Le spose promesse . Gabriele D’Annunzio e Italo Svevo

Il tema della sposa trepidante che sogna di essere scelta dall’eroe (dal re, dal principe, dal califfo, dal sultano) per portarne avanti la discendenza (scelta che l’eroe compie peraltro non sempre secondo la propria volontà), è ricorrente nella mitologia occidentale (come pure araba, indiana e giudaico-cristiana). Ma il mito  occidentale forse più eloquente di un’attesa lunga e  poi crudelmente disillusa dell’eroe che salva e poi abbandona le vergini indifese è quello del giardino delle Esperidi, visitato da Eracle nel corso della sua undicesima fatica: come ci racconta Esiodo, infatti, le tre figlie di Atlante, Egle, Espere e Aretusa sono state poste a guardia del giardino dei frutti proibiti sacri ad Era, i pomi d’oro della conoscenza. Affinché ad esse stesse non venisse la tentazione di rubare i frutti, ecco che a guardia dell’albero è posto il drago Ladone. Eracle, grazie ad una freccia, o grazie all’aiuto dello stesso Atlante, ucciderà il drago e si impossesserà dei pomi da portare ad Euristeo. Ma l’abbandono dell’eroe ( o l’uccisione del serpente?) sarà il colpo di grazia per le povere vergini, che si lasceranno morire di dolore e che gli Argonauti, nel loro viaggio, troveranno trasformate in alberi (un pioppo nero, un olmo e un salice).

Di questo mito probabilmente si ricorda (non potrei mai dire quanto consciamente) D’Annunzio, nel suo romanzo Le vergini delle rocce; a D’Annunzio, probabilmente, si ispirerà  a sua volta Svevo per il quinto capitolo de La coscienza di Zeno, ma soltanto per risolvere  il sublime dannunziano  nella più feroce, amara ed esilarante dissacrazione.

Quando D’Annunzio  scrive Le vergini delle rocce, pubblicato nel 1895, ha ormai terminato di leggere – e di fraintendere gravemente- le opere di Nietzsche (così come, precedentemente, aveva fatto con Dostoevskij). La portata rivoluzionaria del pensiero del filosofo tedesco, che immagina un’umanità finalmente affrancata dai dettami e dai limiti della religione a seguito della morte di Dio e quindi libera di autodeterminarsi, viene ridotta da volontà di potenza a legittimazione dell’esercizio di potere  da parte dell’ eletto  sulla massa informe della plebe  tronfia ed arrogante (leggasi qui per plebe, latinamente, la classe borghese protagonista del processo di unificazione, che aveva ormai soppiantato l’aristocrazia nel governo del Paese).

Claudio Cantelmo, dunque, protagonista del romanzo e alter ego dell’autore,  si sente personalmente investito di questo sacro compito, e non può che auspicare l’unione con  una degna compagna per la creazione di questa nuova stirpe di semidei che possa riscattare la Patria della Bellezza (l’Italia, ndr) dal sordo grigiore in cui è precipitata. Ah, e con l’occasione, restituire Roma al suo antico destino di comando decretato per diritto divino, secondo gli insegnamenti del padre Dante. Ma dove, dove cercare tale eletta creatura? Non nell’aristocrazia romana (peraltro già ampiamente rappresentata ne Il Piacere) ormai corrotta dal vizio e forse da qualche infausta commistione con la stessa borghesia; piuttosto, nella progenie di un’antica e nobile stirpe dell’ aristocrazia del Regno delle Due Sicilie,  avviata ad un’inesorabile decadenza eppure ancora ostinata nel sogno impossibile di un ritorno all’antico splendore.

Vivevano a Trigento, nell’antico palazzo baronale circondato da un giardino quasi vasto come un parco, i Capece Montaga: famiglia tra le più illustri e magnifiche delle Due Sicilie, caduta in rovina nei dieci anni che seguirono la disgrazia del Re, quindi ritiratasi a vita oscura nell’ultimo dei suoi feudi, in fondo alla provincia silenziosa. Il vecchio principe di Castromitrano – che aveva goduto i supremi onori alla corte di Ferdinando e di Francesco, e che aveva seguito fedelmente l’esule a Roma e oltralpe senza mai rinunziare alle suntuosità del tempo felice – sognava da anni nell’ombra e da anni invano aspettava la Restaurazione, mentre la sua canizie precoce andavasi chinando sempre più verso il sepolcro e la sua figliuolanza andavasi disfacendo nel tedio inerte. Soltanto la demenza della principessa Aldoina turbava la lunga agonia gittandovi sopra a sprazzi lo splendore fantastico del Passato. E nulla poteva eguagliare in desolazione il contrasto tra la realtà miserevole e i pomposi fantasmi espressi dal cervello della demente. Quella grande stirpe moribonda aggiungeva a quel paese di  rocce una specie di funebre bellezza, per la mia anima che cercava già di raccogliere tutta l’anima inclusa nella chiostra lapidea. Mi nasceva già dal profondo un presentimento misterioso in cui il mio destino si avvicinava e si mescolava a quel destino solitario. E nella memoria mi risonavano con una tenue magia musicale i nomi delle principesse nubili: Massimilla, Anatolia, Violante: nomi in cui parevami fosse qualche cosa di vagamente visibile come un ritratto pallido a traverso un vetro offuscato; nomi espressivi come volti pieni di ombre e di lumi, in cui già parevami scoprire un infinito di grazia, di passione e di dolore.

