Come i gigli nei campi.La tentazione della fede in Pasolini e Dostoevskij

Due anime tormentate, due interpreti profondi e visionari che hanno scorto nell’estrema miseria ed abiezione la radice della fede, e la più pura natura angelica negli abissi del Male.

 

Nel suo fondamentale saggio Tolstoj o Dostoevskij, George Steiner  si concentra sul rapporto con la fede dei due grandi autori russi. Le conclusioni  a cui giunge il critico francese sono per certi aspetti sorprendenti, dal momento che ribaltano la concezione tradizionale Tolstoj o Dostoevskijattorno ai due autori. Di solito si tende a leggere nelle opere di Tolstoj l’aspetto religioso, in Dostoevskij quello dannato, demoniaco e maledetto (come del resto sembrano autorizzare le cupe vicende e i personaggi maledetti di Delitto e Castigo, I demoni o I fratelli Karamazov.; in realtà, ad una lettura più profonda o almeno secondo la lettura di Steiner- emerge che in realtà la concezione di Tolstoj si avvicina maggiormente ad un paganesimo, ad un mondo in perfetto equilibrio, in cui l’uomo può fare a meno di Dio, mentre Dostoevskij i suoi miserabili lo cercano disperatamente-come i dannati o le anime del Limbo [e qui rimando intanto alle risorse e alle note a margine].  

Secondo Steiner,dunque, nell’opera di Dostoevskij esistono sostanzialmente due religioni: l’una ortodossa, rispondente al cerimoniale e ai dettami della Chiesa tradizionale, l’altra più profonda, «cifrata ed eretica». Il rimando ai dettami e ai rituali della fede sarebbe evidente anche dal nome dei protagonisti dei suoi romanzi: Raskol’nikov l’eretico, Aglaja la fiammeggiante, Stavrogin che contiene al suo interno la radice della parola greca “croce” (stauros), Ivan, lo scrittor de l’oscura Apocalisse.  Di Myškin, il miserabile, e del suo evidente carattere cristologico, della figura assolutamente buona che comprende e storna su di sé i mali del mondo fino a risprofondare nell’oblio dell’idiozia, abbiamo già parlato altrove. Ma forse, secondo l’autore (e in subordine anche secondo chi scrive) , il personaggio che meglio incarna la disperata conflittualità senza soluzione del sentimento religioso di Dostoevskij è la figura di Stavrogin, un accecante ossimoro vivente, la cui assoluta ambiguità morale è evidente già nella descrizione con cui ci appare:

Era un giovane molto bello, sui venticinque anni e, lo confesso, mi colpì. Mi aspettavo di vedere uno sporco straccione, esaurito dagli stravizi e alcolizzato. Invece era il più elegante gentiluomo che avessi incontrato, vestito straordinariamente bene, con un contegno quale poteva averlo solo un signore, abituato al più raffinato modo di vivere. Non mi ero meravigliato soltanto io, si era stupita l’intera città, che naturalmente conosceva già tutta la biografia del signor Stavrogin e anzi con certi particolari che era impossibile immaginare da dove fossero venuti e dei quali circa la metà, stranamente, risultavano veri. Tutte le nostre signore erano impazzite per il nuovo ospite. Si divisero nettamente in due partiti: quelle che lo adoravano e quelle che lo odiavano fino alla morte; ma andavano pazze per lui tanto le une che le altre. Alcune erano particolarmente affascinate dal fatto che egli nascondesse nell’anima qualche fatale mistero, le altre dal fatto che fosse un assassino. Era anche discretamente colto e aveva qualche cognizione. D’altronde non occorrevano molte cognizioni per meravigliare noi, ma sapeva dare giudizi anche su temi attuali molto interessanti, e cosa ancor più preziosa, con una straordinaria assennatezza. La riporto come una stranezza: tutti qui lo trovarono, fino dal primo giorno, straordinariamente assennato. Non era molto loquace, era elegante senza essere ricercato, straordinariamente modesto e nello stesso tempo ardito e sicuro di sé, come nessun altro. I nostri elegantoni lo guardavano con invidia e scomparivano del tutto davanti a lui. Mi colpì anche il suo viso: i suoi capelli erano un po’ troppo neri, i suoi occhi chiari un po’ troppo tranquilli e sereni, il volto fin troppo delicato e pallido, con un rossore troppo vivo e puro, i denti come perle, le labbra di corallo: sembrava un modello di bellezza, ma allo stesso tempo era ributtante.

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Aleksej Kirsanov  interpreta Stavrogin nella miniserie TV russa Besy (I demoni), 2014

Stavrogin infatti è una figura demoniaca, capace di scendere ai più infimi gradi dell’abiezione e della crudeltà; al centro di una rete di nichilisti che egli ha convinto della giustezza dell’omicidio e del delitto politico, Stavrogin pretende che venga sacrificato uno di loro,lo studente  Šatov , da poco- e non è un caso- convertitosi alla religione ortodossa( la cui moglie, Mar’ja  Šatova, è incinta proprio di Stavrogin), e che dell’omicidio si autoaccusi Kirillov, che dovrebbe suicidarsi lasciando  una confessione  firmata. Alla resistenza di Stepan Trofimovič Verchovenskij, il più fedele e appassionato seguace di Stavrogin, egli risponde con assoluta freddezza e noncuranza,  illustrando la necessità come se fosse coinvolto suo malgrado in un gioco stupido e noioso:

Stavrogin si alzò dalla sedia; in un baleno balzò in piedi anche Verchovenskij e macchinalmente si mise con la schiena verso la porta, come per sbarrare l’uscita. Nikolaj Vsevolodoviè aveva già fatto un gesto per respingerlo dalla porta e uscire, ma tutto a un tratto si fermò. «Io non vi cederò Šatov!» disse. Pëtr Stepanoviè sussultò, si guardarono l’un l’altro. «Ve l’ho già detto poco fa perché vi è necessario il sangue di Šatov» disse Stavrogin, e gli occhi scintillarono, «voi, con questo mastice, volete cementare i vostri gruppi. Poco fa avete mandato via Šatov in modo molto abile: sapevate troppo bene che egli non avrebbe detto: “Non denuncerei” e che avrebbe ritenuto una bassezza mentire davanti a voi. Ma io, io per che cosa vi servo? Voi mi inseguite da quando eravamo all’estero. E le vostre giustificazioni per ora sono pura follia. Intanto voi cercate di fare in modo che io, dando millecinquecento rubli a Lebjadkin, offra così l’occasione a Fed’ka di sgozzarlo. E voi pensate anche, lo so, che io voglia far sgozzare nello stesso tempo anche mia moglie. Dopo avermi così legato con un delitto a voi, credete naturalmente di acquistare potere su di me, perché è così, vero? A che vi serve il potere? A che diavolo servo io? Una volta per sempre guardate da vicino se sono il vostro uomo, e lasciatemi in pace.»

