Omnia vicit Amor. George Orwell e Czesław Miłosz

orwellmilosz

.Il titolo di questo post, lo dichiaro subito,  è volutamente ingannevole- e il sospetto vi sarà venuto, dato che  questi due immensi autori non sono certo noti per la loro inclinazione al sentimentalismo. Pure,nelle loro opere  entrambi d’amore parlano, e profusamente; quella con il Potere totalitario, soprattutto di matrice sovietica,  è una storia d’amore che nasce dall’odio o che nell’odio si riconverte, e che ci viene raccontata qui in due  tra le sue infinite varianti- l’Amore conosce molte strade- che attraverso un cammino tortuoso, irto di sofferenze e pericoli,  finiscono  per condurre al medesimo epilogo.

«1984», il più noto e attuale dei romanzi distopici del Novecento, si apre con il presentarci Winston Smithil protagonista Winston Smith,«trentanove anni e un’ulcera varicosa alla caviglia destra», che in una Londra governata dal SOCING, versione d’Oltremanica dello stalinismo, percorre strade fiancheggiate da immensi e squallidi edifici  per raggiungere il suo posto di lavoro  al  Ministero della Verità, (Miniver, in neolingua)  dove le notizie e la memoria degli eventi storici, nonché le grandi opere dell’ingegno umano,  vengono continuamente cancellati e riscritti. Sulla facciata dell’edificio, una bianca piramide di cemento, diversa «in maniera sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere»,si legge a caratteri cubitali lo slogan (uno e trino) del Partito :

LA GUERRA È PACE
 LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ 
L’IGNORANZA È FORZA

Il Partito, compendiando in sé le nefandezze dei totalitarismi di ogni colore,ha  un volto, «un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli» (che sarebbe pressoché indifferentemente potuto essere quello di Hitler o Stalin, o di una loro mostruosa fusione).Il volto del Partito campeggia ovunque, su ogni pianerottolo come in in ogni ufficio o ad ogni angolo di strada, stampato su manifesti«fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono», in calce ai quali risuona il monito «Big Brother is watching you», ovvero «Il Grande Fratello vi guarda»

Big Brother

Il cittadino dell’ Oceania,  la superpotenza mondiale governata dal SOCING, deve sapere di non essere mai solo,nel senso, però, di essere spiato e controllato continuamente;in ogni alloggio privato è installato infatti un apparecchio infernale, il  teleschermo,  in grado di ricevere e trasmettere contemporaneamente, di rilevare ogni rumore «appena appena più forte di un bisbiglio»:

Dovevate vivere (e di fatto vivevate, in virtù di quell’abitudine che diventa istinto) presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento — che non fosse fatto al buio — attentamente scrutato.

Il teleschermo è in effetti lo strumento principe della Psicopolizial’implacabile organizzazione paramilitare incaricata del controllo e della prevenzione dello psicoreato, «quel reato fondamentale che conteneva dentro di sé tutti gli altri», coincidente con con qualsiasi larvata formulazione di un pensiero anche soltanto velatamente o inconsciamente ostile al Partito, dai contorni indefinibili e perciò strumentalizzabili a piacimento. Profondamente consapevole dell’operato delle polizie segrete e delle dinamiche psicologiche del terrore, l’autore ribadisce come fosse ovviamente impossibile sottrarsi alle conseguenze dello psicoreato, riecheggiando scenari  fin troppo noti alle vittime dei totalitarismi:

. Era un delitto che non si poteva tenere celato per sempre: scamparla per un po’, anche per anni, ma era sicuro al cento per cento che prima o poi vi avrebbero preso.[…]Accadeva sempre di notte. Gli arresti venivano eseguiti sempre di notte: il risveglio improvviso e violento, una mano brutale che vi scuoteva la spalla, la luce delle torce elettriche che vi abbagliava gli occhi, il cerchio di facce dure intorno al letto. Nella gran parte dei casi non si celebravano processi, né si stendevano resoconti dell’arresto. La gente semplicemente spariva, e sempre di notte. Il nome dell’arrestato veniva cancellato dagli archivi, ogni traccia di quello che aveva fatto nel corso della sua vita veniva rimossa, la sua stessa esistenza di un tempo veniva prima negata, quindi dimenticata. L’arrestato era eliminato, annientato. La parola giusta era vaporizzato.

In uno scenario simile, come in tutte le realtà totalitarie, si può immaginare quale valenza Winston Smith diariorivoluzionaria acquisti la scrittura, soprattutto nel suo valore di testimonianza e resoconto degli eventi accaduti. Una volta rientrato  a casa, in un angolo che per qualche provvidenziale coincidenza è conformato in modo tale da sfuggire all’occhio del teleschermo, Winston si accinge a scrivere un diario, «un atto non illegale di per sé (nulla era illegale, dal momento che non esistevano più leggi)»,  ma comunque altamente compromettente, punibile quasi certamente con la morte.Naturalmente, il continuo lavoro di riscrittura e cancellazione degli eventi, nonché della traduzione in neolingua dei pensieri dell’archelingua (l’inglese standard, indesiderato residuo dell’epoca pre-SOCING) non soltanto rende la memoria di Winston labile ed incerta, ma fa sì che la sua mente, quasi del tutto incapace di elaborare concetti per la mancanza di termini che possano esprimerli, resti paralizzata di fronte alla pagina bianca:

Era curioso che non solo avesse dimenticato come esprimersi, ma che non sapesse neanche più che cosa voleva dire originariamente. Erano settimane che si preparava a questo momento, e aveva sempre pensato che ci volesse solo del coraggio. L’atto della scrittura sarebbe stato facile. Non avrebbe dovuto fare altro che riportare sulla carta quel monologo diuturno e inquieto che da anni, letteralmente, gli scorreva nella mente. Ora, però, anch’esso si era prosciugato. […] Aveva coscienza soltanto della pagina vuota davanti a sé.[…]Per chi, si chiese a un tratto, scriveva quel diario? Per il futuro, per gli uomini non ancora nati. La sua mente indugiò per un attimo su quella data dubbia fissata sulla pagina, poi andò a cozzare contro la parola in neolingua bipensiero. Solo allora si rese pienamente conto di quanto fosse temerario ciò che aveva intrapreso. Come fare a comunicare col futuro? Era una cosa di per se stessa impossibile. O il futuro sarebbe stato uguale al presente, nel qual caso non l’avrebbe ascoltato, o sarebbe stato diverso, e allora le sue asserzioni non avrebbero avuto senso.

Ma ecco che Winston realizza improvvisamente di aver sempre saputo, in realtà, chi fosse il destinatario della sua opera: è un uomo di nome O’Brien, membro del Partito Interno (ovvio equivalente del Comitato centrale sovietico), «un uomo corpulento, tarchiato, con il collo largo, il volto tozzo e brutale, ma non privo di una certa arguzia». Malgrado l’aspetto terrificante, i suoi modi erano garbati. Aveva il vezzo di riaggiustarsi di continuo gli occhiali sul O'Brien3naso: un gesto curiosamente disarmante perché, per qualche strano motivo, lo si associava a una persona beneducata». Winston si sente attratto da lui perché« incuriosito dal contrasto» fra il suo fisico e i suoi modi, ma soprattutto per la «segreta convinzione (ma forse era una speranza, più che una convinzione) che l’ortodossia politica di O’Brien non fosse perfetta. Qualcosa nel suo volto pareva suggerirlo in maniera irresistibile».Quando, durante i Due minuti d’Odio, rivolto contro il fantomatico  nemico del Partito  Emmanuel Goldstein, gli sguardi dei due si incrociano, Winston ha la certezza che O’Brien stesse condividendo i suoi pensieri: « “Sono con te” sembrava dirgli O’Brien, “so esattamente quello che provi, so tutto del tuo disprezzo, del tuo odio, del tuo disgusto, ma non temere, io sono dalla tua parte! “».

