statuetta).  Avevo fatto una ricerca, in merito, perché è uno degli aspetti del film che mi ha colpita di più; e locandinacosì ho scoperto l’esistenza di una produzione alta di musica sacra nel XX secolo, che per la verità, come tante altre cose, ignoravo totalmente.

In realtà il nome, di  Arvo Pärt era quasi scivolato in secondo piano, rispetto ad altri brani che mi avevano colpita maggiormente;ma che comunque, scopro oggi, sono a firma di compositori che si inseriscono nella stesso ambito di ricerca musicale,  come  John Tavener e Henri Górecki, noto come minimalismo sacro: una musica in grado di evocare la spritualità più alta con la maggiore economia di mezzi (quasi sempre, semplicemente, una linea melodica accompagnata da una sola nota di basso, o la riproposizione del canto gregoriano.)

 Naturalmente, la scelta di questi autori per la colonna sonora del film di Sorrentino non poteva essere casuale- e non lo è, infatti, come vedremo;né può essere spiegazione sufficiente   il fatto che Pärt sia un autore particolarmente amato dai registi, con oltre cinquanta film che ne includono brani nella colonna sonora (dal novero di questi film La grande bellezza è ovviamente esclusa, dato che il libro di Brokken è stato pubblicato nel 2010, dunque anteriormente alla produzione e all’uscita del film). La loro musica costituisce infatti non soltanto un elegante e alto sottofondo, ma implica la ricerca di una lettura del film che vada oltre  la mera celebrazione della dolce vita a cui tanto spesso è stato ridotto.


 Non starò qui a ripercorrere tutte le tappe del complesso itinerario musicale e umano di Arvo Pärt  ; per questo rimando al lavoro di Jan Brokken o a qualsiasi approfondimento sul web (dove, per inciso, è possibile ascoltare praticamente per intero la sua opera). Qui sarà sufficiente ricordarne i momenti  essenziali: dopo aver passato le lunghe serate della sua infanzia  a girare nella  piazza di Rakvere, in Estonia, in tondo, in bicicletta per captare con la radio il segnale di Radio Finlandia, che trasmetteva musica classica, inizia a studiare musica e si iscrive poi al conservatorio di Tallin, dove ha come maestro di composizione Heino Eller (che aveva studiato al conservatorio di San Pietroburgo con Aleksandr Glazunov, il maestro di Prokov’ev e Šostakovic ).

Degli anni Sessanta sono  Tabula rasa, le prime Sinfonieil brano Pro et contra, scritto su espressa richiesta del grande violoncellista Mstislav Rostropovich;La consacrazione  in patria per Arvo  Pärt  arriva però nel 1968, con la prima del Credo: dodici minuti al fulmicotone che tra la melodia del coro e quella ripresa dal Preludio in Do maggiore del Clavicembalo ben temperato inseriscono un’esplosione dodecafonica assolutamente stridente e assordante, come di vetri in frantumi per una miragliatrice [ ho provato qualcosa di simile solo ascoltando per la prima volta il Phitecanthropus Rex di Charles Mingus, ndr], che suonano alle orecchie del pubblico estone come una scossa, il segnale della lunga riscossa che avrebbe portato, solo trentadue anni dopo, all’indipendenza dal regime sovietico. L’opera è il frutto della conversione di Pärt, nato di fede luterana, alla religione russo-ortodossa (scelta che, per evidenti motivi, i suoi connazionali hanno sempre faticato a comprendere).

A seguito della Terza Sinfonia, agli inizi degli anni Settanta, ad onta del successo,  Pärt è insArvo Partoddisfatto dei risultati ottenuti  e avverte l’esigenza profonda  di trovare un’altra strada. Illuminante al riguardo l’aneddoto riportato da Brokken :«Parlando con un monaco, nell’Unione Sovietica, gli chiesi in che modo potessi migliorare come compositore. Mi rispose che non aveva una soluzione.Io gli raccontai che scrivevo anche preghiere e le mettevo in musica, come i testi dei salmi: forse questo poteva aiutarmi come compositore? al che lui replicò: “No, ti sbagli, le preghiere sono già state scritte tutte, non serve che tu ne scriva ancora. Su quel versante è già tutto pronto. Ora è te stesso, che devi preparare”».

