La cognizione del dolore (nel segno di Wittgenstein).W.G. Sebald e Thomas Bernhard/1

 Nella sua bellissima raccolta di saggi  La malattia dell’infinito, dedicata ai grandi autori europei del Novecento Pietro Citati,  con la consueta felice intuizione che gli è propria, pone l’opera di Sebald in relazione a quella di Bernhard, senza limitare l’influenza dell’austriaco sul tedesco alla mera questione stilistica della scrittura periscopica, ma ne intuisce una radice più profonda. «Come Thomas Bernhard, Sebald raccoglie il dolore del mondo ;ma se Bernhard si abbandona all’ansia e all’isteria, qui  [in Austerlitz, ndr] il dolore rimane sempre sul punto di esplodere. L’esplosione, che non avviene mai, lo moltiplica all’infinito.»:La cognizione del dolore, dunque – del mondo come del proprio;un processo che per entrambi gli autori si fa strada  e si concretizza attraverso i diversi aspetti della tormentata esperienza umana e intellettuale di Ludwig Wittgenstein.

«Tutta la filosofia, se perseguita con onestà intellettuale, comincia con una confessione“: all’inizio del suo Libro marrone , in cui focalizza la sua attenzione sull’origine  e sull’apprendimento del linguaggio (appunti e bozze che costituiranno poi, con poche varianti, la prima parte delle Ricerche filosofiche), Wittgenstein si accosta alle Confessiones agostiniane ;  il contatto con  l’immensa profondità spirituale e religiosa dell’opera,richiamando forse alla sua mente altri testi di ascendenza mistica da lui provvidenzialmente letti  nella noia e nei pericoli della prima Guerra mondiale (Tolstoj e il suo Vangelo spiegato ai giovani), lo convincono che non ci possa essere riflessione filosofica in assenza di un’assoluta trasparenza etica e che sia dunque a tale proposito necessario avere il coraggio di discendere profondamente in sé stessi , resistendo alle tentazioni dell’orgoglio, della superficialità, e, più di tutto, dell’autoinganno. Nei suoi diari egli scrive:

L’edificio del tuo orgoglio deve essere abbattuto. Ed è un lavoro terribilmente duro da compiere. L’autoanalisi richiesta da un simile processo di abbattimento del proprio orgoglio è necessaria non soltanto per essere una persona decente, ma anche un filosofo decente. Se si è riluttanti a discendere dentro se stessi, perché è troppo doloroso, nello scrivere si rimarrà superficiali.

images-15E ancora:

Mentire a sé stessi su sé stessi, autoingannarsi  con finzione relative al proprio stato di volontà,può avere un effetto deleterio sul proprio stile; il risultato sarà dunque l’impossibilità di distinguere nel proprio stile ciò che è genuino da ciò che è artificioso…..Se io recito con  me stesso, allora è questo che il mio stile esprimerà; e quindi lo stile non potrà essere il mio; se tu non vuoi conoscere chi sei veramente, allora la tua scrittura è una forma di inganno.

Singolare affermazione, questa, se si considera che, almeno sulla questione della propria origine, Wittgenstein aveva fatto dell’inganno- e dell’autoinganno- la propria cifra;nella sua monumentale biografia  (Ludwig Wittgenstein. The duty of Genius, da cui sono tratti il materiale e le citazioni qui riportate),  Ray Monk riporta la testimonianza di Fania Pascal ,insegnante di russo di Wittgenstein negli anni Trenta, quando egli progettava un viaggio in Russia  e a cui si deve un volume di ricordi sul filosofo., secondo cui Wittgenstein avesse lasciato che la maggior parte delle persone che lo conoscevano lo credessero per tre quarti ariano e per un quarto ebreo,laddove, in realtà, era vero l’esatto contrario. L’ ascendenza ebraica, era dunque sempre stata vissuta dal filosofo con un oscuro senso di colpa, come una macchia da cui liberarsi. A questo sentimento malsano contribuì in gran parte la lettura, negli anni giovanili, dell’opera di Otto Weininger, ebreo notoriamente misogino e antisemita, morto poi suicida sotto il peso della propria stessa origine:

Ci sono diversi segnali che indicano come egli fosse incline ad accettare la concezione weiningeriana di ebraicità, e che lui fosse convinto che alcuni degli aspetti meno eroici del suo carattere avessero a che fare con la sua ascendenza ebraica. Come Weininger, Wittgenstein era pronto ad estendere il concetto di ebraicità  oltre l’origine familiare. Sul carattere di Rousseau, ad esempio, egli pensava che ” ci fosse qualcosa di ebraico”. E, come Weininger, egli vedeva una certa affinità tra il carattere di un ebreo e quello di un inglese.”Mendelsshon non è una cima, ma una pianura. Il suo essere inglese”; ” La tragedia è qualcosa di non-ebraico, Mendelsshon è, ritengo, il meno tragico dei compositori”.

