I treni del Tempo. W.G. Sebald e Claudio Magris

 

Reduce dalla rilettura di Austerlitz, l’ultimo romanzo (ma  il termine romanzo è riduttivo, specie per un autore che ha fatto del superamento del confine tra generi la propria cifra artistica) pubblicato da W.G.Sebald nel 2001, e a seguito di altre ricerche sulla sua opera anche tra critica e saggi non ancora pubblicati in italiano, mi ha felicemente sorpresa scoprire quale rilevanza abbia avuto per Sebald la lettura delle opere di Claudio Magris,  in particolare di Danubio , di cui Sebald  aveva recensito l’edizione tedesca a cura di Heinz Georg-Hend e a cui spesso allude anche nelle altre sue opere precedenti , come ad esempio Vertigini, ma del cui immaginario  proprio in Austerlitz si trovano molteplici e diffuse consonanze.

Austerlitz  è un’opera totalmente incentrata, come è noto, sul tema del tempo, della memoria, del viaggio, fisico e simbolico, alla scoperta di una verità storica e personale troppo dolorosa che pure è necessario ricostruire, coincidendo di fatto con le radici stesse dell’identità. Per chi non ne ricordasse la trama (di cui, assieme a molto altro, si può leggere qui),  Jacques Austerlitz è un professore di architettura incontrato casualmente dal narratore per la prima volta nella stazione di Anversa, che inizia con lui frammenti di un discorso interrotto che si sviluppa nell’arco di trent’anni, con pause anche molto lunghe, e che sempre, ad ogni nuovo e quasi casuale incontro, riprende esattamente da dove aveva lasciato. Il dialogo, decisamente ondivago e ricco di digressioni, insiste sul tema del tempo, di un’identità negata, del senso di non appartenenza, quasi di non-esistenza di Austerlitz, i cui ricordi d’infanzia quasi appaiono incongruenti con il suo vero essere, come appartenenti ad un altro. Il displacement (termine intraducibile, il cui omologo più prossimo in italiano è forse spaesamento), l’essere fuori posto,disperso in un altrove, è il grande tema dell’opera di Sebald, ma anche la condizione esistenziale esplorata in Danubio, anzi posta da Magris come una sorta di cifra per l’intendimento dell’opera:

È proprio Heidegger, del resto, a contraddire felicemente il culto del radicamento; nei più grandi momenti della sua opera egli ha insegnato che «lo spaesamento è un modo fondamentale dell’essere-nel-mondo», che senza disorientamento e perdita, senza errare per sentieri che si smarriscono nel bosco non c’è chiamata, non è possibile ascoltare l’autentica parola dell’Essere.

Date queste premesse non stupisce, dunque, che il primo incontro tra  Austerlitz e il narratore  avvenga simbolicamente dove il tema del tempo e del viaggio si uniscono, alla stazione di Anversa, con l’immenso orologio che troneggia nel bar della stazione, la cui  natura di strumento offensivo e inesorabile i due avventori, unici fra gli altri, intuiscono dolorosamente:

manet-oil-sketch-bar[L]a barista la quale – con le gambe accavallate – troneggiava su uno sgabello dietro il banco limandosi le unghie con grande impegno e concentrazione. A proposito di questa signora,[…] Austerlitz osservò di sfuggita che doveva essere la divinità del tempo passato. In effetti, appeso alla parete dietro di lei, sotto lo stemma con i leoni della casa reale belga, c’era – pezzo forte del locale – un enorme orologio, sul cui quadrante una volta dorato, ma ormai annerito dalla fuliggine della ferrovia e dal fumo del tabacco, faceva il suo giro la lancetta dei minuti lunga circa sei piedi. Durante le pause che inframmezzavano la nostra conversazione notammo entrambi quanto interminabilmente lungo fosse il trascorrere di un minuto e come ci sembrasse ogni volta orribile, benché ce lo aspettassimo, l’avanzare di quella lancetta, simile alla lama del boia, quando separava dal futuro il successivo sessantesimo di ora lasciandosi dietro un tremolio talmente minaccioso che quasi il cuore smetteva di battere.