Eppure il cinico assassino è  anche capace di umiliarsi, e simbolicamente si unisce in matrimonio con Mar’ja Timofeevna, la zoppa veggente, l’ultima tra gli umili, trasparente immagine della Vergine, la cui fede nel suo principe è assoluta come solo può esserlo quello di una sacerdotessa iniziata  ai Misteri (e infatti, dinanzi a lei, qualcosa in Stavrogin sembra vacillare, piegarsi e sottomettersi inspiegabilmente):

Nikolaj Vsevolodovič non era stato lì neanche per un minuto che improvvisamente ella si risvegliò, come se avesse sentito il suo sguardo su di sé, aprì gli occhi e rapidamente si raddrizzò. Ma doveva esser successo qualcosa di strano anche all’ospite: continuava a stare in piedi, nello stesso punto, vicino alla porta; immobile con uno sguardo penetrante, fissava in silenzio e insistentemente il viso di lei. Forse quello sguardo era troppo severo, forse esprimeva ribrezzo e perfino un piacere maligno per il suo spavento o forse era parso così a Mar’ja Timofeevna, appena risvegliatasi, ma a un tratto, dopo un attimo di attesa, sul volto della povera donna apparve un assoluto terrore; cominciò a tremare, alzò le mani agitandole e si mise a piangere proprio come un bambino spaventato; ancora un istante, e si sarebbe messa a gridare. Ma l’ospite tornò in sé; in un attimo l’espressione del suo viso cambiò ed egli si avvicinò al tavolo con un sorriso affabile e gentile. «Scusatemi, vi ho spaventata, Mar’ja Timofeevna, entrando mentre dormtumblr_nkymrejY5v1qe570jo2_400ivate» disse porgendole la mano. Il suono di queste gentili parole produsse il suo effetto, il terrore scomparve, benché ella continuasse a guardarlo con timore, sforzandosi visibilmente di capire qualcosa. Poi distese la mano, timorosa. Finalmente sulle sue labbra spuntò un timido sorriso. «Buona sera, principe» mormorò fissandolo in modo strano. «Dovete aver fatto un brutto sogno» continuava a sorridere
lui sempre più affabile e più gentile. «E voi come fate a sapere che io ho sognato questo?…» E a un tratto cominciò a tremare di nuovo e indietreggiò, alzando davanti a sé un braccio, come per difendersi, pronta a scoppiare di nuovo a piangere. «Tornate in voi, vi prego, possibile che non mi abbiate riconosciuto?» la pregava Nikolaj Vsevolodoviè, ma questa volta per lungo tempo non riuscì a persuaderla; ella lo guardava in silenzio, sempre con la stessa tormentosa perplessità, con un pesante pensiero nella sua povera testa, sempre sforzandosi di capire qualcosa.

Ciò che  Mar’ja Timofeevna intuisce senza poter spiegare è evidentemente la profonda ambiguità della natura di Stavrogin: una natura in cui il sublime e l’abietto coincidono e si fondono. In  Stavrogin, infatti, si incarna, per usare le parole di Steiner, «un’eresia antica e disperata»: se Dio è il creatore del tutto, egli non può che comprendere in sé anche il Male. Stavrogin dunque incarna insieme Cristo e l’Anticristo, è corrotto, è un falso profeta, eppure viene deriso e umiliato (sopporta senza reagire che lo stesso Šatov lo schiaffeggi), e muore orribilmente, dopo la sua atroce confessione, andando ad impiccarsi come Giuda Iscariota. E’ in questa pagina terribile che, davvero, il Male si rivela nella sua natura  di pervertimento dell’amore. Ma  il paradosso dell’identità metafisica di Bene e Male, o quantomeno di un’antinomia esclusivamente apparente, tensione dialettica necessaria all’esistenza del mondo, è affrontato nell’ultimo, grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov,  incentrato, com’è noto, sul tema del parricidio e della morte di Dio.

Dei diversi, indimenticabili personaggi l’anima del romanzo, un’anima  nera e disperata , è certamente quella di Ivan Karamazov,  fratello spirituale di Stavrogin: il suo spirito  si consuma  nell’incredulità e nella disperazione, nonché nel senso di colpa  per aver desiderato e istigato la morte del(l’orribile) padre Fëdor per mano del demente servo Smerdjakov (figlio naturale del vecchio Karamazov) e aver lasciato che la colpa ricadesse sul  fratellastro Dmitrij. La parabola umana, troppo umana di Ivan non può trovare consolazione; la sua mente ottenebrata lo porta addirittura ad immaginare un colloquio col diavolo, giovanotto in abiti borghesi che lo attende nel proprio studio, evidente metafora dell’ Altro Sé, della Metà Oscura, che pure ribadisce la sua assoluta ambiguità etica, il rimpianto di Lucifero per non essere più unito al coro degli angeli, la necessità inevitabile della perdizione di molti per la salvezza di una sola anima:

«Tu menti! Lo scopo della tua apparizione è convincermi della tua esistenza». «Esattamente. Ma i tentennamenti, il turbamento, la lotta tra la fede e l’incredulità costituiscono un tale tormento per un uomo di coscienza comete che impiccarsi sarebbe meglio. Sapendo che tu credi un pochino in me,ti ho definitivamente punzecchiato con l’incredulità raccontandoti questo aneddoto. Ti conduco alternativamente ora alla fede ora all’incredulità e ho il mio scopo a far così. È il nuovo metodo,

