La sentenza di Sibilla. Petronio, Eliot, Dürenmatt

sibilla_persica«Tu ne quaesieris, scire nefas»;  non chiedere cosa sarà domani, perché saperlo è sventura. Lo sanno bene la Sibilla, la Pizia e le altre loro sorelle,che qui vedremo vecchie, ammalate e stanche di profetizzare ciò che mai è nuovo sotto il sole, e che forse per questo pietosamente confondevano   nel vento, tra le foglie levi ,i loro responsi,  perché «solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente.»

 

La Sibilla che incontriamo nel Satyricon petroniano non ha ormai più nulla della sacralità e della potenza della donna amata da Apollo, che invasandola   l’ha investita del compito  di fondare la sapienza della tradizione romana e di essere guida per l’eroe  Enea attraverso il regno dei morti; qui, nella lurida cornice della cena di Trimalcione  non è più la sacerdotessa che si scuote tutta per cercare di cacciare il dio dal proprio petto (Bacchatur vates magnum si pectore posybilla ti teleisssit/ excussisse deum), ma una creatura ormai vecchissima e indifesa, così piccola da poter essere chiusa  in un’ampolla di vetro, ridotta ad una sorta di pacchiano  souvenir  di sé stessa; a raccontarci di lei, in maniera quanto mai lontana dalla sacra reverenza che le si sarebbe dovuta, è lo stesso Trimalcione, sazio, avvinazzato e cafonissimo nella sua oltraggiosa ricchezza da parvenu, che in un preteso dibattito culturale con il retore Agamennone racconta en passant di averla vista lui stesso, a Cuma, con i ragazzini che le schiamazzano intorno e la provocano, solo  per sentirla  ripetere ancora una volta, che vuole morire:

Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: Sibylla ti theleis; respondebat illa: apothanein thelo.

Petronio, Satyricon, 48,8


Non è un caso se troviamo la citazione d3029e866a742f3d499ff3678cef4144.jpg petroniana in epigrafe al poemetto The Waste Land di T.S. Eliot (normalmente tradotto come La terra desolata ma che, sarebbe meglio intendere come paese guasto, per  esplicitare l’allusione a Inf. XIV, 94come suggerisce Franco Buffoni). La sua presenza, infatti, diviene simbolo dell’aridità religiosa e del crollo dei valori che stanno ormai caratterizzando l’Europa all’indomani del primo conflitto mondiale; secondo Eliot,  l’epoca di decadenza è dovuta al fatto che l’Europa post-bellica non appare adatta a raccogliere lo spirito europeo, il cui  senso di spaesamento e crollo delle certezze è sottolineato dal ridursi di pratiche e cerimonie un tempo sacre a ormai vuoti e insensati rituali. Ne diviene simbolo Madame Sosostris, «famosa clarvoyante» raffreddata come qualsiasi comune mortale, che porta in giro il suo  mazzo di carte stregato  (wicked), con cui distribuisce oracoli sinistri e incomprensibili:

blavatskijMadame Sosostris, chiaroveggente famosa, 
Aveva preso un brutto raffreddore, ciononostante
E’ nota come la donna più saggia d’Europa,
Con un diabolico mazzo di carte. Ecco qui, disse,

La vostra carta, il Marinaio Fenicio Annegato
(Quelle sono le perle che furono i suoi occhi. Guardate!)
E qui è la Belladonna, la Dama delle Rocce,
La Dama delle situazioni.
Ecco qui l’uomo con le tre aste, ecco la Ruota,
E qui il mercante con un occhio solo, e questa carta,
Che non ha figura, è qualcosa che porta sul dorso,
E che a me non è dato vedere. Non trovo
L’Impiccato. Temete la morte per acqua.