La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. Un’estasi orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore, un desiderio di uccidere, di torturare, di spaccare facce a martellate, sembrava attraversare come una corrente elettrica tutte le persone lì raccolte, trasformando il singolo individuo, anche contro la sua volontà, in un folle urlante, il volto alterato da smorfie. E tuttavia, la rabbia che ognuno provava costituiva un’emozione astratta, indiretta, che era possibile spostare da un oggetto all’altro come una fiamma ossidrica. Così, un istante dopo, l’odio di Winston non era più rivolto contro Goldstein, ma contro il Grande Fratello, il Partito e la Psicopolizia. In momenti simili il suo affetto andava a quel solitario e deriso eretico sullo schermo,[ma] Passava un altro istante, e Winston si ritrovava in perfetta sintonia con quelli intorno a lui e tutto ciò che si diceva di Goldstein gli sembrava vero. Allora l’intimo disgusto che avvertiva nei confronti del Grande Fratello si mutava in adorazione e il Grande Fratello pareva sollevarsi ad altezze vertiginose, protettore invincibile e impavido, immoto come una roccia. 

L’uomo per sua natura è un animale sociale, anche se suddito di un regime totalitario;per questo Winston comincia a pensare incessantemente alla possibilità di poterlo incontrare in segreto, al riparo dai teleschermi, ed in un certo senso, inconsciamente, lo sa da molto tempo. Egli ricorda infatti un sogno, fatto circa sette anni prima, in cui, attraversando una stanza buia ed interminabile, aveva sentito una voce rivolgersi a lui con parole apparentemente ispirate da una fede incrollabile in un mondo di luce:“Ci incontreremo là dove non c’è tenebra”. In quella voce Winston aveva riconosciuto  (o creduto di riconoscere) la voce  di O’Brien; e così, ispirato da un libro di storia per bambini con il volto del Grande Fratello che lo fissa minaccioso dalla copertina, atterrendolo e ricordandogli l’impossibilità di formulare qualsiasi pensiero autonomo o divergente da quanto imposto dal Partito,per quanto contrario all’evidenza  (« Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci.[…]La visione del mondo che lo informava negava, tacitamente, non solo la validità dell’esperienza, ma l’esistenza stessa della realtà esterna»), ecco che formula finalmente il primo pensiero del diario:«Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente».

Un giorno, inaspettatamente, a Winston si presenta l’opportunità che tanto desidera. Mentre cammina per i corridoi del Ministero della Verità, sente la massiccia figura di O’Brien che cammina alle sue spalle: «Si trovavano faccia a faccia, finalmente, eppure il primo impulso di Winston fu quello di scappare. Sentiva che il cuore gli scoppiava in petto. Sarebbe stato incapace di proferire parola. O’Brien, invece, non si era fermato: per un attimo, anzi, gli aveva posato amichevolmente una mano sul braccio e ora camminavano l’uno di fianco all’altro. Poi O’Brien cominciò a parlare, con quel suo tono austero e cortese che lo distingueva dalla maggioranza dei membri del Partito Interno.”Confidavo di avere prima o poi l’opportunità di parlarti”, disse». 

Sul proprio destino, Winston non si fa illusioni: sa che, prima o poi, sarà arrestato per aver commesso qualcosa di terribile, per non aver solo pensato, ma anche essersi apertamente espresso contro il Partito; eppure, il lasciarsi coinvolgere da O’Brien, che ormai egli ha individuato come una sorta di seguace di Goldstein, di fiancheggiatore della Confraternita (l’organizzazione sovversiva di cui Goldstein era ritenuto a capo) infiltrato Nig Brother is coming for younelle alte sale del Potere, gli sembra non soltanto inevitabile ma auspicabile:« Sapeva che prima o poi avrebbe obbedito alla chiamata di O’Brien. Il giorno seguente, forse, o dopo un periodo molto più lungo, non ne era certo. Quello che stava accadendo non era altro che il risultato di un processo cominciato anni prima. Il primo passo era stato un pensiero segreto e nato dall’istinto, il secondo iniziare il diario. Era prima passato dai pensieri alle parole, quindi dalle parole all’azione. L’ultimo passo sarebbe stato qualcosa che avrebbe avuto luogo nel Ministero dell’Amore, ma si trattava di un epilogo che egli aveva liberamente accettato».

Quanto queste previsioni siano esatte, e quanto fosse pregnante la profesia di O’Brien di un loro futuro incontro nel luogo dell’eterna luce, Winston lo scoprirà anche troppo presto . La terza parte del romanzo si apre infatti con il protagonista detenuto in una cella del Ministero dell’Amore ( nome attribuito, secondi i principi del bipensiero, ad un luogo di tortura e detenzione, nonché quartier generale della polizia segreta, evidentemente ispirato alla Lubjanka), mentre cerca di calcolare le mattonelle di porcellana delle pareti, dopo aver completamente perso la nozione del tempo:

 Più spesso si chiedeva dove fosse, che ora fosse. Un momento era sicuro che fuori ci fosse la luce del giorno, un attimo dopo era altrettanto certo che fosse buio pesto. Sapeva per istinto che in quel luogo le luci non sarebbero mai state spente. Era il luogo senza tenebra: adesso capiva perché aveva avuto l’impressione che O’Brien cogliesse l’allusione.

Quando giungono i suoi torturatori per portarlo nella famigerata Stanza 101Winston balza in piedi sconvolto, scorgendo dietro di loro l’ultima persona che si aspettava di vedere,( a conferma della sua più recondita paura, così come dei sospetti del lettore):

Entrò O’Brien.
Winston balzò in piedi. Lo sconvolgimento causato da quella vista gli aveva fatto dimenticare ogni cautela. Per la prima volta in tanti anni dimenticò la presenza del teleschermo.O'Brien4
«Hanno preso anche te!» gridò.
«Mi hanno preso da tempo» rispose O’Brien con un tono blandamente ironico e quasi rammaricato. Si fece da parte. Alle sue spalle comparve una guardia dal torace enorme, che stringeva fra le mani un lungo manganello nero.
«Lo sapevi che sarebbe accaduto, Winston» disse O’Brien. «Non ingannare te stesso. Lo sapevi… l’hai sempre saputo.»

Inizia così per Winston una discesa negli abissi di un dolore senza fondo, quel dolore fisico davanti al quale «non ci sono eroi». La prima seduta di tortura ha appunto lo scopo di convincere Winston che il passato e la memoria non esistono, e che la mente umana non è né può essere custode di qualcosa che non esiste fisicamente:

«È proprio il contrario» disse. «Sei tu che non l’hai controllata, ed è per questo che ora sei qui. Tu sei qui perché non sei stato capace di essere umile, di disciplinare te stesso. Non hai voluto compiere quell’atto di sottomissione che è il prezzo della sanità mentale. […] Tu pensi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente […] Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo. Non nella mente individuale, che è soggetta a errare ed è peritura, ma bensì in quella del Partito, che è collettiva e immortale. La verità è solo quello che il Partito ritiene vero. Non è possibile discernere la realtà se non attraverso gli occhi del Partito. 

Gli uomini come Winston, secondo O’Brien, sono macchie sulla candida veste del Sistema da cancellare attraverso il loro annientamento. Ma i nuovi oppressori sono assai più raffinati ed esigenti degli antichi ed hanno imparato dai loro errori. Non si accontentano più, infatti,« dell’obbedienza negativa, e meno che mai di una sottomissione avvilente». Non si accontentano di nulla di meno di piegare e spezzare la volontà del prigioniero, che non potrà morire se prima non sarà diventato totalmente asservito e conseziente: « Noi lo convertiamo…[e]stinguiamo in lui tutto il male e tutte le illusioni, lo portiamo dalla nostra parte, anima e corpo, in conseguenza di una scelta sincera, non di mera apparenza. Prima di ucciderlo, ne facciamo uno di noi». Il Potere del SOCING non può ammettere martiri né eroi, non può consentire alcuna deviazione dall’Idea, cui tutti devono perfettamente conformarsi. Il condannato può così percorrere, puro e innocente, il corridoio alla fine del quale una pallottola gli si conficcherà nel cervello: «Noi,…prima di farlo saltare rendiamo questo cervello perfetto. Il comandamento dei dispotismi di una volta era: “Tu non devi!”. Il comandamento dei totalitari era: “Tu devi!”. Il nostro è: “Tu sei!”. Nessuno di quelli che portiamo qui riesce a resisterci. Tutti vengono mondati».