L’immagine dell’ orologio come memento della natura minacciosa e mortale del Tempo trova una profonda consonanza nelle pagine di  Danubio, in cui  notevole spazio è riservato  agli orologi  e alle  inevitabilmente conseguenti  riflessioni sulla natura del tempo. Dal Museo degli Orologi a Furtwangen, nella Foresta Nera  alla Torre dell’Orologio nella città di  Sighişoara,alla  chiesa di Santo Stefano a Tulln, in Austria :  in cui l’autore (o il narratore, come è forse più giusto), descrive  sulla tomba di una giovane donna  un orologio fermo alle «10,20», le lancette come «dardi della morte», le frecce implacabili di Apollo Lossia:

Nella chiesa di Santo Stefano, una basilica dell’XI-XII secolo a tre navate, undownload (22)a pietra tombale dice «qui giace Maria Sonia» e la morte indica il punto con una freccia; l’orologio è fermo alle 10,20 e le sue lancette sono dei dardi come quelli della morte, rappresentata con la faretra.
La freccia è la vita, scoccata irreversibilmente e destinata a cadere quando la forza di gravità vince il suo slancio, ma è anche la morte che raggiunge la vita in piena corsa, è il tempo che trafigge con ogni ora, è l’orologio che scandisce la breve dilazione concessa e ferisce con questa scansione.

Il volto tirannico e terribile del Tempo come divinità assoluta del nostro presente è rafforzata in Austerlitz dalla  rappresentazione del grande orologio  nell’atrio della stazione di Anversa, novello Moloch a cui tutti i viaggiatori rivolgono lo sguardo, facendo sacrificio continuo di sé stessi e delle proprie esistenze:

download (20)Tutt’attorno nell’atrio, come probabilmente avevo notato, erano fissate a metà altezza insegne di pietra con simboli […] E fra tutte queste figure simboliche, disse Austerlitz, quella che sta al vertice è il tempo, rappresentato dalle lancette e dal quadrante. Una ventina di metri al di sopra della scalinata a forma di croce che unisce l’atrio ai binari[…] proprio là si trova l’orologio; in quanto governatore della nuova onnipotenza, esso è situato ben al di sopra dello stemma reale e del motto Eendracht maakt macht. Dalla posizione centrale che l’orologio occupa nella stazione di Anversa si possono sorvegliare i movimenti di tutti i viaggiatori, mentre, per parte loro, i viaggiatori debbono alzare tutti lo sguardo verso l’orologio, costretti a regolare su di esso le proprie attività.

Non meraviglia, dunque, che Austerlitz intenda ribellarsi alla tirannide di questa divinità assoluta rifiutandone il simbolo concreto, ovvero quell’orologio che scandisce la misura di un tempo falso, astratto e isocronico, che diverge del tutto dalla percezione del suo  scorrere legata all’esperienza umana:

Io in effetti, disse Austerlitz, non ho mai posseduto alcun tipo di orologio, né una pendola né una sveglia né un orologio da tasca e nemmeno uno da polso. Un orologio mi è sempre sembrato qualcosa di ridicolo, qualcosa di mendace per antonomasia.

Lo stesso ordine di riflessioni sulla natura del tempo viene suscitato, come si diceva, dalla contemplazione degli orologi nel Museo della Selva Nera, in cui il narratore, contemplandone la varietà e la precisione, si chiede se il tempo stesso non sia assoggettato alla macchina e possa scorrere ed essere indipendentemente da essa:

fixedw_large_4xIl Museo tedesco degli orologi, gloria di Furtwangen, è una selva di strumenti di ogni tipo e d’ogni forma – preziosi, casarecci, semoventi, musicali – che misurano il tempo. Trionfano, naturalmente, gli orologi a cucù della Selva Nera, la cui paternità viene attribuita a un artigiano boemo oppure, secondo altri, a un Franz Anton Ketterer, verso il 1730, o a suo padre Franz. Ci sono pendole, orologi astronomici, planetari, a quarzo. È istintivo chiedersi se il tempo scorra indipendentemente da quegli strumenti, che lo scandiscono con movimenti diversi, o se esso sia soltanto quel complesso di misure e di rilievi.

