Tre paia di orecchini (anzi, quattro)/1. Esenin, Montale,Caproni….

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Ian Vermeer, Ragazza con l’orecchino di perla, 1665 ca.

«Ohibò!  Un asterismo decisamente frivolo», noteranno preoccupati i dodici virgola cinque  strenui lettori  delle mie prodezze astro-letterarie,  «che Dragoval abbia scoperto una tardiva vocazione da fashion blogger? »  Unqua non fia : et massime perché non fia capace. Unicuique suum, come si dice, e dunque, tranquilli,  siamo sempre nel solco della solita – e solida- tradizione dei miei improbabili accostamenti (meglio dovrei dire: accoppiamenti, e neanche troppo giudiziosi).

sergeiesenin1922Il  primo paio di orecchini ci porta il profumo dei campi e delle betulle nella primavera russa nei versi di Sergej Esenin  , la cui breve ma folgorante parabola umana resta certo uno dei simboli della terribile stagione poetica (per grandezza e per sventura) della Russia rivoluzionaria. Nativo di Rjazan, nella Russia meridionale, Esenin ebbe il suo apprendistato poetico a Pietroburgo, e in Europa conobbe e poi sposò, tra le altre, la famosissima danzatrice Isadora Duncan, la terza delle sue cinque mogli. Inquieto, volubile, preda degli eccessi, Esenin non potrà mai accettare il regime sovietico , il che getta profonde ombre anche sul suo suicidio, probabilmente, come in molti altri casi, un suicidio di Stato.  Le sue liriche sono un’immagine radiosa di quella Russia contadina mitica e innocente travolta e spazzata via dalla Rivoluzione, immagine che non poteva  trovare posto  nelle severe e disadorne stanze del Regime e della sua Polizia politica , così poco  incline alla frivolezza di orecchini sonori e dondolanti.

 

Russia, mio paese dolcissimo,
le tue capanne sono immagini d’oro;
nell’azzurro che divora gli occhi
l’orizzonte non ha principio né fine.

 Umile pellegrino,

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Vladislav Nagorov, Ritratto di donna in costume tradizionale

io guardo i tuoi campi,
e sopra le siepi basse 
fioriscono i pioppi.

Odora di frutti e di miele

l’altare di Cristo nelle chiese

e dietro la processione, sui prati
si snodano giri di danza.

Correrò sul sentiero battuto,
libero,verso i margini verdi.
Incontro mi verrà una fanciulla
dal riso sonoro come orecchini che dondolano.

E se gli angeli dovessero dirmi:
-Vieni in Paradiso, abbandona la Russia!-
risponderei: -Il Paradiso non mi serve,
lasciatemi in questo mio paese.

 


La simbologia degli orecchini- specificatamente di pietre e di corallo, questa volta-, si carica di molteplici significati nella poetica e nella poesia di Montale. Gli orecchini, appartenenti alla raccolta La bufera e altro, senza dubbio la più alta e complessa dell’intera

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Eugenio Montale

produzione montaliana, divengono il correlativo oggettivo della sopravvivenza delle cose all’immagine della persona amata, i cui tratti vengono irrimediabilmente recisi dalla forbice nella memoria che si sfolla;  gli orecchini di corallo diventano dunque il capo del filo che rimane, a cui il poeta si aggrappa disperatamente, come Psiche ad Eros, nel tentativo di materializzare il ricordo, di renderlo meno evanescente; ma le meduse della sera, i pensieri orribili e striscianti che emergono dall’inconscio, e il sordo rombo delle èlitre, ovvero dei bombardieri che scatenano l’allarme aereo, riportano bruscamente ad una realtà che rende il sogno d’amore impossibile, perché in guerra due vite– o milioni di vite- non contano. L’immagine  di Clizia, della divinità  caduta attraverso i cieli a cui pure è impossibile incarnarsi  pienamente nella dimensione umana, diviene, negli incubi del poeta, il suo cadavere, a cui mani di morti, altre vittime travolte dalla storia, appendono ai lobi gli orecchini come doni funebri, il cui peso trascina l’angelo verso l’abisso.

 

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Irma Brandeis, la” Clizia” di Montale

Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è piú traccia.)
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlitre fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giú: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.

