L’Estinzione del Tempo .Thomas Bernhard e Marcel Proust

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«Longtemps je me suis couché de bonne houre»….«Per molto tempo mi sono coricato presto, la sera».  Certamente uno degli incipit più noti ed indimenticabili della storia della letteratura, di quella miracolosa ricostruzione del tempo perduto che si concluderà soltanto sette volumi dopo, quando il Narratore, a cui il Tempo ha donato la chiave per dischiudere le sue porte impenetrabili, si proporrà di scrivere quel sublime romanzo che il lettore ha appena terminato di leggere. Singolare, dunque, vedere come il momento iniziale e quello finale del tempo implodano e quasi collassino su se stessi in Estinzione, l’ultimo e certamente il più ambizioso romanzo di Thomas Bernhard in cui il protagonista,Franz Joseph Murau,  dalla sua casa di Roma, dove insegna letteratura tedesca all’allievo Gambetti, suo interlocutore  nel romanzo, si propone di raccontare e descrivere la residenza di Wolfsegg, il castello di famiglia in Austria,e il destino e il carattere dei suoi abitanti, «a costo di farli sembrare mostruosi» come il Narratore proustiano, bruciandone così la parabola in un atto creativo che reca evidente l’intenzione dell’annullamento.

La narrazione della Recherche inizia, come tutti sanno, con il celebre notturno di un bambino insonne, il cui terrore per una lunga notte popolata di incubi e di mostri, che si dilegueranno solo quando il sole farò capolino attraverso le tende, è attenuato soltanto dalla speranza del bacio della Madre, che pure nell’attesa ha il potere i tenere lontane le angosce notturne:

La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio una volta che io fossi a letto. Ma quella buonanotte durava così poco, lei ridiscendeva così presto, che il momento in cui la sentivo salire, e poi nel corridoio a doppia porta trascorreva il lieve fruscìo della sua veste da giardino in mussola azzurra dalla quale pendevano dei cordoncini di paglia intrecciata, era per me un momento doloroso. Esso era il preannuncio di quello che sarebbe seguito e nel quale lei mi avrebbe lasciato, sarebbe ridiscesa. E così, quella buonanotte che amavo la-madretanto, mi spingevo sino ad augurarmi che arrivasse il più tardi possibile, perché si prolungasse il tempo di tregua durante il quale la mamma non era ancora venuta. A volte, quando dopo avermi baciato apriva la porta per uscire, io desideravo richiamarla, dirle «dammi un altro bacio», ma sapevo che subito avrebbe avuto la sua espressione di disappunto, perché la concessione che faceva alla mia tristezza e alla mia agitazione salendo a darmi quel bacio, a portarmi quel bacio di pace, irritava mio padre che giudicava simili riti delle assurdità, e lei avrebbe voluto tentare di farmene perdere il bisogno, l’abitudine: altro che lasciarmi prendere quella di chiederle, quando già stava per oltrepassare la soglia, un nuovo bacio. Ora, vederla indispettita distruggeva tutta la calma di cui mi aveva riempito un istante prima chinando sul mio letto il suo viso amoroso, protendendolo verso di me come un’ostia per una comunione di pace dalla quale le mie labbra avrebbero attinto la sua presenza reale e il potere di addormentarmi. 

La presenza materna, dunque, per il Narratore bambino, è una consolazione irrinunciabile, che purtroppo gli viene negata quando la famiglia ha ospiti a cena, e segnatamente, più spesso degli altri quel famoso Charles Swann la cui storia ci verrà narrata nella seconda parte di questo primo volume a lui intitolato; sarà questa necessità oscura a dargli quindi l’ardire, contravvenendo al divieto paterno, di recarsi in camera della madre per reclamare quel bacio mancato, la cui assenza diviene per lui assolutamente devastante-per   terrore della solitudine, presagio dell’abbandono, impossibilità di trattenere a sé le persone amate-,e la cui convulsa reazione lo eleverà ufficialmente, tramite l’autorevole diktat  paterno, alla condizione di nevrotico:

La mamma restò quella notte nella mia camera e, come se non volesse guastare con il minimola-madre1 rimorso delle ore così diverse da quelle cui avrei potuto legittimamente aspirare, quando Françoise, resasi conto che succedeva qualcosa di straordinario vedendo la mamma che, seduta accanto a me, mi teneva la mano e mi lasciava piangere senza sgridarmi, le chiese: «Ma signora, cos’ha il signorino da piangere tanto?», le rispose: «Non lo sa neanche lui, Françoise, ha una crisi di nervi; preparatemi subito il letto grande e andle-petit-marcelate a dormire». Così, per la prima volta, la mia tristezza non era più considerata una mancanza da punire, ma un male involontario al quale era toccato un riconoscimento ufficiale, uno stato nervoso di cui io non ero responsabile; provavo il sollievo di non dover più mescolare degli scrupoli all’amarezza delle mie lacrime, potevo piangere senza peccato.