Il ritratto delle tre sorelle è condotto su un registro sublime talmente ostentato da sfiorare la caricatura involontaria ( l’ironia – e l’autoironia- non sono  propriamente la cifra della scrittura dannunziana, del resto); allo sfrenato bisogno di sottomissione di Massimilla si contrappongono l’energia sovrumana e indomabile di Anatolia e la regalità umiliata e offesa della bellissima Violante:

«Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire» dice Massimilla silenziosamente, seduta sul sedile di pietra, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco, «Io non ho il potere di comunicare la felicità, ma nessuna creatura viva e nessuna cosa inanimata potrebbe, come la mia persona tuttdownload (2)a quanta, divenire il possesso perfetto e perpetuo di un dominatore. Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire. Mi divora un desiderio inestinguibile di donarmi tutta quanta, di appartenere ad un essere più alto e più forte, di dissolvermi nella sua volontà, di ardere come un olocausto nel fuoco della sua anima immensa. Invidio le cose tenui che si perdono, inghiottite da un gorgo o trascinate da un turbine; e guardo sovente e a lungo le gocce che cadono nel gran bacino svegliandovi appena un sorriso leggero. Quando un profumo m’involge e vanisce, quando un suono mi tocca e si dilegua, talvolta io mi sento impallidire e quasi venir meno, sembrandomi che l’aroma e l’accordo della mia vita tendano a quella medesima evanescenza. Pure talvolta la mia piccola anima è stretta dentro di me come un nodo. Chi la scioglie e l’assorbe? Ahi me, forse io non saprei consolare la sua tristezza; ma il mio volto ansioso e muto si volgerebbe sempre verso di lui spiando le speranze rinascenti nel suo segreto cuore. Forse non saprei spargere sul suo silenzio le sillabe rare, semi dell’anima, che in un attimo generano un sogno smisurato; ma nessuna fede al mondo vincerebbe d’ardore la mia fede nell’ascoltare pur quelle cose che debbono rimanere inaccessibili al mio intelletto. Io sono colei che ascolta, ammira e tace. Fin dalla nascita la mia fronte porta tra i sopraccigli il segno dell’attenzione. Dalle statue assise e intente ho appreso l’immobilità di un’attitudine armoniosa. Posso tenere a lungo gli occhi aperti e fissi verso l’alto perchè le mie palpebre sono lievi. Nella forma delle mie labbra è la figura viva e visibile della parola Amen.»

«Io soffro» dice dice Anatolia «d’una virtù che dentro di me si consuma inutilmente. La mia forza è l’ultimo sostegno d’una rovina solitaria, mentre potrebbe guidar sicura dalle scaturigini alla foce un fiume colmo di tutte le abondanze della vita. Il mio cuore è infaticabile. Tutti i dolori della terra non riescirebbero a stancare il suo palpito; la più fiera violenza della gioia non l’infrangerebbe, come non l’estenua questa lunga e lentissima 12 pena. Un’immensa moltitudine di creature avide potrebbe abbeverarsi nella sua tenerezza senza esaurirla. Ah perchè dunque il destino mi costringe a quest’officio così angusto, a questa pena così lenta? Perchè mi vieta l’alleanza sublime a cui il mio cuore anela? Ioastartesyriacaweb potrei assumere un’anima virile alla zona eccelsa, là dove il valore dell’atto e lo splendore del sogno convergono in un medesimo apice; io potrei estrarre dalla profondità della sua inconscienza le energie occulte, ignorate come i metalli nelle vene della pietra bruta. Il più dubitoso degli uomini ritroverebbe al mio fianco la sicurezza; colui che smarrì la luce rivedrebbe in fondo al suo cammino il segnale fermo; colui che fu percosso e mutilato ritornerebbe sano ed integro. Le mie mani sanno avvolgere la benda intorno alle piaghe e strapparla di su le palpebre oppresse. Quando io le tendo, il più puro sangue del mio cuore affluisce all’estremità delle mie dita magneticamente. Io posseggo i due doni supremi che amplificano l’esistenza e la prolungano oltre l’illusione della morte. – Non ho paura di soffrire e sento su i miei pensieri e su i miei atti l’impronta dell’eternità. Per ciò mi agita questo desiderio di creare, di divenir per l’amore colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli. La mia sostanza potrebbe nutrire un germe sovrumano. In sogno, io vegliai tutta una notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, io reggeva nelle mie palme la sua anima tangibile come una sfera di cristallo; e il mio petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.»