O’Brien si rivela poi anche l’autore del  «libro terribile» di Goldstein, Teoria e prassi del collettivismo oligarchicodi cui Winston aveva ricevuto (dalle sue stesse mani) una copia che stava appunto leggendo nel momento in cui viene arrestato. E’ significativo che i capitoli in cui il libro è articolato siano dedicati appunto all’analisi degli slogan chiave del Partito, rivelando così , ancora una volta l’obbedienza alla logica bifronte del SOCING:

 Io l’ho scritto. Intendo dire, ho collaborato alla sua redazione. Come sai, nessun libro viene scritto individualmente.»
«È vero quello che dice?»
O'Brien2.jpg«L’aspetto descrittivo sì, ma il programma che espone è assurdo: l’accumulazione clandestina di informazioni, un graduale progresso intellettuale, la ribellione finale da parte del proletariato, il rovesciamento del Partito. Tu stesso avevi previsto quale potesse essere il contenuto del libro. Tutte assurdità. I proletari non si ribelleranno mai, né fra mille né fra un milione di anni. Non possono farlo. Non ho neanche bisogno di spiegartene il motivo, perché lo conosci già. Se hai mai cullato il sogno di una insurrezione violenta, è meglio che lo lasci perdere. Non esiste alcuna possibilità di rovesciare il Partito. Il Partito governerà in eterno. Da qui deve muovere ogni tuo pensiero.»

Al momento dell’arresto, Winston era arrivato al punto chiave del libro,ovvero alla spiegazione delle finalità del potere del Partito, volto sostanzialmente ad impedire ogni uguaglianza tra gli uomini. E qui, in un’infernale rovesciamento del luogo che solo amore e luce ha per confine, ecco che può finalmente conoscere la Verità rivelata:

«Risponderò io stesso alla mia domanda. La risposta è: il Partito ricerca il potere in quanto tale. Il bene altrui non ci interessa, è solo il potere che ci sta a cuore. Non desideriamo la ricchezza, il lusso, la felicità, una lunga vita. Vogliamo il potere, il potere allo stato puro[…] Siamo diversi da tutti gli oligarchi del passato perché abbiamo piena coscienza di quello che facciamo. Costoro, anche quelli che più ci rassomigliano, erano tutti dei codardi e degli ipocriti. […] Pretendevano, e forse ci credevano davvero, di essersi impadroniti del potere controvoglia e per un periodo di tempo limitato, e che dietro l’angolo ci fosse un paradiso nel quale gli esseri umani sarebbero stati liberi e uguali fra loro. Noi non siamo così, noi sappiamo che nessuno si impadronisce del potere con l’intenzione di cederlo successivamente. Il potere è un fine, non un mezzo. Non si instaura una dittatura al fine di salvaguardare una rivoluzione: si fa la rivoluzione proprio per instaurare la dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione, il fine della tortura è la tortura, il fine del potere è il potere.»[…]«Noi siamo i sacerdoti del potere. Dio è potere. Fino a questo momento per te potere è solo una parola, ma è bene che adesso ti faccia un’idea più precisa di che cosa sia veramente. Devi innanzitutto imparare che il potere è collettivo. L’individuo ha potere fintanto che cessa di essere un individuo. Conosci lo slogan del Partito: “La Libertà è Schiavitù”. Hai mai pensato che se ne possono invertire i termini? La schiavitù è libertà. Da solo, libero, l’essere umano è sempre sconfitto. Deve essere per forza così, perché l’essere umano è destinato a morire, e la morte è la più grande delle sconfitte. Se però riesce a compiere un atto di sottomissione totale ed esplicita, se riesce a uscire dal proprio io, se riesce a fondersi col Partito in modo da essere lui il Partito, diviene onnipotente e immortale.

Il vero potere, però, precisa O’Brien, non è  la conquista di beni o di territori, per quanto  preziosi ed estesi; il vero potere, non è sulle cose, ma sugli uomini. E come si può essere certi di avere il potere su un altro uomo? Winston, questa volta non ha dubbi:«Facendolo soffrire» rispose.
«Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedisca. Se non soffre, come facciamo a essere certi che non obbedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna. […]Progresso, nel nostro mondo, significherà progredire verso una sofferenza più grande». 

Tutto, a questo punto è stato detto; l’opera è compiuta. Nulla può più esistere, nulla ha più senso,negli ultimi spasimi  di una mente purificata dal più atroce parossismo di dolore fisico (nonché da pratiche incredibilmente simili a ripetuti elettroshock), se non  il trionfo dell’Amore, con il quale, come le più belle storie, il romanzo si conclude:

Ora era di nuovo al Ministero dell’Amore. Tutto gli era stata perdonato, e la sua anima aveva la purezza della neve. Si trovava al banco degli imputati, a confessare tutto, a coinvolgere tutti. Winston Smith5Seguito da una guardia armata, camminava lungo il  corridoio piastrellato di bianco, ma aveva l’impressione di camminare nella luce del giorno. Il proiettile tanto atteso gli si stava finalmente piantando nel cervello.Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.


Nel secondo capitolo de La mente prigioniera, che Czesław Miłoszpoeta e intellettuale lituano (di Vilnius, all’epoca appartenente al territorio polacco), dedica allo studio e alla descrizione del «funzionamento del pensiero umano nelle democrazie popolari», l’autore young miloszrivolge il proprio omaggio all’opera di Orwell esaltandone la straordinaria capacità di comprendere e rappresentare con tanta esattezza, senza avervi mai messo piede, le dinamiche di oppressione in atto nei paesi dietro la Cortina di ferro, dove chiunque avesse avuto la -rara- occasione di leggere «1984 » vi si era pienamente riconosciuto:

«Pochi conoscono “1984” di Orwell, che, a causa delle difficoltà per procurarselo e del rischio costituito dal possederlo, è conosciuto solo a una ristretta cerchia dell’Inner Party. Orwell li affascina per il suo modo di osservare dettagli a loro ben noti e per la forma della sua satira che ricalca la tradizione di Swift. Tale forma è impossibile nei paesi della Nuova Fede [il socialismo reale, Ndr] poiché l’allegoria, per sua natura pluri-significante, travalicherebbe i limiti imposti dai princìpi del realismo socialista e dalle esigenze della censura. Anche coloro che conoscono Orwell solo per sentito dire, si stupiscono che uno scrittore mai stato in Russia abbia potuto mettere insieme una tale quantità di osservazioni esatte. Già il semplice fatto che esistano scrittori in grado di capire il funzionamento eccezionalmente complicato della macchina di cui fanno parte appare loro degno di attenzione, specie se si tiene conto della « stupidità » dell’Occidente.

La condizione dell’intellettuale/ guadagno del consenso acritico e dell’asservimento delle menti trova secondo Miłosz  un perfetto apologo nel romanzo Insaziabilità di Stanisław  Witkiewiczdove i protagonisti «insaziabili»di esperienze e di conoscenza, e perciò infelici, si procurano clandestinamente le pillole di Murti-Bing, che prendono il nome filosofo mongolo loro inventore, una volta assunte le quali si viene liberati da ogni inquietudine o dubbio   per sentirsi   in perfetta  armonia con l’ordine prestabilito:

 Colui che prende una pillola di Murti-Bing si trasforma completamente, diventando sereno e felice. I problemi in cui si è fino allora dibattuto gli appaiono di colpo come esteriophilosopher-s-lamp-1936(1)ri e indegne preoccupazioni. Comincia a trattare chi ne è coinvolto con un sorriso indulgente — soprattutto se si tratta delle insolubili difficoltà dell’ontologia, che appassionavano particolarmente l’autore. Chi inghiotte le pillole di Murti-Bing cessa di essere sensibile a qualsiasi fattore metafisico,[…] non considera una tragedia per la sua civiltà l’irrompere di orde sino-mongole e vive tra i suoi concittadini come un individuo sano circondato da pazzi. Un numero sempre maggiore di persone sperimenta la cura in pillole di Murti-Bing e la pace così raggiunta è in stridente contrasto con il nevrotico ambiente circostante.