I versi qui sopra citati contengono dei riferimenti precisi alla ad alcuni degli  arcani maggiori e minori dei Tarocchi, come si può vedere chiaramente nel contributo di Carole Pierce, qui); tuttavia, nella sua lettura delle carte Madame Sosostris non sa quello che dice, non è cioè assolutamente consapevole delle risonanze della propria visione, apparentemente insensata ai nostri come ai suoi stessi occhi; senza conoscere il destino del protagonista, lo mette in guardia contro la morte per acqua perché a lei «non è dato vedere» (scire nefas)  ciò che il mercante porta sul dorso (carta bianca, su cui ogni cosa può e deve ancora essere scritta). Ma qualsiasi profezia sul futuro è, come vedremo ancora,  destinata al compimento: nella quarta stanza del poemetto udiremo la stessa voce di Flebas, il Marinaio annegato, che racconta della propria morte, delle ossa «spolpate» in « sussurri»  dalla «corrente marina», e che ricorda al viator, come negli epitaffi classici e medioevali, che ancora «gira la ruota »- del timone, e del proprio destino- che un tempo anche lui fu «alto e bello», vale a dire vivo. A buon diritto, dunque, Madame Sosostris può essere definita «la donna più saggia d’Europa», sebbene la sua saggezza sia antifrastica rispetto a quella socratica ( cioè dal non sapere di sapere).


Potente e famosa chiaroveggente suo malgrado è anche la ormai anziana  Pannychis XI,  protagonista de La morte della Pizia,  di F. Dürenmatt,: 

  cumaeaVecchia com’era, Pannychis trascinava stancamente anno dopo anno la sua interminabile esistenza[…]. Pannychis profetava, vaticinava imperterrita, neanche a parlarne di poter andare in pensione. Merops riteneva infatti che quanto più una Pizia era vecchia e svampita, tanto più diventava brava, il meglio in assoluto era una Pizia agonizzante, […]Pannychis, dal canto suo, si proponeva di astenersi del tutto dal profetare quando l’ora estrema fosse giunta anche per lei, ciò che voleva era morire con dignità, almeno quello, e senza fare sciocchezze; era già abbastanza degradante che ancora adesso fosse costretta a farne.

Non stupisce, dunque, che quando Merops, che per questo suo scetticismo  non la vedeva troppo di buon occhio, la convoca per comunicarle che il giorno dopo avrebbe dovuto pronunciare un vaticinio “su commissione”, opportunamente scritto da Tiresia,«il più grande maneggione e politicante di tutta la Grecia», «marcio e corrotto fino alle midolla», Pannychis protesti energicamente:

Pannychis detestava gli indovini. Va bene che non credeva negli oracoli, ma non vedeva nell’arte del vaticinio niente di particolarmente indecente, gli oracoli non essendo per lei che un’idiozia voluta dalla società; tutt’altra cosa erano invece le profezie dei veggenti (…); formulati com’erano in vista di un certo scopo, quegli oracoli celavano sempre qualche sporco intrallazzo, se non addirittura un ben preciso interesse politico;

L’anziana Pizia ha ovviamente  nel frattempo dimenticato il nome di Edipo,« un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori»,e quel suo terribile responso formulato  con tanta improntitudine; così, quando al suo cospetto si presenta Creonte, re di Tebe, venuto, su consiglio di Tiresia, ad ascoltare il vaticinio dell’oracolo per mettere fine alla peste che stava fragellando la città, la Pizia balbetta, non senza difficoltà e interruzioni, il vaticinio suggeritole da Tiresia, ovvero che l’ira di Febo  lungisaettante non avrebbe risparmiato la città fino a che non fosse stato trovato il colpevole dell’omicidio del vecchio re Laio, delitto  avvenuto peraltro diversi decenni prima:

tutto era solo impostura, un suo sogno, e un giorno, passato il sogno, ogni cosa sarebbe finita, Pannychis sapeva benissimo che tutto era inventato di sana pianta, a cominciare da lei, la Pizia, che veniva spacciata per la sacerdotessa di Apollo pur essendo soltanto un’imbrogliona che improvvisava gli oracoli a casaccio secondo l’umore del momento. E ormai era molto vecchia, vecchissima, decrepita, lei stessa non sapeva più quanto(…)

