La Bella, la Bestia e l’Asino. Quella favola de « I Promessi Sposi»

Certamente a tutti sarà capitato i notare che, curiosamente, quando pensiamo a I Promessi Sposi, difficilmente i primi personaggi ad affacciarsi alla nostra mente saranno i due protagonisti. Anzi, Renzo 1319388613e Lucia mantengono per tutta la lunghezza  del romanzo un carattere quasi inafferrabile, nonostante li seguiamo puntualmente nelle loro vicende (il sopruso di don Rodrigo,il mancato matrimonio, la notte degli imbrogli, l’arrivo di Renzo a Milano, il rifugio di Lucia in convento, la rivolta dei forni, la fuga di Renzo e il rapimento di Lucia, la peste, il lazzaretto e il matrimonio) e siamo anche messi continuamente al corrente dei loro pensieri. Eppure, le immagini che per prime si affacciano alla mente quando pensiamo al romanzo non sono le loro. Sono, verosimilmente, i ritratti di Padre Cristoforo, di Gertrude, e forse, più ancora di tutti, dell’Innominato.Senza contare che anche se tecnicamente i due giovani vengono separati, e dovranno affrontare mille peripezie prima di ritrovarsi e poter felicemente convolare a giuste nozze, la storia di Renzo e Lucia non ha nulla dello stereotipo romantico, mostrando invece un realismo sano e pragmatico, un affetto sincero ma schivo e ruvido.  Escludendo evidentemente che Manzoni abbia peccato di imperizia nel rendere personaggi a rigore  secondari più memorabili ed esemplari dei protagonisti,val forse la pena di provare ad immaginare una risposta diversa. Avanti, dunque,se ne avrete la pazienza, con la speranza che questa lettura della fabula manzoniana non vi dispiaccia troppo.

Non  intendo assolutamente, qui, propinarvi tutta la trafila della genesi e dei modelli dell’opera manzoniana. Come è noto, Manzoni,approdato alla tragedia storica e consapevole della necessità di una nuova poetica del verosimile che non indulgesse al romanzesco,  aveva letto  Ivanohe, e le altre opere di Sir Walter Scott e le rilegge nel suo soggiorno parigino alle porte degli anni Venti, lo stesso periodo in cui sono attivi nella capitale francese Balzac e Stendhal (li incontrerà poi entrambi in Italia di persona). Ma la lezione dei più importanti romanzieri europei contemporanei, per quanto apprezzati e presenti alla mente dell’autore, non è una chiave sufficiente a penetrare l’unicità e la grandezza dell’opera manzoniana, perché prescinde dalla sua natura di romanzo religioso molto prima che storico o realistico o di formazione. Per comprendere questo fondamentale aspetto, può essere utile al lettore dell’opera sapere che il modello a cui Manzoni guarda risale, inopinatamente, a molto, molto tempo prima.


In età ellenistica (fin del IV secolo a.C.), con la creazione dell’impero di Alessandro e la conseguente perdita della centralità culturale di Atene a favore di   Alessandria d’Egitto, parallelamente ad una letteratura di corte raffinata ed erudita che bandisce da sé tutti i generi “politicamente scorretti”, inizia ad affermarsi una nuova produzione letteraria indipendente, di carattere popolare,  volta a soddisfare i gusti e le esigenze di lettori senza pretese eccessive,un pubblico borghese che desiderava storie d’amore, ripetitive e rassicuranti, coronate dall’immancabile lieto fine.  Snobbata ed ignorata dalla cultura ufficiale che si rifiuterà sempre di canonizzarla,  questa produzione narrativa in prosa non ha neppure un nome proprio, tanto da essere definita con quello, più che generico, di fabula. Il massimo sviluppo del genere, e la progressiva acquisizione di caratteristiche precise e ricorrenti che lo definiscono, si avrà in particolare nel II secolo d.C, epoca caratterizzata da un fortissimo sincretismo religioso in buona parte basato sull169px-egypte_louvre_066a pratica del culto della dea Iside,  sempre più sentito e diffuso nell’intero bacino del Mediterraneo.   iniziano ad innestarsi in modo sempre più preponderante elementi legati a percorsi cultuali e iniziatici. In particolare, secondo lo storico delle religioni ungherese Károly Kerényjlo schema di base di questa produzione narrativa (i due giovani innamorati e casti, separati e costretti ad affrontare un lungo cammino irto di peripezie prima del ricongiungimento finale), non farebbe altro che riproporre le vicende legate alla mitologia di Iside e Osiride, facendo così di questi “romanzi”  una sorta di rappresentazione allegorica di un percorso iniziatico e di purificazione volto all’ammissione e alla conoscenza dei misteri isiaci. E quanto la teoria di Kerényj sia in realtà fondata e probante lo dimostra il legame con il culto isiaco della più perfetta e completa opera del genere che ci sia arrivata dall’antichità: le Metamorfosi di Apuleio.

