Il cavallo stramazzato. George Orwell e Israel Singer

Nelle opere di questi due terribili scrittori,  le storie di due vittime designate della Grande Menzogna, simbolo di tutti gli innumerevoli innocenti che di buon grado hanno pagato il proprio tributo di sangue all’Idea. Sacrificarsi fino allo spasimo in nome del grande ideale della libertà e della giustizia sociale: questo il loro unico torto, che li porterà a negare l’evidenza fino al momento estremo, quando il velo di Maya si squarcerà rivelando solo miseria, lacrime e desolazione- e una vita, milioni di vite, sacrificate inutilmente.

Protagonista di A Oriente del giardino dell’Eden (per il cui titolo originale e le vicende editoriali si rimanda alle risorse in calce), Nachman, il il cui nome significa consolazione e conforto, è il figlio maschio tanto atteso di Mattes Ritter, piccolo ambulante ebreo del villaggio di Psyak che da sempre conduce una vita di lotta contro la sfortuna e la povertà., Tuttavia Mattes è animato da un’incrollabile fede religiosa, che lo porta a seguire con scrupolo estremo- e a volte assurdo, vista la sua condizione- tutte le prescrizioni religiose. Mattes vuole fare di Nachman, consolazione della sua miserabile esistenza, uno studente del Talmud; lo conduce quindi al cheder, la scuola elementare ebraica,  dove Nachman subisce punizioni e umiliazioni a continue a causa non della sua condotta ma, naturalmente, della sua miseria; più tardi, poiché il padre non ha i soldi per garantirgli regolari studi talmudici, Nachman è costretto ad andare a pranzo ogni giorno in una casa diversa di ebrei abbienti, subendo ancora l’umiliazione dell’elemosina.

Mattes aveva preso l’abitudine di portare suo figlio ogni sabato pomeriggio a casa di un personaggio benestante, di un ebreo che godesse anche fama di studioso, in modo da sottoporre Nachman a un esame. Troppo ignorante per vigilare sui progressi di Nachman, Mattes faceva assegnamento sulla tradizione che considera un’azione di grande merito per un ebreo istruito l’interessarsi agli studi sacri di un bambino povero. Nessun ebreo avrebbe potuto rifiutare a Mattes questo servizio senza fare brutta figura; e poi era un gesto di cui menare vanto, un’azione devota di particolare efficacia. Era una tortura solo per Nachman. Scalzo, vestito con gli stracci che portava tutta la settimana, seguiva di malavoglia suo padre nelle case dei ricchi, splendenti per la pulizia per lo Shabbat e con un profumino di cibi buoni e grassi. Era già abbastanza brutto girare scalzo nei giorni qualsiasi; il dover esporre la propria povertà durante lo Shabbat oltrepassava i limiti di sopportazione di Nachman. Inoltre suo padre non era in condizioni molto migliori delle sue, e così più di una volta accadde che fossero scambiati per mendicanti e si vedessero sbattere la porta in faccia oppure offrire un tocco di pane.

Nachman sente di odiare suo padre: lo considera inetto, stupido, ignorante e incapace di provvedere alla sua numerosa famiglia; la Prima Guerra Mondiale travolge subito  il povero Mattes, che porta con sé un biglietto per essere sepolto con il rituale ebraico, e il cui corpo verrà invece gettato senza pietà in una fossa comune. Ma Nachman, che ora è apprendista fornaio nella panetteria di Yantche, a Varsavia, dove la sorella maggiore Scheindel aveva prestato servizio per mantenerlo, trova, grazie alla giovane e graziosa attivista Hannah, sua futura compagna e madre di suo figlio, e e un nuovo padre spirituale, una risposta alla sua ansia di giustizia sociale nelle parole di miele del compagno Daniel, ricco  borghese  in cerca di gloria, carismatico attivista del partito popularis  (nobili genere natus…..sed ingenio malo pravoque) :