 

 


 

Giorgio_caproniGli orecchini, questa volta simbolo del ricordo dolce e leggiadro, eppure doloroso, della madre, ritornano anche nella poesia di Giorgio Caproni ,un grandissimo esponente del nostro  Novecento a cui troppa poca attenzione – ancora-  rispetto alla sua statura è dedicata. La sezione Versi livornesi  della raccolta Il seme del piangere   è dedicata alla figura della madre del poeta, Anna Picchi, immaginata ancor sana e snella nella sua giovinezza livornese. Il timbro, la misura del verso, le coloriture, la scelta delle rime usuali, in -are,  dimostrano  qui, mi sembra, evidente l’influenza del Canzoniere  sabiano , in particolare di Cose leggere e vaganti ; il testo di Caproni  si può accostare alla  lirica  di Saba Ritratto della mia bambina per l’immaginario del paesaggio marino, con i suoi toni del bianco e dell’azzurro, ai cui suoni fini /di mare rimandano gli orecchini di Annina, immortalata nella gioia innocente di quel vago avvenir che forse aveva in mente e che pure tanto crudelmente stride con il titolo e con la lirica,di ascendenza cavalcantiana, posto  in epigrafe alla raccolta- e che rivela,oltre lo strazio della perdita, un senso di colpa inconfessato per aver distrutto quella giovinezza intatta con il proprio venire al mondo.

Per lei

Per lei voglio rime chiare,

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Giacomo Balla, Ritratto di Annina (!!) Levi Della Vida, 1922

usuali: in -are.

Rime magari vietate,

ma aperte: ventilate.

Rime coi suoni fini

(di mare) dei suoi orecchini.

O che abbiano, coralline,

le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza

(Annina era cosí schietta)

conservino l’eleganza

povera, ma altrettanto netta.

Rime che non siano labili,

anche se orecchiabili.

Rime non crepuscolari,

ma verdi, elementari.


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi e grassetti nei testi sono miei;

-Tra le diverse traduzioni esistenti della lirica di Esenin (come quelle di Natalia Stepanova o  di Gabriella Di Donato), io ho preferito riportare la versione in cui l’ho conosciuta, quella curata da Curzia Ferrari  per le edizioni CEI di Milano (Sergej Esenin, 100 Poesie, 1968). Non essendo una slavista non sono certo in grado di valutarne l’esattezza o la correttezza filolologica; la mia scelta , dunque, deve intendersi basata esclusivamente su criteri, per così dire,  estetico-affettivi ;

-L’articolatissimo  commento di Marica Romolini, Premio Ricerca Città di Firenze, su La bufera e altro; le pagine  40-50 sono quelle specificamente dedicate alla lirica qui riportata;

Gli orecchini  sono stati oggetto di un’analisi strutturale  da parte di D’Arco Silvio Avalle, che si concentra in particolare sul tema dello Specchio come costante della poetica montaliana;

-Su Il seme del piangere il contributo critico  di Biancamaria Frabotta   per la Letteratura Italiana Einaudi a cura di Alberto Asor Rosa;

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15 comments

  1. Per quanto mi riguarda i tuoi accoppiamenti (giudiziosi, giudiziosi, lo confermerebbe anche Gadda!) li trovo sempre interessanti e ogni volta sorprendenti! Partire poi dal dettaglio degli orecchini per trovare un filo rosso che collega, seppure con motivazioni diverse alla base, tre autori così grandi… Je suis sans voix. Aspetto con curiosità il prossimo articolo, incapace di immaginare in quali altri versi di quali altri poeti riuscirai a scovare dei pendenti…

  2. @Alessandra
    Primo: ti ringrazio di cuore, come sempre;
    Secondo:per il quarto paio non dovrai aspettare troppo ;-);
    Terzo: tutto ciò che posso dirti è che sono orecchini che conosci già…… 😀
    Un bacio 😉

  3. Belli questi orecchini ondeggianti, squillanti, ancore di salvezza. Mi viene in mente quanto (poco) senso possa avere un orecchino per me o se magari c’è, da qualche parte, qualcuno che ancora scrive versi su questo ornamento, se un qualche poeta riesca ancora a vederci dentro qualcosa…

    1. @tommasoaramaico
      A mio – modestissimo- parere, uno dei motivi per cui la poesia e la letteratura tutta versano in acque tanto cattive è che oggi nessuno(presenti esclusi, ça va sans dire ) sembra più in grado di vedere niente .
      Tutto appare scontato, ovvio, noioso, privo di interesse. Tutto ciò che non sia il rassicurante e colorato schermo dello smartphone, da cui distogliamo lo sguardo tanto malvolentieri.
      E così la mente si insterilisce, si inaridiscono le idee, si dissecca (e si disseca) il linguaggio: il pieno compimento della profezia orwelliana.
      Perdona il tono catastrofistico della risposta, un saluto e mille grazie

  4. …ma che meraviglia la poesia di Esenin… e l’immagine di accompagno… ho scoperto da poco i pittori russi del tardo Ottocento – primo Novecento (li ho scoperti per colpa di Cechov, neh. Cechov ha tante colpe) e sono spettacolari.