E così per i protagonisti cessa ogni sperimentalismo, ogni forma di ricerca artistica o intellettuale, che cede invece il passo al rifugio nelle rassicuranti forme della propaganda (si ricorda qui incidentalmente che la Polonia degli anni Trenta, gli anni in cui viene concepito e pubblicato il romanzo di Witkiewicz, è una repubblica indipendente, ma stremata dalle conseguenze del primo conflitto mondiale, dalle successive guerre con Lituania e Unione Sovietica e dalla minaccia sempre più incalzante della Germania nazista):

I protagonisti del romanzo, prima tormentati da « insaziabilità » filosofica, passano al servizio del nuovo regime scrivendo marce e odi al posto della musica dissonante e dipingendo quadri di utilità sociale invece dei quadri astratti. Tuttavia, siccome non sono riusciti a liberarsi completamente della loro personalità precedente, sono diventati esemplari perfetti di schizofrenici.

Per Miłosz , infatti, nelle democrazie socialiste il ruolo delle pillole di Murti-Bing è assunto dalla  conversione entusiastica al Metodo della Nuova Fede:  il materialismo dialettico  , che, improntato  sullo stesso principio del bipensiero orwelliano (che qui se ne rivela trasparente metafora), riduce il mondo esterno alla percezione di quest’ultimo da parte del cervello umano, negando l’esistenza in sé  di ogni rapporto logico di causa ed effetto e  proclamando il relativismo assoluto del pensiero e della conoscenza, nonché della morale. Il Metodo, insomma, solleva  l’intellettuale dalle tensioni e dal senso di colpa che egli individua nel proprio, altrimenti  controverso, rapporto con il potere, lo richiama ad un destino personale e collettivo più alto, e soprattutto gli risparmia di finire divorato dall’odio come quegli« irriducibili» che si ostinano a portare avanti con «coerenza»  la propria opposizione al regime:

La gente in Occidente è spesso incline a vedere il destino dei paesi convertiti secondo le categorie esclusive della costrizione e della violenza. Ciò è ingiusto. Al di là della semplice paura, al di là del desiderio di difendersi dall’indigenza e dall’annientamento fisico, vi è in quei paesi l’anelito verso un’armonia e una felicità interiori. Il destino di persone assolutamente coerenti, non dialettiche, come Witkiewicz [suicidatosi alla notizia dell’invasione nazista della Polonia, ndr], è un monito per molti intellettuali. Che del resto ovunque intorno a sé possono vedere esempi scoraggianti: per le strade delle città vagano ancora le ombre degli irriducibili, di coloro che non vogliono psichicamente prendere parte a nulla, degli emigranti dell’anima, divorati dall’odio a tal punto che in essi non rimane altro che quell’odio, e sono come noci vuote.

La disponibilità del ceto intellettuale ad abbracciare la Nuova Fede e il suo metodo è riconducibile, secondo Miłosz, ad una molteplicità di fattori, tra cui il vuoto lasciato dall’abrogazione di qualsiasi credo religioso e la promessa di felicità e di uguaglianza  intrinseca al credo socialista (che quindi, a differenza dei totalitarismi di estrema destra, offre un’opportunità di identificazione ed appartenenza  molto più radicale e concreta del semplice «”calore” della massa: folla, bocche aperte nel grido, facce rosse, marce, mani che alzano bastoni», fondata su «un unico sistema, un’unica lingua concettuale», definita e mediata anche dal ruolo dell’intellettuale che dunque ritrova la possibilità di un riscatto  sociale proprio in quanto organico e funzionale alla ortodossa diffusione della Nuova Fede:

StalinIl portiere e il ragazzo dell’ascensore di una casa editrice leggono quegli stessi classici del marxismo che leggono il direttore e gli scrittori che portano i loro manoscritti. A partire da questo momento, l’operaio e lo studioso di storia sono in grado di capirsi.[…]Il sistema del materialismo dialettico ha accomunato tutti; la filosofia — cioè la dialettica — ha ripreso il suo potere sulla vita e si è cominciato a trattarla con la stessa serietà con cui si tratta solo la scienza e quella tecnica da cui dipendono il pane e il latte per i bambini, la propria prosperità e sicurezza. L’intellettuale è tornato a essere di nuovo utile. Lui che finora consacrava al pensare e allo scrivere i momenti liberi dal lavoro in banca o all’ufficio postale ritrova il suo posto sulla terra, è restituito alla società. E tutti coloro che lo avevano finora considerato un innocuo mentecatto, proprietari di fabbriche con macchine lussuose, aristocratici che nella scienza e nell’arte apprezzano solo ciò che è snobistico, mercanti occupati unicamente a fare soldi, tutti sprofondano nel nulla, o sono già contenti se possono avere la mansione di addetto al guardaroba e porgere il cappotto a quel loro ex dipendente del quale prima della guerra si diceva « pare che scriva qualcosa ». Queste rivincite dell’orgoglio non vanno sottovalutate.

Per spiegare le diverse motivazioni e forme di adesione degli intellettuali polacchi alla cultura  sovietica, Miłosz racconta le vicende esemplari di quattro intellettuali (indicati come Alfa, Beta, Gamma, Delta, per evitare di renderli riconoscibili e dunque di comprometterli), da lui conosciuti e frequentati, con rapporti più o meno stretti, nelle diverse epoche della sua vita. Sotto il nome di Beta, o l’amante infelice, si cela il poeta scrittore Tadeusz Borowski. Quando  Miłosz lo incontra, nel 1942, è un giovane di vent’anni, dai neri occhi vispi, con i modi caratterizzati da «quella timidezza esagerata dietro la quale si nascondono di solito enormi ambizioni». La Polonia ha perso da cinque anni la propria indipendenza, in parte annessa direttamente ai territori del Reich, in parte ridotta a teatro dello sterminio  sotto il controllo del  Governatorato Centralee la giovane inteligencija di Varsavia si riunisce clandestinamente  per architettare ogni sorta di ardite quanto inutili cospirazioni contro l’imperium tedesco, nell’attesa e nella speranza di una sua eventuale sconfitta.A questi  isterismi collettivi Beta guarda con distacco, avendo compreso con lucidità l’insulsaggine di qualsiasi velleità di rivolta non sostenuta da alcun programma preciso, e provvede a stampare con mezzi di fortuna il suo primo libro di poesie, di cui Miłosz riconosce immediatamente la grandezza:

Beta non aveva nessuna fede, né religiosa né altra, e aveva il coraggio di ammetterlo nei suoi versi. Tadeusz_BorowskiCon grande sforzo e un’enorme mole di lavoro, usando matrici primitive e inchiostro cattivo — procurarsene di buono era difficile — ciclostilò il suo primo libro di poesie. Quando lo ricevetti e staccando a fatica le dita dalla copertina stampata con inchiostro colloso cominciai a sfogliarlo, mi accorsi immediatamente che avevo a che fare con un poeta autentico. Certo, la lettura dei suoi esametri non era un passatempo allegro. Le vie della Varsavia occupata erano lugubri. Le riunioni clandestine in appartamenti freddi e pieni di fumo, con l’orecchio sempre teso nel timore che in qualsiasi momento risuonassero sulle scale i passi del-la Gestapo, avevano anch’esse un carattere sinistro da riti delle catacombe. Come ho già detto, vivevamo sul fondo di un impero proprio come su quello di un grande cratere, e il cielo lassù in alto era l’unico elemento di cui insieme agli altri abitanti della sfera terrestre avessimo la proprietà. Tutto questo nei versi di Beta c’era: grigiore, nebbia, atmosfera lugubre, morte. Una poesia non dolente però, ma stoica.