Il compagno Daniel dimenticò il fastidio delle parole amare di Sophie e lo scherno dei passanti nelle altre strade. La felicità gli inondò il petto che faceva capolino al mondo dalla camicia nera sbottonata. Questo era stato il desiderio della sua vita: essere ammirato e applaudito dalle masse..[…]Si mise in piedi sul palco, schiena diritta, alto, snello, attraente, i denti di un biancore abbagliante si mostravano appena tra le labbra. La sua voce era perfettamente sotto controllo; a piacimento la faceva tuonare o l’ammorbidiva fino a trasformarla in dolce supplica. Il sangue dell’uditorio si surriscaldò; la platea era pronta a precipitarsi in strada al suo comando, a far scorrere il sangue altrui e a offrire il proprio. […]Quando entrava in questo stato d’animo, quando dava libero sfogo dinnanzi alla platea all’immenso pathos della propria oratoria, il compagno Daniel credeva con tutto il suo essere alle cose che diceva. Credeva a se stesso quando denunciava in tono fiammeggiante, e credeva a se stesso quando volava con le ali della lirica per descrivere il paradiso che attendeva gli schiavi della terra una volta realizzato il nuovo ordine di cose. Ci sarebbero state giustizia e uguaglianza; il mondo sarebbe stato fresco e dolce, come un pascolo in primavera, come un giardino, come un immenso frutteto, pieno di ruscelletti e di fiori e di frutti. La pace avrebbe regnato; gli esseri umani avrebbero vissuto con la gentilezza delle pecore, avvolti da amore e bontà. Tramite le parole di Daniel le masse, schiave della guerra, affamate, afflitte e oppresse, videro l’infinita speranza del mondo a venire, e furono confortate, rincuorate, sollevate. Quando Daniel si allontanò dal podio l’applauso fece tremare i muri e il soffitto.

Da questo momento la fedeltà di Nachman alla causa è assoluta. Come prima suo padre, alla fede egli sacrifica tutto: le energie, le ore di riposo, la sua famiglia. finisce ben presto nelle mire del commissario Lempowsky, devoto alla patria e di profondi sentimenti antigiudaici, che non ritenendo opportuno né possibile colpire il compagno Daniel per ragioni di opportunismo politico, è ben felice di arrestare e consegnare Nachman alle cure del suo aguzzino Slupek.

Lempowsky era un uomo che aveva fiuto per la politica. Lempowsky sapeva che sui campi di battaglia l’artiglieria falcia i pesci piccoli, non i generali. I generali sono trattati con circospezione, e se vengono catturati si concedono loro tutti gli onori. Lempowsky aveva sempre nutrito un rispetto naturale per i capi, a prescindere da quale parte stessero. Dei capi – e specialmente in politica – non si poteva mai sapere dove sarebbero stati di lì a uno o due giorni; era impossibile sapere quali ruoli la storia avesse in serbo per loro. Nella vita politica la certezza non esisteva. E questo era diventato particolarmente vero dopo la Guerra mondiale. La ruota della fortuna adesso girava in modo talmente irregolare e a velocità talmente spaventosa che solo una prudenza estrema poteva salvaguardare il futuro di un uomo. La guerra era guerra, ovvio; i soldati del nemico li mietevi senza misericordia. Ma il buonsenso diceva di risparmiare i generali. Un uomo saggio non si brucia mai i ponti alle spalle.[…]

Gli agenti di Lempowsky che all’alba si presentarono nella stanzetta che era la casa di Nachman esordirono spaccando i miseri mobili che Hannah era riuscita a racimolare. […] Quando furono certi che ulteriori ricerche avrebbero continuato a non rivelare nulla, ammanettarono Nachman e lo condussero fuori. Nachman gridò e protestò di non essere un criminale; era un libero cittadino della Polonia; non avevano alcun diritto di incatenarlo. Gli agenti lo spinsero in avanti e sogghignarono.«Hai perfettamente ragione, “compagno”» lo schernirono. «Sei un libero cittadino e quando arriverai alla stazione inoltrerai un reclamo scritto al commissario Slupek». Nachman camminò trascinato in mezzo a loro nella luce fioca delle strade vuote. Giunti al municipio lo spinsero dentro un ufficio.«Albergo Slupek!» urlò uno degli uomini. «Registrazione a questo banco».

Le torture subite da Nachman ci vengono  descritte ed elencate da Singer con meticolosa attenzione- e con un distacco da entomologo raccapricciante. Ma quanto subito non basta ad indebolire la fede di Nachman, che considera anzi sé stesso un martire rivoluzionario. Quando il compagno Daniel viene inviato in Russia- con tutti gli onori, con moglie e masserizie al seguito-, Nachman ritiene suo dovere raggiungerlo, raggiungere quel giardino dell’Eden a est della Polonia- e,con l’ostilità dei suoi compagni di partito che non gli dànno alcuna lettera di presentazione per entrare nel Paesea a Oriente, di notte, clandestinamente, varca il il confine polacco ed entra nell’Unione Sovietica.

Non stava più nella pelle all’idea di incontrare i primi soldati sovietici. Poi arrivò in vista del corpo di guardia, una capannuccia sulla quale sventolava la bandiera rossa con la falce e il martello incrociati. Nachman avrebbe avuto una gran voglia di gettarsi a terra e di baciare il suolo di quel paese: il suo paese, il paese dei lavoratori trionfanti. Invece cominciò a correre. Un soldato con un soprabito che gli arrivava ai tacchi, e con un berretto dell’Armata Rossa ornato da una stella, uscì dalla capanna, puntò il fucile contro Nachman e gli andò incontro di corsa.
«Alt!» urlò. «Fermati, bastardo, o ti sparo!»
Nachman si fermò come se improvvisamente si fosse fatto pietra. Era di fronte alla capanna. Dal muro un ritratto di Lenin lo fissò con occhi sospettosi.