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Nick Jonson è Ivan Karamazov nell’adattamento del romanzo di Dostoevskij proposto al teatro Samuel Beckett di Dublino  nel Febbraio 2014

signore: quando comincerai a non credere più in me, allora immediatamente dirai che non sono un sogno, ma ho una mia esistenza, ti conosco già: e allora avrò raggiunto il mio scopo. E il mio è un nobile scopo. Ti getterò un minuscolo seme e da quello nascerà una quercia, e una quercia tale che tu, sedendoci sopra,desidererai unirti a “monaci eremiti e donne caste”; giacché è questa la tua intima, fortissima aspirazione. Ti ciberai di locuste ed errerai nel deserto per purificare la tua anima!» «Cosicché tu, canaglia, staresti tentando di salvare la mia anima?» «Devo pur commettere qualche buona azione di tanto in tanto.

 Mefistofele,apparso a Faust, diceva di sé di volere il male, ma di fare solo il bene. Che faccia pure quello che gli pare, io invece sono tutto l’opposto. Io, forse, sono l’unica persona in tutta la natura ad amare la verità e a desiderare sinceramente il bene. Ero presente quando il Verbo morì sulla croce e ascese al cielo portandosi in braccio l’anima del ladrone pentito, crocifisso alla sua destra, ho udito gli strepiti di gioia dei cherubini che cantavano e inneggiavano: “Osanna”, e le urla tonanti di entusiasmo dei serafini che squassavano il cielo e il Creato tutto. E ti giuro su tutto ciò che c’è di più sacro, che avrei voluto unirmi al coro e gridare insieme a tutti: “Osanna!” Quel grido vlcsnap-2016-03-26-21h48m04s945mi stava quasi per scappare, stava per prorompermi dal petto…io, tu lo sai, sono molto sensibile ed esteticamente impressionabile. Ma il buon senso – oh, una caratteristica infelice della mia natura – mi ha trattenuto nei debiti limiti e mi sono lasciato sfuggire quell’attimo! Infatti,che cosa mai sarebbe accaduto, pensavo io, dopo quel mio osanna? Ogni cosa si sarebbe estinta al mondo e non si sarebbe più verificato alcun evento. E così, unicamente per un senso del dovere e per via della mia posizione sociale, mi sono visto costretto a soffocare in me quel momento di bontà e attenermi alle mie turpitudini. Qualcuno si prende tutti gli onori del bene per sé e a me lasciano in sorte soltanto le turpitudini. Ma non invidio l’onore di vivere a scapito degli altri, non sono ambizioso io. Perché, fra tutte le creature del mondo, soltanto io sono condannato a subire le maledizioni di tutte le persone perbene e persino i calci dei loro stivali – dal momento che una volta assunte sembianze umane a volte devo accettare pure queste conseguenze? Lo so che c’è sotto un segreto, ma non me lo vogliono svelare a nessun costo, perché forse, se lo scoprissi, mi metterei a urlare il mio “osanna” e quell’indispensabile meno svanirebbe all’istante e il buon senso regnerebbe supremo in tutto il mondo e questo comporterebbe ovviamente la fine di ogni cosa, persino delle riviste e dei giornali, perché chi si abbonerebbe più? Lo so bene che alla fine dei conti mi riconcilierò anch’io, che anch’io … scoprirò il segreto. Ma finché questo non accadrà, io terrò il broncio e a malincuore eseguirò il mio incarico:rovinare migliaia di uomini per salvarne uno

Sempre alla voce di Ivan, in suo colloquio con Alësa (Aleksej, il terzo fratello, un Myškin finalmente redento che ha  abbracciato senza riserve la via della santità), è affidata certamente la pagina più famosa del romanzo, «La leggenda del Grande Inquisitore», in cui Dostoevskij affronta il tema che da sempre lo tortura, ovvero l’accettabilità del Male in nome del libero arbitrio. La risposta di Dostoevskij è negativa, ed  è  per certi aspetti affine al pensiero di un altro grande mistico, Virgilio: la libertà, questo immenso dono che Dio ci avrebbe concesso, non  giustifica neppure una  singola goccia di sangue innocente versato in suo nome. Gli uomini non sono pronti per la libertà: preferiscono vivere obbedienti e felici sotto il dominio di chi si prende cura di loro e provvede ai loro bisogni elementari

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Il’ja Glazunov, Illustrazione per La leggenda del Grande Inquisitore

Fateci vostri schiavi, ma dateci da mangiare»). E’ questa verità che il vecchissimo Inquisitore prova a spiegare a Cristo, tornato sulla terra dopo millecinquecento anni e imprigionato per aver di nuovo operato miracoli, mostrando così di nuovo agli occhi degli uomini la possibilità della scelta:

“Decidi Tu stesso chi avesse ragione, se Tu o colui che allora T’interrogava. Ricordati la prima domanda: se non la lettera il senso era questo: “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana piú intollerabile della libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno, esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. Al posto del Tuo tempio sorgerà un nuovo edificio, sorgerà una nuova spaventosa torre di Babele, e, quand’anche essa restasse, come la prima, incompiuta, Tu avresti però potuto evitare questa nuova torre e abbreviare di mille anni le sofferenze degli uomini, giacché essi verranno a noi, dopo essersi arrovellati per mille annidownload intorno alla loro torre! Essi torneranno allora a cercarci sotto terra, nelle catacombe, dove ci nasconderemo (perché saremo di nuovi perseguitati e torturati), ci troveranno e ci grideranno: “Nutriteci, perché quelli che ci avevano promesso il fuoco del cielo non ce l’han dato”. E allora saremo noi a ultimare la loro torre, giacché la ultimerà chi li sfamerà e noi soli li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”. Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro![….] Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme.

La rinuncia alla libertà, alla responsabilità della scelta etica, nel nome di una fede prescritta: ecco la tentazione più grande per l’essere umano. La scelta di una fede a cui sacrificare tutto, l’obbedienza cieca, pronta, assoluta  al Potere falsamente benigno nei confronti dei suoi schiavi. Alla luce dei totalitarismi del Novecento, e delle conseguenze orribili, e a noi assai più vicine, del fanatismo religioso, la voce dell’Inquisitore appare di una potenza profetica agghiacciante.