Al quesito proposto dal narratore di Danubio  sembra  idealmente rispondere Austerlitz, in una sorta di dialogo a distanza, come è nel suo perfetto stile:

Il tempo – così disse Austerlitz nell’Osservatorio di Greenwich – è, fra tutte le nostre invenzioni, senz’altro la più artificiosa e, nel suo essere vincolata ai pianeti che ruotano intorno al proprio asse, non meno arbitraria di quanto lo sarebbe ad esempio un calcolo basato sulla crescita degli alberi o sul periodo impiegato da una pietra calcarea per disgregarsi, a prescindere poi dal fatto che il giorno solare, in base al quale ci regoliamo, non fornisce una misura esatta, sicché noi, anche al fine di calcolare il tempo, siamo stati costretti a escogitare un immaginario sole medio, la cui velocità di rotazione non cambia e che, nella sua orbita, non è inclinato verso l’equatore. Se Newton riteneva[..]che il tempo fosse un fiume come il Tamigi, dov’è allora la sorgente del tempo e download (10)in quale mare esso sfocia alla fine? Un fiume, come ben sappiamo, ha sempre e necessariamente
un limite su entrambi i lati. Ma quali sarebbero in questa prospettiva le sponde del tempo? Quali sarebbero le sue proprietà specifiche, tali da corrispondere più o meno a quelle dell’acqua, che è liquida, piuttosto pesante e trasparente?
Come si distinguono gli oggetti immersi nel tempo da quelli che non ne sono mai stati toccati? Che cosa significa che le ore di luce e quelle di oscurità sono segnate nella medesima circonferenza? Perché in un certo luogo il tempo è eternamente immobile e in un altro scorre veloce e incalzante? Non si potrebbe sostenere, disse Austerlitz, che il tempo stesso, per i secoli e i millenni, è rimasto asincronico?[…]. non conosce la regolarità lineare, non avanza costantemente, ma si muove a spirale, determinata da ristagni e irruzioni, che si ripresenta di continuo in forma mutata e nel suo sviluppo nessuno sa dove si diriga? [..] 

Anche il narratore di Danubio riflette  sul nonsenso  degli orologi come strumenti di misurazione dell’isocronismo del nulla, che pretendono di ridurre e limitare la complessità degli eventi ad un insieme di minuti, di attimi, di istanti, di tempo  come occasione  perduta  di vivere,  sprecato dall’ossessiva proiezione in avanti:

Da questo osservatorio, la vita appare tutta una perdita di tempo, una macchina deperibile. Come l’orologio che la scandisce, la realtà è un ingranaggio, un’organizzazione dello stillicidio, catena di montaggio che punta sempre e solo alla fase successiva. Chi ama la vita, deve forse amare il suo gioco di incastri, entusiasmarsi non solo per il viaggio verso isole lontane, ma anche per la trafila burocratica relativa al rinnovo del passaporto. La persuasione, riluttante alla mobilitazione generale quotidiana, è amore di qualcosa d’altro, che è più della vita e balena soltanto nella pausa, nell’interruzione, quando i meccanismi sono sospesi, il governo e il mondo sono in vacanza nel senso forte di vacare, vuoto, mancanza, assenza, ed esiste soltanto l’alta e ferma luce dell’estate.

Ma nel brano di Austerlitz sopra citato il riferimento a   Danubio  appare ancora più stringente non soltanto per la metafora del tempo come fiume, ma anche per la sua rappresentazione come entità non lineare, non continua né unidirezionale, totalmente diversa, insomma,  dalla rappresentazione che la nostra mente (meglio: la nostra tradizione culturale) di solito ci impone:

Si vivono come contemporanei eventi accaduti da molti anni o da decenni, e si sentono lontanissimi, definitivamente cancellati, fatti e sentimenti vecchi di un mese. Il tempo si assottiglia, si allunga, si contrae, si rapprende in grumi che sembra di toccare con mano o si dissolve come banchi di nebbia che si dirada e svanisce nel nulla; è come se avesse molti binari, che s’intersecano e si divaricano, sui quali esso corre in direzioni differenti e contrarie. 

e  soprattutto per l’idea dell’asincronicità, del tempo, della sua non contemporaneità, che per Magris appare una delle chiavi, se non la sostanza stessa, di ciò che percepiamo come «storia»:

La «Ungleichzeitigkeit», la non-contemporaneità che separa sentimenti e abitudini di persone e di classi sociali, come ha scritto Bloch, è una delle chiavi della storia e della politica. Ci sembra impossibile che per i nostri figli sia già irrevocabile e sconosciuto passato ciò che per noi è ancora arduo presente. 