La visione di Wittgenstein era – purtroppo- profondamente influenzata da questa prospettiva, che considerava gli ebrei essenzialmente come gruppo etnico e razziale, ignorando totalmente quanto essi fossero ormai  così integrati nella società europea (specialmente mitteleuropea), da risultare ormai praticamente indistinguibili dagli autoctoni- anche per i loro cognomi. Il tentativo di sottrarsi a sé stesso, alla propria macchia incancellabile, risulta particolarmente disturbante nel linguaggio che Wittgenstein usa quando si riferisce agli ebrei, che di fatto ricalca gli slogan  nazisti. Ciò che in questo disturba profondamente, osserva Monk, non è tanto l’eco di Sesso e carattere (ossia l’opera weiningeriana) quanto piuttosto quello del Mein Kampf:

Molte delle insinuazioni più oltraggiose di Hitler- la sua caratterizzazione dell’ebreo come un parassita (che come un batterio nocivo si diffonde tanto velocemente quanto glielo consente l’ambiente di coltura”, la sua affermazione che il contributo ebraico alla cultura è sempre stato interamente di seconda mano, poiché “all’ebreo mancano quelle qualità che distinguono le razze che sono creative e dunque culturalmente benedette” e, inoltre, il fatto che il contributo si limiti ad una rifinitura  della cultura altrui (“poiché l’ebreo …..non ha mai avuto una cultura propria, e le fondamenta del suo lavoro intellettuale sono sempre state gettate da altri”– questa intera litania di deprecabile nonsenso trova un parallelo in ciò che Wittgenstein ribadisce nel 1931». Vale a dire,il recupero della metafora che vedeva gli ebrei come il tumore maligno nel corpo sano del genio e della creatività europei (o per meglio dire tedeschi).

Naturalmente, la riflessione di Wittgenstein  divergeva profondamente dai propositi di Hitler, essendo piuttosto originata dal disprezzo di sé che il filosofo nutriva,  e volta dunque ad individuare una spiegazione genetica alla propria mancanza di genio,  da lui appunto attribuita alla propria origine ebraica- mancanza che rendeva ai suoi occhi il suo intero lavoro di ricerca privo di valore.  Il precipitare degli eventi, dall’ ascesa del Partito nazionalsocialista in Germania allAnschluss, non tardarono a rivelare a Wittgenstein quali orrori potessero prendere corpo dalle farneticazioni antisemite: tra i suoi nonni, infatti tre erano di origine ebraica, dunque, secondo le Leggi di Norimberga, questo faceva di Wittgenstein stesso un ebreo :

«Il 10 Marzo[1938] l’Austria era un paese indipendente governato da Schuschnigg; l’11 era uno Stato indipendente sotto il governo nazista; il 12 divenne parte della Germania nazista. Per una famiglia  austriaca di origine ebraica la differenza fra il secondo e il terzo giorno fu decisiva: segnò infatti la differenza tra l’essere un cittadino austriaco ed un ebreo tedesco. Il giorno dell’Anschluss Wittgenstein scriveva nel suo diario: “Le notizie che sento a proposito dell’Austria mi disturbano. Non ho idea di cosa debba fare, se andare a Vienna oppure no. Penso soprattutto a download-7Francis [Skinner, il giovane matematico con cui W.aveva una relazione tanto intensa quanto tormentata, ndr] e al fatto che non voglio separarmi da lui”.[…] Wittgenstein era estremamente preoccupato per la sicurezza della sua famiglia. Il suo primo impulso fu di partire immediatamente per Vienna per raggiungerli; a fermarlo fu la paura che, se lo avesse fatto, non avrebbe mai più potuto rivedere Francis. Nondimeno, egli scrisse alla sua famiglia offrendosi di tornare a Vienna se avessero avuto bisogno di lui».