La trama delle Metamorfosi, opera più nota come Asino d’oro, è nota a tutti. Lucio, greco di
Corinto, ci racconta la storia della propria metamorfosi in asino, avvenuta per la sua
apuleiosconsiderata curiositas : recatosi in Tessaglia, notoria patria delle arti magiche, finisce ospite del ricco Milone, e assiste di nascosto alla metamorfosi della moglie di lui, Panfile, che si trasforma in un gufo  cospargendosi di un unguento magico . Desideroso di emularla, seduce Fotide, la cameriera della padrona, perché rubi l’unguento magico, ma nella concitazione Fotide  prende quello sbagliato, che trasforma Lucio, appena se ne cosparge, in un asino. Disperato, egli pretende un immediato rimedio da Fotide, che gli dice che per recuperare la forma umana dovrà cibarsi di rose; ma, naturalmente, questo gli sarà impedito dall’irruzione di alcuni briganti e da una serie di peripezie che Lucio dovrà affrontare fino allo scioglimento della vicenda, nell’undicesimo (e ultimo) libro del romanzo.Rapito dai briganti, viene malmenato, percosso e condotto in una caverna, dove troverà una bellissima fanciulla prigioniera, Càrite, rapita e allontanata dal suo amato il giorno stesso  delle sue nozze, tenuta in custodia da una vecchia, che per placare il suo pianto disperato, prima la minaccia e poi, inteneritasi, le racconta la favola di Amore e Psiche, che nelle peripezie di Psiche per ritrovare il suo Amore perduto a causa di un capriccio infantile (ancora la curiositas,  quella di voler vedere alla luce della lanterna il suo divino sposo nonostante il di lui esplicito divieto), e nella sua disperazione che la conduce ad affrontare stolidamente le missioni suicide impostegli da Venere,  riflette per intero la vicenda di Lucio,fino alla comprensione e al pentimento per i propri errori e  al conseguente liet(issim)o fine.

Il libro XI si apre con Lucio che, sfuggito ancora una volta miracolosamente alla morte, e  giunto sulla spiaggia del porto  di Cencrea,uno dei due porti di Corinto (concludendo dunque il viaggio lì dove era cominciato), si addormenta stremato dalla fatica e dal terrore, per risvegliarsi improvvisamente nel cuore della notte:

 Dovevano essere le prime ore della notte quando, per un’improvvisa sensazione di paura, io mi svegliai.
La luna piena, scintillante in tutto il suo fulgore, sorgeva allora allora dal mare. Io ero come immerso nel misterioso silenzio della notte profonda e sentivo lo strano fascino dell’eccelsa dea che esercita il suo potere sovrano su tutti gli esseri viventi[…]Sentivo che il destino, soddisfatto ormai delle mie tante e così grandi sventure, mi offriva, benché tardi, una speranza di salvezza e perciò decisi di pregare l’augusta immagine della dea che m’era davanti.
Senza più indugiare mi riscossi dal torpore del sonno,[…], e col volto rigato di lacrime, così pregai l’onnipotente divinità.
“O regina del cielo, o sia pure tu l’alma Cerere,[…] sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia lecito invocarti, soccorrimi in queste mie terribili sventure, sostienimi nella mia sorte infelice, concedimi un po’ di pace, una tregua dopo tanti terribili eventi, che cessino gli affanni, che cessino i pericoli. Liberami da quest’orrendo aspetto di quadrupede, rendimi agli occhi 0001.foto.F.00055.jpgdei miei cari, fammi tornare il Lucio che ero.
“E se poi qualche divinità che ho offesa mi perseguita con una crudeltà così accanita, mi sia almeno concesso di morire se non mi è lecito vivere.”

Lucio, dunque, pronuncia il proprio voto alla dea, dsposto a morire se il suo desiderio di recuperare la forma umana non verrà esaudito. Stremato, si addormenta ed ecco che  la dea gli appare in sogno, rivelandogli che la sua salvezza è già scritta e istruendolo sul rituale da compiere:

“Eccomi, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te, soccorrevole e benigna.
“Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore, grazie ai miei favori ormai già brilla per te il giorno della salvezza.
“Sta’ ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per nascere da questa notte, come vuole un’antica tradizione, è consacrato a me. […]Dunque, con animo puro e sgombro da timore, tu devi attendere questo giorno a me sacro.
“Infatti ci sarà un sacerdote. in testa alla processione, che per mio volere porterà intrecciata al sistro una corona di rose. Senza esitare tu fatti largo tra la folla e segui la processione, confidando in me, poi avvicinati a lui come per baciargli devotamente la mano e afferrargli le rose. Vedrai che in un attimo ti cadrà questa brutta pelle d’animale che anch’io già da tempo detesto.
“Non aver paura, ciò che ti dico di fare non è difficile, perché in questo stesso istante in cui ti sono davanti, sono presente anche altrove e al mio sacerdote sto dicendo in sogno le cose che deve fare.
“Per mio comando la folla assiepata ti farà largo e a nessuno, in questa lieta ricorrenza e nell’allegria della festa, ripugnerà quest’orribile aspetto che hai o giudicherà male la tua metamorfosi interpretandola addirittura come un fatto sinistro.
“Ma ricordalo e tienilo bene a mente una volta per tutte, che la tua vita, fino all’ultimo giorno, è ormai consacrata a me.“Del resto mi pare sia giusto che tu dedichi la tua esistenza a colei che per sua grazia ti ha fatto tornare uomo fra gli uomini”.