Dice Violante: «Io sono umiliata. Sentendo su la mia fronte pesare la massa dei miei capelli, ho creduto di portare una corona; e i miei pensieri sotto quel peso regale erano purpurei. La memoria della mia infanzia è tutta accesa d’una visione di  stragi e d’incendii. I miei occhi puri videro correre il sangue; le mie narici delicate sentirono l’odore dei cadaveri insepolti. Una regina giovine e ardente, che aveva perduto il trono, mi sollevò nelle sue braccia prima di partire per un esilio senza ritorno. Da tempo io ho dunque su la mia anima lo splendore dei destini grandiosi e tristi. In sogno, ho vissuto mille vite magnifiche, passando per tutte le dominazioni sicura come chi ricalca un sentiere già cognito. Negli aspetti delle cose più diverse ho saputo scoprire segrete analogie con gli aspetti della mia forma, e per un’arte nascosta indicarle alla meraviglia degli uomini; e assoggettare le ombre e le luci, come le vesti e i gioielli, a comporre l’ornamento impreveduto e divino 651336bddella mia caducità. I poeti vedevano in me la creatura speciosa, nelle cui linee visibili era incluso il più alto mistero della Vita, il mistero della Bellezza rivelata in carne mortale dopo intervalli secolari, a traverso l’imperfezione di discendenze innumerevoli. E pensavano: – Ben è questa la compiuta effigie dell’Idea che i popoli terrestri intuirono confusamente fin dalle origini e gli artefici invocarono senza tregua nei poemi, nelle sinfonie, nelle tele e nelle argille. Tutto in lei esprime, tutto in lei è segno. Le sue linee parlano un linguaggio che renderebbe simile a un dio colui che ne comprendesse la verità eterna; e i suoi minimi moti producono nei confini del suo corpo una musica infinita come quella dei cieli notturni. Ma eccomi umiliata, priva dei miei regni! La fiamma del mio sangue impallidisce e si estingue. Scomparirò, men venturosa delle statue che testimoniavano la gioia della vita su le fronti delle città scomparse. Mi dissolverò ignorata per sempre, mentre esse dureranno custodite nelle tenebre umide con le radici dei fiori e un giorno dissepolte sembreranno auguste come i doni della Terra all’anima estatica dei poeti genuflessi. Ho sognato omai tutti i sogni, e i capelli mi pesano più di cento corone. Stupefatta dai profumi, amo rimanere a lungo presso le  fontane che raccontano di continuo la medesima favola. A traverso le ciocche dense che mi coprono gli orecchi, odo come in lontananza scorrere indefinitamente il tempo nella monotonia delle acque.»

Quando viene supplicato dai due fratelli  Oddo e Antonello di tornare a far visita alla loro avita dimora, in nome dell’antica amicizia tra le famiglie e delle estati d’infanzia trascorse insieme, Cantelmo comprende  di dover far dono ad una delle tre principesse  della propria forza vitale e creatrice, per poter finalmente dare origine alla progenie eletta dei custodi della Bellezza, unico baluardo dell’aristocrazia dello Spirito contro “l’arroganza delle plebi” e la mediocrità di un “re di stirpe guerriera”  che nel  chiuso della dimora eccelsa del Quirinale ” dava esempio mirabile di pazienza adempiendo l’officio umile e stucchevole assegnatogli per decreto fatto dalla plebe”:

Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione ti viene dal bisogno che provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace di alimentare mille esistenze. È ben questo il premio dei tuoi assidui sforzi: – ora tu possiedi l’impetuosa fecondità delle terre profondamente lavorate”. E mentre prosegue, rallentando ad arte la passeggiata a cavallo verso la casa, per gustare la pena e la gioia del momento ( a suo dire  irripetibile), è tormentato dalla domanda angosciosa:” Chi sarà l’eletta?”

La prima delle sorelle ad apparire agli occhi ammirati e stupefatti di Claudio è Violante. . Ella era sotto un alto arco di bosso, con i piedi nell’erba; e un lembo di prato per l’apertura si dileguava, in liste d’oro, dietro la sua persona. Sorrideva senza avanzare, attendendo che noi le giungessimo da presso; e pareva ch’ella offrisse al mio sguardo attonito la sua bellezza intera in quell’attitudine calma, su quella soglia verde ove forse le sue dita avevano reciso le numerose viole che le ornavano la cintura. Mi tese la mano guardandomi in volto, e mi disse con una voce che era la perfetta espressione musicale della forma onde esciva: – Siate il benvenuto.

Tuttavia, dalla lentezza e dalla fatica con cui la giovane sale le scale del palazzo, l’eroe comprende immediatamente che la sua costituzione fragile e nevrotica non potrebbe tollerare l’amore di un uomo né tantomeno il peso di una gravidanza; ella può essere amata ed adorata soltanto da lontano:  “È giusto ch’ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio.”[…]”Ah io l’adorerò ma non oserò amarla; non oserò guardare nella sua anima per sorprendere il suo segreto. Pure ogni suo moto rivela ch’ella è fatta per l’amore; ma per l’amore sterile, per la voluttà che non crea. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammai  l’onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno.”

La scelta di Cantelmo cade allora su Anatolia, poiché la natura ascetica e fragile di Massimilla l’ha spinta a rivolgersi alla preghiera e a volersi fare “fidanzata di Gesù”, ovvero prossima alla monacazione (probabilmente in omaggio alla manzoniana   Gertrude e alla capinera di verghiana memoria), non certo senza che sia estranea alla sua scelta l’ascosa passione per l’eroe; ma quando alla fine, nel corso di una passeggiata sul monte Corace, Claudio rivela ad Anatolia che è lei l’eletta, ecco che ella, pur profondamente commossa, rivela l’impossibilità  di accettare la chiamata dell’eroe in nome della missione più alta che la chiama ad attendere al suo sacro dovere:

– M’è vietata la felicità – disse con una voce dolorosa ma sicura, tenendo sempre gli occhi intenti al giardino delle sue pene, alla casa del suo martirio. – Anch’io, come Massimilla, mi sono consacrata; e anche il mio voto è inviolabile. E non è soltanto un atto della mia volontà, Claudio. Ora sento che è un sacrificio necessario, a cui non potrò sottrarmi. Voi avete udito dianzi il suono della mia risposta, quando mi avete invitata a salire con voi fino alla cima. Avete veduto quanto mi paresse leggero da prima il salire con voi, col sostegno della vostra mano. Ma poi…. non ho potuto andare più oltre; non abbiamo raggiunta la cima. Vedete: sono qui, inchiodata a un macigno. Voi mi fate un’offerta di cui voi medesimo non conoscete il pregio come io lo conosco; ed eccomi oppressa da una tristezza tanto grave che temo di non poterla sostenere, io che non ho mai avuto paura di soffrire! 