La stessa famiglia di Wittgenstein non realizza subito da quale profondo pericolo è minacciata. Le sorelle Hermine ed Helene sono inclini a giudicare la faccenda come un grosso equivoco, che non può in alcun modo riguardare loro, appartenenti ad una delle più abbienti e conosciute famiglie di Vienna. Soltanto il fratello Paul, brillante concertista nonostante la perdita del braccio destro in battaglia durante la I Guerra mondiale(a lui Ravel aveva dedicato il Concerto per mano sinistra) ha lucidamente compreso la gravità della situazione: “Contiamo come ebrei!”. Paul, infatti, era terrorizzato dal fatto che questo avrebbe posto fine alla sua carriera di concertista – senza contare che le lunghe passeggiate che amava fare erano rese fonte di profonda inquietudine e disagio, dato il cartello  «Juden verboten » posto ad ogni angolo di strada. A salvare Wittms-1486rgenstein in questa terribile circostanza è la scelta di consigliarsi con il suo stimatissimo amico Piero Sraffa,  che in una lettera di straordinaria e persuasiva lucidità  ( sulla scorta evidente di quanto era accaduto a lui stesso durante la sua ultima visita in Italia) esorta Wittgenstein a non recarsi a Vienna per nessun motivo, sottolineando come il suo passaporto sarebbe stato sequestrato, i suoi beni requisiti e come sarebbe diventato per lui di fatto impossibile  fare ritorno a Cambridge. Le parole di Sraffa, fortunatamente, lo convincono; nondimeno, Wittgenstein annoterà nel suo diario: «Mi trovo ora in una situazione estremamente difficile. A causa dell’annessione dell’Austria alla Germania io sono diventato ora cittadino tedesco. Questa è per me una circostanza spaventosa, poiché io sono ora soggetto ad un potere che  in ogni senso del termine non riconosco». 

Mentre completava il dattiloscritto che avrebbe poi costituito il corpo delle sue Ricerche filosofiche, Wittgenstein appare sempre più oppresso dall'”oscurità del suo tempo“. La fase finale della Seconda guerra mondiale costituisce l’apice delle atrocità, come il bombardamento di Dresda da parte degli alleati con bombe di fuoco, che uccisero 130000 civili. Il 14 Maggio, pochi giorni dopo la resa di Berlino alle Forze alleate,Wittgenstein dresdascrive:” Gli ultimi sei mesi sono stati più nauseanti che mai. Vorrei lasciare questo paese e andarmene in Norvegia. Cambridge mi dà sui nervi.!» . A dargli sui nervi, probabilmente, è la coscienza, connessa all’oscuro senso di colpa, per aver ottenuto, grazie all’interessamento di John Maynard Keynes, la cittadinanza britannica, e quindi di essere passato, in un certo senso, dalla parte dei nemici. Wittgenstein era peraltro convinto che la pace non sarebbe durata (“Questa pace è soltanto una tregua“), e soprattutto, odiava l’argomento propagandistico secondo cui lo sterminio degli aggressori avrebbe reso il mondo un posto migliore in cui vivere, poiché in effetti sottindendeva che, ad iniziare una guerra sarebbero potuti essere, da quel momento in avanti, solo le Forze alleate. Al suo amico Rowland Hutt, finalmente congedato alla fine della guerra, Wittgenstein scriverà di come «la bestialità degli alleati nei confronti di Germania e Giappone lo facesse sentire male». Come se non fosse bastata l’atrocità dei bombardamenti, infatti, l’esercito britannico aveva l’ordine di non fraternizzare con il nemico e di non rifornirli di cibo  né di  condividere le proprie razioni .

Quando  il giornalista Victor Gollancz avrà il coraggio di denunciare sul News Chronicle le atrocità commesse contro i tedeschi, respingendo il concetto di “ colpa collettiva” come un residuato ideologico da Antico Testamento, Wittgenstein  gli scriverà ringraziandolo del fatto che « qualcuno, pubblicamente, avesse avuto il coraggio di definire “diabolico” un atto diabolico», indipendentemente, dunque, dalla propaganda di Stato. Fania Pascal aveva dunque sicuramente ragione nell’associare la confessione che Wittgenstein le rende sulla propria origine alla nascita della Germania nazista.