Il compositore obbedisce e fa innanzitutto silenzio dentro di sé  e compie un ritorno alle origini della musica occidentale, al canto gregoriano e alla tradizione corale russa,  rivolgendosi poi a ricercare una musica spoglia ed essenziale, composta di elementi molto semplici (nota unica o accordo triadico), dal timbro che ricorda il suono delle campane (da qui il nome di tintinnabulazione). Lo stesso Pärt  descriverà così il percorso compiuto:« Ho scoperto che mi basta un’unica nota ben suonata.Quest’ unica nota, o un solo suono, o un momento di silenzio, mi dà conforto. Lavoro con pochissimi elementi: una voce, due voci. Costruisco con materiali primitivi: la triade, con una sola tonalità specifica. Le tre note di questo accordo sembrano campane». 

Il fatto che la musica di Pärt sia così semplice non presuppone affatto che sia anche banale. Il musicologo Paul Hillier,collaboratore di Pärt e direttore del gruppo vocale inglese Teathre of Voices, avendo sottoposto ad analisi le partiture del compositore dichiara che esse rivelano « un approccio quasi matematico, una vertiginosa varità di influenze, un’immensa profondità e una sottigliezza inimmaginabile».Pärt, semplicemente, ha tolto il troppo e il vano per ritornare all’essenza, ad un’essenza eminentemente spirituale, come appare evidente dalla profonda commozione che suscita l’ascolto della sua musica.


Anche quella di Jep Gambardella è una ricerca. Attraverso la volgarità imperante del vortice della images (1)mondanità che nasconde  fallimenti e  vite insulse o devastate, oltre il  turpiloquio onnipresente, nella passeggiata notturna in una via Veneto ormai vuota e desolata, che nulla ha più a che vedere con quella di Fellini e Flaiano , Jep s’incanta davanti alle bianche suore che giocano a rincorrersi con i bambini felici nell’ hortus conclucus di un monastero, stupisce per i grandi palazzi nobiliari, pieni di meraviglie, e normalmente chiusi al pubblico, da cui si possono vedere scorci di una Roma dalla bellezza intatta; medita assorto lungo l’argine del Tevere al mattino, o negli azzurri abbaglianti del mare attorno all’Isola del Giglio, sfigurata dal disastro della Costa Concordia; autore di un romanzo scritto quarant’anni prima, L’apparato umano, Jep  realizza il suo sogno di diventare il re della mondanità romana («Io non volevo solo partecipare alle feste; volevo avere il potere di farle fallire»), ma attraversa una crisi irrimediabile legata alla perdita di senso di una vita vuota e inutile, che non conimages (2)osce più nemmeno il riscatto dell’arte, e si  stordisce nel rituale collettivo delle feste a base di droga, alcol e “trenini”. Anche i pochi affetti della sua vita, come la ballerina Ramona (Sabrina Ferilli) o l’amico Romano (Carlo Verdone; si noti anche la consonanza dei nomi, uno l’anagramma dell’altro), rivelano la loro precarietà, essendo questi costretti, per motivi molto diversi, ad abbandonare Jep e Roma; rimane una piccola traccia di calore familiare nel rapporto con la domestica filippina (che Jep chiama scherzosamente “farabutta”), e nelle cene con la di direttrice del giornale per cui Jep lavora, la nana Dadina, a base di riso riscaldato («che è sempre più buono di quello appena fatto»)  e minestrone .

Ma è solo nella parte finale del film, nell’incontro con Suor Maria nota come La Santa, missionaria  in Africa ormai centoquattrenne, che Jep intravede fimages (5)inalmente  le risposte cercate inutilmente  tanto a lungo: quando la Santa, sua antica estimatrice, gli chiede come mai non ha più scritto libri dopo L’apparato umano, Jep risponde: « Cercavo la Grande Bellezza e non l’ho trovata»; al che la suora gli chiede ancora se sa come mai ella non si cibi d’altro che di radici; Jep umilmente si disdice e la suora gli risponde «Perché le radici sono importanti».