A nulla valgono le sue proteste: il trattamento degli immigrati clandestini è terribile, e Nachman si ritrova di nuovo, in un orribile deja-vu,  a godere i servizi di tortura della prigione politica. Rilasciato, molto tardivamente. grazie all’impegno del compagno Daniel, che tra uno spettacolo all’opera e le mille riunioni di partito fatica a ricordarsi di lui, viene impiegato nel panificio, dove, orgoglioso di contribuire alla realizzazione del Piano Quinquennale in quattro anni ( nel romanzo viene ripetuto con ironica ossessività lo slogan 2¥2=5), lavora senza sosta, imprimendo il ritmo alla catena di produzione e non risparmiandosi in straordinari e turni di lavoro gratuiti extra:

Nachman teneva gli occhi fissi sull’interno del forno e spalettava gli stampi a velocità disperata. Nella cartellina da operaio, che portava con sé, c’era l’immagine di un lavoratore poderoso e pieno di muscoli che con un grosso martello forgiava il futuro dell’Unione Sovietica. E c’era anche stampato lo slogan sul ritmo e sul Piano Quinquennale da completare in quattro anni. Su un’altra pagina la dichiarazione che quel libretto era stato consegnato al sostenitore entusiasta dell’edificazione socialista, il velocissimo operaio Nachman Ritter. Nachman era orgoglioso di quel titolo di «sostenitore entusiasta dell’edificazione socialista» che gli era stato assegnato. Riponeva una fede assoluta negli slogan che decoravano i muri della fabbrica e proclamavano che aumentando il ritmo della produzione la terra dei lavoratori sarebbe stata in grado di eguagliare e superare i risultati dei paesi capitalisti. 

Naturalmente Nachman comincia a notare la discrepanza tra le cifre sbandierate dalla propaganda e le condizioni di assoluta miseria che sono le sue e da cui si vede circondato. Eppure si ostina a non vedere, a rimanere attaccato alla sua fede, certo dell’esistenza di una spiegazione che egli forse non vede o non capisce:

Il giornale è strapieno di rapporti e cifre. Non dubita neppure per un istante dell’esattezza delle cifre e dei rapporti. Sono veri fino all’ultima lettera. Perché quei resoconti sono pubblicati sul suo giornale, il giornale del Partito Comunista, l’unico partito genuinamente interessato al benessere dei lavoratori di tutto il mondo.[..]. Nachman crede a tutto ciò che legge sul giornale. Però l’intera faccenda non gli è chiara lo stesso.

In qualche modo quei resoconti baldanzosi, quelle cifre e quei diagrammi non sembrano andare d’accordo con la vita tutt’ attorno, con le condizioni dentro l’ex caserma, con la gente con cui vive.
Uomini e donne sono vestiti come straccioni, laceri e scalzi. Non si lavano; anche i loro abiti sono sporchi. L’ex caserma è infestata da parassiti. Il cibo della mensa aziendale e delle cooperative è pessimo, non nutre. Il pane è umido, pesante, terroso, mescolato a sostanze adulteranti di ogni genere, cosicché ti si pianta sullo stomaco e provoca acidità. Molta gente ha lo stomaco rovinato dalla cattiva alimentazione, e di conseguenza nell’edificio c’è sempre un puzzo nauseante. La gente si evita reciprocamente, la gente comincia a detestarsi per via del sudiciume. Le donne cominciano ad apparire repellenti agli occhi dei mariti. Le persone hanno paura a stare vicine

Tuttavia, quando il Piano Quinquennale non vede raggiunti i propri risultati in quattro anni,ad onta di tutti gli slogan.  il Sistema deve trovare risposte da dare ai lavoratori

I governanti erano profondamente turbati. Alle masse in fermento si sarebbe dovuto offrire qualcosa per fermare la loro rabbia. E si offrì loro il sangue. Il sangue del capro espiatorio, che porta nel dimenticatoio i peccati altrui.
«Compagni proletari! Morte ai sabotatori!» questo fu lo slogan Rosso che si diffuse rapidamente in tutto il paese, attraverso tutte le repubbliche dell’Unione.

Scatta da questo momento una caccia furiosa ai sabotatori, una caccia che diffonde tra tutti gli individui l’odio e il sospetto, che spinge a denunciare prima di essere denunciati. Quando vede condannare il suo compagno Affanasiev, Nachman sventatamente leva la mano per difenderlo, facendosi così nemici giurati il padrone della fabbrica Podolsky e il collaborazionista Kulik.E quando, espulso dal partito e impossibilitato quindi a trovare lavoro, si rivolge all’amico Daniel, questi furibondo e terrorizzato gli intima di non farsi più vedere, rinfacciandogli la sua temerarietà, la sua sventatezza.