Lo sguardo lucidissimo di Beta si riverbera anche nella sua produzione di racconti, scritti per desDa questa parte per il gascrivere l’esperienza vissuta ad Auschwitz  (e poi a Dachau) a seguito del suo arresto, nel ’43, proprio a causa della pubblicazione clandestina delle sue poesie ( Miłosz ipotizza che la soffiata contro di lui sia partita dai suoi stessi compagni, che trovavano il suo distaccato scetticismo intollerabile). Rinchiuso assieme ad altri prigionieri slavi ( a causa della sua origine ucraina), ammalatosi di polmonite e rinchiuso in un ospedale nazista noto per la conduzione di esperimenti sugli internati, Borowski riesce a sopravvivere fino all’arrivo della Settima armata americana a Dachau; a quest’ultima  dedicherà la sua raccolta, Proszę państwa do gazu (Da questa parte, per il gas) , pubblicata nel ’46 al suo rientro a Varsavia dopo un periodo di esilio nella Germania occidentale,condiviso con altri intellettuali polacchi.  A proposito dei suoi racconti, Miłosz sostiene di non aver mai letto pagine più agghiaccianti  in tutta la letteratura concentrazionaria, poiché « Beta non si indigna, riferisce soltanto».  I brani tratti da quei racconti e riportati nel capitolo a lui dedicato, rivelano  in Borowski la tempra del grande scrittore:

L’esperienza del campo di concentramento fece di Beta uno scrittore, rivelandogli che il genere a lui più consono era la prosa. Nei suoi racconti, egli è nichilista, intendendo però per nichilismo non l’amoralità, bensì un atteggiamento che deriva da una passione etica, un amore deluso per l’uomo e il mondo.

La barbarie con cui i vincitori avevano trattato i vinti, la nostalgia per il proprio paese, l’ambizione personale ma soprattutto la rivoluzione che lì era in atto e che gli avrebbe consentito di esprimere l’odio e il furore dal quale si sentiva divorato, contro tutto ciò che «di assurdo, di abominevole e di sordido» egli vedeva negli uomini che  rinunciavano alla propria individualità per fondersi e confondersi nella massa, spingono Beta a fare ritorno in Polonia e a porsi sotto l’egida del regime, che in un paese interamente da ricostruire, materialmente ma soprattutto ideologicamente, non lesinava denaro e risorse ai giovani scrittori di talento. I racconti di Beta, in quanto utili a convogliare tutto l’odio della popolazione polacca contro la Germania nazista,  vengono pubblicati con grande risonanza assieme ad altri libri relativi alla resistenza polacca, con lo scopo di «preparare psicologicamente » la nazione all’avvento del realismo socialista, ovvero alla trasposizione artistica dei princìpi del socialismo reale, indicati da Miłosz con spietato sarcasmo:

L’ineccepibilità politica del tema non avrebbe salvato Beta dagli attacchi della critica se questa avesse voluto applicare i criteri dell’ortodossia, dato che egli descriveva il campo di concentramento così come l’aveva visto e non come avrebbe dovuto vederlo. Di qui venivano tutti i difetti della sua opera. Che cosa avrebbe dovuto vedere nei campi di concentramento? Non è difficile stabilirlo: 1) i prigionieri dovevano costituirsi in organizzazioni clandestine; 2) i capi di queste organizzazioni dovevano essere comunisti; 3) tutti i prigionieri russi che vi apparivano dovevano distinguersi per forza morale ed eroismo; 4) bisognava mostrare che le differenze politiche tra i prigionieri implicavano diversità di comportamento.

Nonostante nell’opera di Beta non vi sia ovviamente traccia di nessuno di questi elementi, e anzi vi sia evidente l’influsso di autori occidentali, e dunque «depravati » come Hemingway, il Partito, pur muovendogli le proprie critiche, salva la sua opera dalla censura, perché  «Beta era giovane e bisognava plasmarlo, visto che aveva la stoffa dell’autentico scrittore comunista», ma soprattutto perché «osservandolo con attenzione, il Partito aveva scoperto in lui un tesoro raro e prezioso: l’odio vero

Beta quindi, che si impadronisce rapidamente dei precetti e del metodo delle teorie socialiste, si rende conto di essere apprezzato proprio grazie al suo odio divorante. Il suo disgusto per il genere umano  e per la civiltà cristiano-occidentale che ne è il frutto e che ha visto il proprio culmine nell’ascesa di Hitler, viene espresso in un’altra raccolta di racconti, Mondo di pietra,  in cui le fumanti macerie dell’Europa che fu vengono illuminate dal fulgido Sole d’Oriente:«L’odio che c’era in lui lo si poteva paragonare a un fiume in piena che distrugge tutto sul suo cammino, avventandosi vanamente. Niente di più facile che convogliarne il corso nella direzione desiderata e persino costruire sulle sue rive grandi mulini che ne utilizzassero le acque. Che sollievo! Un odio utile, un odio al servizio della società!»

Mondo di pietra sarà l’ultima opera in cui Borowski è ancora uno scrittore in senso occidentale. Incitato dalle lodi e dall’apprezzamento del Partito, Beta confina nel regno del superfluo ogni preoccupazione squisitamente artistica (morale, stilistica od estetica),per firmare quel patto faustiano che in cambio del successo lo porterà a perdere la propria voce:

Era tanto più lodato quanto più schiacciava il piede sull’acceleratore. Esprimersi a voce alta e con violenza, in modo chiaro e tendenzioso: ecco che cosa si esigeva da lui. Fra gli scrittori di Partito — e nel Partito Beta era entrato — cominciò una gara di chiarezza e semplificazioni, mentre la frontiera tra letteratura e propaganda si andava sempre più assottigliando. Beta cominciò a introdurre nei suoi racconti un tono pubblicistico sempre più diretto e accentuato. Sfogava il suo odio in attacchi contro l’abiezione capitalista cioè contro tutto ciò che accadeva fuori dei confini dell’impero. […]La differenza sostanziale tra i grandi scrittori che criticavano le istituzioni politiche del loro tempo e personalità del tipo di Beta sembra consistere nell’assoluto non conformismo dei primi nell’operare contro il loro ambiente, mentre lui e i suoi colleghi già solo passando la penna sulla carta sentivano gli applausi dei compagni di partito.

Il continuo processo di reductio  di ciò che è possibile dire o rappresentare alle uniche due note dell’odio e della propaganda ottiene l’effetto di svuotare   la lingua, e di conseguenza il pensiero, di ogni pregnanza o sfumatura, riducendola ad «imperfetto sostituto dell’azione il cui significato meglio sarebbe espresso da un pugno chiuso». La conseguenza, per Beta, è l’abbandono delle forme narrative, che per quanto viziate dall’ideologia sono per loro natura inattuali e dunque resistenti al tempo, per passare al giornalismo, che gli consente di obbedire al ritmo frenetico della parola urlata e rovesciata sulla carta senza remore o filtri:

Effettivamente Beta era giunto a quello stadio in cui la parola non basta più, e questa è la ragione per cui non potè contentarsi di racconti o romanzi, che bene o male resistono al tempo e non possono essere soltanto grido. Mai riuscì a guardare e analizzare senz’odio. E la dinamica che lo trascinava era accelerata: sempre più in fretta, sempre maggiori dosi, sia di movimento che
d’odio. Le forme del mondo diventarono per lui sempre più semplici, finché il singolo albero e il singolo individuo cessarono ai suoi occhi di avere un qualche significato ed egli finì per trovarsi non in mezzo alle cose bensì in mezzo ai concetti politici. Il suo febbrile entusiasmo per il giornalismo non era difficile da spiegare. Scrivere articoli agiva su di lui come un narcotico.
Quando posava la penna aveva il senso di un’azione compiuta, benché in realtà nell’articolo
non ci fosse nemmeno un pensiero veramente suo, e parlasse come migliaia di altri giornalisti di second’ordine dall’Elba all’Oceano Pacifico. Era attivo come lo è un soldato che marcia incolonnato.