La Storia, dunque, ovvero la trasformazione del Tempo in Storia, si rivela dunque essere la chiave di lettura più profonda sottesa a queste due opere: l’esodo degli italiani d’Istria, l’orrore delle foibe e della Risiera di San Sabba costituiscono  la memoria dolorosa di Magris al modo che per Sebald, nato dopo il ’44 (come per il suo personaggio) l’orrore dello sterminio nazista è stato sempre una sorta di Grande Reticenza, che solo attraverso il percorso à rebours di Austerlitz consente di risalire alle radici del dolore.

La storia acquista la sua realtà appena più tardi, quando essa è già passata, e le connessioni generali, istituite e scritte anni dopo negli annali, conferiscono a un evento la sua portata e il suo ruolo. Ricordando la disfatta bulgara, evento decisivo per l’esito della priimages (12)ma guerra mondiale e dunque per la fine di una civiltà, il conte Károlyi scrive che, mentre lo aveva vissuto, non aveva percepito la sua importanza, perché «in quel momento, “quel momento” non era ancora diventato “quel momento”». Anche per Fabrizio del Dongo la battaglia di Waterloo, mentre egli la sta combattendo, non esiste ancora. Nel puro presente, la sola dimensione in cui peraltro si vive, non c’è storia;[…].

Nel suo saggio Representations of History,  compreso nella raccolta di saggi .G.Sebald and the Writing of History  a cura di Anne Fuchs e Jonathan James Long, Russell J.A. Kilbourn, su segnalazione di Sandra Parmegiani  osserva come il brano qui  riportato appaia sottolineato nella copia personale di Sebald di Danubio in traduzione tedesca; il brano, a cui già l’autore allude esplicitamente  nella prima sezione di Vertigini,  in occasione della visita del narratore al Panorama della Battaglia di Waterloo , appare  determinante anche nel disperato tentativo di Austerlitz di sottrarsi al potere e al trascorrere del tempo, negandone la dimensione diacronica a favore di un esistenza simultanea di tutti gli istanti, di un divenire che non sia esterno al pensiero:

.[M]i sono sempre ribellato al potere del tempo escludendomi dai cosiddetti eventi temporali, nella speranza – come penso oggi, disse Austerlitz – che il tempo non passasse, non fosse passato, che mi si concedesse di risalirne in fretta i corso alle sue spalle, che là tutto fosse come prima o, per meglio dire, che tutti i punti temporali potessero esistere simultaneamente gli uni accanto agli altri, cioè che nulla di quanto racconta la storia sia vero, che quanto è avvenuto non sia ancora avvenuto, ma stia appunto accadendo nell’istante in cui noi ci pensiamo.

Questa dimensione demiurgica del pensiero, che determina la realtà degli avvenimenti soltanto nel momento in cui li pensa, avrebbe dunque il potere di redimere le atrocità della storia dimenticando che esse siano state, in una sorta non di ottuso revisionismo, evidentemente, ma di  estremo tentativo di difesa  contro l’intollerabile.L’idea di una negazione della Storia come processo autonomo rispetto al soggetto pensante è  peraltro avanzata anche da Magris, sul modello del famoso paradosso eleatico di Achille e la tartaruga:attraverso la sua scomposizione in  una successione di istanti di per sé privi di significato:

Come Zenone negava il movimento di una freccia scagliata dall’arco, perché in ogni istante essa era ferma in un punto dello spazio e la successione di istanti immobili non poteva essere movimento, così si dovrebbe dire che non la successione di quegli attimi senza storia crea storia, bensì le correlazioni e le aggiunte apportate dalla storiografia. 

Il tempo ridotto a spazio, ad una semplice  successione di punti tra loro coesistenti che possa essere percorsa in ogni direzione,  consente ad Austerlitz di giustificare il ritorno del passato e anche di annullare la sostanziale differenza tra vivi e morti, il cui dialogo sarebbe impedito soltanto dal mancato verificarsi di adeguate condizioni fisiche, dal persistere di un confine dimensionale tanto sottile quanto tenace:

A mio giudizio, disse Austerlitz, noi non comprendiamo le leggi che regolano il ritorno del download (24)passato, e tuttavia ho sempre più l’impressione che il tempo non esista affatto, ma esistano soltanto spazi differenti, incastrati gli uni negli altri, in base a una superiore stereometria, fra i quali i vivi e i morti possono entrare e uscire a seconda della loro disposizione d’animo, e quanto più ci penso, tanto più mi sembra che noi, noi che siamo ancora in vita, assumiamo agli occhi dei morti l’aspetto di esseri irreali e visibili solo in particolari condizioni atmosferiche e di luce. Per quanto mi è dato risalire indietro col pensiero, disse Austerlitz, mi son sempre sentito come privo di un posto nella realtà, come se non esistessi affatto.[….] e intanto sentivo in me qualcosa che continuava a tirare, una specie di male al cuore che – cominciavo ad averne il sospetto – era causato dal risucchio del tempo trascorso.