Espulso dal partito e dal Paese, e impossibilitato a tornare in Polonia, dove è segnato sulla lista nera dei militanti politici, Nachman è costretto a vagare  tra le due frontiere, dove vede un cavallo stremato dalla fatica e lasciato lì a morire, simbolo rivelatore per il compagno Nachman del suo proprio destino e di sé stesso:

Nachman guardò lo sventurato animale che avevano lasciato lì a morire. Era incredibilmente magro; le costole sporgevano come creste sotto la pelle. Il dorso era stato ridotto dalla stanga a un ammasso di lividi, i fianchi erano carne viva, scorticata dai finimenti di corda. Il posteriore scarno e triangolare era coperto di segni freschi di frustate. Nachman guardò e rifletté. Qualcuno aveva condotto in quella radura l’animale che dopo aver portato il giogo tutta la vita ora non era più in grado di trainare quel peso. Nachman fu travolto da uno strano, appassionato senso di vicinanza all’ animale morente, e gli accarezzò la pelle scorticata e ferita. In quell’animale abbandonato, sfinito, sfruttato, che ansimava nell’ agonia, vide se stesso, vide tutta la propria vita.


L’immagine finale del cavallo morente in cui Nachman finalmente  si riconosce  e si vede per ciò che è sempre stato  mi hanno riportato alla mente l’infernale apologo di George Orwell, La fattoria degli animali (Animal farm),  una fin troppo scoperta allegoria dell’ascesa del comunismo, con i suoi protagonisti e le sue vittime, molte delle quali, come Nachman, consezienti in nome del Sol dell’Avvenire e della Vittoria Finale. La storia è nota:  gli animali, sotto la guida della trojka  dei maiali, il Vecchio Maggiore, Napoleone e Palla di Neve (equivalenti suini di Lenin, Stalin e Trockij) teorici dei princìpi dell’Animalismo, si ribellano al vecchio Jones, proprietario della fattoria che sfrutta il loro lavoro, per dare vita finalmente ad una Fattoria degli Animali in cui tutti gli animali possano vivere felici e uguali, finalmente liberati dall’oppressore. Tra i più entusiastici  sostenitori vi è Grondano, un cavallo alto diciotto palmi e forte come due cavalli medi, assieme alla sua compagna Berta  il cavallo da tiro della fattoria, che fin da subito si dimostra pienamente degno del titolo di  sostenitore entusiasta dell’edificazione socialista:

Gondrano destava l’ammirazione generale. Era stato un forte lavoratore anche ai tempi di Jones, ma ora sembrava che in lui vi fossero non uno ma tre cavalli: vi erano giorni in cui tutto il lavoro della fattoria sembrava pesare sulle sue possenti spalle. Da mattina a sera spingeva e tirava, sempre presente ove la fatica era maggiore. Aveva convenuto con un galletto di farsi svegliare ogni mattina mezz’ora prima di tutti gli altri per prestarsi volontariamente al lavoro dove più era necessario, prima che cominciasse la quotidiana fatica. La sua risposta a ogni problema, a ogni difficoltà era: «Lavorerò di più!» frase che aveva adottato quale suo motto personale.

Come Nachman, Grondano ha cieca fiducia in Napoleon , tanto da essere disposto a credere a lui molto più che a sé stesso : Le sue due massime: «Lavorerò di più» e: «Napoleon ha sempre ragione» gli bastavano quale risposta a tutti i problemi.Anche quando Napoleon , il Grande Capo, il Padre ti Tuti gli Animali, passa alla fase della dittatura a viso aperto, trascinando davanti a tutti quattro maiali tremanti tra cui Palla di Neve, accusandoli di essere in combutta con Jones per far fallire la Rivoluzione  e facendoli sbranare dai cani, Grondano, pur molto scosso e turbato, non vuole rinunciare alla fede nella santità della Causa:

«Non capisco. Non avrei mai creduto che simili cose dovessero accadere nella nostra fattoria. La causa dev’essere in qualche nostro errore. La soluzione, come io la vedo, sta nel lavorare di più. D’ora innanzi mi alzerò al mattino un’ora prima.» E si mosse, col suo trotto pesante, in direzione della cava. Là giunto, raccolse due carichi di pietre e li portò al mulino prima di ritirarsi per la notte.