Le stesse atrocità compiute ai danni dei tedeschi e l’inspiegabile sforzo di rimozione compiuto dalle vittime non meno che dai carnefici avrebbero poi, molti anni dopo,  tormentato l’animo di W.G. Sebald, che le avrebbe, e con quale dolore, ripercorse e denunciate in   Luftkrieg und Literatur, Guerra aerea e letteratura, ai lettori italiani più noto come Storia naturale della distruzione


 Nelle sue Note sul « Ramo d’oro» di Frazer risalenti  al 1931 e dunque Wittgenstein sosteneva come secondo lui quest’opera fallisse nel renderci più comprensibile il nostro legame personale con il passato,in base alla propria concezione della storia, secondo cui il nostro bisogno di storia è talvolta più grande ( o quantomeno differente) dal semplice susseguirsi del racconto di eventi e da un mero ordinamento cronologico che tenti di spiegare la storia esclusivamente secondo rapporti di causa ed effetto. La nostra vera esigenza, secondo Wittgenstein, è  quello di comprendere il nostro rapporto con la storia,  ovvero l’impressione incancellabile che alcuni dei suoi eventi lasciano su di noi: ed è proprio la profonda risonanza interiore delle atrocità  compiute e subite dai tedeschi che costituiscono la motivazione di fondo dell’intera opera di Sebald. L’interesse di Sebald per Wittgenstein è dettato dunque non soltanto dal pensiero del filosofo (la cui riflessione sul linguaggio sarà comunque rilevante per la elaborazione stilistica di Sebald come di Bernhard), quanto soprattutto da questa profonda corrispondenza che egli ritrova tra la vicenda esistenziale di Wittgenstein e la propria; come sostiene Nina Pelikan Straus (Sebald, Wittgenstein and the Ethics of Memory , in Comparative Literature, n.61 (2009), pp.43-53 Duke University Press ):

«La sofferta relazione di Wittgenstein con i propri antenati (ebrei), […] e soprattutto il suo rapporto traumatico con la memoria, lo connettono psicologicamente al senso di scissione,
isolamento e inautenticità  che Sebald rievoca nella creazione di Austerlitz», e che è peraltro condivisa dall’autore stesso, profondamente segnato fin dall’infanzia dalla “Congiura del silenzio” messa in atto dagli adulti sui crimini e gli abomini nazisti ai danni degli ebrei come di quelli commessi dagli Alleati contro di loro.Le loro rispettive esperienze sono dunque accomunate dal senso dell’ orrore e da quello di colpa per un’esistenza vissuta nell’ombra: Monk descrive Wittgenstein come se “sentisse di nascondere qualcosa”, come qualcuno che ha sepolto  la propria identità  in un luogo oscuro e troppo remoto della memoria; Sebald (che probabilmente, come sostiene la Straus, conosceva bene l’opera di Monk, come molte allusioni nei suoi testi lascerebbero intendere),si concentra sulle conseguenze psichiche di questa condizione, prima fra tutte il continuo spettro del suicidio (frutto per Wittgenstein di una pesante eredità familiare: tre dei suoi fratelli si erano infatti uccisi a causa delle vessazioni paterne). Dei quattro protagonisti de Gli emigratiinfatti, tre si suicideranno, schiacciati dal peso della propria identità -ebraica- rimossa o celata troppo a lungo, e dal sentimento di strazio intollerabile per le vittime della follia nazista; tra questi, il maestro elementare  Paul Bereyter,(sotto cui si cela Armin Müller, realmente maestro elementare di Sebald in Svizzera)  sollevato dall’incarico dai nazisti , che in Svizzera si suiciderà molti anni dopo, viene esplicitamente riconnesso a Wittgenstein, che figura tra le sue letture di autori suicidi effettivi o potenziali:

«Durante la notte però, disse Mme Landau, Paul si guardava bene dall’attenersi alle misure e alle prescrizioni mediche, e in camera sua la luce rimaneva sempre accesa fin verso l’alba. Leggeva, leggeva: Altenberg, Trakl, Wittgenstein, Friedell, Hasenclever, Toller, Tucholsky, Klaus Mann, Ossietzky, Benjamin, Koestler e Zweig – in primo luogo, dunque, scrittori che si erano tolti la vita o erano giunti a un passo dal farlo. I suoi quaderni con gli estratti dalle loro opere ci danno un’idea dello straordinario interesse che egli provava soprattutto per la vicenda esistenziale di quegli autori. ».