Beta, dunque, sembra avere pienamente sposato la Nuova Fede. Ovunque vede nemici, i Goldstein che impediscono al socialismo di realizzare quella felicità sulla terra, quella salvezza  in cui egli ormai crede con tutto sé stesso, così come crede che questi nemici debbano essere distrutti con ogni mezzo Nella sua voce risuona quella certezza indubitabile che è il sintomo più evidente del neonato amore per il Grande Fratello Socialista:
 Provava odio per i nemici, colpevoli di ostacolare la felicità dell’umanità. Gridava che bisognava distruggerli. Non sono forse nocivi coloro che nel momento in cui il pianeta terra entra in una nuova èra osano affermare che però è male rinchiudere la gente nei lager e costringerla con la paura a una ammissione di fede? Chi viene rinchiuso nei lager? I nemici di classe, i traditori, le canaglie. E non è forse vera la fede alla quale li si vuole convertire? Ecco la Storia! La Storia è con noi! Ne vediamo avvampare la fiamma viva! Quanto sono insignificanti e ciechi coloro che invece di abbracciare nella sua interezza questo compito gigantesco sprecano il loro tempo in dettagli di poco conto!

La disgrazia di Beta è però, purtroppo, quella di essere troppo intelligente per non rendersi conto di che cosa sia diventato. Ad onta di tutti i suoi entusiastici proclami, la sua lucidità non può spegnersi,  non può evitare di notare le contraddizioni insanabili del nuovo sistema, né scendere a patti con la sua crudeltà. Il suo «amore per il mondo» è stato nuovamente deluso. Ma Beta  non può rimanere ad aspettare che una  pallottola gli si pianti nel cervello; e così sceglierà di percorrere la  stessa strada  di un altro grande poeta, Majakovskij, la stessa già percorsa, per ironia della sorte, dal  depravato insaziabile Witkiewicz .

 Fu trovato morto una mattina nel suo appartamento di Varsavia. Il rubinetto della cucina a gas era aperto e si sentiva un odore acre. Coloro che lo avevano osservato negli ultimi mesi della sua febbrile attività erano dell’avviso che tra le sue borowski2enunciazioni pubbliche e le acute possibilità del suo spirito si fosse aperto un conflitto sempre più insanabile. Si comportava con troppo nervosismo per non lasciar supporre che egli stesso se ne rendesse conto. E del resto parlava spesso del suicidio di Majakovskij. Sui giornali apparvero numerosi articoli scritti dai suoi amici polacchi e tedesco-orientali. La bara coperta da una bandiera rossa fu calata nella fossa al suono dell’Internazionale. Il Partito diceva addio al più promettente dei suoi scrittori.



RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi e grassetti nei testi sono miei;

-Le citazioni  di 1984 sono qui nella versione di Stefano Manferlotti (Mondadori, 2000). A proposito della traduzione di Big Brother con Grande Fratello, lo stesso traduttore annota: «A rigore in inglese Big Brother significa “fratello maggiore”, ma l’espressione “Grande Fratello” è diventata addirittura proverbiale in italiano. Non si poteva, quindi, che conservarla».

-Le immagini del post relative a 1984  sono tratte dal  bellissimo film  omonimo, girato nel 1984 da  Michael Radford, con il compianto John Hurt nel ruolo di Winston Smith e Richard Burton nel ruolo di O’Brien. Per Burton sarà l’ultimo ruolo prima della morte;

-Il discorso di O’Brien avrà richiamato alla memoria di molti quello del Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov ;

-Pretendere di sintetizzare un libro come 1984 è un’impresa intrinsecamente votata al fallimento. L’unica sintesi che gli renderebbe giustizia sarebbe quella (per usare un paradosso à la Borges) perfettamente coincidente con il libro stesso;

La mente prigioniera  e  Czesław Miłosz su NonSoloProust

-La prosa lucidissima ed icastica de La mente prigioniera  ci fa dimenticare- o ci ricorda?- che Miłosz è prima di tutto un poeta, un immenso poeta peraltro premio Nobel  1980;qui , oltre che una sintetica ma densa  rassegna delle sue opere, un assaggio della sua opera poetica nella traduzione di Piero Marchesani e , per la lirica Orfeo ed Euridice, di Paolo Statuti;

-Le ragioni addotte da Miłosz per giustificare la propria parziale compromissione  con il regime di Varsavia (per il quale aveva lavorato in qualità di diplomatico, come addetto culturale all’ambasciata polacca a Washington e a Parigi, dove appunto il suo libro sarà pubblicato), sono essenzialmente legate alla necessità e alla possibilità, irrinunciabili per un poeta, di  continuare ad esprimersi – e a farsi comprendere-  nella propria lingua madre : «Immaginiamo uno scienziato che abbia il suo laboratorio in una delle città dell’Europa orientale e ad esso tenga molto. Sarebbe facile per lui rinunciarvi, o non è piuttosto pronto a pagare un alto prezzo pur di non perdere ciò che per la sua vita ha un’importanza così grande? Questo laboratorio per me era la mia lingua madre. Come poeta, soltanto nel mio paese potevnabokovo contare su un pubblico, solo là potevo pubblicare le mie opere»il che rimanda inevitabilmente allo struggente rimpianto espresso da Nabokov nella postfazione a Lolita: «La mia tragedia privata, che non può e non deve riguardare nessun altro, è che ho dovuto abbandonare il mio idioma naturale, la mia lingua russa così ricca, così libera, così infinitamente docile, per una marca di inglese di seconda qualità, priva di tutti quegli apparati – lo specchio ingannatore, il fondale di velluto nero, le tacite associazioni e tradizioni – che l’illusionista indigeno, con le code del frac svolazzanti, può magicamente usare per trascendere a suo modo il retaggio dei padri».

-Larticolata recensione di Lankelot sul libro di Borowski (Da questa parte, per il gas)

-Un’analisi dell’opera narrativa di Tadeus Borowski a firma di Valentina Parisi in ACME-Annali della Facoltà di  Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano -Volume Ix- Fascicolo III- Settembre-Dicembre 2006

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12 comments

  1. Ciao Dragoval.

    Prendi tutto quello che segue come se fosse avvolto da un grande, unico “A mio personale avviso”.
    Come forse sai, io mi ritengo comunista (essere comunisti è una cosa troppo seria per poterla attribuire a me stesso senza dubitare un po’ della mia capacità di esserlo davvero), e proprio in quanto comunista (presunto) ho letto con grandissimo interesse questo tuo asterismo, che dal mio punto di vista parla di ciò che è stata la più grande tragedia dell’umanità: il fatto che sia stata spacciata per comunista e marxista (A proposito, Marx disse una volta, verso la fine della sua vita: «Quello che è certo è che io, io non sono marxista!», intuendo ciò che la manipolazione della sua teoria avrebbe potuto comportare) una ideologia rozza ed oppressiva, che della teoria marxiana prendeva solo l’involucro, trasformandolo in simbolo del potere perseguito. Alla tragedia concreta dei gulag e delle purghe si somma quella ideale data dal fatto che questo volgare tradimento ha consentito a chi perpetua l’ingiustizia e lo sfruttamento di poter dire che viviamo nel migliore dei mondi possibili, di asserire TINA. Trasformare la teoria in ideologia, trasformare un metodo di interpretazione della realtà per avere gli strumenti per cambiarla (il materialismo storico marxiano) in una dottrina (il materialismo dialettico sovietico) è stato il modo più efficace per distruggere le speranze di costruzione di un mondo diverso, per permettere a questo sistema in cui siamo immersi di giungere al punto in cui le contraddizioni che lo distruggeranno (perché quelle sono tutte ancora lì, come vediamo ogni giorno) comporteranno con ogni probabilità la distruzione della stessa umanità.
    Detto questo credo che uno sforzo che andrebbe sempre sicuramente fatto, che richiede una lucidità di pensiero, una preparazione e uno sforzo intellettuale notevolissimo, forse solo alla portata di un pensiero collettivo, sarebbe capire davvero perché è successo quello che è successo: quali sono state le condizioni storiche che hanno portato al grande fallimento/tradimento, quale prospettiva e quale metodo rivoluzionario possa applicarsi al mondo nel XXI secolo: come detto, però, si tratterebbe ormai di uno sforzo inane, visto che l’unica prospettiva (non del tutto disprezzabile, del resto) realistica, di un realismo non socialista ma tremendamente concreto, è che l’umanità si estingua presto, per consunzione, a causa di guerra o a causa di disastro ambientale.
    Ite, missa est.