Terminata la profezia, la dea scompare, e con essa il sonno, che Lascia dunque Lucio atterrito e madido di sudore, ma anche pieno di speranza. Correndo a bagnarsi nell’acqua del mare per purificarsi, e tenendo bene a mente le parole divine, Lucio è sorpreso dal sorgere della luce, dall’alba di un giorno sereno e luminoso, e dall’apparire della processione solenne in onore della dea; e riconoscendo tra gli altri il sacerdote descrittogli dalla dea, che, recando il sistro e la corona di rose, gli avrebbe porto la salvezza, ecco che lentamente si fa strada tra la folla, che si apre per lasciarlo passare:

(…) ecco avvicinarsi il destino propizio, il momento fatale della grazia promessami dal nume benefattore, ecco venire avanti il sacerdote che recava la mia salvezza, come me l’aveva descritto la divina promessa,[…] lentamente, a passo d’uomo, con prudenza, e camminando di sbieco, mi insinuai tra la folla che, certamente per divina ispirazione mi fece ala.

Anche il sacerdote, avvertito in sogno dalla dea, riconosce immediatamente Lucio, e subito gli porge la corona di rose a cui egli si accosta trepidante per cibarsene; ed ecco che la metamorfosi si compie, tra lo stupore e la commozione del sacerdote, della folla e dello stesso Lucio, rispettivamente  testimoni e oggetto del prodigio compiuto dalla divinità:

E la celeste promessa non mi deluse. Là per là persi il mio brutto e animalesco aspetto, dapprima cadde l’ispido pelo, poi la grossa pelle si assottigliò, il largo ventre si restrinse, dalle piante dei piedi, attraverso lo zoccolo, spuntarono nuovamente le dita, le braccia non furono più zampe ma, rialzatesi, ripresero le loro funzioni, la testa ritornò eretta, il viso e il capo si arrotondarono, le orecchie da enormi che erano tornarono piccole come prima, i denti, grossi come ciottoli, ripresero dimensioni umane, infine la coda, quella coda che più d’ogni altra cosa era stata la mia ossessione, scomparve.
La folla rimase incantata dalla meraviglia i più devoti si prostrarono in adorazione davanti alla potenza così evidente della grande dea, alla grandiosità di quella metamorfosi e anche alla naturalezza con cui s’era compiuta, così simile a un sogno notturno, e a voce alta e in coro, levando al cielo le braccia, testimoniarono lo straordinario miracolo della dea.
XIV
Io, invece, rimasi in silenzio, come impietrito per lo stupore, non riuscendo l’animo mio a contenere una gioia così improvvisa e così grande.
E che cosa dovevo dire per prima? Come cominciare a usare di nuovo la mia voce ritornata umana? Con quali parole ringraziare una dea così grande? Ma il sacerdote(…) profondamente emozionato per quello straordinario miracolo(…), fissandomi con lieto volto, anzi con un’espressione addirittura estasiata, così mi parlò:
“O Lucio, dopo tante e così varie tribolazioni, dopo tutte le prove terribili della Fortuna, sospinto dalle più tremende calamità, sei finalmente giunto al porto della Quiete e all’altare della Misericordia.[…]Che gli increduli vedano, vedano e riconoscano il loro errore: eccolo, libero da tutti gli antichi affanni, felice della protezione della grande Iside, Lucio trionfa sul suo destino. “Ma perché tu sia più sicuro e più protetto iscriviti a questa santa milizia cui anche poco fa sei asino17stato chiamato a votarti e d’ora innanzi dedicati al culto della nostra religione e assoggettati volontariamente al giogo del suo ministero.“Infatti quando incomincerai a servire la dea allora veramente sentirai il frutto della tua liberazione.”
Questo disse in tono ispirato l’egregio sacerdote e tirando un profondo sospiro si tacque.
Io allora mi confusi tra la folla dei fedeli e mi misi a seguire il corteo notato e segnato a dito da tutti.
“Eccolo quello che l’augusta maestà dell’onnipotente dea ha fatto ritornare uomo,” mormorava la gente non parlando che di me. “Fortunato lui, (…) come se fosse rinato una seconda volta.”


L’episodio centrale de I Promessi Sposi (centrale in tutti i sensi: occupa i capp.XXI-XXIII del romanzo), racconta la terribile notte trascorsa da Lucia e dell’Innominato al castello, e la successiva riconciliazione con  Dio nell’abbraccio col cardinale Federigo.  Nel Castello dell’Innominato, Lucia, come Càrite vittima di un rapimento per impedire il compimento delle sue nozze, è prigioniera, affidata alle cure di una vecchia indurita, ma non del tutto, dalla consuetudine e dalla vicinanza al crimine terrorizzata per il rapimento, incerta sulla lucia-e-la-vecchiapropria sorte, Lucia, appare però inconsolabile, né la vecchia riesce a calmarla in alcun modo. Si fa vivo così la Bestia,  ovvero l’Innominato stesso, che entra nella stanza per assicurarsi che Lucia venga trattata bene e che non le manchi nulla. Ma Lucia, gettandosi ai suoi piedi, implora pietà, in nome di quel Dio che «perdona tante cose, per un’opera di misericordia». Le parole della giovane hanno il potere di sconvolgere l’Innominato,che precipitosamente lascia la stanza; Lucia, disperata e votata al sacrificio di sé,  come Psiche,e come lo stesso Lucio,   invoca la  Vergine facendo voto, nella sua disperazione, di rinunciare per sempre a Renzo se Ella l’avesse aiutata a scampare il pericolo:

S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: – o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.