E anche più esplicitamente il pittore Max Ferber, il cui racconto contiene già in nuce  molti elementi poi ripresi e sviluppati in  Austerlitz:

«L’unico elemento significativo del suo primo breve soggiorno a Manchester era, disse Ferber, che a quel tempo aveva abitato in Palatine Road numero 104, ovvero nella stessa casa in cui nel 1908 risiedeva – come ormai è risaputo sulla scorta di varie biografie – lo studente di ingegneria emigrants-manchesterLudwig Wittgenstein, allora ventenne. Naturalmente questo nesso retrospettivo con Wittgenstein era pura illusione, e tuttavia non per questo lui lo riteneva meno importante, diceva Ferber, anzi talvolta gli sembrava che un legame sempre più intimo lo unisse a quanti erano venuti prima di lui e perciò, quando si immaginava il giovane Wittgenstein chino sul progetto di una camera di combustione variabile o intento a collaudare su una torbiera nel Derbyshire un prototipo di deltaplano da lui stesso costruito, avvertiva in cuor suo un sentimento di fratellanza che risaliva ben oltre il suo tempo e il tempo che lo aveva preceduto».

E’ solo in Austerlitz, tuttavia, che questo sentimento di fratellanza lascerà il posto ad una piena identificazione.La somiglianza fisica di Austerlitz con il filosofo, persino nell’abbigliamento, nella postura e nella gestualità come nell’inseparabile zaino, viene espressamente sottolineata dal narratore, ai cui occhi l’immagine dell’uno riverbera e si (con)fonde con quella dell’altro:

«Per un bel po’, a quanto ricordo, rimasi come impietrito dallo stupore nel vedermelo davanti all’improvviso; in ogni caso rammento che, prima di dirigermi verso di lui, riflettei alungo sulla somiglianza, di cui allora mi accorgevo per la prima volta, tra la sua persona e quella di Ludwig Wittgenstein, sull’espressione sgomenta che entrambi avevano in volto. Credo fosse soprattutto lo zaino,[…] a suscitare in me l’idea, in sé piuttosto strana, di una certa somiglianza fisica tra lui, Austerlitz, e il filosofo morto di cancro a Cambridge nel 1951. Anche images-12Wittgenstein aveva sempre con sé lo zaino, a Puchberg e a Otterthal così come durante i suoi viaggi in Norvegia, in Irlanda, nel Kazakistan o quando tornava a casa dalle sorelle per festeggiare il Natale nella Alleegasse. Sempre e ovunque quello zaino – a proposito del quale Margarete [ Gretl,la sorella di W., Ndr] scrive una volta al fratello, confidandogli di averlo quasi altrettanto caro quanto lui – ha viaggiato con Wittgenstein, credo persino durante la traversata dell’Atlantico sul piroscafo Queen Mary e poi da New York a Ithaca. Perciò adesso, quando mi imbatto da qualche parte in una fotografia di Wittgenstein, ho sempre più la sensazione che a posarsi su di me siano gli occhi di Austerlitz, mentre, se guardo Austerlitz, è come se vedessi in lui l’infelice filosofo, imprigionato nella chiarezza delle sue riflessioni logiche e nel disordine dei suoi sentimenti».

