La dannazione degli offesi.Primo Levi e Zygmunt Bauman

Voi che vivete sicurilevi3

nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:[…]

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole .
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli .
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi

Ogni anno, quando il 27 Gennaio si ripresenta costringendoci a fare o a rifare per l’ennesima volta i conti con una memoria storica tanto incomprensibile quanto inaccettabile, la tentazione di soprassedere, di scappare, di turarsi gli occhi e le orecchie diventa più forte. Ripercorrere, anche solo nel ruolo di remotissimo poligrafo, le scene e il percorso dell’orrore significa sottoporsi ad una violenza (anche perché di questo orrore si ha la sventura di scoprire particolari sempre nuovi, e sempre più agghiaccianti, in una spirale infinitadownload-8 di atrocità). Ma il monito di Primo Levi fa del mantenere viva la memoria e aperti gli occhi un comandamento ineludibile, per di più in considerazione del fatto che  il rilievo e la risonanza pubblica che a partire dagli anni Settanta è stata concessa ai teorici del negazionismo lo abbiano spinto al suicidio; e dunque ancora una volta, quest’anno come negli anni a venire, accendiamo idealmente la nostra candela in memoria delle vittime, portando avanti comunque, come segno di resistenza civile, il nostro sforzo di tentare una comprensione impossibile.

Ne La zona grigia,  secondo capitolo de I sommersi e i salvati, Primo Levi, nell’interrogarsi su come e quanto i reduci siano stati effettivamente capaci di comunicare, di far comprendere l’esperienza del Lager, mette in guardia contro la tentazione delle semplificazioni manichee, quelle che con  temeraria sicurezza riconducono la complessità di ogni evento allo scontro tra  Bene e il Male, separandoli e contrapponendoli, negandone qualsiasi possibile coesistenza:

Ciò che comunemente intendiamo per “comprendere” coincide con “semplificare”: senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile a schema: a questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell’evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio ed il pensiero concettuale.
Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia, è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l’esigenza di dividere il campo fra “noi” e “loro”, che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri.

In nessuna struttura sociale umana, in realtà, una simile divisione è perfettamente attuabile o possibile, né tantomeno lo è stato nell’universo concentrazionario. Pur in maniera allucinata e distorta, il Lager riproduceva «la struttura gerarchica dello Stato kapototalitario, in cui tutto il potere viene investito dall’alto»; la conseguenza inevitabile, dunque, era la regola del divide et impera,  ovvero l’attribuzione pressoché arbitraria del privilegio, che aveva ovviamente come risultato l’aumento della disperazione e la divisione tra i prigionieri, spezzando i legami di solidarietà e stroncando quindi sul nascere qualsiasi possibile ipotesi di resistenza organizzata:

L’ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie..[…] la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. È una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare.

La struttura gerarchico-sociale del Lager è, in effetti, davvero complicata: al gradino più basso, immediatamente al di sopra dei prigionieri comuni, anonimi e senza grado, si trovava una folla di « scopini, lava-marmitte, guardie notturne, stiratori dei letti (che sfruttavano a loro minuscolo vantaggio la fisima tedesca delle cuccette rifatte piane e squadrate), controllori di pidocchi e di scabbia, portaordini, interpreti, aiutanti degli aiutanti. In generale, erano poveri diavoli come noi, che lavoravano a pieno orario come tutti gli altri, ma che per mezzo litro di zuppa in più si adattavano a svolgere queste ed altre funzioni “terziarie”: innocue, talvolta utili, spesso inventate dal nulla». Sebbene a questo livello fossero raramente violenti o pericolosi, pure queste figure tendevano a difendere il proprio ruolo in maniera accanita, sviluppando dunque quella «mentalità corporativa» che ai loro occhi li poneva in una posizione comunque (anche se infinitesimamente)  superiore a quella dei loro compagni.