A seguito della formulazione del vaticinio, tuttavia, Pannychis non sospetta neppure lontanamente di essere vicina alla propria nemesi. Immersa nei suoi pensieri e nella contemplazione di quel paesaggio delfico “così kitsch», si ritrova dinanzi le ombre mostruose  di due figure, l’una appoggiata all’altra, che ricondotti alla dimensione umana si rivelano essere Edipo, lacero e scalzo, con due grumi di sangue al posto degli occhi, appoggiato alla figlia Antigone. Edipo rivela a Pannychis che la sua profezia si è compiuta: egli ha ucciso Laio e sposato Giocasta, impiccatasi per la vergogna. La reazione di Pannychis, alla vista e alla notizia delle tragiche conseguenze del suo scherzLeonardo_da_Vinci_-_study_of_a_woman's_heado crudele, è  quella di scoppiare in una fragorosa risata; tuttavia, quando ormai i due  miserabili supplici sono lontani, «come di colpo era scoppiata a ridere, così di colpo la Pizia ammutolì quando le venne in mente che non tutto ciò che era accaduto poteva essere considerato frutto del caso»E mentre aspetta la morte, tra i vapori dell’antro le compaiono gli spettri di Meneceo….Laio, Edipo e Giocasta. E alla fine le appare Tiresia, che Pannychis vede, tra i vapori, non essere affatto cieco, ma anzi ammiccarle con i suoi occhi chiari. Tiresia è lì per lei, perché la sua fine è giunta; ma anche lui è venuto a morire a Delfi, in fuga da Tebe, avendo bevuto l’acqua gelata della fonte Tilfussa (e Dürenmatt congiunge così le due versioni del mito), e ormai può rivelare,ormai in punto di morte, la realtà  politica dell’oracolo: Tiresia aveva intuito, nel dominio di Laio e di suo cognato Creonte, fratello di Giocasta, tutti i germi dello stato totalitario he avrebbero reso Tebe simile a Sparta; e proprio il suo estremo tentativo di evitare che Laio, ma soprattutto Creonte, ottuso e fedele al cognato, prendessero saldamente il potere, aveva in realtà condotto la città di Tebe nelle mani del tiranno, l’aveva letteralmente gettata tra le braccia di quel destino che aveva a tutti i costi cercato di evitare:

Edipo e Giocasta avevano ormai messo al mondo quattro figli, e dunque il loro matrimonio doveva essere salvato. L’unica persona che ancora poteva minacciarlo era quel galantuomo Geremiadi Creonte, devotissimo alla sorella e al cognato, il quale, però, data la sua visione del mondo, se fosse venuto a sapere che il cognato era anche suo nipote e che i figli del cognato erano a pieno titolo suoi nipoti e suoi pronipoti, data la sua visione del mondo, dicevo, una cosa del genere non avrebbe mai potuto accettarla, ec erto avrebbe cacciato Edipo dal trono. per pura devozione al comune senso della morale. E a noi allora sarebbe toccato come a Sparta uno Stato totalitario, sangue a pranzo e a cena, i bambini handicappati eliminati alla nascita, ogni giorno esercitazioni militari, eroismo come dovere civico[…]Oh, me stolto. Io con la mia ragionevolezza ho messo in moto una catena di cause e di effetti che hanno dato luogo a un risultato esattamente opposto a quello che avevo in mente di ottenere. E poi, stolta non meno di me, sei arrivata tu, e con baldanza spregiudicata ci hai dato sotto con i tuoi oracoli il più possibile nefandi. Da tempo ormai i motivi non contano più, del resto i tuoi responsi li hai scagliati contro persone di cui non t’importava niente; sicché un bel giorno ti sei trovata a pronunciare un oracolo contro un ragazzo pallido e zoppo di nome Edipo. A che ti giova, Pannychis, se tu hai colto nel segno e io invece mi sono sbagliato? Il danno che noi due abbiamo fatto è mostruoso nella stessa misura.

