Ceci tuera cela .Notre-Dame e Saint-Eustache

           notre dame7saint eustache La potenza plurisecolare delle grandi cattedrali parigine, simboli dell’eternità del potere religioso e regale, nei romanzi di Victor Hugo e di Émile Zola minaccia di essere schiacciata dal torchio di Gutenberg o sommersa dall’oceanico rigurgito di cibo di un immenso Gargantua di acciaio e vetro. La questione del crollo- simbolico- delle grandi cattedrali viene affrontata nei  due capitoli del libro quinto di Nôtre-Dame de Paris. Il primo capitolo, “Abbas beati Martini” è una conversazione a tre tra l’arcidiacono Claude Frollo, uno dei principali personaggi del libro, il suo amico Jacques Coctier, medico di corte di Luigi XI e un misterioso personaggio, compare hugoTourangeau, la cui identità apparirà ben presto ovvia a qualsiasi lettore avveduto; a loro Frollo si propone, novello Virgilio, come guida per orientarsi tra le foreste di simboli del libro di pietra:

Voi potete venire quando lo vorrete», proseguì rivolgendosi a Tourangeau, «vi mostrerò le particelle d’oro rimaste nel fondo del crogiolo di Nicolas Flamel, e voi le confronterete con l’oro di Guglielmo di Parigi. Vi insegnerò le virtù segrete della parola greca peristera. Ma prima di tutto, vi farò leggere una dopo l’altra le lettere di marmo dell’alfabeto, le pagine di granito del libro. Andremo dal portale del vescovo Guglielmo e di San Giovanni Rotondo alla Sainte-Chapelle, poi alla casa di Nicolas Flamel, in rue Marivaulx, alla sua tomba, che si trova ai Saints-Innocents, ai suoi due ospedali in rue Montmorency. Vi farò leggere i geroglifici di cui sono coperti i quattro grandi alari in ferro del portale dell’ospedale Saint-Gervais e di rue de la Ferronerie. Compiteremo ancora insieme la facciata di Saint-Côme, di Sainte-Geneviève-des-Ardents, di Saint-Martin, di Saint-Jacques-de-la-Boucherie…». Era già da un pezzo che Tourangeau, per quanto intelligente fosse il suo sguardo, sembrava non comprendere più don Claude. Lo interruppe.«Per la Pasqua di Dio! Ma che cosa sono dunque i vostri libri?». «Eccone uno», disse l’arcidiacono. Aprendo la finestra della cella, indicò col dito l’immensa chiesa di Notre-Dame che, stagliando contro il cielo stellato la sagoma nera delle sue due torri, dei suoi fianchi di pietra e della sua groppa mostruosa, sembrava un’enorme sfinge a due teste seduta al centro della città. L’arcidiacono contemplò per qualche istante in silenzio il gigantesco edificio, poi, stendendo con un sospiro la mano destra verso il libro stampato che era aperto sul suo tavolo, e la mano sinistra verso Notre-Dame, e volgendo uno sguardo triste dal libro alla chiesa, disse: «Ahimè! Questo ucciderà quello». Coictier, che si era avvicinato al libro con sollecitudine, non poté trattenersi dall’esclamare: «Mah! che c’è dunque di così temibile in questo: GLOSSA IN EPISTOLAS D. PAULI. Norimbergae, Antonius Koburger, 1474? Non è nuovo. È un libro di Pietro Lombardo, il Maestro delle sentenze. Forse perché è stampato?». «L’avete detto», rispose Claude, che sembrava assorto in una meditazione profonda e stava in piedi, appoggiando l’indice ripiegato sull’in-folio uscito dai famosi torchi di Norimberga. Poi aggiunse queste parole misteriose: «Ahimè! ahimè! le piccole cose trionfano sulle grandi; un dente ha la meglio su una massa. Il topo del Nilo uccide il coccodrillo, il pesce spada uccide la balena, il libro ucciderà l’edificio!». Il coprifuoco del chiostro suonò nel momento in cui il dottor Jacques ripeteva pianissimo al compagno il suo eterno ritornello: «È pazzo». Al che il compagno rispose questa volta: «Credo proprio di sì». Era l’ora in cui nessun estraneo poteva rimanere nel chiostro. I due visitatori si ritirarono.