Il discorso, invece, si fa notevolmente più complesso man mano che si risale la gerarchia dei prigionieri-funzionari, ovvero i famigerati Kapos, che avevano spesso funzioni delicatissime, come quelle presso gli uffici amministrativi, la gestione del Servizio del Lavoro, e quella delle celle di punizione. Il loro potere poteva diventare assoluto, e se molti di questi approfittarono, a rischio della vita, della loro posizione per aiutare e proteggere i loro compagni, molti altri invece, imbestiati a causa della fame, delle percosse, delle privazioni, dello spettacolo continuo della morte, compagna inseparabile di ogni istante della vita del lager, si abbandonavano al più efferato abuso di potere:

Chi diventava Kapo? Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo, coloro a cui la possibilità veniva offerta, e cioè gli individui in cui il comandante del Lager o i suoi delegati (che spesso erano buoni psicologi) intravedevano la potenzialità del collaboratore: rei comuni tratti dalle carceri, a cui la carriera di aguzzini offriva un’eccellente alternativa alla detenzione; prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze, o comunque moralmente debilitati; più tardi, anche ebrei, che vedevano nella particola di autorità che veniva loro offerta l’unico modo di sfuggire alla “soluzione finale”. Ma molti, come accennato, aspiravano al potere spontaneamente: lo cercavano i sadici, certo non numerosi ma molto temuti, poiché per loro la posizione di privilegio coincideva con la possibilità di infliggere ai sottoposti sofferenza ed umiliazione. Lo cercavano i frustrati, ed anche questo è un lineamento che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all’autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.

L’aspirazione delle vittime  al potere, al superamento della barriera che appunto, divideva il «noi» da «gli altri», determina la nascita di quella «zona grigia della “protekcja”» (il termine jiddish di origine italiana, che indicava appunto la schiera dei prigionieri “protetti, privilegiati”), dalle gradazioni innumerevoli, come si è visto. Ma Levi, nonostante riconosca un nesso proporzionale tra colpa e possibilità di scelta, ammonisce contro  la tentazione di pronunciaregiudizi troppo affrettati e sommari, sgombrando così il campo da possibili equivoci o commistioni che potessero assolvere, sia pure di un infinitesimo della sua colpa, la struttura tutta dello Stato totalitario facendola ricadere sugli oppressi:

levi2Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare. È un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso che cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi”. La condizione di offeso non esclude la colpa, e spesso questa è obiettivamente grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura.


La contaminazione tra colpa  e offesa, il «pervertimento» dei giusti, il graduale annichilimento di ogni residua traccia di senso morale  in nome del miraggio della sopravvivenza,  si è rivelato un raffinato e potentissimo strumento che il sistema della produzione di morte organizzata ha saputo trovare per massimizzarne il risultato, contribuendo ad aumentare le sofferenze delle vittime e ad accelerarne la distruzione tramite l’autodistruzione. Di questo fenomeno  si occupa Zygmunt Bauman nel suo tremendo  Modernità e Olocausto, che attraverso l’analisi delle dinamiche realizzatesi nei ghetti e nelle altre realtà di confinamento dove fosse presente ancora un’autorità rappresentante delle vittime formalmente rispettata dai carnefici si propone di dimostrare l’assoluta insufficienza di un agire razionale che prescinda totalmente dagli obblighi e dai vincoli della moralità:

Il successo degli oppressori dipendeva dalla loro capacità di far sì che il calcolo razionale delle vittime sopravvivesse alla possibilità di raggiungere l’obiettivo originariamente perseguito; di far sì che le persone – almenbauman2o un certo numero di esse e per un certo periodo di tempo -agissero razionalmente in un contesto certamente irrazionale.[…]Per ottenere questo risultato era necessario fingere che nella maggior parte dei casi la sopravvivenza selettiva fosse un obiettivo raggiungibile, e che perciò il comportamento dettato dall’interesse all’autoconservazione fosse razionale e sensato. Una volta scelta l’autoconservazione come criterio supremo di azione, il suo prezzo poté essere gradualmente ma costantemente elevato, finché tutte le altre considerazioni non furono svalutate, tutte le inibizioni morali o religiose infrante, tutti gli scrupoli ripudiati o respinti. […]. In un lampo abbagliante, la razionalità dell’autoconservazione s i rivelò nemica del dovere morale.