La percezione che Austerlitz ha di sé come creatura evanescente e diafana è dunque dovuta proprio alla disperazione connessa all’impossibilità di ricostruire gli eventi determinanti della propria identità, della propria storia, che per quanto dolorosi, costituiscono i fondamento stesso della sua – della nostra- esistenza, e sembra dunque implicare il paradossale sillogismo in base a cui, se il tempo non esiste, noi stessi non esistiamo; infatti se, come sostiene Magris, l’unica dimensione in cui esistiamo è il presente, che pure ,in quanto non misurabile né quantificabile (come affermava già Seneca),si appiattisce su un limite  tendente a zero, e se il futuro a sua volta è un’incognita che dipende dal presente e  non è  neppure  sempre immaginabile né tantomeno garantita, se ne deduce che l’unica dimensione in cui esistiamo pienamente in quanto esseri dotati di coscienza che attribuiscono un significato agli eventi è il nostro passato (poiché l’attribuzione, il riconoscimento del significato dell’evento avviene solo in un momento successivo all’evento stesso); eppure, è proprio la lettura a posteriori dell’evento che lo libera dal passato e lo sottrae, per così dire, al fluire della corrente temporale (l’autentico significato del carpe diem oraziano, peraltro) rendendolo eternamente presente,come lo sono tutti i momenti cruciali della vita per ognuno di noi, non importa quanto remoti.Il dolorosissimo viaggio,   che Austerlitz ripercorrerà dalla stazione di Praga attraverso la Germania,(non meno terribile del primo) ripercorrendo dunque l’itinerario del treno adibito kindertransport al Kindertransport che lo aveva fortunosamente strappato ad una fine orribile, ma a prezzo della sua identità e, almeno in parte, della sua salute psichica, lo ricondurrà nuovamente in Inghilterra, punto di arrivo e di partenza, ma pur senza poter completamente chiudere il cerchio della sua esistenza, perché il tempo, come egli  stesso aveva detto, si muove a spirale, e dunque, direbbe Pirandello, non conclude né da la certezza della direzione in cui si sta avanzando:

«Senza dubbio, disse Austerlitz dopo qualche istante, il rapporto fra spazio e tempo, così come ne facciamo esperienza noi viaggiando, ha ancor oggi qualcosa di illusionistico e illusorio, ed è anche per questo che ogni qualvolta ritorniamo da un viaggio, non sappiamo mai con certezza se davvero siamo stati via», perché, dice Magris, «non c’è un unico treno del tempo, che porta in un’unica direzione a velocità costante; ogni tanto s’incrocia un altro treno, che viene incontro dalla parte opposta, dal passato, e per un certo tratto quel passato ci è accanto, è al nostro fianco, nel nostro presente».

 


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi e grassetti nei testi citati sono miei;

– I brani qui riportati di Austerlitz sono tratti dall’edizione italiana dell’opera, con traduzione a firma di Ada Vigliani;

-La foto che dovrebbe ritrarre Austerlitz bambino, è in realtà la foto di un amico e collega di Sebald, di cui l’autore non rivela il nome e a cui dichiara di essersi in gran parte ispirato per il suo il personaggio. È posta sulla copertina di tutte le edizioni di Austerlitz, in ogni lingua e paese;

-Il titolo originale di Vertigini è Schwindel. Gefühle, cioè Vertigini, Sentimenti (o Emozioni).  Non mi spiego la scelta di sacrificare nella versione italiana questo sottotitolo, o parte di titolo, così pregnante- una parola chiave del lessico sebaldiano;

Austerlitz analizzato dal germanista Marino Fieschi (troppo brevemente, ahimé) in questo contributo per Rai Storia, ora sul portale di Rai Letteratura;