Alla fine della vita, poco prima che entrambi sprofondino nell’abisso assieme alla stessa città santa di Delfi, Tiresia rivela a Pannychis di aver dunque compreso l’immenso «nefas» che compie chiunque giochi arbitrariamente con il futuro o cerchi di controllarlo, poiché grazie alla parola  lo sta già plasmando, e ne è dunque responsabile, sia che preveda lucidamente una catena di eventi, sia che semplicemente, per capriccio, tiri ad indovinare; perché chiunque ascolti il responso dell’oracolo, nello sforzo estremo di farlo avverare o di fuggirlo, ne farà prima del tempo un presente, volgendo- o torcendo- i propri passi dalla strada che avrebbe forse serenamente percorso  se di quel futuro fosse rimasto ignaro.


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi ed enfasi grafiche nei testi sono miei;

-Il testo di Satyr. 48,8 con relativa traduzione;

-Il testo integrale di The Waste Land e la traduzione da cui sono tratti i brani qui sopra riportati;

– La figura di Madame Sosostris appare chiaramente ispirata a quella di Helena Blavatskij, la più famosa esperta di esoterismo della fine del XIX secolo, a cui si rivolgeva la migliore nobilità europea, e la cui dottrina teosofica avrebbe ispirato gli ideologi nazisti come Alfred Rosenberg; il suo nome, invece, è  ripreso con una  lievissima variazione da Giallo Cromo, romanzo giovanile di Aldous Huxley , in cui uno dei personaggi, Mr  Scogan, finge, durante una improbabile seduta spiritica, di essere l’incarnazione di M.me Sesostris, «la strega di Ecbatana», che predice agli ospiti sventure improbabili  basate su un banalissimo calcolo delle probabilità: chiedendo agli ospiti se  siano mai stati colpiti in testa con un martello da un uomo dai capelli rossi, e ricevendone come è ovvio una risposta negativa, l’invasato truffatore si limita a scuotere il capo, affermando: «Come temevo. Dunque, tutto deve ancora succedere»……Alla surrettizia metamorfosi di Mr. Scogan allude anche, nel poema di Eliot, la presenza di Tiresia, il famoso veggente cieco  di maschio femmina divenne  (Dante, Inf. XX, 41), che asiste all’eterno ritorno degli eventi:

E io Tiresia ho presofferto tutto
Ciò che si compie su questo stesso divano o questo letto;
lo che sedei presso Tebe sotto le mura
E camminai fra i morti che più stanno in basso.)

Nell’ora violetta, quando gli occhi e la schiena
Si levano dallo scrittoio, quando il motore umano attende
Come un tassì che pulsa nell’attesa,
Io Tiresia, benché cieco, pulsando fra due vite,
Vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere
Nell’ora violetta, nell’ora della sera che contende
Il ritorno, e il navigante dal mare riconduce al porto.

Nelle note al poema, è lo stesso Eliot a ammettere, temerariamente, la propria scarsa familiarità con i simboli:

«Non ho familiarità con l’esatta costituzione del mazzo dei Tarocchi, dal quale per i miei scopi io mi sono ovviamente distaccato. L’Impiccato, una delle figure tradizionali, faceva al caso mio sotto due aspetti: perché nella mia mente è associato alla divinità impiccata del Ramo d’oro di Frazer e perché io lo associo alla figura incappucciata che affianca i pellegrini verso Emmaus. Il Marinaio Fenicio ed il Mercante appaiono sucessivamente; anche le “folle di genti” e la “Morte per Acqua”. L’uomo con tre aste, effettivamente presente nel mazzo dei tarocchi, io lo associo, piuttosto arbitrariamente, alla figura del Re Pescatore».

Se viene fatto di chiedersi  perché, dunque, Eliot si sia addentrato tanto in un territorio a lui così poco familiare, la risposta è forse da ricercare nel tentativo di seguire le orme di Ezra Pound, il miglior fabbro del parlar materno  a cui, come si legge nell’ epigrafe, il poemetto è dedicato, che era invece profondo conoscitore del simbolismo e della teoria junghiana degli archetipi. Noto qui solo incidentalmente che,come si legge in Archetypes and Symbolism: Selected Poem by Ezra Pound, l’acqua rappresenta nel simbolismo di Pound ( e di Jung) la parte profonda della psiche, il mistero irriducibile al fondo di ogni comprensione razionale, la discesa verso il quale è però inevitabile per  consentirne il ritorno alla luce (della coscienza); in questa prospettiva, dunque, la morte del marinaio Flebas costituisce il sacrificio inevitabile della cultura e del mondo consunti nel disastro per una vita nuova, nutrita e cosciente degli errori del passato;