E il balsamo che addolcisce la fede di Grondano sono le parole flautate di Clarinetto (il maiale fratello di sangue del compagno Daniel) , che provvede puntualmente al revisionismo dei fatti convincendo gli animali a ricordare cose mai accadute e che  snocciola con la sua dolce voce le strabilianti cifre in cui viene quantizzata l’attività produttiva del kolchoz degli animali:

Nelle mattine della domenica, Clarinetto, tenendo spiegata fra le zampe una lunga striscia di carta, leggeva loro una lista di cifre che provava come la produzione di ogni genere di cibarie fosse cresciuta del 200 per cento, del 300 per cento o del 500 per cento a seconda dei casi. Gli animali non vedevano ragione per non crederci, specialmente é non riuscivano a ricordare chiaramente quali fossero le loro condizioni prima della Rivoluzione. A ogni modo vi erano giorni nei quali avrebbero desiderato meno cifre e più cibo.

Quando gli altri proprietari delle fattorie vicine, assieme al fattore Jones,terrorizzati da una possibile espansione e diffusione  del comunismo- pardon,dell’Animalismo- muovono guerra alla Fattoria, Grondano è tra i più eroici combattenti. Sfonda con lo zoccolo la testa di alcuni uomini, ma a sua volta si ferisce uno zoccolo, perde un ferro e si becca dodici pallottole nelle zampe posteriori. Tuttavia, eroico e generoso come sempre, nonostante le esortazioni di Berta e dell’asino Benjamin, (l’intellettuale  disilluso e amaro conoscitore del mondo, che  combatte il Regime attraverso un’ostinata resistenza passiva), riprende a lavorare senza sosta per ricostruire il mulino di pietra, distrutto dalla battaglia, a cui gli animali lavoravano da due anni. Lo zoccolo guarisce, ma Grondano, come lo aveva ammonito Berta, diventa un cavallo bolso, il cui declino appare inarrestabile.

La spaccatura allo zoccolo di Gondrano fu lunga a guarire. Avevano cominciato a riedificare il mulino il giorno seguente alla chiusura delle celebrazioni della vittoria. Gondrano rifiutò di prendersi sia pure un giorno di riposo e si fece un punto d’onore di non far scorgere la sua sofferenza. La sera diceva in confidenza a Berta che lo zoccolo gli dava molto fastidio. Berta curava la ferita con impiastri di erbe che essa preparava masticando, e tanto lei quanto Benjamin esortavano Gondrano a lavorar meno. «I polmoni di un cavallo non sono eterni» gli diceva Berta. Ma Gondrano non dava ascolto. Aveva ancora un’unica ambizione, diceva: vedere il mulino a buon punto prima di raggiungere i limiti d’età[ovvero prima di dover andare in pensione, secondo le leggi fissate nella Fattoria]

[…]Quando lo zoccolo fu guarito, Gondrano riprese a lavorare più che mai. [..]. Talvolta, col cibo insufficiente, le lunghe ore di lavoro erano dure da sopportare. Ma Gondrano non esitò mai. In nulla che facesse o dicesse vi era segno che la sua forza non fosse qual era sempre stata. Solo il suo aspetto era un poco mutato: il suo mantello non era più così lucente e i suoi grandi fianchi sembravano essersi contratti. Gli altri dicevano: «Gondrano si rimetterà quando a primavera spunterà l’erba»; ma venne la primavera e Gondrano non ingrassò affatto. Talvolta sul pendio che conduceva in cima alla cava, quando tendeva i muscoli al peso di un gran masso, pareva che nulla lo tenesse in piedi se non la volontà di andare avanti. Allora si vedevano le sue labbra formare le parole: «Lavorerò di più»; non gli restava più voce.

Quando un lavoratore ha dato tutto sé stesso in nome della Causa, è giusto che il Sistema si prenda cura di lui riservandogli il premio che merita. E’ così il  giorno  che Grondano, sfinito, col suo carico di pietre, cade sull’erta del mulino e non riesce a rialzarsi, ecco arrivare subito da lui Clarinetto, pieno di simpatia e sollecitudine, che gli annuncia l’affetto e il rammarico del compagno  Capo Napoleon per la sua disgrazia e come lo stesso Padre di tutti gli Animali si sia attivato per affidarlo alle cure del chirurgo veterinario di Willingdon. Gli animali si sentono percorrere da una sottile inquietudine ad affidare Grondano alle cure degli uomini; ma Clarinetto li rassicura cinguettante. Il furgone viene a prendere Grondano in pieno giorno, mentre tutti gli animali sono al lavoro, stanchi e inebetiti dalla fatica e dalla fame; ed è allora  Benjamin, contravvenendo per un’unica volta alle sue abitudini di imperturbabile distacco, irrompe al galoppo nel campo  per avvisarli che stanno portando via Grondano. E quando gli animali, sfiniti, si radunano al furgone per salutare  il loro amico ed eroe,  è sempre Benjamin, l’unico ad aver compreso, a ragliare sul muso a tutti la terribile verità:

«Pazzi, pazzi!» urlò Benjamin saltando attorno a loro e battendo la terra con gli zoccoli. «Pazzi! Non vedete che cosa c’è scritto sui fianchi del furgone?» Gli animali sostarono e vi fu un mormorio. Muriel cominciò a compitare le parole, ma Benjamin la spinse da parte e fra un silenzio mortale lesse: «”Alfred Simmons, Macelleria Equina e Fabbrica di Colla, Willingdon. Negoziante di cuoio e d’ossa. Forniture per canili”. Capite ciò che significa questo? Portano Gondrano al macello!».