-Di Austerlitz dice  Pietro Citati nel suo La malattia dell’infinito: «Il ritorno del passato non salva Austerlitz dalla disperazione, come aveva salvato Marcel alla fine della Recherche. Mentre guarda Praga, il panorama della città gli sembra percorso dalle scalfitture e dai solchi del tempo. Quando contempla le fotografie di una volta, gli sembra di udire dei «lievi sospiri di disperazione, gémissements du désespoir», come se le immagini avessero anche loro una memoria e conservassero, intatta, la sofferenza che avevano contemplato. Non importa che Austerlitz ritrovi l’immagine della madre, col suo lieve collare di perle. Ormai sia il passato sia il presente son diventati il regno dei morti.[…]Dovunque, non c’è che Ade. Così, riscoprire le proprie origini fa crescere, in Austerlitz, la sensazione di ripudio e di annientamento, che lo aveva dominato per anni».

-Una dettagliata analisi critica sulla natura, il genere e le tematiche di Danubio è costuita da La coscienza del viaggiatore: il Danubio di Claudio Magrisa firma di Marialuisa Vianello;

-Per chi  non lo ricordasse, mi permetto qui di sottolineare che  in Magris l’uso del termine persuasione non va inteso nell’accezione comune ma piuttosto in quella stabilita da Carlo Michaelstaedter nella sua tesi  La persuasione e la rettorica,(di cui in rete si può leggere il testo integrale ), come del resto lo stesso autore chiarisce:

La persuasione, ha scritto Michelstaedter, è il possesso presente della propria vita e della propria persona, la capacità di vivere a fondo l’istante senza l’assillo smanioso di bruciarlo presto, di adoperarlo e usarlo in vista di un futuro che arrivi più rapidamente possibile e dunque di distruggerlo nell’attesa che la vita, tutta la vita, passi velocemente. Chi non è persuaso consuma la propria persona nell’attesa di un risultato che ha sempre da venire, che non è mai. La vita come mancanza, come deesse, annientata di continuo nella speranza che la difficile ora presente sia già trascorsa[…]La «rettorica», ossia l’organizzazione del sapere, è l’enorme ingranaggio della cultura, il febbrile meccanismo dell’attività con il quale gli uomini incapaci di vivere riescono ad ingannarsi, a precludersi l’annientante consapevolezza della loro mancanza di vita e di valore, a non accorgersi del loro vuoto.

-Alla restituzione  di quella infame e incomprensibile pagina di storia riguardante  la sorte dei prigionieri destinati allo sterminio nella Risiera di San Sadownload (21)bba, nonché alla sorte degli italiani d’Istria e alla disturbante commistione tra vittime e carnefici è legato l’ultimo lavoro di Magris, Non luogo a procedere  , in merito al quale si può leggere un’illuminante intervista qui (la segnalazione è courtesy of Gabrilu). In Danubio Magris aveva scritto:«La scrittura forse non può dare veramente voce alla desolazione assoluta, al niente della vita, a quei momenti nei quali essa è solo vuoto, privazione, orrore. Già il solo fatto di scriverne riempie in qualche modo quel vuoto, gli dà forma, rende comunicabile l’orrore e quindi, sia pure di poco, trionfa su di esso». 

-In una splendida sebald-3-002intervista per il settimanale tedesco Der Spiegel, pubblicata il 12 Marzo 2001, Sebald, dopo aver parlato a lungo del romanzo, della sua genesi, della sua “paura del melodrammatico” ( è il titolo dell’intervista) perché «nega l’estetica dell’autenticità», e del  suo temperamento melancolico, che a differenza di quello depressivo, consente la riflessione, e dunque di plasmare, di dare vita (artistica) alle forme indistinte che ognuno ha nella testa e che nemmeno sospetta di avere, conclude con una affermazione che rivela quanto ci sia di sé stesso in Austerlitz (nel romanzo e nel personaggio) e come la sua intera esistenza sia stata segnata dal tentativo di dare voce al silenzio in cui la sua identità (la sua storia) resta sepolta :

Quando io guardo le foto in bianco e nero di quel periodo, o lo rivedo in Tv,ho sempre avvertito con chiarezza questo sentimento: «Questo è il luogo da cui tu provieni. Là è il tuo territorio».