La «cooperazione delle vittime» diviene dunque parte integrante, essenziale del processo , legittimata dall’autorità burocratica (degli oppressori e degli oppressi) in nome del principio di sopravvivenza. A tale proposito, Bauman riferisce il racconto di un testimone oculare secondo il quale, il giorno di Pasqua 1942, l’ Amtkommisar (il Commissario d’ufficio,ndr) ordinò allo Judenrat del ghetto di Sokoly (Polonia), di  radunare e consegnare tutti gli uomini abili entro mezzogiorno. Quando, scaduto il termine, il capo dello Judenrat affermò di non essere riuscito nell’impresa, il funzionario si infuriò, minacciando di fucilare l’intero consiglio. Ed ecco che, improvvisamente, nei membri dello Judenrat avviene una trasformazione radicale- così Bauman-, tanto da spingerli ad andare casa per casa e a tirare fuori, indifferentemente, adulti e bambini, protestando che altrimenti «quel demonio» avrebbe giustiziato tutti i membri del consiglio. E’ facile immaginare il destino di quegli uomini e quei bambini radunati sul piazzale. Lo Judenrat  aveva attivamente cooperato nella loro condanna. E scene simili costituivano la normalità in tutti i territori dell’Europa nazista- e con maggiore intensità e frequenza, naturalmente, nei territori orientali e in particolare nel Governatorato centrale (cioè nella Polonia occupata):

I consiglieri e i poliziotti ebrei furono messi difronte a una scelta assai semplice: morire o lasciare che altri morissero. Molti scelsero di ritardare la propria morte e quella di parenti ed amici. L’assunzione del ruolo di dio era resa più facile dall’interesse egoistico.

Anche Bauman, come già Levi, invoca però la sospensione del giudizio, ricordando come la popolazione ebraica fosse sottoposta in maniera sempre più feroce al crudele gioco nazista del gatto col topo- e sempre, naturalmente, con la promessa che l’azione in corso sarebbe stata l’ultima, che non sarebbero più stati richiesti sacrifici umani e decisioni crudeli:

È impossibile dire quanti di coloro che scelsero di «sporcarsi le mani» sperassero effettivamente di sopravvivere. La scelta tra la vita e la morte sottopose l’istinto di autoconservazione a un test estremo. È ingiusto e fuorviante giudicare il comportamento umano di fronte a una scelta del genere in base agli standard adottati per le decisioni, meno gravide di conseguenze e meno drammatiche, della vita quotidiana, in cui i conflitti tra l’interesse egoistico e le responsabilità nei confronti di altri sono spesso acuti, ma quasi mai risultano insanabili o invocano scelte irreversibili. I conflitti ordinari, inoltre, vengono per lo più affrontati ghetto-di-varsaviaa livello individuale, in un contesto in cui la maggior parte delle altre persone non deve compiere scelte di comparabile intensità morale, per cui la presenza visibile dei valori morali rimane forte. Nei ghetti questo contesto venne letteralmente distrutto durante il processo graduale di sterminio. Tutto ciò che rimaneva della superiorità degli obblighi morali rispetto all’interesse egoistico fu eliminato a poco a poco nel passaggio attraverso la successione dei gironi infernali. 

Il principio dell’autoconservazione, che appare perfettamente razionale e conseguente all’insopprimibile istinto di sopravvivenza, non ha comunque determinato , se non per pochissimi, un esito diverso da quello previsto e stabilito dal Reich. Le scelte razionali delle vittime si rivelavano in ultima analisi distruttive, perché effettuate in base a premesse false, opportunamente presentate dai carnefici come regole da seguire  ferreamente per garantirsi la salvezza:

Per rendere il comportamento delle loro vittime prevedibile, e perciò manipolabile e controllabile, i nazisti dovevano indurle ad agire in modo «razionale»; per ottenere questo risultato dovevano far loro credere che c’era davvero qualcosa da salvare, e che per riuscirci esistevano regole ben chiare da seguire. Affinché si convincessero di ciò, le vittime dovevano essere portate a pensare che il trattamento del gruppo nel suo complesso non sarebbe stato uniforme, che la sorte dei singoli membri sarebbe stata diversa e dipendente in ciascun caso dal merito individuale. Le vittime dovevano credere, in altre parole, che la loro condotta aveva importanza e che la loro situazione poteva essere, almeno in parte, influenzata da ciò che avrebbero fatto.