    L’altro motivo per cui ho messo un grandissimo mi piace sull’asterismo è la citazione di S. I. Witkiewicz. Considero Insaziabilità (che strano… non più disponibile in libreria…) uno dei grandissimi capolavori del ‘900, un libro che mi accompagna da più di 30 anni, praticamente sconosciuto forse proprio per il suo essere così abnorme, così scorretto. Mi fa quindi grandissimo piacere che Tu lo conosca e lo apprezzi.

    A presto
    V.

    1. @viducoli
      -Premesso che un’analisi approfondita del fenomeno trascende decisamente le mie possibilità come le mie forze- e poi c’è già il tuo commento, che mi sembra un’ottima sintesi;
      -premesso,inoltre,che “il tuo personale avviso ” è anche, sostanzialmente, il mio;

      credo, semplicemente, che aldilà delle contingenze storiche, pure importantissime (rivoluzione del 1905, ottusità del potere zarista, sistema concentrazionario dei gulag, arretratezza del sistema produttivo, partecipazione avventatissima alla I Guerra mondiale etc,etc.etc. all’infinito), la principale motivazione del fallimento di tutte le dottrine volte alla giustizia, all’equa distribuzione della ricchezza e all’uguaglianza sociale, destinate a naufragare o comunque ad essere strumentalizzate nel modo più infame,sia dovuta al fatto che tutte credono di poter prescindere dai caratteri costitutivi della specie umana, che è quella di un animale predatore che vive in gruppi gerarchicamente organizzati, dove lotta per la conquista del potere (che nel nostro caso sostituisce, o diventa mezzo sempre per lo stesso scopo, accaparrarsi la migliore disponibilità e qualità di risorse). Per questo, come Orwell spietatamente ci ammonisce altrove, alcuni animali saranno sempre più uguali degli altri, e i lavoratori che credono nella causa, come il cavallo Grondano, saranno per tutta ricompensa della loro dedizione condotti al macello.
      Perdona la crudezza e l’amarezza della risposta; il guaio è che la lettura di Orwell costituisce purtroppo un vaccino incancellabile contro l’illusorietà di qualsiasi fede, anche di questa che, sulla carta, rimane la più nobile e la più giusta.Io resto, dunque, con le parole di Levi :”L’ascesa dei privilegiati, (…) in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. È compito dell’uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine.

      Un saluto e mille grazie

      Ps Su Insaziabilità ti ringrazio del complimento, ma mi sento di precisare, per onestà intellettuale, che lo lessi molti anni fa, completamente fuori contesto, e che all’epoca non lo apprezzai né lo compresi come avrebbe meritato, e dubito ancora, se anche lo rileggessi, di esserne capace, perché sostanzialmente improntato ad una poetica e ad un’estetica che fatico a comprendere. Le citazioni qui riportate si devono allo stesso Miłosz, che recupera dal romanzo di Witkiewicz il meraviglioso apologo delle pillole di Murti-Bing, nonché la valenza esemplare della vicenda del suo autore.In compenso, anzi proprio per la mia deficienza , ho tanto apprezzato il post dedicato al’opera dalla nostra Lilicka, che ho dunque profittevolmente linkato ;-).
      Ciao, e grazie ancora 🙂

      1. Ciao e grazie per la risposta: ho temuto che il tuo silenzio significasse io con i comunisti (che mangiano i bambini) non ci parlo!.
        Chissà se rileggendo oggi Witkiewicz proverei lo stesso entusiasmo di tanti anni fa… e chissà se, nel più che probabile caso che ciò fosse, dovrei interpretarlo come positivo fatto che i fondamentali sono immutati nel tempo (coerenza, compagni…) o come nefasto indice di una mancata evoluzione intellettuale rispetto alla postadolescenza.
        Le tue considerazioni sull’uomo come animale predatore meritano una risposta meditata, per cui per ora te la risparmio.

        V.

  2. @ viducoli
    Credi pure che la risposta meditata- o il tentativo della medesima- è stato il solo ed unico motivo dell’assordante silenzio :-D. Sappi invece, per quel che vale, che io nutro profondissima stima e rispetto per chi ancora si dichiara comunista, perché restituisce dignità e senso ad una parola ormai svilita esvuotata dalla propaganda avversaria -ma anche dalle innumerevoli nefandezze commesse appunto da chi si è deputato – è il caso di dire- a difensore dell’Idea. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano;meglio restare qui, in attesa della tua, di risposta meditata 🙂

  3. Quanti scorci, cara Dragoval, in questo tuo bellissimo ( e come poteva essere altrimenti?) post.
    Quanta densità di riflessione bisognosa di ponderazione e di tempo. Ovviamente, non sono in grado di entrare nel merito di tutte le sfaccettature qui contenute, quindi mi soffermo sul tema del potere, così ben scorciato da Orwell.
    Ho letto anch’ io “ La mente prigioniera” ( indotta da colei– da te citata- che quasi sempre ci induce in tentazione e perciò ci libera dal male – dell’ accidia – parlo per me, ovviamente! ) che ho trovato un testo fondamentale, direi non solo per capire le reazioni ai poteri totalitari, ma soprattutto per capire – o cercare di farlo- la prigione attuale delle nostre menti. Trovo molto opportuna, infatti, la citazione in esergo del libro, a cura dello stesso Milosz, Io contesto all’ uomo contemporaneo, che dimentica quanto è miserabile rispetto a ciò che l’ uomo “ può” essere, il diritto di giudicare secondo la propria misura il passato e l’ avvenire.
    Questo è ciò su cui mi interrogo : il giudizio, che scaturisce facilmente verso ciò che è passato e la sicurezza che tutto sia passato. E la trascuratezza verso diverse forme della nostra modernità che ci sfuggono.
    Mi spiego : il potere totalitario, nazista o comunista ( il secondo addirittura peggiore del primo per il rimpianto Todorov) era visibile, aveva forme minacciose ben delineate, incuteva paure definite. Per accettarlo, era necessario imbottirsi della famose pillole di Murti-bing, ingannarsi ma senza perderne l’ immagine visibile.
    Oggi, esistono ancora quei poteri assassini ( e Giulio Regeni è là a dimostrarlo dolorosamente) ma l’ azione del controllo sta assumendo altre forme, forse non ha più forma . Si nasconde, si traveste da altro, imprigiona dichiarando di liberare, seduce e conquista senza bisogno di minacciare. Ha eliminato la paura, le carceri, la tortura. Un potere totalitario invisibile che rende quasi impossibile l’ efficacia della ribellione : difficile trovare esempi di quegli individui di cui ci parla Todorov inMemoria del male, Tentazione del bene, capaci di illuminare l’ oscurità di un’ epoca. Prigionieri di un web che sa tutto di noi, ma illusi di essere completamente liberi, chi potrà aprire le nostre menti?
    Spero perdonerai l’ apocalisse…