Dunque, tra le molteplici letture che un testo immenso e profondo come Austerlitz può offrire, c’è anche un tentativo di risposta, già anticipato da Gli emigrati, all’enunciato di  Wittgenstein secondo cui “la soluzione dell’enigma di una vita situata nel tempo e nello spazio risiede al di fuori del tempo e dello spazio”;  attraverso i suoi alter ego,  Sebald pone idealmente,  il filosofo di fronte a sé stesso, questa volta riconnettendo esplicitamente la causa della sofferenza, il disagio, il senso di spaesamento e l’inadeguatezza di Wittgenstein alla sua appartenenza ad un mondo altro,  all’incapacità di affrontare la propria origine e la propria memoria familiare, che egli ha rifiutato lungo la sua intera esistenza. Un rifiuto per il quale Wittgenstein appare più “colpevole” di Austerlitz, vittima innocente della Storia che pure dolorosamente si offre di  ripercorrere  le stazioni del calvario, di rivivere le care e w-g-sebald-credit-jerry-baueratroci memorie dell’infanzia- ed è in questa sua innocenza che ritroviamo il tratto che più accomuna Austerlitz allo stesso Sebald; come Ferber aveva affidato al narratore la testimonianza dell’infanzia di sua madre,vittima di Auschwitz, anche Austerlitz affiderà al narratore il compito di tramandare la memoria della propria storia familiare, di proseguire le ricerche, affidandogli, simbolicamente, la chiave del proprio appartamento di Londra, il luogo dove sono custoditi i suoi ricordi, le sue innumerevoli fotografie (tanto simili, peraltro, soprattutto quelle delle stazioni ferroviarie, a quelle che Wittgenstein amava spedire ai suoi amici dal suo remoto rifugio in Norvegia).E’ l’etica della memoria, dunque , a tenere in vita Ferber,  Austerlitz, il narratore, l’autore stesso; il solo richiamo più forte della cognizione del dolore.


RISORSE E NOTE A MARGINE

  • Corsivi, grassetti e traduzioni tratte dalla biografia di Ray Monk e dal contributo critico di Nina Pelikan Straus, come dell’intervista qui sotto riportata,  sono mie; le  citazioni dalle opere di Sebald  sono nella traduzione di  Ada Vigliani;
  • Nella sua ultima intervista rilasciata a Maya Jaggi per il quotidiano inglese  The Guardian, il 24 Settembre 2001, a proposito di Austerlitz ( che certamente, a giudizio unanime della critica,  gli sarebbe valso il premio Nobel se non fosse prematuramente scomparso in un incidente stradale), Sebald dichiarava:
  • L’intera questione della memoria costituisce l’ossatura morale della letteratura. Alla mia mente appare chiaro che coloro che non hanno memoria hanno una probabilità molto maggiore di vivere una vita felice. Ma è qualcosa da cui non si ha la possibilità di sfuggire: la nostra mente e congegnata in modo tale da spingerti a guardare indietro, oltre le tue spalle.
    La memoria, anche se tu la reprimi in ogni modo, tornerà da te e plasmerà la tua vita. Senza memoria non ci sarebbe scrittura : il peso specifico che un’immagine o una frase trasmettono al lettore può provenire soltanto dai ricordi- e non di ieri, ma di molto tempo prima .
Annunci

2 comments

  1. Ben tornata, cara Dragoval e …alla grande. Come al solito i tuoi saggi lasciano affascinati, con poco da commentare per non cadere nella ridondanza o nella oziosità verbale.
    Questa sorta di chiasmo tra le figure di Sebald e di Wittgenstein ( l’ uno tra i “ responsabili” della Shoah, l’ altro tra le vittime potenziali) non è solo eccezionalmente resa ma anche – se così si può dire- vivificata dalla tua personale sensibilità che sente dentro di sé il dolore di queste due figure. E dunque, la compassione che ne discende è intellettuale ed emotiva insieme.
    Il tacere, in Wittgenstein, è molto presente (“Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen“); sarebbe bello sapere quale rapporto c’è – se c’è- tra lo schweigen e la sua iniziale rimozione identitaria.
    Un’ ultima notazione: per pura casualità, ho appena finito di leggere uno dei pochi esempi di “ letteratura delle macerie”, un romanzo molto intenso di Heinrich Boll , “ L’ angelo tacque” . (Der Engel schwieg), concepito alla fine degli anni ’40 ma pubblicato nel 1992. Ciao e grazie per questi arricchimenti.

  2. @Renza
    Ringraziandoti, come sempre, per il tuo affetto e la tua presenza, io credo non sia affatto un caso che l’intera riflessione di Wittgenstein ruoti attorno alla filosofia del linguaggio: fin da bambino, infatti, soprattutto a causa della severità di suo padre nei confronti degli altri fratelli, egli aveva imparato a tacere sui propri bisogni per assecondare i desideri altrui o l’immagine che gli altri avevano di lui;per questo si è ritrovato a compiere studi di ingegneria, che pure non erano certo la sua vocazione (peraltro con ottimi risultati); per questo, il suo primo quesito filosofico, su cui egli chiaramente ricorda di aver ragionato all’età di otto anni, fu: “Perché dire la verità se è invece nel proprio interesse mentire?” .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...