Anatolia,dunque, incarnazione del genius loci, sa di non poter abbandonare la casa  in cui la sua famiglia si sta consumando lentamente, inesorabilmente. In lacrime, confessa a Claudio che Antonello ha tentato il suicidio; che suo padre e la madre, ridotta l’ombra di sé stessa, spiano i suoi passi, in angosciosa, trepida attesa;e il terrore di potere, anche lei, fate un giorno la stessa fine:

– Pensate – ella riprese a dire, con la voce omai rotta – pensate, Claudio, quel che accadrebbe di loro se io non fossi più là, se io li abbandonassi! Anche quando io m’allontano per poco, provo non so che rammarico, non so che rimorso. Ogni volta che varco la soglia per uscire, un presentimento funesto mi stringe il cuore; e mi sembra che, rientrando, io debba trovare la casa piena di grida e di pianti….[…]- Io stessa, io stessa non diverrei forse un giorno smemorata? non mi sentirei presa tutta quanta dai nuovi affetti, dalle nuove cure, e dall’ebrezza delle vostre speranze? Troppo è grande il compito che voi volete assegnare alla compagna dei vostri sforzi, Claudio. Le vostre parole sono nella mia memoria…. Ahimè, non è possibile alimentare nel tempo medesimo due fiamme! La nuova diventerebbe in breve così vorace che io dovrei sacrificarle tutti i beni della mia anima. E l’antica è così fievole che basta ch’io volga altrove il capo perchè si spenga.

La speranza di dare vita ad una progenie eletta viene dunque, alla fine, perduta; le vergini sono consumate dal loro segreto (la tara ereditaria che ha già colpito la madre ed i fratelli e che probabilmente porterà anche loro alla follia), e le pagine finali del romanzo sembrano quasi alludere ad una sorta di suicidio collettivo bevendo le acque, forse avvelenate, di una fonte d’acqua derivante dal lago vulcanico del Corace, peraltro esplicitamente definito infernale:

Più tardi, nel pianoro dove i miei uomini attendevano con le mule e dove sostammo arsi dalla sete e affranti dalla fatica, io composi per l’ultima volta in una armonia infinitamente bella e dolorosa la bellezza e il dolore delle tre principesse. Non erano elle nel chiuso giardino, ma pur le cingeva una lapidea chiostra degna delle loro anime e dei loro fati; poichè grande era e singolare l’aspetto dei luoghi intorno. Le rocce disposte in cerchio e digradanti davano imagine d’un colosseo construtto per opera ciclopica, corroso da secoli e da intemperie senza numero ma improntato ancora di stupende vestigia. Frammenti d’una scrittura sconosciuta vi apparivano, incomprensibili enigmi della Vita e della Morte; le vene tortuose della pietra conducevano l’essenza d’un pensiero divino; e nelle inclinazioni delle moli informi eravi un segno come nei gesti dei simulacri perfetti.  Quivi sostammo, quivi io raccolsi l’ultima armonia. Un uomo della gleba – che somigliava colui il quale aveva reciso col suo ferro adunco i rami del mandorlo fiorito – ci condusse a una sorgente nascosta nella cavità di una rupe. La vena scaturiva mormorando, limpida e glaciale; e su l’acqua galleggiava una tazza rustica di scorza, fenduta e priva del fondo, simile al guscio inutile d’un frutto. Io offersi ad Anatolia un’altra tazza che l’uomo aveva portata seco. Ma Violante, senza attendere, si scoperse la bocca e, chinandosi su la polla vivida, bevve a lunghi sorsi come una fiera. Vidi la sua bocca e il suo mento stillanti, quando ella si sollevò; ma subito ella si volse e riabbassò il lembo del velo. Così velata, sedette su la pietra più vicina alla sorgente selvaggia che aveva per lei una troppo tenue canzone; e la sua attitudine evocò nel mio spirito tutti gli incanti delle sue fontane. Pur nella stanchezza, ella non s’abbandonava; chè anzi ora appariva quasi rigida, eretta da un orgoglio muto e ostile. Anche una volta tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della sua presenza: segrete analogie congiungevano i circostanti misteri al suo mistero. Anche una volta ella pareva respingere il mio spirito verso le lontananze del tempo, verso le antiche imagini della Bellezza e del Dolore.[…]. Il sole accendeva in giro i culmini delle rocce, rilevando  nell’azzurro i loro lineamenti solenni. Una grande tristezza e una grande dolcezza cadevano dall’alto nella chiostra solitaria, come una bevanda magica in una coppa rude. Quivi riposarono le tre sorelle, quivi io raccolsi la loro ultima armonia.


Spogliata di qualsiasi mitologia, ma pure sostenuto dallo stesso sentimento, soltanto forse abbassato di tono, ecco La storia del mio matrimonio, il quinto , delizioso e ferocissimo capitolo de La coscienza di Zeno descrive  il protagonista esattamente nella stessa situazione di Claudio Cantelmo. Se il sistema  borghese interdice  di fatto qualsiasi forma di carriera  degna di tale nome a colui che non abbia contratto il sacro vincolo del matrimonio, ecco dunque che il bisogno di approvazione personale , mai soddisfatto in Zeno, unito a quello del riconoscimento sociale spingono l’inetto ad incamminarsi, quasi renitente, lungo la strada battuta del matrimonio rispettabile:

Nella mente di un giovine di famiglia borghese il concetto di vita umana s’associa a quello della carriera e nella prima gioventù la carriera è quella di Napoleone I. Senza che perciò si sogni di diventare imperatore perché si può somigliare a Napoleone restando molto ma molto più in basso. La vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell’onda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore! M’aspettavo perciò anch’io di