    1. @Renza
      Nessuna apocalisse, purtroppo; questi discorsi- e queste riflessioni- sono il mio pane quotidiano, nel senso che li condivido quotidianamente con i miei studenti (di cui diversi, peraltro, hanno letto 1984 “autonomamente”). Come ci ricorda O’Brien, il potere ha imparato dai propri errori, e alle torture, alle persecuzioni e agli omicidi ha sostituito un’arma ben più potente e infallibile: la Seduzione. Attraverso continue sollecitazioni al nostro ego, sognanti e irraggiungibili promesse di appagamento, ha ricreato un nuovo Eden globale, virtualmente alla portata di tutti; lo ha reso desiderabile e imprescindibile attraverso i social, avendo in realtà scoperto che la cosa più terribile per tutti noi, quella che si materializza nella stanza 101,è sempre la stessa:la paura di essere tagliati fuori. Per scongiurare quest’incubo indossiamo tutti le stesse cose, adeguiamo colore, taglio di capelli, estetica, atteggiamenti, consapevoli comunque del fatto che non potrà mai bastare, che non passeremo la rassegna, che ci riconosceranno come impostori e inadeguati, colpevoli di non esserci impegnati abbastanza. Ci infliggiamo le torture da soli e siamo noi stessi a gettarci ai piedi del Grande Fratello, dichiarandogli amore e implorandone ( Amor ch’a nullo amato amar perdona). Pensa il Sistema come ride di noi e quanto risparmia in pallottole.
      Un saluto e un grazie di cuore, come sempre

      1. Dragoval, fa piacere sentire di studenti che autonomamente hanno già letto 1984 e che ricaveranno dalla discussione con la loro mirabile insegnante altri arricchimenti. Immagino che siano di un liceo ( scientifico) e, come mi confermano amiche ancora sulla breccia, malgré tout ( la buonascuola) e malgré tous ( ministri vari, compreso Poletti) il rapporto con gli studenti, l’ attenzione alla loro crescita culturale e alla formazione del pensiero critico restano punti forti. Un saluto molto affettuoso.
        PS Ho nelle mani ” Il mio secolo- Memorie e discorsi con Czeslaw Milosz ” di Alexsander Wat.

  4. @Renza
    Con un calembour di dubbio gusto, potrei rispondere che esistono più cose meravigliose nelle nostre aule di quanto non immaginino le ottuse filosofie propagandistiche di MIUR, MEF e altre istituzioni dagli acronimi sinistri ( peraltro, davvero degni della neolingua per incomprensibilità e insipienza).Ma è la verità: i ragazzi (dello scientifico e del classico, in realtà, nel mio caso) sono meravigliosi; hanno solo bisogno di un po’ d’acqua e di terreno fertile, e poi germogliano da sé, come le innumerevoli creature del Tao-te ching di Lao Tzu.
    Quanto alle conversazioni tra Wat e Milosz, spero di leggerne presto un tuo commento, ovviamente in calce al post ad esse dedicato dalla nostra carissima Innominata 😀

  5. Sono totalmente annichilito per tanta e profonda riflessione su un grande autore che conosco abbastanza (ma che andrebbe sempre riletto) come Orwell e su Milosz, Witkiewicz, e Borowski, che nel migliore dei casi avevo fin qui solo appena sentito nominare.
    Questo post è veramente essenziale, e direi quasi necessario. Sia per come tu stessa l’hai pazientemente costruito, sia per i lucidissimi contributi di Gabrilù (sappiamo tutti chi c’è dietro a Nonsoloproust che tu citi e riporti) e di Viducoli e di Renza con i loro commenti.
    Personalmente non so aggiungere altro. Solo abbeverarmi delle vostre parole e ringraziarvi. Tutti.

    1. @carloesse
      Ti ringrazio innanzitutto per la tua benevolenza. L’accostamento tra questi due autori è nato proprio dall’impressione che le loro opere si illuminino a vicenda, e siano entrambe imprescindibili per comprendere le logiche -deliranti- della dittatura socialista (lo stesso Milosz, come abbiamo detto, riconosceva l’affilatezza incomparabile dell’analisi orwelliana), ma anche dall’amara scoperta di quanto sia poco letto e conosciuto nel nostro paese, nonostante i suoi testi siano stati pubblicati da Adelphi da una trentina d’anni a questa parte. Parlavamo di questo proprio con Gabrilu, nei cui confronti, a proposito,se i miei tributi di stima intellettuale ed umana appaiono talvolta insufficienti o scopertamente velati, è soltanto perché so che l’interessata non ama la laude s-trombazzata e declamatoria; mi limito qui soltanto a dire che non soltanto NonSoloProust ha ispirato il novanta per cento delle mie letture da ormai quasi nove anni a questa parte, regalandomi (come a tutti i suoi lettori) scoperte incredibili, ma che ad esso (o a desso :-)) devono la loro esistenza gli asterismi ( oh quanto è corto ‘l dire, e come è fioco ). Mi riempie di gioia, inoltre, la tua menzione, assieme a Gabrilu, di Renza e viducoli, entrambi (tra gl)i ospiti assidui e carissimi, a cui va, come a te, il mio ringraziamento per la possibilità di realizzare canti, discanti e contrappunti :-).
      Un caro saluto e a presto

  6. Eccomi, Dragoval: il fine settimana, con il suo tempo libero, mi permette di inverare la minaccia di dirti come la penso rispetto all’uomo predatore congenito.
    La realtà è che sono combattuto.

    1) Da un lato penso che le evidenze storiche permettano di dare quest’ipotesi come del tutto dimostrata. Non solo l’uomo è predatore – in fondo di predatori la storia dell’evoluzione ne ha sfornato molti, ma è anche l’unico predatore in grado di segare il ramo su cui è seduto, in grado di svincolarsi dalla legge naturale dell’equilibrio di lungo termine tra disponibilità di risorse e uso delle stesse. In quanto tale, è evidentemente un errore dell’evoluzione, destinato ad essere espunto dall’ecosistema (che inteso come superorganismo tende ovviamente ad autoconservarsi ed altre volte, quando il rischio era divenuto difficilmente sostenibile, agì tramite estinzioni di massa). Quindi la fine di questa storia – secondo un’ottica forse eccessivamente deterministica, non può che essere la catastrofe (per noi) e la salvezza (per l’ecosistema) che ripartirà più o meno daccapo, sino al prossimo errore.
    Di tutto ciò l’unica cosa che mi fa incazzare è che probabilmente alcune decine di migliaia di esemplari della nostra specie, i peggiori, faranno di tutto per sopravvivere (lo stanno già facendo costruendo bunker dove sopravvivere anni o progettando di colonizzare altri pianeti. L’incazzatura è duplice: per l’ingiustizia intrinseca alla cosa e perché questi perpetueranno la peggiore sequenza di DNA della storia, rischiando di far ricominciare tutto di nuovo. Spero quindi ardentemente che quando metteranno il naso fuori dai loro bunker qualcosa o qualcuno (magnifico sarebbe che fosse una tigre dai denti a sciabola miracolosamente tornata a popolare la terra) li faccia immediatamente fuori.

    2) Il mio angelo custode marxiano mi suggerisce invece che l’uomo è così perché la Storia è sempre stata una storia di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e che quando ciò cambierà anche l’uomo, che è il prodotto della sua storia, cambierà.

    Ad oggi i miei sondaggisti danno la prima ipotesi al 95%, quindi al governo senza bisogno di alcun premio di maggioranza: a volte, però, piccole minoranze agguerrite hanno cambiato la Storia.

    Conscio della pallosità degli argomenti trattati, colgo comunque l’occasione per porgere i più sinceri saluti
    V.

    1. @viducoli
      Io, ancor più radicalmente, propendo al cento per cento per la prima ipotesi. Ha ragione Svevo, la vita attuale è inquinata alle radici, ed ogni sforzo o tentativo di redimere il genere umano dalla propria abiezione è inutile, poiché egli ha abdicato e pervertito la selezione naturale, facendo in modo che al vertice della piramide vengano a trovarsi i più malati ed i più deboli, i quali, un bel giorno, diventeranno, per citare Kubrick, a little funny in the head e giocherellando nella stanza dei bottoni finiranno per provocare la catastrofe definitiva. Quanto ai bunker, impossibile dubitare della loro esistenza e della loro funzione, visto che sono, appunto, un progetto del Dottor Stranamore 😉 😉
      Ciao, e grazie ( hoc erat in votis 🙂 )

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