 

«Perché il comunista, anarchico e omosessuale [relata refero e di ciò chiedo venia, Ndr]  Pasolini abbia tratto spunto in particolare dalle opere religiose»: con questa domanda  Massimo Bernardini apre la puntata de Il tempo e la storia ,dedicata  a Pasolini e al suo rapporto con la fede (per ulteriori dettagli si rimanda alle Risorse e Note a margine qui in calce). Pasolini si è sempre definito ateo e marxista; pure, il suo dichiarato ateismo non impedisce, anzi in qualche modo acuisce l’esigenza di aprirsi alla dimensione del sacro. In un’intervista ad Enzo Biagi, rilasciata nel 1971 (III B. Facciamo l’appello), alla domanda sulla religiosità della sua famiglia, Pasolini rivela come in effetti sia stata proprio la madre a trasmettergli una religiosità contadina, a sua volta ereditata dalla madre, assieme ai valori tipici della morale cattolica, che Pasolini curiosamente (lucidamente?) definisce ideologia (“l’essere bravi, l’essere buoni, l’essere generosi”), mentre suo padre, “acceso nazionalista se non proprio fascista”, si limitava ad “una religione puramente formale- in chiesa, la domenica, alla Messa Grande, la Messa dove vanno i borghesi ricchi”. La religione cattolica nella sua essenza più profonda, dunque, la stessa che ispira la prima raccolta di versi del poeta, Poesie a Casarsa, in dialetto friulano, è intimamente legata  all’essenza stessa del mondo contadino e dunque condannata ad una decadenza inevitabile e parallela a quella  della stessa società
contadina, inesorabilmente soppiantata dalla borghesizzazione delle masse e dalla cultura dei consumi e dunque dell’omologazione (che Pasolini condannerà aspramente in tutta la sua opera e per tutta la sua vita). Pure, la purezza della dimensione dell’infanzia legata al paese di Casarsa sembra aver costituito per sempre, per Pasolini, un modo «molto interiore» di vivere e di vedere le cose: «Evidentemente il mio sguardo verso le cose del mondo, verso gli oggetti, è uno sguardo non naturale,non laico; io vedo sempre le cose come un po’ miracolose….ho una visione , diciamo così sempre informe, non confessionale, in un certo qual modo religiosa del mondo». Pure, il Vangelo e la  Parola divina non hanno per Pasolini nessun valore consolatorio: egli ripudia la parola “consolazione” come rifiuta la parola”speranza“:

«Non cerco consolazioni. Cerco ogni tanto, umanamente, qualche piccola gioia, qualche piccola soddisfazione,ma le consolazioni, proprio…..sono sempre retoriche, insincere, irreali…Ah, lei dice il Vangelo di Cristo? Allora, in questo caso, escludo totalmente la parola «consolazione»…Per me il Vangelo è una grandissima opera intellettuale, una grandissima opera di pensiero che riempie, che integra (….) ma che farsene della parola  «consolazione»; la parola  «consolazione» è un po’ come [la parola] «speranza».  

Da queste premesse, non stupisce dunque che Pasolini fosse profondo e appassionato lettore di Dostoevskij: non soltanto dedica una tra le sue più belle Pagine corsare a Delitto e castigo  ma lascia che l’influenza dello scrittore russo penetri nel suo ultimo romanzo, Petrolio,il suo testamento spirituale, l’opera dell’ineffabilità, che in qualche modo assorbe, consuma e deforma  la stessa esperienza esistenziale dell’autore, in una sorta di

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Willem Dafoe è Pasolini nell’omonimo film di Abel Ferrara (2014)

evento metaletterario di sapore quasi borgesiano: “Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però. Basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”; “Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos’altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso e la funzione della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà, io ho cercato di impadronirmi della realtà”;”Io vivo la genesi del mio romanzo”.

 

Nel magma informe del materiale narrativo di Petrolio,  la cui edizione postuma, a cura di  M. Careri e G. Chiarcossi, esce per i tipi Einaudi nel 1992, hanno un ruolo chiave gli inserti narrativi, le fabulae  che Pasolini inserisce nel filone narrativo principale del romanzo, sul modello petroniano del Satyricon, e che al pari di quanto accade per Petronio costituiscono la chiave di lettura (assolutamente disperante) dell’intera opera, a dispetto del suo carattere osceno e grottesco. Prima – e più- di ogni altra chiave di lettura (che si moltiplica all’infinito, data la ricchezza e l’eterogeneità dei rimandi all’intera tradizione letteraria occidentale), il romanzo di Pasolini si rivela essere, infatti, un immenso apologo sulla seduzione del Potere per la classe borghese, dai suoi più alti ai più infimi esponenti, compresi gli intellettuali, che di questa capacità seduttiva si fanno poi tramiti  verso il proletariato e i ragazzi di vita,  che inseguono il sogno impossibile del riscatto sociale.   L’Appunto 34 bis è costituito dalla Prima fiaba  sul Potere,   narrata da un non meglio identificato «affabulatore», probabilmente un ospite del salotto romano della signora  F., animatrice della vita culturale e sociale della Roma bene, quasi al termine del ricevimento da lei organizzato [per i paralleli con la Coena Trimalchionis  e il testo della Prima fiaba sul Potere si rimanda al contributo di Chiara Portesine e alla tesi di Chiara De Stefano, più vlcsnap-2016-03-29-21h22m25s702dettagliatamente indicati qui sotto in Risorse e note a margine]. Protagonista della storia è un intellettuale, di cui non ci viene rivelato il nome né «il suo lavoro preciso, la sua età, le sue abitudini, la città dove visse; potrebbe addirittura anche non essere nato nel nostro paese. Quello che mi è invece necessario tratteggiare – come stretta funzione del racconto – è il suo quadro clinico. Nevrosi. E forse piú che nevrosi, pazzia». Al quadro clinico segue la descrizione fisica che ce lo mostra come «un bambino un po’ ripugnante» (un ossimoro che non può non ricordare la descrizione di Stavrogin):

 Nella sua grassezza (non era obeso, ma tondo, e gonfio di una carne insana, giallastra) c’erano poi squallidi segni, appunto, della degenerazione psichica. (Aveva, nel viso), tutto tondo, come se fosse fatto di cerchi concentrici, le sopracciglia tonde, e, sotto, gli occhi tondi, le guance tonde[…]Tonda era anche la fronte, abbondantemente stempiata, su cui si disegnava una corona tonda di radi capelli chiari – vagamente ascetici, da prete di paese, da avvocato (…) di provincia. 