Spossata dall’angoscia e dalle tribolazioni della giornata, ma anche in qualche modo rasserenata dal suo affidarsi alla Divinità, aggrappata ad un filo di speranza per quel «Domani!….»  pronunciato dall’Innominato, in cui le pare di intravedere una vaga promessa di salvezza, Lucia alla fine cade addormentata . Ma se i suoi tormenti sono per il momento placati, quelli dell’Innominato sono di là da venire:

Ma c’era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non poté mai. Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello, sempre con quell’immagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in camera, s’era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarslinnominato-in-manzoni-riassunto-capitolo-21-promessi-sposi-1i contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai.

Il pensiero di Lucia, le sue parole, si alternano per l’Innominato in un’angosciosa sarabanda che passa in rassegna tutti i crimini commessi, in una continua oscillazione tra l’antico orgoglio e il nuovo rimorso, tra la necessità di obbedire alle convenienze imposte dal proprio codice d’onore e l’improvvisa coscienza della stortura e della vanità di questo, provocando in lui una crisi di identità e di valori così forte da spingerlo sull’orlo del suicidio:

[…]Pensando all’imprese avviate e non finite, in vece d’animarsi al compimento,[…]sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’affacciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo.
“La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo?”
A guisa diinnominato-che-prega chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico.[…]. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di se stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. […]  l’orrore di questo pensiero[…] crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensinnominatoiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine.nella morte qualcosa di più tristo, di spaventevole; . E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola;[…]  Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono
pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza.
[…] Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s’immaginava di condurla lui stesso alla madre. “E poi? che farò domani,il resto della giornata? che farò doman l’altro? che farò dopo doman l’altro? E la notte? la notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! no, no, la notte!” […]

Anche nell’Innominato, dunque, l’Uomo sta lottando per uscire dalla pelle della Bestia, ma ancora non ha trovato la strada né il soccorso divino necessario alla metamorfosi; almeno in apparenza. Sul far dell’alba, infatti, la sua attenzione viene catturta da uno scampanìo festante,e poi dall’apparire di una folla lieta, che sembra dirigersi tutta verso un’unica meta:

Ed ecco, appunto sull’albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s’era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; (….)  al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.

L’Innominato, che resta suo malgrado alla finestra incantato da quella vista, e quasi curioso e come presago di trovare finalmente sollievo ai propri tormenti, manda un bravo ad informarsi e viene a sapere che tutti si stanno recando a rendere omaggio al cardinale Federigo Borromeo, figura amatissima e circondata da un alone di rispetto e reverenza. Impulsivamente, l’Innominato decide di fargli visita, non prima di essersi affacciato nella stanza di Lucia e aver lasciato alla vecchia una promessa di salvezza per la fanciulla, e, nonostante la folla sia numerosa, al suo passaggio- ancora una volta!- tutti si fanno da parte:

Quando fu nella strada pubblica, quello che faceva maravigliare i passeggieri [4], era di vederlo senza seguito. Del resto, ognuno gli faceva luogo, prendendola larga, quanto sarebbe bastato anche per il seguito, e levandosi rispettosamente il cappello. Arrivato al paese, trovò una gran folla; ma il suo nome passò subito di bocca in bocca; e la folla s’apriva.

L’ Innominato raggiunge dunque così la casa del cappellano, dove si trovava Federigo, e prega un terrorizzato e balbettante cappellano crocifero di annunciarlo al cardinale, il quale, per la verità, non sembra poi troppo sorpreso di vederlo, quasi lo stesse aspettando:

Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l’ora d’andar in chiesa a celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com’era solito di fare in tutti i ritagli di tempo; quando entrò il cappellano crocifero, con un viso alterato.
– Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!
– Chi è? – domandò il cardinale.
– Niente meno che il signor… – riprese il cappellano- e spiccando le sillabe con una gran significazione, proferì quel nome che noi non possiamo scrivere ai nostri lettori. Poi soggiunse: – è qui fuori in persona; e chiede nient’altro che d’esser introdotto da vossignoria illustrissima.
– Lui! – disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e alzandosi da sedere: – venga! venga subito!
Alle trepide proteste del cappellano, che preoccupato per l’incolumità del cardinale (e anche per la propria) allude discretamente, e neanche tanto, ai crimini di cui il visitatore si è macchiato, Federigo risponde con  sprezzatura squisita, per poi andare incontro al suo ospite:

– Oh, che disciplina è codesta, – interruppe ancora sorridendo Federigo, – che i soldati esortino il generale ad aver paura? – Poi, divenuto serio e pensieroso, riprese: – san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo. Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo. Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, […]

I due restano inizialmente in silenzio, esaminandosi a vicenda, fino a che Federigo, che legge negli occhi  e nel volto dell’altro «qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio d’una tal visita», rompe il silenzio dichiarandosi felice di vederlo e di accoglierlo, rammaricandosi soltanto di essere stato, tra i due, il più tardo a muoversi all’incontro:

 – oh! – disse: – che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!
– Rimprovero! – esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
Certo, m’è un rimprovero, – riprese questo, – ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.
– Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?
– E questa consolazione ch’io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch’io dovessi provarla all’annunzio, alla vista d’uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi, de’ miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi.