E’ evidente, dunque, che in un contesto simile l’adesione esclusiva al principio razionale (del «salvare il possibile», dell’ autoconservazione, della ricerca di una strategia individuale di sopravvivenza)si rivela assolutamente fallimentare. Per Bauman, infatti, «la ragione è una buona guida al comportamento individuale» soltanto quando la razionalità del soggetto che agisce  concorda e si sovrappone con la razionalità dell’azione, ovvero con il determinarsi dei rapporti di causa -effetto. In altre parole, l’agire razionale ha senso se il soggetto è in grado di determinare verosimilmente le conseguenze delle proprie scelte in base alle premesse date, trasformandosi altrimenti«in un’arma suicida che arriva a distruggere il suo stesso scopo».E abbiamo già visto come, in realtà, la veridicità delle premesse fosse impossibile da riconoscere, per le menzogne dei carnefici e per l‘inaccettabilità stessa  dell’idea dello sterminio.Nel loro gioco crudele, i nazisti posero le vittime in una condizione disperata,quella di un aut-aut tra la vita propria e quella altrui, determinandone una corruzione morale coincidente con la loro disumanizzazione:

L’oppressione, che esaltava la razionalità dell’autoconservazione e svalutava sistematicamente le considerazioni di ordine morale, riuscì di fatto a disumanizzare le proprie vittime. Essa agì come una specie di profezia che si autorealizzava. All’inizio gli ebrei furono proclamati immorali e senza scrupoli, egoisti e avidi detrattori dei valori, individui che usavano il loro apparente culto dell’umanesimo come copertura del puro interesse egoistico; dopodiché furono costretti a vivere in una condizione disumana nella quale la definizione promossa dalla propaganda potesse avverarsi.

Il che, naturalmente, se da una parte servì a facilitare praticamente il processo di sterminio, dall’altro lo rese anche giustificabile agli occhi dei tedeschi- che sapevano, e bene, cosa stesse accadendo, grazie alle testimonianze dirette dei soldati tedeschi coinvolti nelle fucilazioni in Europa orientale e dai souvenir che quest stessi inviavano a casa, oggetti preziosi derivanti dalla sistematica spoliazione delle vittime (cfr, Timothy Sneider, Terra nera, cap. 8, pagg.209 segg.). L’isolamento delle vittime, la loro esclusione fisica dalla società civile (che poi si sarebbe evoluta in reclusione, concentramento e sterminio), da una parte poneva i cittadini al di fuori in uno stato di assoluta sicurezza, derivante dal fatto che il destino degli ebrei, per quanto eventualmente atroce, fosse totalmente altro dal loro, che ne sarebbero rimasti immuni proprio in virtù  della superiorità razziale a loro attribuita dallo Stato; dall’altro, veniva in qualche maniera legittimato agli occhi dei tedeschi  dai filmati propagandistici che raccontavano le atrocità che accadevano nei ghetti, con l’evidente scopo di dimostrare a quale punto di abiezione e ignominia gli ebrei fossero capaci di arrivare :

 ghetto3La povertà era tale che la gente moriva d’inedia per le strade. Ogni giorno, verso le quattro o le cinque del mattino, gli incaricati raccoglievano decine di cadaveri coperti di giornali tenuti fermi con una pietra.Nel ghetto la distanza tra le classi equivaleva alla distanza tra la vita e la morte. Sopravvivere significava chiudere gli occhi di fronte alla miseria e all’agonia altrui. I poveri morivano per primi, e in massa. La stessa sorte toccava ai privi di risorse, ai miti, agli ingenui, agli onesti, ai remissivi. Fin dall’inizio – con una moltitudine di persone ammassate in uno spazio atto ad ospitare non più di un terzo di esse, con le razioni di cibo calcolate in modo da causare l’indebolimento fisico e la depressione spirituale, con il pressoché completo esaurimento delle fonti di reddito, con il proliferare delle epidemie e la scarsità di medicine – la vita nel ghetto era diventata un gioco a somma zero la cui posta più ambita, e l’unica che contasse veramente, era l’autoconservazione.

Ma sarà tutto inutile. Dopo essersi piegati a qualsiasi compromesso morale,dopo aver lasciato che centinaia di persone morissero al proprio posto, anche gli ebrei della classe burocratica, convinti ormai di essere al sicuro, di essere diventati parte  degli altri, scopriranno con orrore che «il treno che portava il nome di “autoconservazione” si [sarebbe fermato] solo alla stazione ferroviaria di Treblinka».