L’intensità lirica e patetica  della scena proustiana, la sua ironia squisita e finissima, vengono bruscamente rovesciate (verrebbe quasi da dire: maltrattate) nel cupo e ruvido universo bernhardiano: in Estinzione, come pure in altri suoi romanzi, la Madre non è mai una figura positiva, quanto piuttosto un essere avido e gretto, una feroce custode del patrimonio domestico (à la Adelaide Antici), colpevole del progressivo ottundimento delle facoltà intellettuale del marito, della rovina assoluta della vita dei figli e della decadenza della casata. All’attenzione sollecita e piena d’amore riservata al Narratore bambino della Recherche si sostituisce qui una  malintesa educazione spartana, volta a temprare i bambini contro le future difficoltà della vita – e soprattutto, contro le eventuali tentazioni del comfort e del lusso: Franz Joseph Murau,(questo il nome del narratore/protagonista, le cui uniche occorrenze nel romanzo compaiono, significativamente, nella prima e nell’ultima pagina), il fratello e le sorelle dormivano al secondo piano della residenza di Wolfsegg, in stanze fredde, senza riscaldamento, dove  essi trascorrevano la maggior parte della giornata, funzionando le stanze da letto anche da stanze da studio:

I bambini di Wolfsegg si liberavano molto presto della loro paura, si abituavano presto al senso di abbandono nel gigantesco edificio freddo, i bambini forestieri avevano una paura immensa a Wolfsegg, urlavano quando li si lasciava soli anche per brevissimo tempo; noi non avevamo paura di sorta. Già quando avevamo quattro o cinque anni, credo, nostra madre ci aveva esiliati dalla sua stanza,avevo detto a Gambetti, dapprima naturalmente in camere comuni, ma tuttavia esiliati, download-22compariva ogni sera, dopo che ci eravamo lavati, per darci il bacio della buona notte. Johannes voleva sempre da lei il bacio della buona notte, io rifiutavo dentro di me il bacio della buona notte, lo odiavo, anche se non sono mai riuscito a sfuggirgli. Ancora oggi mia madre mi  perseguita in sogno con il bacio della buona notte, avevo detto a Gambetti, si china su di me e io, inerme, sono alla mercé di quel bacio della buona notte, lei preme le labbra sulla mia guancia, con forza, come se volesse punirmi. Dopo aver dato a entrambi il bacio della buona notte, spegneva la luce ma non usciva subito dalla nostra stanza, restava qualche tempo alla porta e aspettava che ci fossimo girati sul fianco e addormentati. Siccome già da bambino avevo un udito straordinariamente fine, sapevo che lei stava in ascolto dietro la porta chiusa, prima di scendere al primo piano, dove i miei genitori dormivano.

Al rimpianto luminoso e inconsolabile di Marcel (il Narratore della Recherche) si sostituiscono qui il rifiuto e il ribrezzo, che ritornano nei sogni e nella memoria. E’ Johannes, e non il Narratore di Estinzione, il figlio prediletto. Antifrasticamente  rispetto alla scena della Recherche,  qui la Madre non ha fretta di andare via, aspetta che i figli si siano addormentati, non come atto di sollecita tenerezza quanto piuttosto, come si legge subito dopo, per una sorta di patologica diffidenza persino nei confronti dei propri figli:

Diffidava anche di noi bambini, non so per quale ragione, avevo detto a Gambetti, la diffidenza di nostra madre era estrema, ne soffriva in maniera incessante, inguaribile, ossessiva, oggi debbo dire assolutamente perversa.

La divinità  benevola e luminosa della Madre si trasforma qui in una sorta di Kahli la distruttrice rivelando il suo  volto oscuro e tirannico. La vita del fratello e delle sorelle del Narratore saranno infatti completamente in suo potere, fino alla inopinata e imprevedibile catastrofe (di cui il lettore di Estinzione è però informato fin dalle primissime righe), che pure accade senza quasi lasciare traccia.