A ricordare Stavrogin – e Ivan Karamazov-è anche la natura stessa della nevrosi di questo personaggio, diviso tra il  desiderio assoluto di  riconoscimento e di gloria e l’esigenza di preservarsi innocente, cioè moralmente accettabile ai propri occhi:“Non essendo ancora una persona in vista, nessuno se ne accorgeva: ma in realtà egli era un repellente mostro di passionale servilismo. Sarebbe stato capace delle azioni più abbiette pur di ottenere il favore di una persona. Nel tempo stesso, coltivava anche il mito della propria innocenza. Il fatto è che il suo desiderio di affermarsi e di avanzare apparteneva all’ordine dei desideri clinicamente ansiosi: ed era dunque la ‘malattia’ che provvedeva a preservare l’innocenza, come primitiva condizione di grazia, giustificando contemporaneamente tutte le povere infrazioni ad essa.”  E naturalmente, proprio come Ivan, l’intellettuale si ritrova faccia a faccia con una presenza che l’autore definisce Forza Oscura, che, in una sorta di sogno o allucinazione notturna,  propone all’intellettuale il proprio aiuto nella conquista del Potere, unico sordido scopo della sua squallida esistenza. L’intellettuale inizialmente protesta la propria innocenza, ma poi si lascia convincere e, paradossalmente, tra tutte le strade sceglie la via della Santità, e presto riesce anche in una sorta di miracolosa coincidentia oppositorum tra cattolicesimo e ideologie di sinistra (trasparente metafora del compromesso storico), conquistandosi dunque la devozione  dei cattolici. Ma, a questo punto, il Santo comprende che il bene non è altro che uno strumento del Potere e dunque precipita nella disperazione. Gli si mostra dunque a questo punto la Forza Luminosa, che gli rivela che il Diavolo in realtà «non è una persona, ma una maschera. Io me la son messa sul viso e ti sono apparso, nella miserabile casa della miserabile città del miserabile mondo, dove vivi. Dovevo usare il peggiore per farlo diventare il images (6)migliore, e di una arbitraria contraddizione in termini per far trionfare l’assenza di contraddizioni. Adesso va, torna sulla terra; va a testimoniare tutto questo.”Unica condizione posta al Santo per  poter tornare sulla Terra è quella di non voltarsi indietro: la stessa condizione imposta ad Orfeo. Ma il Santo, vittima e preda della curiositas, « non potè, letteralmente, trattenere una forza che alla cervice lo obbligava a torcersi all’indietro e gettare alle sue spalle un ultimo sguardo su ciò che gli era impedito guardare. Il rigurgito dei bassi sentimenti – che, evidentemente, non sono superati da quelli alti, ma continuano a coesistere con essi – fu come una legge della natura: ed egli si voltò indietro, un attimo, un solo attimo.” E l’immagine che egli vede, prima di pietrificarsi e precipitare dal Terzo Cielo, è ovviamente quella del Demonio. Ed è questa visione, la certezza dell’inutilità e del nonsenso della vicenda umana, che i suoi occhi di pietra sono destinati a custodire per sempre, sintetizzando pienamente la poetica pasoliniana, riconducendola appunto alla sua essenza di ricerca  del divino, alla speranza inconfessata  di una  fede e di una salvezza impossibili, alla disperazione di essere lasciato a sé stesso, «pieno di una domanda »a cui non sa -né può- rispondere, nonostante le strazianti richieste di aiuto a quel Padre che non vede- che è morto, lasciando anche lui, come Ivan, da solo con i suoi demoni.

Preghiera su commissione

Ti scrive un figlio che frequenta
la millesima classe delle elementari.

Caro Dio,
è venuto un certo signor Homais a trovarci
dicendo di essere Te:
gli abbiamo creduto:
ma tra noi c’era uno scemo
che non faceva altro che masturbarsi,
notte e giorno, anche esibendosi davanti a fanti e infanti,
ebbene…
Il Signor Homais, caro Dio, Ti riproduceva punto per punto:
aveva un bel vestito di lana scura, col panciotto,
una camicia di seta e una cravatta blu;
veniva da Lione o da Colonia, non ricordo bene.
E ci parlava sernpre del domani.
Ma tra noi c’era quello scemo che diceva che invece Tu
avevi nome Axel.
Tutto questo al Tempo dei Tempi.

Caro Dio
liberaci dal pensiero del domani.

E’ del Domani che Tu ci hai parlato attraverso M. Homais.
Ma noi ora vogliamo vivere come lo scemo degenerato,
che seguiva il suo Axel
che era anche il Diavolo: era troppo bello per essere solo Te.
Viveva di rendita ma non era previdente.
Era povero ma non era risparmiatore.
Era puro come un angelo ma non era perbene.
Era infelice e sfruttato ma non aveva speranza.
L’idea del potere non ci sarebbe se non ci fosse l’idea del domani;
non solo, ma senza il domani, la coscienza non avrebbe giustificazioni.
Caro Dio, facci vivere come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi.