 

 Il percorso di Jep Gambardella si rivela quindi  solo a questo punto per quello che è: una recherche  nella memoria degli «sparuti incomparabili sprazzi di bellezza » di cui è intessuta ogni esistimages (3)enza, nascosti dal bla bla bla assordante della banalità quotidiana e dallo « squallore disgraziato» dell’umana miseria. Illuminato, purificato e finalmente in pace con la propria vita  e il proprio passato, Jep può quindi dare inizio a quel romanzo costituito appunto dal film  che abbiamo appena finito di vedere, creando quel cortocircuito temporale ben noto ai lettori  di Proust.


RISORSE  E NOTE A MARGINE

-La recensione di Sebastiano Trivulzi su Anime baltiche;

– Il contributo di Maxscorda sLa Grande bellezza;

– Anime baltiche su nonsoloproust

-L’elenco completo dei brani della colonna sonora de La grande bellezza

– In realtà le allusioni alla Recherche nel film sono diverse. Jep ha la stessa ansia di visibilità sociale del Narratore, e, come abbiamo detto, ne condivide il percorso di ricerca, l’attrazione per i locali equivoci dove si rifugiano i membri insospettabili della società bene; ma ancora più deliziosa è la battuta in cui l’algida attricetta di cui Romano/Verdone è il cavalier servente, dichiara di aver chiuso con il teatro perché- cito- in questo Paese di m**** nessuno scrive ruoli femminili interessanti (sarebbe a dire all’altezza della sua bravura) e di volersi quindi dedicare al suo primo romanzo, «una cosa proustiana». E il suo interlocutore (giovane attore  finto intellettual chic) le risponde : «Ma dài……sai che Proust è il mio scrittore preferito? Anche Ammaniti…..»

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5 comments

    1. @Alessandra
      Grazie mille. Pärt mi ha dato l’occasione di recuperare anche La ggrande bellezza , su cui volevo scrivere un post da tempo, ma aspettavo che l’occasione sgorgasse spontaneamente, per così dire. Ho amato molto il film e Anime baltiche , e sono stata felice di realizzarne un ideale connubio( Proust inizialmente non era in programma, si è presentato da solo in corso d’opera 🙂 ).
      Un saluto e grazie ancora

  1. Dragoval, ho letto con piacere la tua analisi da un po’. Ho tardato a scrivere queste note solo perchè io non sono un’ estimatrice come te de ” La grande bellezza”. Credo di essere tra pochissimi che non l’ hanno apprezzato. Pärt invece mi affascina molto e, dopo la lettura di ” Anime baltiche”, mi è capitato una cosa difficile da descrivere, una sorta di sinestesia per cui l’ ascolto della sua musica sembrava farmi “vedere” il mondo baltico , così come Brokken l’ aveva descritto. Lo stesso mi era capitato con Grossmann ( Vita e Destino) e Šostakovič. E’ come se le sensazioni del testo scritto si fondano con il suono. Forse è una gran schiocchezza…

    1. @Renza
      Non è affatto una sciocchezza: la musica è linguaggio, il suo compito è evocare e rappresentare. Semplicemente, credo, il libro di Brokken ha in qualche modo nutrito la tua immaginazione- pochi di noi avevano in effetti idea della realtà baltica prima del suo libro, e ci siamo visti disvelare davanti agli occhi un mondo meraviglioso e inatteso, un angolo di Europa di cui non osavamo sperare l’esistenza….
      Quanto a Grossman e Šostakovič, anche lì il connubio mi appare inevitabile: assente dal romanzo, nell’eroica e terribile resistenza di Stalingrado aleggia il suo spettro, la voce che esorta l’anima russa alla riscossa..
      Lupus in fabula – ne starei appunto programmando un ascolto che non si limiti alla Settima- in questo mi è buona maestra Gabrilu.
      Un saluto e grazie 🙂

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