Le pagine conclusive del capolavoro proustiano non sono meno note del suo incipit. Molti anni dopo la scena del bacio della buonanotte, il narratore Marcel, dopo un percorso di ricerca durato una vita intera volto a comprendere il mistero della verità della scrittura e delle ingovernabili intermittenze della memoria,recandosi, ormai stanco e sfiduciato, ad una matinée presso i Guermantes ,s’imbatte finalmente per caso, come in una fiaba, la porta che apre il regno del Tempo:

Ma proprio, a volte, nel momento in cui tutto ci sembra perduto giunge l’avvertimento che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente e la sola attraverso la quale si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, l’urtiamo senza saperlo, e si apre.

Il poggiare il piede su un selciato disuguale per scansare una vettura che sta per investirlo, il rumore di un cucchiaino sul piatto nel salotto-biblioteca dei Guermantes, gli riportano alla memoria, perfettamente integri e vivi, perfettamente presenti,  momenti analoghi vissuti nel passato, quasi che questi piccoli, insignificanti oggetti  custodissero in sé il segreto per superare decenni interi in meno di un istante. Risorgono così  alla vista felice e commossa del Narratore,la stanza della zia Lèonie a Combray,il lastricato sconnesso di piazza San Marco, durante un viaggio con sua madre, la stanza dell’hotel a Balbec, sulla costa normanna,dove Marcel aveva incontrato per la prima volta Albertine, l’amore della sua vita……

Sorvolavo rapidamente su tutto questo, più imperiosamente sollecitato com’ero alla ricerca – ricerca le altre volte rimandata – della causa di tale felicità, del carattere di certezza con cui essa s’imponeva. E la indovinavo, tale causa, paragonando fra loro quelle diverse impressioni felicipiazza-san-marco che avevano in comune il fatto ch’io le provavo tanto nel momento attuale quanto in un momento lontano, rumore del cucchiaio sul piatto, dislivello delle selci, sapore della madeleine, sino a far rifluire il passato nel presente, a non sapere con certezza in quale dei due mi trovassi; in verità, l’essere che assaporava allora in me quell’impressione la assaporava in ciò ch’essa aveva di comune in un giorno trascorso e ora, in ciò che aveva di extratemporale: un essere che appariva soltanto quando, grazie a una di tali identità fra il presente e il passato, gli era dato stare nel solo ambiente in cui potesse vivere e godere dell’essenza delle cose, ossia al di fuori del tempo

Nella biblioteca del principe di Guermantes, infatti, il Narratore sfoglia distrattamente un volume per poi accorgersi, commosso, che si trattava di François le Champi, di George Sand uno dei volumi che quella famosa sera sua madre per calmarlo gli aveva fatto scartare in anticipo sul suo compleanno, dono dell’amatissima nonna; ma alla gioia per l’opera d’arte che ormai,  inevitabilmente, concepisce dentro di sé e che sente di dover  dare alla luce si sostituisce la dolorosa consapevolezza della propria malattia, un’asma terribile e invalidante (nell’ultimo periodo della sua vita lo costringe a rimanere praticamente sempre chiuso in casa)  accompagnata dall’aggravarsi di quella  nevrosi di cui,ancora una volta, riconosce l’inizio nell’istante in cui aveva preteso di non rimanere senza il bacio materno, sfidando il destino e provocando così quell’infrazione del divieto che innesca- per i protagonisti delle fiabe- la serie infinita delle peripezie:

Era quella sera – la sera dell’abdicazione di mia madre – che era cominciato, insieme alla morte lenta della nonna, il declino della mia volontà, della mia salute. Tutto si era deciso nel momento in cui, non sopportando più d’aspettare l’indomani per posare le labbra sul viso di mia madre, avevo preso la mia risoluzione, ero saltato dal letto ed ero andato, in camicia da notte, a installarmi davanti alla finestra da cui entrava la luce della luna(….).

Il rferimento alle fiabe, e alla natura  della sua opera, è reso esplicito dal parallelo  con le Mille e una notte. Quella del Narratore- dell’Autore- è una scommessa. Non sa quanto tempo ancora gli sia concesso, non sa se il Destino sarà alla fine paziente e clemente con lui, che ha compreso e cominciato così tardi, come il sultano con la bellissima Sherazade. Sa per certo, però, che anche il suo sarà un lavoro notturno, perché soltanto con il buio ed il silenzio, quando i richiami della vita di fuori si attutiscono fino a svanire, che si può  trovare la dimensione ideale per tessere la tela di un simile affresco, come è- come sarà- la Recherche; e che un lavoro simile richiede un tempo lungo, una pazienza infinita ed anche una profonda fiducia nel vederne la fine:

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 Lungo da scrivere. Di giorno, al massimo, avrei potuto tentare di dormire. Se avessi lavorato, sarebbe stato solo di notte. Ma ci sarebbero volute molte notti, forse cento, forse mille. E sarei vissuto nell’ansia di non sapere se il Padrone del mio destino, meno indulgente del sultano Shahriyàr, quando, al mattino, avessi interrotto il racconto, avrebbe voluto soprassedere alla mia condanna a morte e consentirmi di riprenderne il filo la sera successiva. Non che pretendessi di rifare in alcun modo le «Mille e una notte»[…]Sarebbe stato un libro lungo forse come le «Mille e una notte», ma completamente diverso. Certo, quando si è innamorati di un’opera, si vorrebbe rifare qualcosa di affatto simile, ma bisogna sacrificare il proprio amore del momento, non pensare ai propri gusti, ma a una verità che non vuol sapere le vostre preferenze e vi proibisce di pensarci. E solo seguendola ci si trova a volte ad incontrare ciò che si è abbandonato e ad aver scritto, dimenticandole, le “Novelle arabe” o le “Memorie di Saint-Simon” di un’altra epoca. Ma ero, io, ancora in tempo? Non era troppo tardi? Non mi chiedevo soltanto: «Sono ancora in tempo?», ma: «Sono ancora in grado?».

Ed è per questo che l’opera si conclude come molte altre sono invece iniziate: con una sorta di invocazione dell’autore alla Divinità inesorabile del Tempo, affinché lo aiuti a superare i propri limiti e la paura di non portare a compimento quell’opera che avrebbe descritto gli esseri umani come esseri mostruosi, come i Giganti immersi nel lago ghiacciato di Cocito, in equilibrio su trampoli altissimi, costituiti dall’insieme degli istanti , dei momenti, degli anni vissuti:

Mi spaventava che i miei fossero già così alti sotto i miei passi, mi sembrava che non avrei avuto ancora a lungo la forza di tenere attaccato a me quel passato che scendeva già a tale lontananza. Se mi fosse stata lasciata, quella forza, per il tempo sufficiente a compiere la mia opera, non avrei dunque mancato di descrivervi innanzitutto gli uomini, a costo di farli sembrare mostruosi, come esseri che occupano un posto così considerevole accanto a quello così angusto che è riservato loro nello spazio, un posto, al contrario, prolungato a dismisura poiché toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, periodi vissuti da loro a tanta distanza e fra cui tanti giorni si sono depositati – nel Tempo.


Nella prima parte del romanzo, intitolata appunto al «Telegramma» che lo informa della catastrofe, poche pagine dopo la scena terribile del bacio della Madre,comprimendo così fino allo spasimo l’ universo narrativo proustiano,Franz Joseph Murau ricorda di aver parlato pochi giorni prima a Gambetti della necessità, viva e pulsante nella sua testa, di scrivere uno spietato resoconto  su Wolfsegg e la sua famiglia, come dovere morale soprattutto per la memoria dell’amatissimo zio Georg, l’uomo colto e gentile che ha iniziato Franz Joseph alla cultura, al mondo, ai viaggi, impedendo così che la meschinità di Wolfsegg lo risucchiasse, e morto poi suicida nell’albergo di Cannes dove viveva da anni. Lo zio Georg, infatti, fratello del Padre, aveva scritto un’autobiografia di Wolfsegg in cui denunciava l’abbandono, la grettezza, lo sfacelo della casa e della famiglia, imputandone peraltro la colpa alla Madre, la donna meno adatta possibile a sposarsi ed amministrare la casa, quella casa. Reietto e ripudiato da Wolfsegg a causa della sua stessa fuga, come poi lo sarà Franz Joseph, lo zio Georg non rientrerà nelle grazie dei suoi congiunti neppure dopo la morte, e alla Madre Franz Joseph attribuirà la colpa della scomparsa del manoscritto:

Siccome quella antiautobiografia di mio zio Georg non esiste più, io stesso ho addirittura il dovere di procedere a una spietata osservazione di Wolfsegg e di render conto di quella spietata osservazione. E quando, se non ora, ora che ne sono in grado, che ho la testa per farlo, avevo detto a Gambetti, qui, con il distacco che mi dà Roma e che a un tale progetto può essere solo di straordinario giovamento. Qui dove sono in pace in questa casa in piazza della Minerva, in fondo perfettamente indisturbato in uno dei centri del nostro mondo di oggi, addirittura ideale per un resoconto del genere. Da anni penso che devo scrivere questo resoconto su Wolfsegg, sulla gente di thomas-bernhard-ritrattoWolfsegg, sulle condizioni di Wolfsegg, sulla loro infelicità e sulla loro meschinità, sulla loro decrepitezza e sulla loro mancanza di carattere, su tutto ciò che mi hanno messo sotto gli occhi e che, da quando vivo, ha più o meno reso insonni e rovinato le notti della mia vita, a dir la verità, Gambetti. Cercherò di mostrare i miei così come sono, anche se allora saranno sulla carta solo come io li ho visti e come io li vedo. Poiché nessuno, finora, ha scritto qualcosa su di loro tranne mio zio Georg, la cui antiautobiografia è però distrutta, devo farlo io, Gambetti. La difficoltà sta sempre soltanto nel sapere come cominciare un tale resoconto, dove prendere la prima frase, effettivamente adatta, di un tale scritto, quella primissima frase. In verità, Gambetti, ho cominciato spesso quel resoconto, ma già nell’annotare la primissima frase ho fallito. Allora ho sempre lasciato perdere e mi son sempre messo le mani nei capelli riflettendo che probabilmente ero un pazzo, se pensavo anche soltanto di voler fare un tale resoconto su Wolfsegg, perché solo un pazzo fa un tale resoconto. E con quale utilità? mi dicevo ogni volta ed ero sempre arrivato alla conclusione che un tale resoconto non può essere di nessuna utilità. Ma mi è sempre stato chiaro, e negli ultimi tempi è diventato ancora più chiaro, che quel resoconto lo debbo fare, che non posso sottrarmi a quel resoconto su Wolfsegg, quali che siano le mie resistenze, un giorno dovrò farlo. La mia testa lo pretende da me. E la mia testa è diventata una testa inesorabile soprattutto verso me stesso. La più inesorabile, avevo detto a Gambetti.

Subito dopo il Narratore aggiunge le preoccupazioni per la precarietà della vita che gli resta, per un tempo  che sente brevissimo e che difficilmente gli consentirà di portare a compimento un’opera così lunga, il cui lavoro richiederebbe anni- e che anche qui riflettono la preoccupazione e la consapevoleza dell’Autore stesso. Come Proust, più di Proust, Thomas Bernhard soffriva infatti fin dall’adolescenza di una grave malattia polmonare  che lo ha costretto a diversi ricoveri in sanatorio, riducendolo addirittura in fin di vita. La consonanza con l’analogo brano de Il tempo ritrovato riportato più sopra  non credo richieda ulteriori sottolineature:

E sa, avevo detto a Gambetti, il tempo che ancora mi resta è ormai brevissimo, se non comincio presto il mio resoconto sarà troppo tardi. Non lo so, ma lo sento, avevo detto a Gambetti, non ho più molto tempo. E un tale resoconto richiede invece che colui che lo scrive ci lavori per anni, non solo un paio, eventualmente, ma diversi anni, avevo detto a Gambetti. Non basta fare solo uno schizzo, avevo detto a Gambetti.

Diversamente dalla Recherche, in cui  il Narratore non fa il minimo accenno al titolo dell’opera che intende scrivere, per Franz Joseph il titolo è l’unica cosa certa, stabilita ancora prima del difficile, impossibile inizio della stesura:

L’unica cosa che io abbia già definitivamente in testa, avevo detto a Gambetti, è il titolo «Estinzione,» perché il mio resoconto è lì solo per estinguere ciò che in esso viene descritto, per estinguere tutto ciò che intendo con Wolfsegg, e tutto ciò che Wolfsegg è, tutto, Gambetti, mi capisca, veramente ed effettivamente tutto. Dopo quel resoconto tutto ciò che Wolfsegg è deve essere estinto. Il mio resoconto non è altro che un’estinzione, avevo detto a Gambetti. Il mio resoconto molto semplicemente estingue Wolfsegg.

La valenza catartica del titolo, già di per sé anche troppo evidente, apparirà ancora più pregnante alla fine del romanzo. Rimasto unico erede di una famiglia che non ha mai fatto mistero delle proprie simpatie per il nazionalsocialismo (per Bernhard sempre associato e rafforzato dalle collusioni con il cattolicesimo), Franz Joseph lascerà ogni suo bene al suo amico fraterno Eisenberg, con cui ha diviso gli studi, le passioni e la giovinezza, e ormai capo della Comunità Israelitica di Vienna, estinguendone  dunque il Male endemico in questa sorta di gesto riparatore delle orribili atrocità della Storia. Estinzione si rivela dunque, infine, una sorta di antifrasi  della Recherche: non più la ricerca, e l’edificazione della cattedrale de ricordo, ma l’Estinzione del Tempo, in una sorta di buco nero in cui la materia narrativa collassa per essere poi definitivamente inghiottita dall’oblio assieme al Narratore come, ormai di lì a poco, allo stesso autore (Thomas Bernhard morirà infatti  nel 1989, sei anni dopo la morte del suo personaggio e tre  dopo la pubblicazione del romanzo):