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi e grassetti nei testi sono miei;

-Il testo integrale de I Demoni;

-Il testo integrale de La leggenda del Grande Inquisitore ( ed. Garzanti Grandi Libri, Milano 1979, introduzione di Fausto Malcovati, traduzione di Maria Rosaria Fasanelli), per benemerita iniziativa del sito Filosofico.net;

-Il testo del dialogo tra Ivan e il diavolo è stato preso da questo sito dedicato alla religiosità e spiritualità ortodossa, dove è possibile leggere la versione integrale del dialogo nonché altre estese citazioni dell’opera di Dostoevskij;

-Un interessante percorso in tre  tappe attraverso l’opera di Dostoevskij di Andrea Oppo: Dostoevskij: La Bellezza, Il Male, La Libertà;

– Chi scrive è assolutamente consapevole del fatto che provare anche lontanamente a riassumere l’opera di Dostoevskij significa andare incontro ad un patetico fallimento; pertanto si sente in dovere di ribadire  che le citazioni qui riportate , necessariamente estrapolate dal contesto costituito dalla complessa e fittissima trama narrativa, non rendono, non solo giustizia, ma neppure lontanamente l’idea della profondità, della verticalità  vertiginosa dei romanzi dai quali sono tratte;

– Qui il collegamento al contributo Rai Il tempo e la storia del 16/04/2015, condotto da Massimo Bernardini, dedicato appunto a Pasolini e al suo rapporto con la fede.

-Le citazioni qui riportate da Petrolio sono tratte dalla tesi di Chiara de Stefano e dal contributo di Chiara Portesine Pasolini e Petronio: due falsi realismi a confronto

– Per un approfondimento sui temi, sulla complessità e sulla forma del romanzo di Pasolini, il contributo a firma di Carla Benedetti, Quattro porte su “Petrolio, sul blog Nazione indiana

-Sul blog Controvento una selezione di testi poetici pasoliniani, noti e meno noti, tra cui appunto  Preghiera su commissione, qui sopra riportata

-Credo che a Pasolini e Dostoevskij si convengano perfettamente i versi di Inf.,IV 40-42: Per tai difetti, non per altro rio / semo perduti, e sol di tanto offesi/ che sanza speme vivemo in disio.

-La mia ignoranza non mi ha consentito di riconoscere a chi volesse alludere Pasolini con il nome Axel; tutto ciò che sono in grado di  ipotizzare è che, essendo Axel la forma nordica del nome Absalom, Pasolini pensasse in forma cifrata al bellissimo ed infedele figlio di David, per molti aspetti specchio di Lucifero, la cui storia è narrata nel secondo libro di Samuele   (mi piacerebbe poter dire anche al capolavoro di William Faulkner,ma non ho trovato indizi certi che possano includere questo autore tra le letture di Pasolini) Quanto al signor Homais, è un personaggio di Madame Bovary, prototipo del piccolo borghese supponente e ambizioso, ateo dichiarato e convinto, che si  definisce discepolo di Voltaire, e che si compiace di diffondere la propria conoscenza pseudoscientifica come verità indubitabile

-Senza addentrarsi nelle oscure strade del complottismo, le accuse politiche precise e addirittura- veramente- profetiche di Pasolini contro i mandanti e gli esecutori delle stragi degli anni di piombo (si ha la visione  di una bomba alla stazione di Bologna, evento terribile che purtroppo si realizzerà il 2 Agosto del 1980, cioè cinque anni dopo la sua morte), potrebbero non essere irrilevanti per chiarire le circostanze della sua morte, la cui relativa inchiesta è stata formalmente archiviata come banale episodio di cronaca, esito nefasto di un incontro clandestino finito male.

A Pasolini e alla sua tragica fine ha dedicato una canzone sublime Francesco De Gregori (A Pa’, Scacchi e Tarocchi, 1980), che di Preghiera su commissione, nei versi finali, evidentemente si ricorda

 

-In relazione  agli  inattesi  sviluppi del dibattito nei commenti qui in calce, sono felice di rimandare all’articolo di Alessandro Bosco, dell’Università di Zurigo, dedicato al tema della religiosità e del sacro in Sciascia e Pasolini

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14 comments

  1. Un articolo meraviglioso, non saprei che altro dire! Ho letto con grande curiosità tutta la parte dedicata a Dostoevskij, compresi gli estratti… E a quest’ora, con le palpebre che quasi si chiudono per il sonno, non è un’impresa da poco 😉 Interessante il brano che parla della libertà, a cui l’uomo aspira sempre ma alla fine rinuncia, perché ha un bisogno basilare di punti di riferimento incontestabili… A proposito di Stavrogin, volevo dirti che mi sono procurata l’edizione de I demoni, e ogni tanto la guardo e me la rigiro tra le mani come una reliquia sacra, incerta se iniziarlo subito o aspettare… Mentre di Pasolini non ho mai letto nulla, però ho seguito con interesse tutto quello che hai scritto sul suo pensiero e le sue opere. Bravissima, questo post tornerò sicuramente a rileggerlo, anche più avanti nel tempo…

    1. @Alessandra
      Grazie per l’apprezzamento e per aver letto il mio post espressamente in notturna :-). Mi rendo conto di scrivere post equivalenti a polpettoni imbottiti, che se trangugiati per intero sono indigeribili, e che è dunque necessario tagliare a fettine neanche troppo spesse…. 😀
      Per tornare alle cose serie, cioè a I demoni: non so quale edizione tu abbia scelto (spero Garzanti Grandi Libri), ma comunque sia, il consiglio che posso darti è seguire l’istinto: già il fatto che tu ti ponga il problema significa che probabilmente non vedi l’ora di leggerlo, e se così è, non devi aspettare :-). Quanto a Pasolini, direi che il discorso si complica:Pasolini è un autore non facile, per molti aspetti assolutamente respingente. A mio-modestissimo- avviso, raggiunge i risultati più alti e artisticamente meglio risolti nella produzione poetica (in particolare in Le ceneri di Gramsci e, appunto, in Trasumanar e organizzar ).
      Quanto alla produzione cinematografica, invece, consiglierei Il Vangelo secondo Matteo e quella piccola gemma che è Cosa sono le nuvole terzo episodio del film Capriccio all’italiana , con Totò e Ninetto Davoli, in cui viene rappresentato l’Otello come uno spettacolo di marionette che alla fine, simbolicamente,finiscono nella spazzatura e vengono portate via da un camion della spazzatura guidato da Domenico Modugno ( Tutto il mio folle amore / lo soffia il cielo/ lo soffia il cielo/ così):