Gli animali provano allora ad inseguire il furgone implorando Grondano di salvarsi, ma sarà troppo tardi: Gondrano ormai stremato e sfinito, non riuscirà ad abbattere la porta della sua bara su ruote con un calcio di quegli zoccoli che pure  un tempo avevano trascinato tante pietre e ucciso tanti nemici.

Un grido d’orrore uscì dal petto di tutti gli animali. In quel momento l’uomo a cassetta frustò i suoi cavalli e il furgone uscì dal cortile a buon trotto. Tutti gli animali lo seguirono gridando a gran voce. Berta forzò l’andatura per portarsi innanzi. Il furgone acquistava velocità. Berta tentò di muovere al galoppo le sue pesanti membra. «Gondrano!» gridò. «Gondrano! Gondrano! Gondrano!» e proprio in quel momento, come se sentisse il frastuono esterno, il muso di Gondrano, con la striscia bianca che gli scendeva lungo il naso, apparve alla finestrella sul retro del furgone.
«Gondrano!» gridò Berta con voce terribile. «Gondrano, scendi! Scendi presto! Ti portano alla morte!» Tutti gli animali raccolsero il grido: «Scendi, Gondrano, scendi!». Ma il furgone andava sempre più veloce, portandolo via con sé. Non era certo che Gondrano avesse capito ciò che aveva detto Berta. Ma poco dopo il suo muso disparve dalla finestrella e il rumore di un tremendo scalpitare si udì nell’interno del furgone. Cercava a calci una via d’uscita. C’era stato un tempo in cui pochi colpi di zoccolo di Gondrano avrebbero fatto a pezzi il furgone. Ma, ahimè!, la forza lo aveva abbandonato e in pochi istanti i colpi si fecero più deboli finché cessarono del tutto.


RISORSE E NOTE A MARGINE

L’anteprima di A Oriente del giardino dell’Eden, traduzione di Marina Morpurgo (Bollati Boringhieri 2015) qui il romanzo raccontato dalla traduttrice;

L’anteprima de La fattoria degli animali  , traduzione di Guido Bulla, Mondadori 2011;

-Sul romanzo di Israel J.Singer il post di Nonsoloproust

-La figura -meravigliosa- dell’asino Benjamin nell’opera di  Orwell è il simbolo (credo)  degli intellettuali ebrei di tutta Europa perseguitati dai Bestialismi totalitari. Mi piace tuttavia pensare, se non azzardo troppo, che tra tutti  esso renda tuttavia omaggio proprio a colui di cui porta il nome

-Una volta terminata la lettura di queste due opere, il mio solo desiderio sarebbe stato di non averle mai lette. Ma ormai il danno è fatto, ed è irrimediabile. Come avere le palpebre tagliate, e non potere così mai più chiudere gli occhi.

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18 comments

  1. I danni dell’idealismo cieco e assoluto. Povero Nachman, leggendo quello che hai scritto ho sentito quasi addosso i patimenti che ha dovuto subire. Sei riuscita a rendere molto bene e in modo coinvolgente la trama del romanzo, al punto che mi hai avvinta alla pagina del blog fino all’ultima riga… (curioso, poi, l’accostamento con il libro cult di Orwell!). Mi ricordo che avevo trovato molto interessante anche l’analisi di Gabriella di Non Solo Proust, letta pochi mesi fa. Incuriosita quindi dai fratelli Singer, e cercando un approccio “leggero”, ho preso in questi giorni in biblioteca Il mago di Lublino di Isaac B.Singer. Così comincio a farmene un’idea… 😉

    1. @Alessandra
      A Gabrilu va il merito indiscusso della divulgazione dell’opera dei Singer in Italia, divulgazione di cui le stesse case editrici sembrano non preoccuparsi assolutamente ( di autori maggiori e minori fanno di tutt’erba un fascio).
      Comunque, a mio avviso, tra i due fratelli Singer le differenze sono più delle somiglianze.
      Ela statura di Israel J. è davvero immensa, come del resto riconosceva lo stesso Isaac.
      Quanto ad Esther Singer, ho da tempo il suo romanzo ma l’ho soltanto iniziato. Prima o poi lo completerò. Ma nella scrittura ho visto una certa consonanza con Israel- soprattutto, naturlamente, per le tematiche e la rappresentazione del mondo che non c’è più .