Alla fine del colloquio non potei dire alle mie sorelle cosa ne sarebbe stato di Wolfsegg, sebbene a quel punto già lo sapessi, dissi loro, che durante l’intera conversazione non avevano avuto nulla dathomas-bernhard dirmi, ma mi avevano sempre mostrato le loro facce beffarde ed esacerbate, che non sapevo cosa ne sarebbe stato di Wolfsegg, che non avevo la minima idea in proposito, mentre invece ero fermamente deciso a chiedere un colloquio ad Eisenberg a Vienna, nel corso del quale intendevo offrire Wolfsegg, nelle sue attuali condizioni, e tutto ciò che ne fa parte, come dono assolutamente incondizionato, alla Comunità Israelitica di Vienna. Ho avuto quel colloquio con Eisenberg, il mio fratello nello spirito, due soli giorni dopo il funerale, e, in nome della Comunità Israelitica, Eisenberg ha accettato il mio dono. Da Roma, dove sono tornato, dove ho scritto questa Estinzione e dove resterò, scrive Murau (nato nel 1934 a Wolfsegg, morto nel 1983 a Roma), lo ringraziai di aver accettato.


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi e grassetti nel testo sono miei;

-I brani della Recherche  sono riportati nella traduzione di Giovanni Raboni, ed. Mondadori (a cura di Luciano De Maria (Milano, 1983);l’incipit invece è quello dell’Edizione Newton a cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso– Entrambe le versioni italiane si basano sul testo francese filologicamente stabilito e curato da Jean Yves Tadié per la Biblioteque de la Pléiade;

-Inutile ricordarvi che se vaghezza vi punge di approfondire la vita e l’opera di Proust troverete  tutto quello che vorreste sapere(e anche molto di più) qui e qui  😉 ;

-I brani di Estinzione sono riportati nella traduzione di Andreina Lavagetto (Adelphi, 1996)

L’analisi di Estinzione a firma di Luigi Reitani,  il maggior esperto italiano dell’opera di Bernhard (ha curato diverse sue opere per le edizioni SE ed è autore dell’ormai purtroppo introvabile saggio Thomas Bernhard e la musica );

-La persistenza della memoria  della Recherche  nell’opera bernhardiana è già stata notata qui a proposito del romanzo  A colpi d’ascia;

-Il  romanzo di Bernhard  mi ha imprevedibilmente riportato alla memoria il finale di un altro grande romanzo sul Tempo, in cui l’orizzonte degli eventi della materia narrativa si avvolge su sé stesso fino a dissolversi e comprimersi in una singolarità..Parlo del meraviglioso Cent’anni di solitudine   di Gabriel García Marquez(SPOILER ALERT, non leggete oltre se non avete ancora letto il romanzo):

Aureliano non era mai stato così lucido in nessun atto della sua vita come quando dimenticò i
suoi morti e il dolore dei suoi morti, e tornò a sbarrare le porte e le finestre con le crociere di
Fernanda per non lasciarsi turbare da alcuna tentazione del mondo, perché allora sapeva che nelle
pergamene di Melquíades era scritto il suo destino. […]Era cosí assorto, che non sentì nemmeno il secondo assalto del vento, la cui potenza ciclonica strappò dai cardini le porte e le finestre, svelse il tetto dell’ala orientale e sradicò le fondamenta.[…]. Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie, centrifugato dalla collera dell’uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che “la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

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13 comments

  1. Interessante questo parallelo letterario-caratteriale tra il narratore (alias autore) della Recherche e quello, altrettanto autobiografico, di Estinzione. Detto tra noi (so per certo che mi capisci benissimo 😉 ), sarebbe interessante valutare astrologicamente la posizione della Luna-madre nel tema di Bernhard, e i vari aspetti che forma, in modo da confrontarla con quella di Proust (Luna da intendere, in termini simbolici, anche come sensibilità, infanzia, memoria, sonno/sogni). Ora mi ricordo che quest’ultimo era del Cancro, e questo fa già presumere un’esaltazione dei valori lunari e del complesso edipico ad essi associato, ma poi bisognerebbe avere sotto gli occhi il resto del tema per stimare quali e quanti altri elementi abbiano eventualmente rafforzato tale predisposizione. Insomma, nel leggere questo tuo articolo – come sempre colto e coinvolgente – mi è venuta quasi quasi la voglia di dare una sbirciata alle stelle, sebbene da un po’ di tempo le tratti con ostentata indifferenza. Allo stesso modo sorge automatico il desiderio di leggere qualcosa di questi due grandi autori, che dagli estratti riportati solleticano non poco l’interesse e la curiosità. Bravissima; di sicuro tornerò a rileggere ciò che qui hai scritto, anche più avanti nel tempo…