      Ciao- e grazie 🙂

  2. Se per polpettoni intendi dire che sono ricchi di tante gustose farciture, non posso che concordare 😉 Invece mi inquieta il tuo riferimento all’edizione Garzanti del libro, perché in realtà ho puntato di nuovo su Einaudi, visto che con Delitto e castigo mi ero trovata bene. La traduzione è di Alfredo Polledro, che mi sembra piuttosto bravo… Speriamo bene! Grazie per le dritte su Pasolini, di cui vergognosamente non conosco nulla, neppure i film (e adesso è meglio che vada a nascondermi) 😀

    1. @Alessandra
      Ma che dici…..anzi, io credo che la scoperta di un autore di cui non si sia ancora letto/visto nulla costituisca un invidiabile stato di grazia: l’atto è nullo, la potenza ( e dunque la potenzialità) è infinita, tanto per scomodare Aristotele :-).
      Quanto a Polledro, io mi imbattei all’epoca nella sua traduzione di Guerra e pace , che francamente mostrava un po’ la corda per le scelte espressive e la resa delle consuetudini- mentre l’edizione Einaudi di Delitto e castigo è molto più recente ed aggiornata, linguisticamente e credo anche filologicamente. Però, anche con le traduzioni si sconfina talvolta nel gusto personale….se a te Polledro piace come traduttore, goditi pure i suoi Demoni, la cui immensità e tale da resistere più che ampiamente a qualsiasi traduzione, per quanto pessima- e non è questo il caso.
      Ciao 🙂

  3. Polpettone? Ma vaneggi? Chapeau, standing ovation, non so che altro dire! Sono ancora stordito dalla ricchezza e dalla chiarezza di quanto tu scrivi. E con un immensa voglia di andarmi a rileggere tutto il Dostoevskji che ho letto quando ero troppo giovane per apprezzarlo in pieno e tutto quello che ancora non ho letto (ed è tanto) per mera pigrizia.
    E quel Pasolini che mi ha sempre incuriosito ed attratto e respinto allo stesso tempo (alla fine posso dire di conoscere, e neanche troppo bene, i suoi film, sui quali concordo di avere riconosciuto l’enorme valore del Vangelo secondo Matteo e di quell’episodio delle nuvole con Totò,, ma anche “Uccellacci e uccellini” con la stessa coppia Totò-Davoli).
    Comunque grazie: hai scritto qualcosa di prezioso, che andrò a rileggere spesso e chi ma da molto da pensare (e credo non vi sia migliore riconoscimento a quello di di stimolare il pensiero).

    1. @carloesse
      Sono io che non so che cosa dire, a parte che ti ringrazio molto e che sarei felicissima di sapere che questo post possa per te costituire un’occasione per la (ri)scoperta di Pasolini e la lettura (o la rilettura) dei romanzi di Dostoevskij.
      [In realtà – a te posso confessarlo – Asterismi letterari non è altro che un titolo di copertura per la vera identità di questo blog, che per la sua reale vocazione potrebbe e dovrebbe intitolarsi NonSoloDosto, non fosse che ad un titolo “simile” ci ha già pensato qualcun(‘) altro 😀 😀 ]
      Un saluto e mille grazie ancora.

  4. Letta e riletta e ancora da rileggere, cara Dragoval, questa tua ricerca acuta e profonda. Non un “polpettone” ma qualcosa su cui tornare, per approfondire due autori di non certo facile comprensione. Ho molto amato “Dosto” ma decenni fa, in un’ altra età e adesso sarebbe il caso di riprenderlo, alla luce anche dei tuoi ampliamenti ( di cui ti sono grata). L’ estate del 2014 ho tentato con L’ idiota ( che non avevo mai letto) ma sono stata delusa da uno stile che non mi ha conquistato. Poi, altro ha impegnato la mia vita. Anche Pasolini è un autore spinoso. I suoi romanzi non mi entusiasmano, le sue poesie sì. Anche la sua critica letteraria è interessante, pur con le sue idiosincrasie. La produzione filmica ha toccato vertici altissimi ( quelli che indichi anche tu), ma non vedrei mai Salò. Il suo impegno civile, il suo essere una Cassandra che vedeva nel presente, la sua visionarietà che anticipava i tempi, questi sono elementi molto forti. La città in cui è nato e in cui ha studiato, Bologna ( che è anche la mia), gli ha dedicato una mostra ben fatta, con foto, filmati, testi, costumi di scena. Insomma, ci hai parlato di due autori da meditare e rimeditare. Grazie perchè riaccendi fiammelle sopite.

    1. @Renza
      Grazie a te, Renza, come sempre. Questo blog ha la fortuna di avere lettori di straordinaria e squisita sensibilità, che di certo ne costituiscono il pregio maggiore (quasi sicuramente l’unico). Sull’opera di Pasolini, personaggio complesso,difficile e anche molto scomodo, ho anch’ ip riserve fortissime, e sono a mia volta convinta che Salò rimanga, anche esteticamente, ingiustificabile. Pure, mi commuove il suo lato più fragile e sensibile, talvolta rivestito dell’attaccamento all’ideologia come di un’armatura; un lato che meglio di tutti ha colto Eduardo De Filippo,intervistato in occasione della morte del poeta: “Pasolini era veramente un uomo adorabile e indifeso, una creatura angelica che abbiamo perduto e che non incontreremo più come uomo; ma, come poeta, diventa ancora più alta, la sua voce”.
      Perché l’anima di Pasolini è nella sua poesia, mentre il resto, direbbe Verlaine, è letteratura.
      Quanto a Dostoevskij: come amo ripetere, purtroppo, non siamo noi a decidere di leggere un libro, ma è questo che ci sceglie. La lettura è una squisita e misteriosa alchimia che risponde armonicamente al nostro stato d’animo, proprio come le vibrazioni di un diapason; se questa risonanza è assente, non c’è verso che un’opera, per quanto grande e magnifica, ci conquisti. Ma, fortunatamente, le vibrazioni cambiano, e con loro la nostra disponibilità alla ricezione di ciò che magari, nostro malgrado, ci è rimasto precluso per anni ; torna a proposito la (da me adorata) metafora di Proust : abbiamo bussato a tutte le porte, che non portano a niente, e la sola da cui si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, la urtiamo senza saperlo, ed essa si apre . Magari, un giorno, ti accorgerai per caso di non aver mai amato di più nessun altro scrittore. O magari no.
      Ciao e scusa la lunghezza (a quanto pare, la cucina leggera proprio non mi riesce 🙂 )