L’Innominato, rinfrancato e insieme stupito da una simile accoglienza, dà libero sfogo ai dubbi e all’angoscia, certo soltanto della propria indegnità; ma le parole di Federigo, ardenti di carità, sciolgono nel suo cuore ogni dubbio e resistenza, e tutti i patimenti provati si riversano in un pianto dirotto che bagna di lacrime la porpora del cardinale:

– Oh, certo! ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?
Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: – cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. […]Cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! se io omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, (…) oh pensate! quanta, quale debba essere la carità di Colui (…); come vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m’ispira un amore per voi che mi divora!images-28
A misura che  queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l’ultima e più chiara risposta.[…]
[Federigo] stese le braccia al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. […]innominato-e-federigoL’innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: – Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure…! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!

A questo punto, dunque, la metamorfosi è compiuta. Lucia (portatrice di luce, come Psiche, nonché forma femminile del nome Lucio), ha instillato nel cuore dell’Innominato la necessità di scegliere tra la pesantezza e la Grazia, determinandone la conversione  all’umanità .  E, come già Lucio, l’Innominato, incarnazione vivente del Miracolo, può ora essere esposto all’acclamazione dei fedeli, accompagnato per mano da Federigo, ma preceduto dall’estasiata annunciazione  del cappellano:

Il cappellano uscì, e andò nella stanza dov’eran que’ preti riuniti: tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con la bocca tuttavia aperta, col viso ancor tutto dipinto di quell’estasi, alzando le mani, e movendole per aria, disse: – signori! signori! haec mutatio dexterae Excelsi  [«questa conversione (è opera )della mano dell’Altissimo», citazione dal Salmo  LXXVII, Ndr]


(Se siete ancora qui e non siete fuggiti via) «Bene la Bella e la Bestia», direte voi, «ma  qui l’Asino cosa c’entra?» Dulcis in fundo, ho riservato alla fine la parte migliore: chi sia l’Asino ce lo rivela lo stesso Manzoni, il quale, grazie all’allusione esplicita all’episodio della lampada di Psiche, autorizza , anzi forse propone al lettore propone l’accostamento tra le due opere (sono debitrice agli autori di questo sito per il suggerimento, anche se la mia lettura va , come si è visto, in una direzione diversa ). Nel capitolo XV , l’oste della Luna Piena (!!!!!) aiuta a mettersi a letto un Renzo evidentemente ubriaco, che fino a poco prima ha sproloquiato sui fatti della Rivolta dei forni assieme agli altri avventori, tra i quali una guardia in incognito, che l’oste ha naturalmente riconosciuto e la cui presenza lo costringerà  di fatto a denunciare Renzo giocando d’anticipo per non essere a sua volta compromesso con l’autorità:

L’oste gli diede l’aiuto richiesto; gli stese per di più la coperta addosso, e gli disse sgarbatamente – amore-e-psichebuona notte, – che già quello russava. Poi, per quella specie d’attrattiva, che alle volte ci tiene a considerare un oggetto di stizza, al pa
ri che un oggetto d’amore, e che forse non è altro che il desiderio di conoscere ciò che opera fortemente sull’animo nostro, sL'oste osserva Renzo.jpgi fermò un momeno a contemplare l’ospite così noioso per lui, alzandogli il lume sul viso, e facendovi, con la mano stesa, ribatter sopra la luce; in quell’atto a un di presso che vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente le forme del consorte sconosciuto. – Pezzo d’asino! – disse nella sua mente al povero addormentato: – sei andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare il mondo, senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi e il prossimo.

La metamorfosi, segnata come si è visto da un passaggio dall’ignoranza (di cui l’asino è il simbolo) alla conoscenza non avviene mai in Renzo, il cui orizzonte resta sempre umano, troppo umano (il perdono concesso a don Rodrigo nel lazzaretto  deriva più  dalla spossatezza e da un quasi infantile timore del castigo davanti all’ auctoritas  ammonitrice di padre Cristoforo che da una sincera convinzione interiore), come dimostrano anche le conclusioni che egli trae alla fine del romanzo:«. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose». Tranne l’unica che conta, l’illuminazione della Grazia, a cui Renzo si rivela evidentemente refrattario anche dopo il matrimonio con Lucia.