[Dopo Austerlitz, Sebald  aveva in programma  di lavorare ad un romanzo sulla storia della propria famiglia, con l’intenzione di risalire fino a due generazioni precedenti. La sua morte improvvisa non ha permesso che questo progetto vedesse la luce].

 

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7 comments

  1. E’ un vero fiume questa recensione, stupenda!! Ho letto anche quella dell’amica-collega che hai segnalato nell’articolo, altrettanto approfondita e interessante. Ma a cosa serve che ve lo dica che siete bravissime, davvero eccellenti entrambe, che ormai a forza di ripeterlo rischio di apparire un’esaltata, quando in realtà non lo sono affatto, nel senso che cerco sempre di moderarmi. Ma insomma, di fronte a simili risultati è pure difficile trattenersi. Sebald e Magris sono scrittori che devo ancora affrontare, ma se un giorno dovessi farlo ripasserò sicuramente sulle vostre pagine, per ridare un’occhiata a tutto ciò che avete scritto. Oltretutto le tematiche del tempo, della memoria, dell’identità negata mi attirano non poco. Ho trovato interessantissimi gli estratti che hai inserito nell’articolo (soprattutto quelli sulla percezione del Tempo), così come il parallelo che sei riuscita a sviluppare tra i due autori.

    1. @Alessandra
      Ti ringrazio di cuore – soprattutto per l’entusiasmo :-D.
      Sebald e Magris sono due scrittori immensi,la cui complessità e profondità non è neppure lontanamente suggerita da queste poche righe. Quando un giorno ti verranno incontro, te ne accorgerai tu stessa. Un abbraccio
      ps all’amica-collega, se ben intendo a chi alludi,va assai maggior merito. L’onore è tutto suo, e mio in parte , ché le carte che lei pennelleggia ridono molto di più 😉

  2. Come sempre, Dragoval, lasci me ammirata e senza parole. Sottoscrivo tutti i riconoscimenti di Alessandra. Ho letto e riletto svariate volte il tuo breve saggio- ché tale è- rimanendone appagata e con nessun commento da osare, ovviamente. Ma, poiché la carne è debole , eccomi qui a divagare- non potendo rimanere sul tuo piano- forzando quei temi che hai affrontato e comparandoli con alcune riflessioni che mulinavano nella mia testa, mentre leggevo il tuo testo e finivo di leggere un breve ma densissimo saggio di un filosofo di origine sud coreano, docente all’Universität der Künste di Berlino, Byung-Chul Han , definito “ un attento osservatore delle trame umane e digitali del XXI secolo”. Il saggio è “ Nello sciame. Visioni del digitale”- Traduzione di Federica Buongiorno, Figure nottetempo. Ebbene, qui i temi del tempo, dello spazio, del dolore trovano una lettura inquietante di questo nostro presente. A cominciare da quel presente ( Gegenwart) heideggeriano in cui- dicono i nostri Sebald- Magris –esistiamo, con la consapevolezza però che l’ esistenza piena è solo nel passato. Byung-Chul Han sottolinea come “ il nostro mondo si contraddistingue per il primato assoluto del presente : il tempo è ridotto ad una mera sequenza di presente disponibile. La totalizzazione del presente annienta le azioni che danno tempo, come l’ assumersi responsabilità o il promettere” ( pag. 79). Un rovesciamento di Austerlitz che si assume responsabilità di ciò che non ha provocato proprio assolutizzando il presente. Poi, lo spazio , il nomos della terra ( sempre Heidegger) che non ammette indiscrezioni solo calcolatorie , che contempla delimitazioni, distinzioni dove ha luogo quello spaesamento che ti permette di essere nel mondo. Un mondo abbandonato dall’ homo digitalis, che all’ azione ha sostituito l’ operazione “ che non è preceduta da alcune decisione in senso enfatico : l’ indugiare o il titubare, che sarebbero costitutivi dell’ agire, vengono percepiti come un disturbo delle operazioni che danneggia l’ efficienza” ( pag. 68). Infine- per non tediare troppo occupando questo tuo spazio- “ nessuna esperienza è possibile in mancanza di dolore. […] La
    “ Fenomenologia dello spirito” di Hegel descrive una via dolorosa : la fenomenologia del digitale, invece, è libera dal dolore dialettico dello spirito. E’ una fenomenologia del “ mi piace” ( pag. 70).Scompare quel dolore di Sebald – Magris che genera conoscenza.
    Insomma, per farla breve ( troppo tardi, ormai…) penso a questa nuova umanità dispersa ( che nome non ha? ) , e a quella umanità dolente ma consapevole che proprio per questo ci regala consolazione in questo secol superbo e sciocco.