    1. @Alessandra
      Grazie come sempre, e come sempre troppo buona 🙂
      Quanto scrivi ha suscitato anche la mia, di curiosità, anche se io stessa mi sono molto distaccata dalla materia (tranne quando si tratta di asterismi, naturalmente :-D). Ma, in pura ipotesi matematica , come voleva Copernico, ho dato un’occhiata al materiale sul web. e se per Proust non ho cavato un ragno dal buco, essendo la sua nascita anteriore al 1900 e dunque non inclusa nei cataloghi delle effemeridi generalmente presenti on line, riguardo a Thomas Bernhard, invece, guarda tu stessa e scoprirai che in realtà è uno di noi 😉 – il che spiegherebbe se non altro la sua straordinaria cocciutaggine, e molte, molte altre cose (anche il fatto, ad esempio, che la persona della sua vita avesse un’età tanto maggiore della sua): http://www.astrando.it/effemeridi_calcolo.php?passo=2
      Comunque, spero tu lo legga presto, Bernhard,e che possa innamorartene come e più di me; quanto a Proust………eh, Proust…………

      1. Un Aquario (astrologicamente si scrive senza la c) con ben quattro pianeti in Capricorno, e la Luna in Scorpione (!!). Mentre la Luna di Proust è in Toro, con una bella concentrazione di pianeti nel Cancro. Mi limito qui, perché già immagino i ragionamenti che stai facendo nella mente… e poi non mi sembra il caso di rubare altro spazio nei commenti. Aggiungo solo che se un giorno potessimo incontrarci, chissà quanti asterismi ne verrebbero fuori 😉

  2. Bello, mi piace molto questo accoppiamento! I parallelismi tra Proust (persona ed opera) e Bernhard (persona ed opera, Estinzione in particolare ma non solo, come giustamente rilevi tu) li rendono speculari, più che simili, a mio parere.

    Oltre le analogie (e differenze) che tu hai saputo cogliere così bene, siccome il pensiero è spiraliforme e da cosa nasce cosa, ecco che leggendo il tuo testo a me ne sono venute in mente parecchie altre, sia riguardo le loro vite che la loro opera letteraria.

    I due Nostri di questa coppia — coppia molto meno strana di quanto a chi non conosce i due potrebbe apparire — sono miniere inesaurubili, e il delizioso rischio, con loro, è di entrare in un labirinto di rimandi e di eterni ritorni dal quale è difficile poi uscire,tanto si gode nel farsi (beatamente e felicemente, dico io) risucchiare.

    Estinzione è un capolavoro (ma d’altra parte, quale libro di Bernhard non lo è?), forse — dico forse — è quello che personalmente preferisco ma secondo me lo si apprezza pienamente se lo si legge dopo aver letto almeno metà degli altri suoi libri. In Estinzione Bernhard tira le fila del suo pensiero e della sua concezione del mondo, per me è davvero una summa,
    e questo a prescindere dal fatto che la storia della cronologia riguardante la genesi del libro dica che in effetti in tutto e/o in parte sia stato pensato, messo in cantiere anni prima della sua stesura definitiva.
    …Ma spero che di tutto questo ed altro ci sarà modo di parlare ancora.

    P.S. In realtà, il libro di Bernhard che preferisco, a pensarci bene, è sempre l’ultimo che mi ritrovo a leggere. Mi succede come con le tre opere più famose di Mozart: la mia preferita è sempre l’ultima che di volta in volta mi succede di ascoltare 🙂

  3. @Gabrilu
    Grazie mille. In realtà, qui ho davvero poco merito, poiché, come tu mi insegni, certe evidenze sono tali che i post si scrivono praticamente da soli :-).
    In ogni caso, del rapporto Bernhard /Proust qui è indicata, sono convinta, soltanto la punta dell’iceberg, e molto ci sarebbe ancora da notare, discettare e approfondire – come nota l’Ircocervo citato qui nelle risorse e note a margine , A colpi d’ascia è praticamente una riscrittura della matinée dei Guermantes- o una parodia grottesca delle loro soiréès; ma appunto, ci sarebbe bisogno di un’indagine più approfondita, e molto.
    Quanto ai romanzi di Bernhard, credo che per lui calzi a pennello la definizione proustiana (lo vedi!) secondo cui i grandi scrittori scrivono sempre lo stesso romanzo;ma,se dovessi indicare quello che ho più amato finora, ti direi senz’altro Correzione – che peraltro di paralleli con Estinzione ne presenta moltissimi, come tu stessa (spero al più presto!) vedrai.
    Ti lascio con una spigolatura berhardiana sul tuo (e suo) amatissimo Mozart:

    Dal paese, attraverso gli alberi e i cespugli già molto alti sul pendio, sentivo salire ora una musica per strumenti a fiato, un brano di Haydn, come constatai subito, probabilmente, pensai, giù in paese provano già la musica funebre per domani nella cosiddetta casa della musica, un vecchio edificio accanto alla scuola.[…] Com’era diversa la musica di quella banda alle nozze di mia sorella, pensai, allegra, concisa e serrata nel ritmo era stata quella musica, malinconica, lenta è questa, ma anch’essa, come quella suonata alle nozze, è di Haydn, il musicista che accanto a Mozart giudico il più grande, che accanto a Mozart, infatti, ho sempre più amato ascoltare e che forse, proprio perché è sempre stato, nella storia della musica, in svantaggio rispetto all’amatissimo Mozart, va posto molto più in alto di questi. Amo Mozart e Haydn, ma Haydn è dei due il più grande, pensai.

  4. @Alessandra
    Magari! Faremmo davvero delle bellissime chiacchierate……:-)
    Comunque, tra l’opposizione della Luna, e l’opposizione/congiunzione del resto dei pianeti tra i due temi direi che, tutto sommato, il conto torna 🙂
    Un bacio- e quale spazio rubi, figurati, anzi! Però, a questo punto, non posso che pregarti con tutto il cuore di leggere i volumi dell’ Autobiografia , rivelatori, profondi e bellissimi. Ciao 🙂

  5. E’ curioso come si cerchi spesso di accostare la Recherche a qualche altro testo, scritto prima o dopo: capita a volte anche a me (con molte meno argomentazioni delle Tue espresse qui…).
    Forse è perché nonostante tutto non riusciamo ad accettare il mistero, l’assoluta unicità di questa opera: abbiamo bisogno di paragonarla a qualcos’altro che comprendiamo meglio, per avere in qualche modo l’illusione di poterla assumere appieno (ma queste sono considerazioni delle 23.54).

    1. @viducoli
      Mi piace molto questa idea. La Recherche è un’opera straordinaria, estremamente nitida in ogni suo dettaglio eppure sostanzialmente inafferrabile. Mi hai riportato alla mente il Dante di Par. XXXIII, che cerca di ricondurre il Mistero divino ad esempi commensurabili con la ragione umana ( mutatis mutandis , naturalmente):

      Oh quanto è corto il dire e come fioco
      al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
      è tanto, che non basta a dicer ’poco’
      .

      L’ineffabilità, il mistero della creazione- poetica- credo sia il tratto comune di tutte le vere, le grandi opere d’arte- di qualsiasi arte.
      Un saluto, e grazie 🙂

  6. Chapeau come sempre Dragoval. E qui mi fermo, intimorita di fronte a tanta dottrina ( anche astrologica). Non senza, tuttavia, sottolineare che analogie, antitesi, accostamenti sono il succo del pensiero, critico ed estetico. Vedrò tra poco a teatro ” Prima della pensione” di Bernhard, di cui ho letto ” Perturbamento” ma non “Estinzione”, così carico, come ci dimostri, di tempo divoratore. Un caro saluto e un augurio di buon 2017.

    1. @Renza
      Ma quale dottrina, per carità. Solo un prendere nota delle evidenze- o di quelle che a me paiono incontrovertibilmente tali. L’interesse astrologico è un riflesso del mio essermi scoperta junghiana , o meglio hillmaniana : mi piace pensare al tema natale come al sentiero luminoso del nostro destino- ma senza rigidità o determinismo, soltanto come suggestione – o, nei casi migliori, come ispirazione .
      Bernhard a teatro? Fortunata te! Poi torna qui a raccontarci tutto dell’allestimento e della messa in scena, mi raccomando. Io del Bernhard teatrale ho affrontato soltanto Minetti , ma certamente la lettura dei suoi lavori teatrali è nei miei programmi (a lunga scadenza).
      Un caro saluto, intanto, e ti ricambio gli auguri di buon anno, di tutto cuore.

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