Sui paralleli tra le Metamorfosi I Promessi Sposi  abbiamo fin qui insitito, forse, anche troppo. Eppure, come si è detto, l’opera di Manzoni viene salutata prima di tutto come il migliore  esempio di romanzo storico. Ma perché affannarsi a scrivere un’opera altra, perché non dichiararne la natura di una  storia- dell’insieme di più storie esemplari di  redenzione, caduta e rivelazione? Molto verosimilmente – e semplicemente; novacula Occami– perché non l’avrebbe letta nessuno. Mutatis mutandis, il nuovo pubblico di lettori innominatodell’Ottocento non aveva caratteristiche troppo diverse dai lettori dell’Alessandria ellenistica. La borghesia, mediamente colta, voleva  ri-vedere sé stessa, ri-specchiarsi nei romanzi che leggeva- e voleva, naturalmente, l’avventura e la storia d’amore. E così Manzoni  con straordinaria audacia, ricorre alla forma realistica per eccellenza per veicolare il messaggio che più gli preme, ovvero il percorso di conversione dei personaggi, un contenuto mistico.  Se Dante avesse intitolato la propria opera fin dall’inizio “poema sacro”, come lo definirà soltanto  in Par. XXV, avrebbe potuto mai sperare nell’immensa schiera di lettori che ha avuto; allo stesso modo, se il romanzo si fosse intitolato, poniamo, le Conversioni, o La conversione dell’Innominato, avrebbe conosciuto il successo? Il segreto, dunque, appare lo stesso: avvolgere un contenuto alto (il più alto possibile, in effetti) , nella  materia narrativa di un genere considerato come basso,  destinato cioè ad un pubblico più vasto possibile e non soltanto agli iniziati o alle èlites intellettuali. L’espediente è lo stesso a cui erano ricorsi  Lucrezio e di Tasso:

Sai che là corre il mondo, ove più versi
Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
E che ’l vero condito in molli versi,
I più schivi allettando ha persuaso.
Così all’egro fanciul porgiamo aspersi
Di soavi licor gli orli del vaso:
Succhi amari, ingannato, intanto ei beve,
E dall’inganno suo vita riceve.

E così, sulle orme di Dante, fingendo di accomodarsi ad un genere basso, Manzoni lo eleva al sublime: la materia spirituale anima l’opera e la rende il capolavoro a noi noto. E, per tornare al punto da cui eravamo partititi, a rimanere impressi nella fantasia del lettore, proprio come nella Commedia, sono gli spiriti magni,  ovvero i personaggi di statura tragica.  Nel mondo dei poveri, degli umili,  il tragico non regna, perché le sventure sono motivate da accadimenti esterni, più che da profondi rivolgimenti interiori, che, come voleva Calvino, li vedono vittime dei rapporti di forza (su questa lezione mediteranno, e molto, Verga e i veristi); per l’aristocratico Manzoni, il senso del tragico  è appannaggio esclusivo delle classi alte, o almeno medio-alte,perché esse soltanto godono davvero della libertà di scelta, che è madre di parto del dramma .Con I Promessi Sposi, dunque, il romanzo ritorna e alle proprie origini,riscopre la propria vocazione di opera la cui chiave di lettura è prettamente religiosa – un percorso di formazione e iniziazione alla scoperta della fede che sola salva e consente la metamorfosi. E« Questa conclusione[…] c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia».


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Il bellissimo  sito della piattaforma Weebly dedicato a I Promessi Sposirisorsa preziosissima per chiunque voglia approcciare al testo manzoniano, nonché, lasciatemi dire,insostituibile strumento didattico;

-Il testo integrale delle Metamorfosi di Apuleio e la sua versione in italianoa cura di Rodolfo Funeri (al cui sito abbiamo già innumerevoli volte avuto occasione di ricorrere e che qui torniamo a ringraziare vivamente);

-Come tutti certo sapete, la storia della metamorfosi e delle peripezie di Lucio è effigiata nei diciassette affreschi della Sala dell’Asino d’Oro nella Corte dei Rossi a San Secondo(Parma), mentre la favola di Amore e Psiche trova  un illustratore d’eccezione in Raffaello con gli affreschi nella Loggia della Farnesina

-Una preziosa scheda, a firma di Paola Gagliardi, sulle origini e le caratteristiche tematiche e strutturali del romanzo greco;

-La penosa incomprensione del capolavoro manzoniano è attestata anche dal famoso incontro con Honoré De Balzac,  durante il quale lo scrittore francese, loquace e quasi garrulo di fronte all’impenetrabile silenzio del suo ospite, afferma di aver tentato anche lui il genere religioso, con il romanzo Il medico di campagnama senza ottenere il successo che sperava. A questa penosa osservazione, Manzoni risponde rimanendo in silenzio.

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14 comments

  1. Molto bello questo post. I motivi sono molti, ma, fra tutti la presenza di Manzoni e dei Promessi sposi, opera di cui subisco il fascino dai tempi del liceo. Non sapevo dell’incontro con Balzac, più che giustificato il silenzio di Manzoni…

  2. @tommasoaramaico

    Mille grazie. In realtà, pare che sull’incontro Manzoni- Balzac esistano due versioni, sostanzialmente concordi nell’insieme e nel senso, che differiscono però nel particolare che qui ci riguarda. Secondo Cesare Cantù, scrittore ultracattolico e appartenente alla futura nutrita schiera degli epigoni manzoniani, presente quella sera del 1° Marzo 1837, Balzac, che aveva letto l’opera manzoniana solo in traduzione, fece una pessima figura, parlando sempre lui , come lo stesso Manzoni racconterà a Ruggiero Bonghi quindici anni dopo( Fonte: Mariolina Bertini, Manzoni, Balzac e i diritti dell’autore , accessibile, previa registrazione, qui:

    https://www.academia.edu/4473185/I_diritti_dellautore_Manzoni_e_Balzac

    Secondo Stefano Stampa, invece, figlio di primo letto di Teresa Borri, seconda moglie di Manzoni, il Nostro avrebbe risposto piccato alle ciarle di Balzac sostenendo come sia impossibile scrivere un romanzo di argomento religioso se non si è animati da una fede profonda. In ogni caso, è certo che Balzac non raccolse, né si rese lontanamente conto della figura infelice che aveva fatto.