Il secondo capitolo, intitolato appunto Questo uccide quello (Ceci tuera cela), è un capitolo digressivo  in cui Hugo riprende ed analizza la frase apparentemente oscura dell’arcidiacono Frollo

. A nostro avviso, quel pensiero aveva due facce. Era innanzitutto un pensiero da prete. Era il terrore del sacerdozio di fronte a un elemento nuovo, lanotre dame6 stampa. Era lo spavento e lo sbalordimento dell’uomo del santuario di fronte al torchio luminoso di Gutenberg. Erano la cattedra e il manoscritto, la parola parlata e la parola scritta, che si allarmavano per la parola stampata; qualcosa di simile allo stupore di un passero che vedesse la Legione angelica aprire i suoi sei milioni di ali. Era il grido del profeta che sente già il rumore e l’agitazione dell’umanità emancipata, che vede un avvenire in cui l’intelligenza scalzerà la fede, l’opinione detronizzerà la credenza, il mondo scuoterà Roma. Pronostico del filosofo che vede il pensiero umano, volatilizzato dalla stampa, dileguarsi dal recipiente teocratico. Terrore del soldato che esamina l’ariete di bronzo e dice: «La torre crollerà». Ciò significava che una potenza stava per avvicendarsi a un’altra potenza. Ciò voleva dire: «Il torchio ucciderà la chiesa». Ma sotto questo pensiero, senza dubbio il più immediato e il più semplice, ce n’era a nostro avviso un altro, più nuovo, un corollario del primo, meno facile da capire e più facile da contestare, un modo di vedere altrettanto filosofico, e non più soltanto del prete, ma del saggio e dell’artista. Era il presentimento che il pensiero umano, cambiando di forma, stesse per cambiare modo di esprimersi, che l’idea capitale di ogni generazione non si sarebbe scritta più con la medesima materia e nello stesso modo di prima, che il libro di pietra, così solido e così durevole, avrebbe fatto posto al libro di carta, ancora più solido e duraturo. Da questo punto di vista, la vaga formula dell’arcidiacono aveva un secondo senso; significava che un’arte stava per detronizzare un’altra arte. Voleva dire: «La stampa ucciderà l’architettura».

L’architettura, da sempre rappresentazione fisica del dogma religioso e del potere di Dio e -dunque- dei suoi rappresentanti, si rivela colosso dai piedi di creta: il suo potere simbolico e tirannico sta per essere minato alla base dal dibattito delle idee che viene favorito ed è in un certo senso consustanziale alla parola stampata- e Hugo riconnette proprio all’invenzione di Gutemberg la diffusione immensa delle tesi di Lutero, e la sua portata rivoluzionaria, quando senza di essa sarebbe stata ridotta ad un’eterodossia tra le tante. Grazie alla stampa il sapere, da  eterno e granitico, scolpito nella pietra come le Tavole della Legge, diviene invece fluido, portatile, riproducibile all’infinito; il pensiero umano,da solido diviene sostanza vitale, lettera e non più simbolo indecifrabile dai non iniziati:

I caratteri generali di qualsiasi architettura teocratica sono l’immutabilità, l’orrore del progresso, la conservazione delle linee tradizionali, la consacrazione delle primitive tipologie, il costante assoggettamento di tutte le forme dell’uomo e della natura agli incomprensibili capricci del simbolo. Si tratta di libri tenebrosi che solo gli iniziati sanno decifrare. Del resto, qualsiasi forma, persino qualsiasi deformità vi trova un significato che la rende inviolabile.

La pietra e la carta stampata rappresentano per Hugo i due fondamentali Testamenti dell’umanità, che si confrontano e Gargoyle2fronteggiano come immensi Gargoyle; destinato ad imporsi, tuttavia, è l’immenso edificio del pensiero, che Hugo celebra in una pagina di sapore borgesiano:

Questo edificio è colossale. Non so quale esperto di statistica ha calcolato che sovrapponendo uno sull’altro tutti i volumi usciti dal torchio da Gutenberg in poi, si coprirebbe lo spazio fra la Terra e la Luna; ma non è di questo tipo di grandezza che vogliamo parlare. Tuttavia, quando si cerca di farsi un’idea globale dell’insieme dei prodotti della stampa fino ai giorni nostri, questo insieme non ci appare forse come un’immensa costruzione, posata sul mondo intero, alla quale l’umanità lavora senza posa, e la cui cima mostruosa si perde nelle nebbie profonde dell’avvenire? È il formicaio degli intelletti. È l’alveare a cui tutte le immaginazioni, queste api dorate, giungono con il loro miele. L’edificio ha mille piani. Qua e là si vedono aprirsi sulle sue rampe le tenebrose caverne della scienza, che si intersecano nelle sue viscere. Su tutta la superficie l’arte aggiunge lo spettacolo lussureggiante dei suoi arabeschi, dei suoi rosoni, delle sue trine. Qui ogni opera individuale, per quanto sembri capricciosa e isolata, trova la sua collocazione e il suo rilievo. L’armonia risulta da tutto. Dalla cattedrale di Shakespeare fino alla moschea di Byron, mille guglie si accalcano confusamente su quella metropoli del pensiero universale. Alla sua base sono stati riscritti alcuni antichi titoli dell’umanità che l’architettura non aveva registrato.[…]Certo, anche questa è una costruzione che cresce e si ammucchia in spirali senza fine; anche qui c’è confusione di lingue, attività incessante, lavoro infaticabile, concorso accanito dell’intera umanità, rifugio promesso all’ intelligenza contro un nuovo diluvio, contro una sommersione di barbari. È la seconda torre di Babele del genere umano.


E’ noto che Zola  non amasse troppo Victor Hugo, per il suo sostegno distaccato nei confronti dei comunardi e forse anche per inconfessabile gelosia professionale.zola1 Ma chissà che Zola non pensasse proprio ad Hugo nel personaggio di Florent, il forzato tornato dalla colonia di pena (come Jean Valjean), col petto ancora pieno di utopie generose che fatalmente lo porteranno alla distruzione; e come non leggere un omaggio -polemico, forse, ma pur sempre un omaggio- nella citazione della formula questo uccide quello, pronunciata da Claude Lentier (futuro protagonista de L’opera, il grande romanzo di Zola sull’arte), a proposito del mercato de Les Halles, il nuovo cuore pulsante e pagano della vita parigina, che ha seppellito Dio non più in una pietra scolpita, ma lo ha asfissiato sotto una valanga di cavolfiori, pesce, salumi e formaggi stagionati:

Agli Champs-Elysées, il pittore, che si era svegliato, vedendo soltanto, ai due lati del carro, le chiome degli alberi, e, in fondo, la grande massa verde del giardino delle Tuileries, cominciò a parlare da solo. Passando davanti a rue du Roule, aveva guardato il portale laterale di Saint-Eustache, che si vede da lontano, al di sotto del gigantesco hangar di una delle strade coperte delle Halles. Ne parlò a lungo, perché intendeva trovarci un simbolo. «È uno strano accostamento», disse, «quello scorcio di chiesa inquadrato dalla struttura di ghisa… Un materiale ucciderà l’altro, il ferro avrà la meglio sulla pietra, e vi assicuro che i tempi sono ormai maturi… Credete al caso, voi, Florent? Io sono saint eustache rosoneconvinto che non è soltanto per bisogno di simmetria che il rosone di Saint-Eustache sta proprio in mezzo alle Halles centrali. Guardate, c’è tutto un manifesto, lì dentro: è l’arte moderna, il realismo, il naturalismo, come lo volete chiamare, che si è sviluppato proprio di fronte all’arte antica… Non siete d’accordo con me?». Florent taceva, e Claude continuò:«D’altronde, l’architettura di questa chiesa è assolutamente bastarda: il Medioevo vi agonizza, e il Rinascimento vi balbetta appena… Avete notato quali tipi di chiese si costruiscono oggi? Somigliano a qualsiasi altra cosa: a biblioteche, a osservatori, a piccionaie, a caserme, ma certamente nessuno è disposto a credere che il buon Dio abiti lì dentro. Gli operai del buon Dio sono tutti morti, e la cosa più giusta da fare sarebbe non fabbricare più quelle ignobili StEustache_1carcasse di pietra, dove non abbiamo nessuno da alloggiare… Dall’ inizio del secolo, è stato costruito soltanto un monumento originale, non copiato dagli altri in nessuna sua parte, ma spuntato spontaneamente dal suolo della nostra epoca: le Halles centrali. Pensate, Florent! È un’ opera coraggiosa, e si tratta soltanto di una timida avvisaglia del xx secolo… Ecco perché Saint-Eustache è finita, perbacco! Saint-Eustache sta laggiù, col suo rosone, abbandonata dal popolo devoto, mentre le Halles le si dispiegano accanto, tutte brulicanti di vita… Ecco quello che penso, vecchio mio!».