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Hector Schmitz (Italo Svevo) e Livia Veneziani nel giorno delle nozze

divenire e disfarmi come Napoleone e l’onda. La mia vita non sapeva fornire che una nota sola senz’alcuna variazione, abbastanza alta e che taluni m’invidiano, ma orribilmente tediosa. I miei amici mi conservarono durante tutta la mia vita la stessa stima e credo che neppur io, dacché son giunto all’età della ragione, abbia mutato di molto il concetto che feci di me stesso. Può perciò essere che l’idea di sposarmi mi sia venuta per la stanchezza di emettere e sentire quell’unica nota. Chi non l’ha ancora sperimentato crede il matrimonio più importante di quanto non sia. La compagna che si sceglie rinnoverà, peggiorando o migliorando, la propria razza nei figli, ma madre natura che questo vuole e che per via diretta non saprebbe dirigerci, perché in allora ai figli non pensiamo affatto, ci dà a credere che dalla moglie risulterà anche un rinnovamento nostro, ciò ch’è un’illusione curiosa non autorizzata da alcun testo. Infatti si vive poi uno accanto all’altro, immutati, salvo che per una nuova antipatia per chi è tanto dissimile da noi o per un’invidia per chi a noi è superiore.

Il riferimento a Napoleone non può che risuonare come un iperbolica parodia delle ambizioni superomistiche di Cantelmo; le considerazioni sul matrimonio sono poi la migliore espressione della sottile e rancorosa meschinità di Zeno, che affiora sempre in superficie nonostante l’autore (pardon, il Narratore) tenti di sommergerla nell’autogiustificazione. L’ironia implacabile di Svevo denuncia poi come, per Zeno, e forse anche per sé stesso, la necessità di una sposa fosse superata di molto da quella di trovare finalmente una figura del padre che lo apprezzi e lo gratifichi, riconoscendo quella sua bontà ( altra chiara mistificazione di ascendenza dannunziana) che il suo vero padre, morto forse proprio per i pensieri e le angustie provocategli da quel figlio debosciato, non aveva mai fatto:

Il bello si è che la mia avventura matrimoniale esordì con la conoscenza del mio futuro suocero e con l’amicizia e l’ammirazione che gli dedicai prima che avessi saputo ch’egli era il padre di ragazze da marito. Perciò è evidente che non fu una risoluzione quella che mi fece procedere verso la mèta ch’io ignoravo. Trascurai una fanciulla che per un momento avrei creduto facesse al caso mio e restai attaccato al mio futuro suocero. 

Le ragazze in età da marito sono le tre figlie maggiori di casa Malfenti, Augusta, Ada e Alberta (la più piccola, Anna, è una bimba di otto anni che istintivamente non prova alcuna simpatia per Zeno, tanto da fuggire spaventata al suo cospetto):

[A]ppresi soltanto che le sue  quattro figliuole avevano tutti i nomi dall’iniziale in a, una cosa praticissima, secondo lui, perché le cose su cui era impressa quell’iniziale potevano passare dall’una all’altra, senz’aver da subire dei mutamenti. Si chiamavano (seppi subito a mente quei nomi): Ada, Augusta, Alberta e Anna. […]Quell’iniziale mi colpì molto più di quanto meritasse. Sognai di quelle quattro fanciulle legate tanto bene insieme dal loro nome. Pareva fossero da consegnarsi in fascio. L’iniziale diceva anche qualche cosa d’altro. Io mi chiamo Zeno ed avevo perciò il sentimento che stessi per prendere moglie lontano dal mio paese.

Per Zeno, dunque, come già per  il suo  illustre predecessore, il matrimonio è un mezzo, non un fine, in cui la controparte è irrilevante, anzi serenamente intercambiabile (la frase Pareva fossero da consegnarsi in fascio è, a tal proposito, altamente indicativa); tuttavia, come sempre nel corso della sua esperienza, l’incontro con le fanciulle e l’sito degli eventi sarà molto diverso da quello da lui immaginato:

. Quella prima visita io la ricordo come se l’avessi fatta ieri. Era un pomeriggio fosco e freddo d’autunno; e ricordo persino il sollievo che mi derivò dal liberarmi del soprabito nel tepore di quella casa. Stavo proprio per arrivare in porto. Ancora adesso sto ammirando tanta cecità che allora mi pareva chiaroveggenza. Correvo dietro alla salute, alla legittimità. Sta bene che in quell’iniziale a erano racchiuse quattro fanciulle, ma tre di loro sarebbero state eliminate subito e in quanto alla quarta anch’essa avrebbe subito un esame severo. Giudice severissimo sarei stato. Ma intanto non avrei saputo images (2)dire le qualità che avrei domandate da lei e quelle che avrei abbominate[sic]. Nel salotto elegante e vasto fornito di mobili in due stili differenti, di cui uno Luigi XIV e l’altro veneziano ricco di oro impresso anche sui cuoi, diviso dai mobili in due parti, come allora si usava, trovai la sola Augusta che leggeva accanto ad una finestra. Mi diede la mano, sapeva il mio nome e arrivò a dirmi ch’ero atteso perché il suo babbo aveva preavvisata la mia visita. Poi corse via a chiamare la madre. Ecco che delle quattro fanciulle dalla stessa iniziale una ne moriva in quanto mi riguardava. Come avevano fatto a dirla bella? La prima cosa che in lei si osservava  era lo strabismo tanto forte che, ripensando a lei dopo di non averla vista per qualche tempo, la personificava tutta. Aveva poi dei capelli non molto abbondanti, biondi, ma di un colore fosco privo di luce e la figura intera non disgraziata, pure un po’ grossa per quell’età. Nei pochi istanti in cui restai solo pensai: «Se le altre tre somigliano a questa!…» 