    Quando leggo di questo e di altri aneddoti simili (come ad esempio l’incontro tra Proust e Joyce, o tra Proust e Wilde), non riesco a capacitarmi di come simili menti, simili spiriti , possano non comprendersi in maniera così assoluta.
    Un saluto 😉

  3. Molto fascinosa questa lettura della “notte dell’Innominato” (ed anche quella dell’asino) anche se io, devo confessare, adoro i Promessi Sposi che rileggo per intero o a pagine sparse sempre con grandissimo piacere ma privilegiando decisamente — per quel che riguarda i contenuti — il livello storico e realistico.

    Sull’incontro Balzac-Manzoni: questo tipo di incompresioni non mi meravigliano affatto, la storia della letteratura ne è piena. Tanto più uno scrittore è grande e originale, creatore di un suo originale “mondo” tanto più avrà difficoltà ad entrare davvero in sintonia con un universo altrui che sia altrettanto originale e dunque profondamente diverso dal suo. Come avrebbero mai potuto capirsi ed apprezzarsi, Proust e Joyce?!? Mi sarei molto stupita se questo fosse avvenuto.

    Questo è anche uno dei motivi per cui, secondo me, è raro trovare un grande scrittore che sia anche un critico letterario acuto, aperto, ricettivo. Ma ovviamente posso sbagliarmi.

    Infine i due scrittori: anche qui una confessione 🙂 Pur adorando i Promessi Sposi devo ahimè dire che ahimè è l’unica opera di Manzoni che leggo sempre con rinnovato piacere. Soprattutto, devo dire, per la splendida musicalità della lingua, per l’ironia, l’umorismo e la grande pietas nei capitoli della peste.

    Tutto il resto (tragedie, poesie) l’ho certo studiato ai tempi della scuola ma lì è restato, non mi è mai venuta la voglia di tornarci sopra. La storia della colonna infame è tutta un’altra storia, un capitolo a parte.

    Balzac invece… non c’è tassello della sua opera sterminata che non leggo e rileggo sempre con piacere, anche le sue opere minori. Con un’eccezione: il racconto mistico Seraphita. La qual cosa la dice lunga…

    1. @gabrilu
      E rieccoci qua: Erodoto e Tucidide 😀
      Lo so che tu sei decisamente più concreta di me, più con i piedi per terra; e come darti torto. I Promessi Sposi sono famosi per l’accuratezza con cui è ricostruito il contesto storico-sociale e anche per la denuncia sottile ed efficacissima degli abusi di potere (un esempio tra tutti, molto prima di don Rodrigo, è per me l’immortale episodio del cancelliere Antonio Ferrer e del suo Adelante, Pedro! ) e dell’ignoranza criminale (la condanna degli untori ,equivoco terribile in cui cade peraltro lo stesso Federigo). Ma la cosa straordinaria delle opere immense come questa (e se la sua immensità non è riconosciuta a livello europeo è soltanto per la sopraggiunta marginalizzazione della nostra cultura a partire da Cateu-Cambresis) è che possono, anzi devono ammettere diverse chiavi di lettura, nessuna delle quali peraltro esaurisce il mostro e miracolo della creazione artistica (Calvino docet).
      Per la cronaca, invece, a proposito delle altre opere di Manzoni, io amo moltissimo l’ Adelchi e Il conte di Carmagliola , mentre trovo semplicemente ridicoli gli Inni Sacri e Il Cinque Maggio, per via di quella dannata scelta del settenario che riduce anche i contenuti più sublimi in burletta.
      Ciao- e grazie 🙂

      1. cara dragoval io non ho proprio nulla contro la lettura del livello simbolico- archetipico dei testi letterari, te lo posso assicurare. Solo che (magari a torto) penso ci siano testi letterari che si prestano maggiormente ad un approccio sul piano simbolico ed altri in cui l’approccio simbolico, mitologico etc. appare più forzato ed alla fine forse meno produttivo. Mi preme a questo punto precisare che ora sto parlando in generale, non mi riferisco a Manzoni e/o, in particolare, ai Promessi Sposi.
        Per fare due esempi: approcciare la RTP di Proust privilegiando il livello realistico (o, per usare un’espressione che hai adoperato e che mar renda a meraviglia l’idea “stando con i piedi per terra”) non è produttivo perchè veniamo immediatamente catapultati in un mondo di innumerevoli incongruenze, successioni temporali e cronologiche che non stanno nè in cielo nè in terra, assurdità varie e assortite il cui elenco sarebbe lunghissimo (ed anche divertente, per molti versi).
        A mio parere, Proust può essere avvicinato solo armandosi di simbolismo, psicoanalisi, mitologia etc.
        Discorso opposto (sempre secondo me, eh, altri potrebbero essere di diverso parere) con Balzac, per non parlare di Zola. Nelle opera dei quali il mito, l’archetipo, il simbolo sono presenti eccome (tu stessa ce ne hai fornito in passato un eccellente saggio con la disamina di Nanà) ma, ecco, in loro io (io, eh, mica lo devono far tutti) apprezzo di gran lunga la lettura — come dire — socio-politica e di storia del costume.
        Insomma e per concludere sperando di non essemi intorcinata tanto da risultare incomprensibile 🙂
        Un po’ Erodoto, un po’ Tucidide 🙂