RISORSE  E NOTE  A MARGINE

-Il testo integrale de I sommersi e i salvati;

-Il testo integrale di Modernità e Olocausto;

-Il sito del Centro internazionale di studi Primo Levidel quale non posso proprio fare a meno di segnalare l’iniziativa della lettura scenica Da Treblinka ad Auschwitz. Vasilij Grossman e Primo Levi: dialogo fra testimoni, tenutasi al teatro Carignano di Torino;

– La recensione – e la sintesi di Modernità e Olocausto sul sito Lankelot

-Per approfondire il percorso intellettuale compiuto da Bauman, molto bello questo documentario The trouble with being human these days ( Il problema di essere umani oggi);  il trailer è visibile gratuitamente, il video intero è invece a pagamento;

-Meditate che questo è stato, meditate che questo è ancora, Anno Domini  2017, sotto i nostri occhi, dove gli spettri di un passato che fino a poco tempo fa avremmo giurato orribile ma sepolto per sempre stanno tornando a gettare la loro ombra lunga sul centro dell’Europa . Alla tragedia umanitaria dei migranti bloccati alla frontiera da mesi in condizioni disumane, il premier ungherese Orban ha risposto dichiarando che i richiedenti asilo nell’intero territorio di Schengen saranno preventivamente trattenuti in regime di detenzione  fino al completamento delle procedure.  La storia, ha detto qualcuno, si ripete sempre con una differenza; non si può fare un’equazione immediata, non si può e non si deve, come afferma lo stesso Levi, semplificare la storia;  Magris ci ha insegnato peraltro che le analisi storiche degli eventi in corso sono impossibili e fuorvianti. Ciò che si può e si deve fare, invece, è resistere alla tentazione di chiudere gli occhi di fronte all’orrore, voltandosi dall’altra parte, e non dimenticare mai che la zona grigia potenzialmente ci riguarda tutti -ci minaccia  tutti, ed è sempre molto, troppo più vicina e presente  di quanto saremmo disposti ad ammettere.

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7 comments

  1. dragoval la verità è che tu mi stendi.
    Come si fa, benedetta dragoval, a scrivere uno straccio di commento su un post come questo? Parlo per me, eh.
    E comunque ci provo. Sono ardimentosa, eh.

    NON ho mai letto “Se questo è un uomo” di Primo Levi.
    Ovviamente lo posseggo in ben due edizioni cartacee che stanno in bella mostra in una delle mie librerie ed ovviamente ce l’ho pure in ebook ma… non l’ho mai letto. Stanno lì, ben custoditi ed al calduccio.

    Perchè? Perchè penso che non riuscirei a reggerlo. Perchè? Boh. Non lo so. E pensare che di libri in tema ne ho letti tanti altri, eh, che sono mica stati una passeggiata.
    “I sommersi e i salvati” invece letti e riletti più volte. Immenso.

    Come anche il Baumann di “Modernità ed Olocausto” che chissà perchè e come mai par stiano scoprendo tutti adesso.

    Ci sono passaggi del libro di Baumann che lasciano senza fiato. A parte quelli più (giustamente ) noti, è tutto il ragionamento che fa Baumann a proposito del tema Separazione/Integrazione che a me ha fatto molto riflettere.

    Per la serie (e banalizzo alla grande e chiedo scusa inginocchiandomi sui ceci): siamo proprio sicuri – sicuri – sicuri che l’integrazione sia meglio della separazione? Che l’integrazione metta al sicuro, che scacci (e non — al contrario– evochi) fantasmi? Che la separazione non rassicuri, di contro, gli uni e “gli altri”?

    Nella differenza esplicita ci si può riconoscere; più difficile ed insidiosa è, forse l’avere a che fare con il “sono come voi, ma non sono uno/a di voi”.

    Ultimamente me lo chiedo io, ma in qualche modo se lo chiede anche Baumann nelle prime pagine del libro.

  2. perchè (scusami, procedo nel ragionamento) nella certezza della diversità ci si può incontrare, scontrare, conoscersi e (ri)conoscersi. C’è la certezza della identità. Diversa, ma riconoscibile e definita. La si può accettare, rifiutare, combattere.

    Ma nell’ “io sono diverso da te ma sono come te ma insomma io sono io e chi sono io tu non lo saprai mai” è difficile capirsi. E chi ha una identià forte di suo ma che si è illuso di potersi mimetizzare/integrare finisce, nei momenti di crisi, per diventare il capro espiatorio ideale per qualunqe cosa.
    OK, il discorso è complicato. Saluti e baci

    (Però Bauman e non solo lui lo affrontano, questo tema, che a me non pare secondario)

    Personalmente, comincio a credere più nel valore della separazione che in quello dell’integrazione. Ed è ancora altro discorso.