La severità  e il rigore con cui Zeno si propone di scegliere l’eletta per l’alto compito di fargli da moglie non è indegna delle ambizioni di Cantelmo; ma qui, nel mondo reale, già la prima delle sue Muse lo tradisce. Augusta, infatti, è una creatura del tuto ordinaria, timida, riservata, connotata da scarsi capelli, da una corporatura grossa e da un forte strabismo (quasi un ritratto rovesciato della bellissima Violante). A Zeno, dunque, che scarta decisamente qualsiasi approccio, non resta che sperare nelle altre due opzioni disponibili:

Entrarono finalmente Ada e Alberta. Respirai: erano belle ambedue e portavano in quel salotto la luce che fino ad allora vi aveva mancato. Ambedue brune e alte e slanciate, ma molto differenti l’una dall’altra. Non era una scelta difficile quella che avevo da fare. Alberta aveva allora non più images (1)di diciasett’anni. Come la madre essa aveva – benché bruna – la pelle rosea e trasparente, ciò che aumentava l’infantilità del suo aspetto. Ada, invece, era già una donna con i suoi occhi serii in una faccia che per essere meglio nivea era un poco azzurra e la sua capigliatura ricca, ricciuta, ma accomodata con grazia e severità. È difficile di scoprire le origini miti di un sentimento divenuto poi tanto violento, ma io sono certo che da me mancò il cosidetto coup de foudre per Ada. Quel colpo di fulmine, però, fu sostituito dalla convinzione ch’ebbi immediatamente che quella donna Adafosse quella di cui abbisognavo e che doveva addurmi alla salute morale e fisica per la santa monogamia. Quando vi ripenso resto sorpreso che sia mancato quel colpo di fulmine e che vi sia stata invece quella convinzione. È noto che noi uomini non cerchiamo nella moglie le qualità che adoriamo e disprezziamo nell’amante. Sembra dunque ch’io non abbia subito vista tutta la grazia e tutta la bellezza di Ada e che mi sia invece incantato ad ammirare altre qualità ch’io le attribuii di serietà e anche di energia, insomma, un po’ mitigate, le qualità ch’io amavo nel padre suo.[…] Quella prima volta io guardai Ada con un solo desiderio: quello di innamorarmene perché bisognava passare per di là per sposarla. Mi vi accinsi con quell’energia ch’io sempre dedico alle mie pratiche igieniche. Non so dire quando vi riuscii; forse già nel tempo relativamente piccolo di quella prima visita.

L’amore per una donna, dunque, è ridotto ad una pratica igienica, assimilabile alle passeggiate quotidiane e alla regolare assunzione di sonniferi e farmaci contro la dispepsia. L’approccio qui è del tutto pragmatico, e ogni aspetto romantico e sentimentale viene sacrificato all’opportunità della scelta. Se mai dovesse cercarsi qualche   lontano antecedente nell’atteggiamento di Zeno, questi è Orlando, furioso non per amore ma per capriccio e frustrata smania di possesso.  Quando Zeno, dunque, incapricciatosi di Ada (perché di capriccio e smania di possesso trattasi, e non certo d’amore), ne verrà respinto vedendosi preferito Guido (l’antagonista forte, capace, gentile e sicuro di sé, che incarna tutte le qualità che zeno può invidiare soltanto) si rassegnerà a sposare Augusta, a cui peraltro per errore, nel corso di una seduta spiritica al buio, rivolge la propria dichiarazione d’amore scambiandola per la sorella, tentando poi, come sempre, di giustificare (e con quale spietata e rivelatrice precisione)  la propria scelta  come la migliore possibile per lui. Grazie all’imprevedibile originalità della vita e alla capacità (di machiavelliana ascendenza) di adattarsi docile e mutevole al corso degli eventi, l’inetto ha vinto dove il superuomo ha fallito:

Nella mia vita ci furono varii periodi in cui credetti di essere avviato alla salute e alla felicità. Mai però tale fede fu tanto forte come nel tempo in cui durò il mio viaggio di nozze eppoi qualche settimana dopo il nostro ritorno a casa. Cominciò con una scoperta che mi stupì: io amavo Augusta com’essa amava me. Dapprima diffidente, godevo intanto di una giornata e m’aspettavo che la seguente fosse tutt’altra cosa. Ma una seguiva e somigliava all’altra, luminosa, tutta gentilezza di Augusta ed anche – ciò ch’era la sorpresa – mia. Ogni mattina ritrovavo in lei lo stesso commosso affetto e in me la stessa riconoscenza che, se non era amore, vi somigliava molto. Chi avrebbe potuto prevederlo quando avevo zoppicato da Ada ad Alberta per arrivare ad Augusta? Scoprivo di essere stato non un bestione cieco diretto da altri, ma un uomo abilissimo. E vedendomi stupito, download (4)Augusta mi diceva: – Ma perché ti sorprendi? Non sapevi che il matrimonio è fatto così? Lo sapevo pur io che sono tanto più ignorante di te!  Non so più se dopo o prima dell’affetto, nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata. Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido. La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta.