-Molto più solida, e pressoché onnipervasiva,  invece, la conoscenza che Eliot aveva del poema dantesco; qui, l’immagine delle turbe di gente che cammina in cerchio è probabilmente una reminiscenza di Purg. XXVI,46, l’una gente sen va, l’altra sen vene, e più ampiamente della pena dei lussuriosi descritta nel canto;  i penitenti,ascosi «nel foco che li affina», sono infatti divisi in due schiere che percorrono in senso reciprocamente contrario la settima cornice (dei lussuriosi). Ancora, L’ora della sera che contende il ritorno è un’evidente ripresa de l’ora che volge al desio di Purg. VIII,1; della figura di Tiresia si è già detto qui  sopra

-Su Google Books, l’anteprima del racconto di Dürenmatt;

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6 comments

  1. Belle le figure letterarie di Sibilla, Tarocchi, ecc. ma rappresentano il tentativo dell’uomo di controllare il tempo e il futuro, di metterci le mani, insomma. Mentre, come scrivi “solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente.»

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    1. @zapgina
      In realtà è Durenmatt ad affermarlo, ma è solo l’ultimo di ua lunga schera di saggi che ci ammoniscono sul tema ormai da almeno due millenni. Ma la sete natural che mai non sazia dell’essere umano è animata da una tensione invincibile verso l’assoluto; e spesso, come Ulisse ci insegna, il bisogno di sapere -per controllare, come tu dici- è così forte da prevalere su qualsiasi rischio o pericolo o certezza di rovina.
      Ciao, e grazie di esserti fermata 🙂

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  2. …Ecco, io è da po’ che mi sento come colei che si sente sospesa tra una Cassandra e una Sibilla che non desidera che di andar in pensione. Questo post/articolo/saggio (bello ed esaustivo come sempre) mi illumina di immenso (e, personalmente, mi fornisce anche un alibi).

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  3. Dragoval, ho letto molte volte questo tuo post, bello ed esaustivo ( per citare gabrilu) come sempre. L’ ho messo a dimora per un po’ perchè i miei pensieri vanno ora in time lapse ( dizione sfrontatamente copiata da un bel libro che ho appena letto…). Il tema che si affaccia nella struggente descrizione di queste figure arcaiche è potente. Prevedere il futuro non è possibile e non si può ( L’idea che ci facciamo d’ ogni cosa/È cagione che tutto ci deluda/.È mal sognare il vero,/architettar l’ignoto. . Cardarelli, Memento). Eppure oggi, senza Sibilla nè Cassandra, si prevede molto, troppo ( penso alle ricerche scientifiche che sembrano anticipare la conoscenza di probabili malattie dei singoli) e si tace invece quando si dovrebbe dire ciò che è necessario ( penso al bel pamphlet di Tomaso Montanari Cassandra muta).
    In ogni caso il post con la sua materia che tocca i nervi nascosti del nostro vivere parla di noi. Grazie e un abbraccio.

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    1. @Renza
      Carissima, grazie come sempre delle tue parole e delle suggestioni di cui aricchisci questo post.Sono felice di ritrovare Cardarelli e Montanari, entrambi molto amati anche da me…..non ho ancora letto Cassandra muta , ma ne conosco il tema, e concordo sull’avvilente silenzio di una classe intellettuale incapace di esercitare quella funzione critica necessaria, anzi vitale per una realtà politica e sociale che possa a buon dritto definirsi democratica. Inutile dire che l’indipendenza di giudizio è figlia di un affrancamento pressoché assoluto dagli immediati ritorni economici e mediatici,a cui in pochissimi, evidentemente, sono disposti a rinunciare, forse per vitium[…] commune, ignorantiam recti et invidiam , come avrebbe sentenziato Tacito.
      Un abbraccio a te, e a (mai abbastanza) presto 🙂

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