      Un bacio e grazie ( e scusa per il ritardo nella risposta, con questo caldo i neuroni sono tutti in vacanza :-D)

  2. Scrive Svetlana Aleksievic in “Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo” (Bompiani):

    “Dai Taccuini di Varlam Salamov: ‘Ho partecipato a una grandiosa battaglia persa, combattuta per un autentico rinnovamento della vita.’ E questo l’ha scritto un uomo che aveva passato diciassette anni nei lager staliniani. La nostalgia dell’ ideale era rimasta?”

    Il passo citato dalla Aleksievic si trova in: Varlam Salamov, Alcune mie vite, Milano, Mondadori, 2009, p. 84.

    1. @ Gabrilu
      E chi lo sa.
      Penso che avremmo potuto rivolgerla anche a Grossman, questa domanda, nonostante tutto quello che lui e la sua famiglia hanno passato.
      Già.
      Ciao e grazie come sempre

  3. Dragoval, leggendo il tuo pezzo, come sempre ampio, interessante e argomentato, riflettevo sul tema dei cosiddetti ” occhi chiusi” che rendono molto difficile vedere nel presente.
    Oggi siamo tutti in grado di conoscere criticamente il pensiero deduttivo che applicava l’ aristotelismo ad ogni ambito e i meccanismi di coloro che giustificavano gli orrori del comunismo o del nazismo. E magari ci meravigliamo di come sia successo.
    I nostri occhi, tuttavia, sono sempre orientati al passato, a disvelare, e, forse un po’ pessimisticamente, penso che quel pensiero deduttivo – ipse dixit- fatichi a fare spazio a quell’ induzione che giudica dai fatti e non dalle ideologie, di qualunque tipo esse siano. Ciao!

    1. @Renza
      Sono assolutamente d’accordo.
      La massima lezione che possiamo trarre dal passato è proprio la necessità di tenere gli occhi criticamente aperti sul presente, confrontandoci anche con verità estremamente scomode per il nostro vissuto e la nostra coscienza. L’appagamento che nasce dalla superiore e distaccata comprensione del passato rischia di essere una via di fuga dalle tragedie attuali, insopportabili e ricusate perché troppo da vicino ci riguardano. Ed è ciò che cerco di ripetere a me stessa.
      Ciao e grazie, leggerti è sempre un piacere

  4. @Gabrilu
    Mi hai incuriosita come sempre. E ancor di più sulla questione de La colomba pugnalata , su cui mai avrei detto che tu avessi delle riserve O_o (così proseguiamo anche qui il discorso iniziato di là da Alessandra 🙂 )
    ps e meno male che il tuo blog si chiama NonSoloProust 😛

    1. Cara Dragoval, cerco di sintetizzare al massimo quello che è soltanto un mio personalissimo punto di vista: secondo me “La colomba pugnalata” è un libro molto, molto bello, e come sempre la scrittura di Citati è ammaliante, avvolgente. Però lo sappiamo, quello che fa Citati nelle sue monografie: dei “ritratti”. Delle interpretazioni (il che è assolutamente legittimo, intendiamoci).

      Tra questi ritratti (e gallerie di “ritratti” sono anche “Il male assoluto” e “La malattia dell’infinito”) , a mio parere alcuni — tra quelli che ho letto, perchè non li ho letti tutti proprio tutti — sono splendidi. Il mio preferito ad es. è il suo “Kafka”. Altri — sempre secondo me — non mi sembra colgano nel segno. Ovviamente posso sbagliare io, ma a volte l’impressione che avverto, che è come quella che si avverte ascoltando note stonate è talmente forte…da farmi sentire autorizzata a dubitare 🙂

      Il ritratto, o forse sarebbe più corretto dire la intepretazione che Citati fa di Proust come persona (e come scrittore, perchè se c’è un autore la cui opera è strettissimamente legata alla sua biografia è proprio Proust— e questo Proust lo sapeva tanto bene che mise in atto tutto tutti gli escamotages possibili ed immaginabili per depistare i suoi lettori specie i suoi contemporanei) mi sembra piuttosto fuorviante e a tratti (oso dirlo) piuttosto melensa e (oso ancora!) ai limiti dello stucchevole.

      Proust, dietro tutte le sue manfrine, le sue pose, il suo astutissimo utilizzo della sua (vera, reale) malattia, la sua squisita cortesia, i suoi (finti) sdilinquimenti era un grandissimo manipolatore, un duro, uno tosto assai.

      …Ma davvero il discorso è troppo lungo da affrontare qui.

      Insomma e per farla breve: consiglierei vivamente La Colomba a chi ama Citati e consiglierei di leggerlo come …. una (bellissima) opera di narrativa.