    Di Montale… ah… di Montale

    1. @Gabrilu

      -Il tuo apprezzamento per la poesia di Esenin, mi rende felice. Purtroppo questo poeta è ancora poco conosciuto in Italia ,immagino perché eclissato dalla gigantesca ombra del contemporaneo Majakovskij; i due non si com-presero molto, in vita, ma alla morte di Esenin, come tu sai di certo, Majakovskij compose una lunga, drammaticissima lirica a lui dedicata, in risposta a quell’ultima poesia scritta da Esenin – letteralmente- col sangue e dedicata all’amico Anatolij Marienhof ( qui trovi entrambi i testi, alla fine della pagina).
      -Quanto a Vladislav Nagorov, ti sorprenderà forse scoprire, come ha sorpreso me, che è nato nel’74 (quindi peraltro è perfettamente mio coetaneo 😉 ).
      -Sulle perle, infine, mi spiace, ma la mia ignoranza non mi ha consentito di cogliere il riferimento…..je suis desolée… O_o
      Mille grazie e a (mai abbastanza) presto 🙂

  5. Come sempre si rinnova il piacere, cara Dragoval, con la lettura dei tuoi asterismi. Particolarmente leggiadro questo degli orecchini e della memoria. Mentre in Montale è la lotta contro l’ oblio si che aggrappa ai monili, in Caproni ( concordo con te sulla sua grandezza ancora in ombra) è l’ abbandono al ricordo che si rafforza su di essi.
    Poi, Esenin e il suo cielo di Russia “che divora gli occhi” mi ha riportato alla mente non solo il cielo e le nuvole del Principe Andrej “Sopra di lui non c’era già più nulla se non il cielo: un cielo alto, non sereno ma pure infinitamente alto, con grigie nuvole che vi strisciavano sopra dolcemente”; ma anche Aleksandra Vladimirovna alla fine di “Vita e destino“ “ che cosa l’ aspettava? Aveva settant’ anni e non sapeva rispondere. Ho la vita davanti, pensò. Che cosa sarebbe stato dei suoi cari? Non lo sapeva. Dalle finestre vuote di casa sua la guardava il cielo di primavera. […] Anche lei vecchia com’era, campava di speranza, non perdeva la fiducia, ma aveva paura del male, era piena di angoscia per i vivi e non li distingueva dai morti. Era lì, in piedi a guardare le rovine della sua casa, a godersi il cielo di primavera senza neanche rendersene conto.” e infine Walter Benjamin che di Mosca dice “ in nessun’ altra città si ha tanto cielo sopra di sé “ ( citato da Rachel Polonsky. La lanterna magica di Molotov, Adelphi).
    Lungi da me l’ ardire- assurdo- di esserti epigona, piuttosto suggeritrice per un futuro asterismo sui cieli di Russia… Grazie è sempre un gran piacere dell’ intelligenza e dello spirito leggere i tuoi scritti.

    1. @ Renza
      Direi che, dopo il tuo commento, un mio asterismo sui cieli di Russia sarebbe del tutto pleonastico e inopportuno, e nulla aggiungerebbe alle suggestioni che tu hai così sapientemente evocato. Un po’ come Cicerone aveva notato a proposito dei Commentarii di Cesare, che sarebbero potuti essere considerati materiale preparatorio solo dagli stolti con il gusto di tingere la penna d’inchiostro, mentre chiunque con un minimo di giudizio si sarebbe piuttosto dovuto astenere dalla sola idea di aggiungere alcunché ( sed dum voluit alios habere parata, unde sumerent qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit, qui illa volent calamistris inurere, sanos quidem homines a scribendo deterruit Svetonio, Vita Divi Iulii, 56 ).
      A ulteriore riprova del fatto che il vero valore aggiunto di questo blog siete voi.
      Un saluto e- più che mai- mille grazie ( Tolstoj e Grossman sono qui sempre accolti con gioia, ancora di più se insieme 🙂 )

      1. Dragoval, sono senza parole per l’ analogia … Nugae così piccole accostate ai Commentarii di Cesare : solo la tua squisita generosità- e la tua, questa sì, sapienza- potevano giungere a tanto! Un saluto affettuoso.

  6. Le perle sono solo… un infilar di perle. Aspetto con ansia un post tutto sulle perle. Chè lì, altro che coralli! Con le perle, bisboccia assicurata. Con le perle c’è roba per tutta la letteratura e per tutti gli Dei del’Olimpo! (e se l’Olimpo non basta… abbiamo le saghe nordiche, le saghe indiane….mal che vada ricorriamo alle saghe giapponesi… che problema c’è? Non facciamoci mancare una saga)
    …Mi sa che Hillmann risorge dalla tomba vispo e arzillo solo per il gusto di darti un bacetto.

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