  5. Dragoval, tua è la grande sensibilità : “mi commuove il suo lato più fragile e sensibile, talvolta rivestito dell’attaccamento all’ideologia come di un’armatura” E ripenso a quei versi “Sei insostituibile. Per questo è dannata /alla solitudine la vita che mi hai data./ E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/d’amore, dell’amore di corpi senza anima”. ( Pasolini, Supplica a mia madre, da “Poesie in forma di rosa”). L’ ho sentita dalla sua voce, in quella mostra, ed è da brividi. Grazie ancora.

  6. Bando alle chiacchiere. Ha ragione CarloEsse (o chiunque si nasconda dietro quel nick, ma a noi che ci importa?) a dire che che i tuoi post devono essere pubblicati in un libro.

    Detto questo, vado non al dunque ma a questo dunque (perchè spero ce ne siano altri, di dunque).

    Su Dostoevskij dico nulla, però posso dire che Stavrogin è un personaggio incommensurabile? Ammè mi basta uno Stavrogin ed ecco che rischio di cadere ai piedi del Dost (unqua non fia).

    Di Pasolini, invece, non parlo nemmeno se mi impiccate.
    Non condivido niente, ma niente, ma proprio ****niente***di quello che ormai il Mito di Pasolini (e chi lo tocca, a quello?) ha consolidato e imbalsamato.
    No.
    Pasolini proprio no.

    Mi permetto solo di parlare di Medea. Beh, il testo è talmente forte, Callas talmente strepitosa che nemmeno Pasolini è riuscito a distruggere Medea,

    L’unica volta in vita mia (proprio l’unica, eh, sia chiaro, non ti fare strane idee ) che mi sono trovata d’accordo con Sciascia (che era dura, eh, ritrovarsi con Sciascia, che anche quello era un tipetto…) è stato quando…

    1. Cara Gabri, forse ti deluderò ma dietro al nick di carloesse si “nasconde” solo uno che si chiama carlo e il cui cognome (che poco può dire in più) comincia per esse, la cui faccia (tutt’altro che nascosta) è proprio quella che compare, forse oggi di sette o otto anni leggermente invecchiata.
      PS: Concordo sulla Callas: la sua voce mi fa ancora venire i brividi, la sua presenza scenica è strepitosa e capace di oscurare tutti gli altri occupanti. Quanto al film di Pasolini mi sembra che valesse più la sua recitazione che tutto il resto (potenza del testo, come tu giustamente osservi, a parte). Ma continuo a preferirgli il Vangelo (la cui potenza filmica risiede aanche nella scelta di girarlo in bianco e nero) o quelli con Totò. Quanto alle Giornate di Sodoma, come dare torto a Sciascia?

  7. @Gabrilu
    Non so davvero cosa dire, a parte:
    1. grazie di cuore;
    2. prima e a maggior ragione dovrebbero essere pubblicati i tuoi, di post (caspita, a pensarci verrebbe su un volumone 🙂 );
    3. temo che le cose che scriviamo – io, tu, Alessandra, Tommaso , Lilicka et alii – siano di nessun interesse per le case editrici- il che peraltro è piuttosto singolare, visto che appunto recensiamo e promuoviamo il fior fiore dei testi da loro pubblicati (forse hanno il terrore di vedersi chiedere soldi….. O_o ). Negli altri paesi così non è. Nel nostro, purtroppo, sì : la cultura è arroccata nei propri bastioni e non concepisce alcuna forma di dialogo – gratuito e senza impegno! – con esseri sprovvisti di pedigree accademico……
    E, come spesso ami ripetere tu, de hoc satis .

    -Su Stavrogin, è bello sentirtelo dire, che ti costringe quasi quasi a capitolare…..:-P .Scherzi a parte, Stavrogin è senza alcun dubbio il personaggio più immenso e più moderno di Dostoevskij, accanto, forse, al solo Ivan Karamazov (le altre figure- compreso il mio amato Myskin- sono poeticamente perfette ma realisticamente oltremodo improbabili).

    -Su Sciascia e Pasolini: dalle mie ricerche è emerso che tra i due ci sia stata una fitta corrispondenza ed anche una forma di complicata e reticente amicizia, almeno a giudicare da quanto lo stesso Sciascia afferma in Nero su nero :

    http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2013/07/leonardo-sciascia-su-pier-paolo.html

    Sembra che a dividere i due sia stata proprio la difficoltà di Sciascia ad accettare l’omosessualità di Pasolini, e forse anche la sua poetica, che come abbiamo più volte sottolineato qui, poteva- e può – riuscire in effetti particolarmente disturbante.
    Ecco il giudizio che Sciascia dà della visione di Salò , che in qualche modo si è costretto a guardare per dovere :

    Ho sofferto maledettamente, durante la proiezione. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a non chiudere gli occhi, davanti a certe scene: e nel buio diciamo fisico che si faceva in me, precario conforto a quell’altro, morale e intellettuale, che dilagava dallo schermo, disperatamente e come annaspando cercavo nella memoria immagini d’amore. Poi venne, da una delle vittime – da una di quelle che anche nelle didascalie iniziali, coi loro nomi anagrafici, sono definite vittime, – venne l’invocazione-chiave, l’invocazione che spiega il senso del film e l’impressione che produceva in me: «Dio, perché ci hai abbandonati?» .

    (Fonte: http://www.arabeschi.it/nellocchio-di-chi-scrive-sal-o-le-120-giornate-sodoma-recensito-dagli-scrittori-e-dalle-scrittrici/#sdendnote6sym)

    Era a questo che ti riferivi con quella tua finale, intrigante ma un po’ crudele reticenza?……….

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