      Mi guarderei bene dal consigliare La Colomba a chi si sta avvicinando a Proust, a chi ancora di Proust sa poco o nulla…

      Ma questo, ripeto, è solo un mio personalissimo parere e ne scrivo solo perchè tu Dragoval mi hai in un certo senso e molto garbatamente incalzata 🙂

  5. Ho comprato il libro di Israel qui citato da alcuni mesi (era uscito da pochissimo), ma tra la pila di letture in attesa sta ancora aspettando che venga il suo turno. Certo, la tua recensione qui lo ha fatto risalire nella pila suddetta (come una pratica giacente in un ufficio pubblico quando arriva la raccomandazione…).
    A parte le battute, l’interrogativo riguardo alla facile, supina e cieca adesione alle ideologie, anche da parte di persone dotate di una certa cultura, anche quando mostrano tutta la loro stoltezza o brutalità è un tema in qualche modo affascinante che interessa lo psicologo, il sociologo, il politologo e che dovrebbe interessare tutti (specie oggi che siamo minacciati da nuovi e folli integralismi).
    Sono state date molte risposte, banali, complesse, condivisibili e non.
    Molte sono state date anche da romanzi, di vario tipo. Lo stesso Israel, che qui narra di Nachman e del socialismo, in “la famiglia Karnosky” ci racconterà dell’ultimogenito Jegor, ebreo umiliato dai nazisti che aderirà al nazismo (il paradosso estremo).
    Ma al di là di quale risposta sia, l’importante, come sempre, è che rimanga ben desto nel lettore l’interrogativo, perchè è questo interrogare il solo compito che la letteratura può (e dovrebbe) svolgere.

    1. @carloesse
      Sottoscrivo pienamente e ti ringrazio.
      Come amo ripetere sempre ai miei studenti, il segreto non è nel cercare le giuste risposte ma nel farsi le giuste domande.
      E quando la letteratura non suscita interrogativi e non attiva il pensiero, ma ci dà le risposte rassicuranti che vogliamo ascoltare, suona falsa lontano un miglio.

  6. Come sempre un accostamento che non mi aspettavo ma che trovo azzeccatissimo, anche se ho letto solo Orwell.
    Non c’entra nulla, ma ogni volta che leggo i tuoi post non posso fare a meno di fare a mia volta altri collegamenti, e stavolta mi è venuta in mente la cavalla stramazzata di Dostoevskij (in Delitto e Castigo), anche lì una metafora di oppressione se non ricordo male.

    1. @Phoebes
      Sì, hai ragione, è una pagina terribile e densamente simbolica, in quanto per contrasto prefigura in qualche modo il futuro delitto di Raskolnikov.
      Un -altro, ennesimo- ottimo motivo per affrontare la rilettura di Delitto e castigo semmai ce la farò, visto che emotivamente è un tantinello impegnativo 😛
      Ciao e mille grazie per il tuo prezioso contributo 😉

  7. La lettura dei libri di Isaac Singer è stata appassionante durante gli anni dell’università. Ora so che sono uscite le traduzioni dei libri del fratello, che però non ho ancora letto. Ma sono nel ‘cassetto’ in attesa.
    Sono comunque intervenuta per l’immagine del cavallo morto. Azzeccatissima con il libro di Singer di cui ho letto qui.
    Ho visto questa primavera il quadro nella mostra di Giovanni Fattori a Padova. Dipinto nel 1903, si intitola E ora?
    Fattori nelle sue ultime opere è un uomo malinconico e disilluso che rappresenta la solitudine e la fine degli ideali, quelli che nelle guerre d’indipendenza aveva rappresentato in altri dipinti; qui invece la stanchezza e la mancanza di speranza sono rese dall’immagine di un uomo vecchio a cui è morto il cavallo.
    Ottima scelta 🙂

    1. @zapgina
      Ho avuto la possibilità di vedere dal vivo i grandi quadri epici di Fattori alla GNAM, e devo dire che mi ha molto impressionata il contrasto con altre sue opere, come Libecciata o come questa qui inserita. Ho il sospetto che di questo quadro si sia ricordato anche Montale, dalla cui arcinota Spesso il male di vivere ho incontrato è tratto, come certo avrai notato, il titolo del post.
      Su Israel Singer che rispetto a Isaac è scrittore tanto più tragicamente grande, come il suo stesso fratello esplicitamente riconosceva, e anche sulla sorella Esther Singer Kreitman, ingiustamente misconosciuta fino a poco tempo fa, e la cui opera sta riemergendo all’attenzione dei lettori anche grazie al lavoro di un’ottima traduttrice, ti rimando qui:
      https://nonsoloproust.wordpress.com/?s=Singer
      Io stessa devo a NonSoloProust la conoscenza e la lettura di I.J.Singer (come di circa il novanta per cento delle opere e degli autori di cui in questo blog si è parlato e si parlerà).

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