    1. @gabrilu
      Ti rispondo, lo so, con imperdonabile ritardo. Ma le riflessioni che fai non avrebbero comunque ammesso una risposta affrettata, né hanno peraltro perso un briciolo della loro (in)attualità.
      La questione del rapporto identità/diversità, separazione/integrazione, è un mare magnum senza fine. In relazione ai tempi difficili che stiamo vivendo, credo che la risposta migliore sul tema (o almeno, se non una risposta, un considerevole spunto di riflessione), sia ancora Bauman a fornircela:
      Abbiamo paura senza sapere da dove viene la nostra ansia e quali siano esattamente i pericoli che la provocano. Possiamo affermare che i nostri timori vagano in cerca delle loro cause che noi vorremmo disperatamente trovare per poter essere in grado di fare qualcosa a riguardo o per chiedere che si faccia qualcosa. Le radici più profonde della paura contemporanea – la graduale eppure continua perdita della sicurezza esistenziale e la fragilità della posizione sociale – possono essere affrontate solo con difficoltà, poiché, in un mondo che si globalizza velocemente, gli agenti dell’azione politica non hanno sufficiente potere per sradicarle. E per questo le paure tendono a trasferirsi dalle cause principali su obiettivi accidentali, solo lontanamente collegati alle ragioni dell’ansia, oppure del tutto scollegati da esse e, quindi, ad essere scaricate su obiettivi vicini, visibili, a portata di mano, che sembrino facili da gestire. Queste battaglie sostitutive non faranno scomparire la nostra ansia perché le radici vere della paura resteranno intatte, in compenso otteniamo una certa consolazione dalla consapevolezza di non essere rimasti con le mani in mano, di aver fatto qualcosa e di esserci fatti vedere mentre lo facevamo..
      Le parole di Bauman si attagliano perfettamente, credo, all’Italia di oggi come alla Germania di Weimar. Le dinamiche in atto sembrano terribilmente affini; mi auguro di cuore che possano non divenirlo mai gli esiti. 

  3. Ho letto, ho trovato l’energia per leggere questo tuo pezzo solo ora. Confesso che, al ripetersi del Giorno della memoria, io fuggo. Arrivo addirittura a chiedermi se, davvero, sia il caso di insistere (sono ovviamente certa che si) a ricordare, oggi, qui, nel tempo che stiamo vivendo, dove il ricordo, o meglio un suo certo esercizio, pare esercitarsi a collocare in un il tema, esercitarsi a ; pare un mezzo per allontanare, negare, cancellare la consapevolezza di un oggi – e, per altro verso, fornire materiale al negazionismo più becero, e strumentale, e giustificazionista.
    Mai più ho potuto, saputo, rileggere Primo Levi; e non ho letto Modernità e Olocausto (che mi riprometto periodicamente di leggere e forse, ora, per tuo tramite, affronterò).

    1. @Ivana Daccò
      Ho condiviso ed espresso più volte, qui come altrove, in pubblico e in privato, le tue stesse perplessità per il Giorno della Memoria, e per le tue stesse ragioni. Tuttavia, scelgo di non sottrarmi e di contribuire anch’io, nel mio minimo, alla celebrazione del ricordo,per rendere omaggio doveroso e commosso alle vittime, ma anche per indagare e comprendere l’orrore e i suoi meccanismi, almeno in parte. Per questo, sempre, cito Canetti, la Arendt o Bauman, o lo stesso Primo Levi del post- Se questo è un uomo : perché il reimmergersi nell’orrore ( ti capisco; anche per me rileggere alcuni libri, alcune pagine sull’orrore, come quelle contenute nelle opere di Grossman, in Vita e destino o nell’Inferno di Treblinka è impossibile)deve avere come contropartita la possibilità di familiarizzare con le cause e i meccanismi dell’orrore per poterli riconoscere.
      Ebbene, a tale riguardo posso, non senza un brivido, rivelarti una cosa: fino a qualche anno fa, certe dinamiche mi sembravano astruse, incomprensibili, deliranti ma soprattutto, certamente, irripetibili ( -“è impossibile” , mi dicevo, “ che qualcosa di anche lontanamente simile possa mai e poi mai tornare a verificarsi “); ora, purtroppo, mi sembra di riconoscere segnali e analogie inquietanti dovunque .
      Un saluto- e grazie

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