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi e grassetti nei testi sono miei;

-Il mito delle Esperidi, con dovizia di riferimenti bibliografici ed iconografici, è illustrato da Károly Kerényi nel suo  fondamentale Gli dèi e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascità delle civiltàIl Saggiatore, pagg.382 e seg.

-Sia in D’Annunzio sia in Svevo, data la loro familiarità con l’opera di Dostoevskij, avrà agito il ricordo della visita del principe Myskin in casa del generale Epancin e dell’incontro con le tra figlie in età da marito Alexandra, Adelaida e  Aglaja (i cui nomi, evidentemente, iniziano tutti con la “A” come quelli delle sorelle Malfenti). La femminilità acerba, altera e sdegnosa di Aglaja sembra essere in parte adombrata nei due personaggi di Ada e Violante.

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16 comments

  1. Come sempre, Dragoval,i tuoi post originali aprono nuovi scorci o riaprono porte chiuse.
    Hai coraggio a trattare il tema della sposa, in attesa di essere scelta, tema ideologicamente spinoso che potrebbe essere commentato solo da quest’ ottica. A me ha fatto piacere rileggere le pagine di D’ Annunzio che- qui lo dico e qui lo nego- non trovo poi così insopportabile come nella vulgata comune. Mi sembra che nel suo stile ampolloso ( stavo per scrivere orpelloso, ma temevo una lode dalla Crusca…) , si trovino qua e là squarci anche intensi. E poi Svevo con la sua indimenticabile ironia. Diciamo che questo post, interessante come sempre, si snoda con quella chiarezza della studiosa che sa ben rappresentare la visuale da cui osserva i diversi testi. Ciao!

  2. @Renza
    Sempre così cara e squisita :-). In effetti immaginavo che la scelta di dedicare un post a D’Annunzio fosse oltremodo impopolare, soprattutto per i retaggi ideologici legati alla sua opera ( e alle conseguenti mistificazioni e strumentalizzazioni di questa compiute dal fascismo). E infatti ho ricevuto anche espliciti dissensi. Però io sottoscrivo il Wilde della prefazione al Ritratto di Dorian Gray : non esistono libri morali o immorali, ma solo opere scritte bene o scritte male. E D’Annunzio, nonostante con il suo insistito tono elevato risulti a volte francamente insopportabile, oltre che ridicolo, è e resta uno scrittore sublime , come spero le citazioni qui scelte e riportate dimostrino.
    Spero comunque sia chiaro -ero convinta lo fosse!- che io, da donna quarantaduenne che vede il raggiungimento della pari dignità tra uomini e donne non meno remoto di un limite matematico, non posso certo “essere d’accordo” con la rappresentazione di una femminilità così sottomessa- peggio: cosi funzionale – all’appagamento maschile, che si tratti indifferentemente di un superuomo o di un borghesuccio da strapazzo; tuttavia l’argomento di questo post, che nasce da ragioni estetiche molto prima che etiche e antropologiche, riconnettendo la narrativa al mito vuole illustrare comunque una realtà ed una mentalità millenarie, peraltro ancora profondamente attive e radicate, Anno Domini 2016 , nel nostro moderno e civilissimo Occidente (per tacere poi di altre realtà e religioni in cui la condizione delle donne è davvero di reificazione , di riduzione ad oggetti di proprietà).
    Scusa lo sproloquio, ma il tema mi sta molto a cuore.[Ehi, sei ancora lì?….Non sarai scappata, spero……O_o]
    Un saluto e mille grazie 🙂

  3. Cara Dragoval, certo che sono rimasta fino alla fine. Così come è ( era) certa la chiarezza del tuo pensiero sul tema. Per questo, ho apprezzato il coraggio di parlarne in modo anticonformista, oggi che non tanto l’ etica ( magari!) ma l’ ideologia e/o il pensiero che si crede verità rendono assai difficoltoso lo scambio di opinioni. Non mi paiono belli nè confortanti l’ impedimento ad affrontare i diversi punti di vista sulle cose, l’ ostracismo o il dileggio sulle idee. Mi piacerebbe molto il recupero della argomentazione, contro l’ invettiva che prevale in campo pubblico e negli scambi privati. Quanto al rapporto su etica ed estetica, che bel tema sarebbe. Ci vorrebbe altro spazio e , a me, anche una ” virtù più possente”. Grazie sempre a te che crei queste occasioni interessanti.

    1. @Renza
      Siete tu e le persone come te la prova tangibile che la possibilità di un dibattito civile in questo Paese, pur nell’eventuale legittimo dissenso, non è ancora morta del tutto. Speriamo se ne accorgano- e se ne ricordino- anche negli alti palazzi, dove decidono spesso in maniera così disinvolta del destino delle nostre teste.
      Grazie per l’attenzione e la stima che sempre mi dimostri (di cui, pur forse immeritevole, ti sono molto grata). Quanto alla “virtù possente”, sono certa non ti manchi affatto :-).

  4. Bello e stimolante come al solito anche questo tuo nuovo confronto alla luce del mito delle Esperidi. E come non essere d’accordo con te riguardo alla ancora radicata concezione nell’uomo di una “rappresentazione di una femminilità così sottomessa- peggio: cosi funzionale – all’appagamento maschile, che si tratti indifferentemente di un superuomo o di un borghesuccio da strapazzo” ?