    1. @Renza
      Grazie infinite, come sempre, per l’affetto, e per il tuo prezioso contributo al dibattito. Non avevo mai neppure sentito parlare ( mea culpa ) di Byung-Chul Han, e la frettolosa ricerca che ho fatto su di lui per cercare almeno di orientarmi non colmerà così a buon mercato la mia ignoranza. Ma posso dire che su quanto egli dice – e quanto tu scrivi- concordo in pieno: sul tempo che oggi non diventa storia , né personale né collettiva, perché rimane appunto allo stato embrionale della successione di istanti; sulle nostre vite sempre più solitarie e in-coscienti; sul rifiuto del doloroso e difficile in nome del disponibile e del facile.Splendida anche la riflessione sulle azioni che danno tempo, oggi ormai considerate alla stregua di veri fossili etici, e all’agire ridotto all’ operare ,metafora e sintesi perfetta della nostra evoluzione automatica.
      Sperando di continuare presto il nostro dialogo, qui come da Gabrilu o da Alessandra,ti saluto con affetto, pregandoti di non considerare mai i tuoi (i vostri) commenti come un’ invasione ; è solo grazie a voi, infatti, che questo spazio viene dotato di senso.
      Un abbraccio

  3. Ricambio calorosamente l’ abbraccio e ti ringrazio, cara Dragoval.
    Quanto a Byung-Chul Han, ne avevo letto sui giornali. Mi avevano interessato le sue posizioni ( sai come va. Senti qualcuno che esprime bene ciò che tu avevi confusamente pensato e allora ti dici che quella persona è davvero interessante e intelligente…), così ho cominciato dall’ ultimo suo testo tradotto nel 2015 ( avevo dimenticato di precisarlo). Adesso intendo leggere “ La società della trasparenza”, tradotto sempre per Figure nottetempo nel 2014.
    Il famoso mito della “trasparenza” che, come aveva acutamente notato un politologo, vorrebbe eliminare le quinte teatrali, mi attrae. Anche “ Nello sciame”, Byung- Chul Han ne accenna qua e là.
    “La “ verità” di Heidegger ama nascondersi. Non è semplicemente data. Deve prima essere strappata alla velatezza. […] All’ informazione, invece, manca lo spazio interno, l’ interiorità che le consentirebbe di ritrarsi o di velarsi. In essa, direbbe Heidegger, non batte alcun cuore ( pag. 56). Perché” il medium dello spirito è il silenzio” ( pag. 35) . Tutto ciò ci riporta là dove ci eravamo accasate per un po’- da gabrilu- e alla tua preziosa traduzione/ sintesi dell’ intervista a Sebald.
    “A questo, Sebald, risponde che non è possibile scrivere di questa terribile realtà, e, in generale, del tentativo di controllo, ghettizzazione e distruzione delle minoranze se non per allusioni , mentre come testimonianza diretta valgono le migliaia di immagini, e ribadisce poi come nella sua stessa famiglia ci fosse, a proposito degli eventi terribili dello sterminio e della sorte del popolo tedesco nella Seconda guerra mondiale, una vera e propria congiura del silenzio- la grande reticenza di cui sopra”.
    Un saluto affettuoso

  4. Un abbinamento impeccabile tra due dei massimi scrittori alle soglie del XXI secolo. Importanti, ritengo, quanto Proust, Joyce e Kafka lo sono stati per tutta la letteratura di quello precedente.
    Preziosi, come sempre, i riferimenti che suggerisci con le citazioni e i link che fornisci.
    Che altro dire?
    Che il tuo Blog è sempre un faro nel mare della letteratura.
    E per questo ti ringrazio.

  5. @carloesse
    Sono d’accordo con te: Sebald e Magris sono tra i pochissimi veri eredi della tradizione letteraria europea; la loro influenza, e la loro importanza, non sono probabilmente ancora state comprese nella loro giusta portata- lo saranno nel tempo, data la loro natura di scrittori inattuali , dunque votati a diventare – ad essere- dei classici.
    Un saluto .- e sono io che come sempre, immeritevole ma sincera, ti ringrazio

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