Il brano de Il ventre di Parigi acquista spessore e dimensione se viene messo in rapporto al precedente. Nella struttura metallica dei padiglioni del mercato de Les Halles, altro simbolo architettonico della Parigi del Secondo Impero, la città d’acciaio e ferro,  Zola vede il trionfo della modernità, ma intende anche denunciare il sazio e appagato egoismo della borghesia parigina, dei Grassi che vedono eppure non credono all’insaziabile, torturante fame dei Magri, dei poveri per sorte o per colpa, che faticano a mettere insieme un pranzo da due soldi. A differenza di Hugo, dunque,  Zola non crede che il valore simbolico dell’architettura muoia, ma che semplicemente si rinnovi, celebrando i nuovi valori, i nuovi idoli della modernità, simbolo delle future città terribili. Qui Dio è morto, ucciso non dalla potenza della Parola stampata, come in Hugo, o da un dilemma etico, come in Dostoevskij, quanto piuttosto di indigestione e asfissia, sepolto sotto una valanga di cibarie d’ogni genere, divorato, digerito e infine espulso dal bulimico e insaziabile ventre di Parigi.

LEs halles

Ricostruzione del complesso de Les Halles visto da Saint-Eustache


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Le citazioni qui riportate dei romanzi di Hugo e Zola sono tratti, rispettivamente, dalle edizioni italiane Garzanti Grandi Libri (Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, pref. Carlo Bo, traduzione e note di Sergio Panattoni, Milano 1996, V ed.2012) e dal volume Newton Compton (Zola, I grandi romanzi, cura e introduzione di Riccardo Reim, 2011)

La pagina di Wikipedia dedicata a Zola e al ciclo dei Rougon.Maquart, fondamentale per comprendere il prima e dopo de Il venre di Parigi e la sua esatta posizione nell’economia del ciclo dei romanzi

– A Notre-Dame de Paris è ispirata l’omonima opera popolare di Riccardo Cocciante  su libretto di Luc Plassons , versione italiana  di Pasquale Panella; la canzone Parlé-moi de Florence (Parlami di Firenze)  è centrata appunto sul concetto

analizzato nelle pagine, anche se qui, per esigene di sintesi scenica, il dialogo si svolge tra Frollo (Fabrizio Voghera) e il poeta Gringoire (Matteo Setti). Propongo qui la versione italiana, consigliando però assolutamente l’ascolto della versione francese, per la quale la musica è stata scritta originariamente:

-Il mercato de Les Halles  non esistepiù,abbattuto negli anni Sessanta e sostituito da una struttura più moderna e adeguata alle nuove esigenze della metropoli- e della metropolitana, visto che Les Halles costituisce oggi uno degli snodi più  importanti della rete sotterranea di Parigi. Per saperne di più sulla vita vissuta de Les Halles negli anni Cinquanta e Sessanta, tutto ciò che volete sapere è in questo filmato, segnalatomi da Gabrilu,Èôô che qui ringrazio:

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5 comments

  1. Nel corso del mio primo viaggio a Parigi (1971 mi pare) ebbi modo di vedere il vecchio mercato di Les Halles già svuotato ma ancora in corso di demolizione. Pensai con un po’ di rammarico a quel “Ventre de Paris” che non avrei mai più potuto osservare, odorare, calpestare coi miei passi e che sarebbe rimasto solo nelle pagine di Zola, e di tanti altri scrittori francesi dell’800 e del primo ‘900.
    Ricordo però anche che con i miei amici e compagni di viaggio commentammo quanto rapidamente i francesi prendessero decisioni anche dolorose pur di rimodernare la città, e di quanto giudicavamo “immobiliste” e abuliche le nostre amministrazioni al loro confronto.

    1. @carloesse
      Personalmente,ritengo la distruzione de Les Halles un gran peccato, soprattutto a giudicare da quella specie di labirinto di tubi che lo ha sostituito- sostituzione necessaria, certo, in nome del progresso, ma secondo me dolorosa, o quantomeno infelice.
      Quanto a noi italiani, la conservazione inalterabile dello status quo ,è non solo in campo urbanistico- dove se si cambia si peggiora soltanto, per fare favori agli amici degli amici- è parte del costume nazionale.
      Tomasi di Lampedusa docet.
      Ciao e mille grazie

      1. La mia infatti era una considerazione anche sul diverso modo di vedere le cose da giovani e da più anziani (anche se già allora un po’ di rammarico lo provavo…).
        I “vizi” tipicamente italiani poi sono una vera piaga che, come giustamente dici, meritano un discorso tutto a parte.

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