        P.S. Sugli esempi di violenza nei PS sono assolutamente d’accordo con te. Don Rodrigo è plateale come è giusto che sia, ma la violenza di tanti particolari, di personaggi considerati marginali è molto, molto più significativa
        Ciao

  4. Cara Val, i tuoi asterismi sono sempre sorprendenti e affascinanti. Ho sempre pensato che Lucia fosse l’unica vera protagonista del libro (a dispetto del titolo, sia nella versione prima, quando ancora sotto forma di Fermo, che nel definitivo che accomuna la coppia sotto il termine “sposi”) e Renzo, in fondo, solo un comprimario (a questo punto l’asino incapace di metamorfosi, proprio perchè non protagonista).
    Ma qui l’accostamento “Lucio-Lucia”, è illuminante. Mi chiedo a questo punto però anche se la trasformazione dell’eroe in eroina sia un po’ frutto delle novità portate dal romanticismo o se siano ragioni mistiche (il ruolo salvifico della Madonna-Iside, per farla breve) quelle che portano Manzoni a questa scelta …

    1. @carloesse
      Al sorprendenti e affascinanti sono già arrossita 🙂
      Per provare a rispondere alla tua domanda: io non credo che la suggestione del ruolo di Lucia abbia consonanza con le eroine romantiche, perché Lucia, al contrario, è un personaggio anti-romantico (niente svenevolezze sentimentali, e un solido buon senso che , soprattutto nella prima parte del romanzo, la rende sorella della Locandiera goldoniana piuttosto che delle languide damigelle in pericolo…….credo invece che riporre in Lucia il ruolo salvifico derivi dalle origini della nostra tradizione letteraria, dalla scuola siciliana a Dante- e non ti annoio qui con il ruolo di Lucia (la Sante) di tramite tra la Vergine e Beatrice nel canto II delll’ Inferno. E Renzo compie il suo viaggio, affronta peripezie, si smarrisce anche nella selva oscura (cap. XVII, l’attraversamento del confine con la Repubblica di Venezia), scende nell’inferno del lazzaretto, ma niente di tutto questo lo cambia di una virgola, perché non si traduce in un percorso di formazione umana nel senso più alto.
      Un saluto e grazie – e bentornato 🙂

  5. Ciao Dragoval.
    Anche io, buon ultimo, Ti devo dire che è sempre estremamente affascinate leggere i tuoi articoli, che aprono mondi interpretativi a noi poveri dilettanti. Dal mio schematico ed angusto angolo paleomarxiano vedo nella summa finale messa in bocca a Renzo un preciso ammonimento, certo molto gradito ai suoi lettori borghesi, agli umili a restare tali, a non provare a cambiare il loro destino. Questo per dire che mentre concordo pienamente sui due livelli narrativi compresenti nell’opera, azzardo l’ipotesi che quello “basso”, più che per motivi di marketing abbia la funzione di elevare ancora di più le altre storie, definendo un contesto narrativo complessivo che alla fine ci espone la morale cattolica del Sciur Lisander: è male far torto agli umili, perché questi potrebbero davvero incazzarsi: se vogliamo che rimangano al loro posto facciamo in modo che questo posto sia un po’ più comodo.
    Mi sa comunque che dovrei rileggerlo, anche alla luce degli squarci che hai aperto: ma sono talmente tanti i libri che vorrei rileggere che non mi resterebbe più vita per leggerne di nuovi.

    P.S.: Dice il saggio: Tra Proust e Joyce non metter la Woolf.

    A presto
    V.

    1. @viducoli
      Sono perfettamente d’accordo; e questa visione paternalistica, purtroppo, sarà condivisa anche da Verga, anche lui figlio di latifondisti. Ma Renzo, almeno, alla fine del romanzo, diventa piccolo imprenditore, come nella migliore- e tanto ironizzata- tradizione lombarda; sarà Bastianazzo a naufragare con la barca della Provvidenza per aver solo osato sperare di poter fare il mercante anziché il pescatore. E comunque,è vero per entrambi gli autori, che sia meglio non farli arrabbiare troppo, gli umili, o ti combinano la rivoluzione (a rivolta dei forni, Libertà)- la quale peraltro, nelle loro opere come nella Storia, quella vera, ha sempre conseguenze più orrendamente atroci dello status quo ante .
      Un saluto- e grazie 🙂

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