    1. @carloesse
      Il guaio- il vero guaio- è che questa concezione è ancora profondamente radicata anche nelle donne, anche in quelle apparentemente più emancipate e sicure di sé. Insomma, se volessimo fare una battutaccia a sfondo matematico- sessista, si potrebbe dire che, al contrario di quanto avviene di solito in analisi matematica dove y=f(x), in campo sociale è assolutamente vera la relazione x=f(y). Speriamo che spunti presto l’alba radiosa in cui le donne possano iniziare a considerare sé stesse come una variabile indipendente , che non implichi necessariamente una scelta di solitudine o di “disinvoltura” nei comportamenti sessuali, ma che impari ad autodeterminare con onestà il proprio valore senza la necessità della legittimazione maschile.
      Più facile a dirsi che a farsi- i retaggi culturali costituiscono spesso un ostacolo inscalfibile.
      Un saluto- e grazie, mille grazie,soprattutto per la tua sensibilità sul tema 🙂

  5. Che di per se è affascinante, e meriterebbe approfondimenti in post appositamente creati.
    In più si avvicina anche l’8 marzo…
    (che a mio parere non dovrebbe essere considerato una festa, ma la commemorazione di una insulsa tragedia di oltre cent’anni fa, ma che molti – e anche molte, ahimè- sembrano dimenticare)

    1. @carloesse
      Sottoscrivo assolutamente, e se appunto pensiamo che le tragedie e i femminicidi di ieri e di oggi vengono sepolti sotto una catasta di rametti di mimose, cioccolatini e cene di dubbio gusto magari anche con spettacolo dello spogliarellista di turno…..(ossignùr, cambiando l’ordine degli addendi non cambia il risultato- di assoluto squallore).
      In realtà, l’8 marzo dovremmo andare tutte in giro con un nastro nero, altro che cioccolatini e mimose.

  6. Ancora non ho letto Svevo, e non penso che leggerò mai questo romanzo di D’Annunzio, ma L’Idiota l’ho letto e in effetti le tre sorelle con la A non possono essere un caso! Comunque sentendone parlare da te mi viene proprio voglia di leggere finalmente La coscienza di Zeno!

    1. @Phoebes
      Hoc erat in votis , cioè promuovere la lettura (dell’uno, dell’altro o di entrambi 😉 ).
      Sono certa che Svevo lo amerai ;-).
      Un saluto e grazie

  7. Che interessante il confronto tra questi due grandi miti letterari del passato!! Ti ho letta con grande grandissimo piacere! La cosa incredibile è che mi accorgo solo oggi di questo tuo bellissimo articolo, come se non fosse mai passato nel Lettore… Non capisco cosa sia successo, perché risulto iscritta al blog e quindi dovrei poter leggere ogni nuovo post. Ero infatti convinta che ti eri presa una lunga pausa 😉 Comunque bravissima è dir poco! Altro che recensioni o articoli, i tuoi sono dei veri e propri “studi”, lunghi e articolati, sempre interessanti e originali per le analogie scovate…. da stamparsi e da rileggersi nel tempo.

  8. @Alessandra
    Eh, ma così mi fai arrossire :-).
    Piuttosto, non saprei perché non ti arrivino le notifiche dei post……ho controllato anch’io il Lettore, sembra tutto in ordine…..forse è un complotto…..O_o…… o più verosimilmente, qualche impostazione disattivata (scusami se mi permetto, hai controllato se sono ancora attive le notifiche via mail ? ).
    Comunque, per un tuo riscontro, la prossima volta che pubblicherò un post mi permetterò di avvisarti- e qui veniamo alla questione della lunga pausa …..non è proprio così, anzi di roba che bolle in pentola ne ho parecchia, ma in questo periodo sono presa da mille cose e non riesco a trovare la necessaria concentrazione per mettere le idee nero su bianco- la forza superstite dei tre neuroni che mi sono rimasti si consuma durante le ore di lezione :-P).
    Ma qualcosa dovrei riuscire a buttar giù, prossimamente- spero.
    Intanto, un abbraccio forte e mille auguri di buona Pasqua! :-*

  9. Ciao Dravoval. Bellissimo articolo.
    E’ a mio avviso paradigmatico di cosa fosse culturalmente l’Italia di allora (solo di allora?) il fatto che il cialtrone D’annunzio (ché tale lo stimo) divenne “il Vate”, mentre Svevo venne scoperto… in Francia.
    Seguirò con interesse il Tuo blog, soprattutto quando parlerai di classici.
    A presto
    V.

  10. @viducoli
    Ciao e benvenuto, è un gran piacere vederti da queste parti :-). Apprezzo molto il tuo blog, che ho visitato diverse volte, anche se finora, per così dire, in maniera silente 😉
    Ah,D’Annunzio,D’Annunzio…..quando ero giovane non potevo neppure sentirlo nominare (pregiudizi ideologici), poi con gli anni ho imparato ad amare il poeta e a trovare interessante il romanziere , anche se si prende così dannatamente sul serio da costringerti a sghignazzare praticamente ad ogni frase (per tacere di quella sua insistenza sul registro del sublime, che ad un certo punto diviene semplicemente assordante- un’orchestra di soli ottoni). Un cialtrone, dici? Forse; di certo sarebbe potuto essere molto più grande di come è stato, ma la sua debolezza è sempre stata la vanità -oltre che la superficialità: è stato il primo ad introdurre nella nostra letteratura il pensiero di Nietzsche e Dostoevskij e guarda che scempio ne ha fatto.
    Svevo, invece.
    Altra pasta, altra tempra.
    Altra perfidia, squisita e sopraffina.E il suo rapporto con la Francia, e con la letteratura francese, chissà che non sia molto più profondo di quanto appaia, come ho insinuato altrove.
    Un saluto e grazie- e qui (quasi) sempre e solo di classici sentirai parlare, o, come a me piace definirle, di letture inattuali 🙂

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