Essere-per-la-morte. Arendt, Todorov , Di Cesare

MV5BMTUwOTc1ODgxM15BMl5BanBnXkFtZTgwODk0MDgwODE@._V1_SY1000_CR006901000_AL_Sei milioni di ebrei, sei milioni di esseri umani sono stati condotti a morire, senza potersi difendere e, nella maggior parte dei casi, senza averne il minimo sospetto. Il metodo utilizzato fu l’accumulazione del terrore. Dapprima ci furono l’abbandono calcolato, le privazioni e l’umiliazione, allorché coloro che erano di debole costituzione fisica morivano insieme con quelli che erano abbastanza forti e ribelli per togliersi la vita. In seguito venne la fame, a cui si aggiunse il lavoro forzato, quando le persone morivano a migliaia, ma a intervalli diversi di tempo a seconda della loro resistenza. Poi vennero le fabbriche della morte e tutti morirono insieme: giovani e vecchi, deboli e forti, malati e sani. Morirono non come individui, non come uomini e donne, bambini o adulti, ragazzi o ragazze, buoni o cattivi, belli o brutti, ma furono ridotti al minimo denominatore comune della vita organica, sprofondati nell’abisso piú cupo dell’eguaglianza primaria. Morirono come bestiame, come cose che non avevano né corpo né anima e nemmeno un volto su cui la morte avrebbe potuto apporre il suo sigillo.È in questa eguaglianza mostruosa, senza fraternità né umanità (…), che si scorge, come riflessa in uno specchio, limmagine dell’inferno.

Ogni riflessione sull’ incommensurabilità  e sulla conseguente incomprensibilità dell’Olocausto deve necessariamente misurarsi sul senso assolutamente peculiare acquisito dalla morte nei campi di sterminio. La denominazione stessa, di solito acquisita ma non analizzata, ne ricorda facilmente la finalità. Per quanti crimini atroci, remoti o contemporanei alla Shoah, abbiano colpito vittime innocenti e versato fiumi di sangue che poteva essere risparmiato, l’aspetto che maggiormente sgomenta e che ancora oggi, come affermava Hannah Arendt, rende impossibile alle nostre coscienze concepire la mostruosità organizzata e implacabile  dei crimini nazisti è appunto l’ideazione di un sistema di produzione della morte di esseri umani, un concetto tanto in-umano da rendersi inafferrabile alle nostre menti, e spesso, come si è visto, anche a quelle delle stesse vittime, per le quali quella stessa realtà di agonia atroce e permanente assumeva piuttosto i contorni di un incubo allucinato. Nella sua opera maggiore, citando  David Rousset secondo cui«gli uomini normali non sanno che tutto è possibile», la Arendt spiega che, per un tempo che può apparire anche sorprendentemente lungo, la «normalità» del senso comune, si rifiuta di credere a ciò che sta avvenendo sotto i propri occhi, contribuendo a costruire quella « muraglia di incredulità»  al riparo della quale il delirio di onnipotenza totalitario poteva realizzarsi senza incontrare opposizione:

La ragione per cui tali regimi possono spingersi cosí oltre nella realizzazione di un mondo fittizio capovolto è che il mondo esterno, comprendente gran parte della popolazione dello stesso paese totalitario, indulge alla pia speranza che non sia vero e rifugge dalla realtà davanti alla follia pura e semplice[…] Un rapporto segreto indirizzato a Rosenberg sul  massacro di cinquemila ebrei nel 1943 dichiara esplicitamente: «Con estrema probabilità una simile propaganda non avrebbe alcun effetto perché la gente non sarebbe disposta a crederci». 



Alla riflessione di Hannah Arendt si ricollegano evidentemente   le pagine di Tzvetan Todorov, che nel suo fondamentale Memoria del male tentazione del bene  indaga la tragicità del Novecento riconosciuta appunto nell’esperienza dei due grandi totalitarismi,nei quali il male estremo, il  «Male assoluto» di arendtiana memoria, ha trovato modo di realizzarsi. Questo accomunamento dei regimi totalitari nel negativo non impedisce certo  a Todorov di coglierne  le peculiarità e le differenze, che egli delinea con grande lucidità e al tempo stesso con  stupefacente mitezza.  Interrogandosi dunque sulla « stupefacente singolarità del rtodorovegime nazista», Todorov ne  riconosce una «specificità» che è necessario mettere a fuoco, s-velandola dalla nebbia della coscienza, dall’intuizione dolorosa ma indistinta di un orrore diverso  da ogni altro. Questa diversità, il  «senso singolare del giudaicidio», non è da individuarsi nel numero delle vittime, analogo a quelli provocati intenzionalmente da Stalin nei primi anni Trenta, né nel fatto che gli ebrei venissero perseguitati esclusivamente per motivazioni razziali, e neanche nel fatto che una simile atrocità sia stata commessa da un popolo colto e civilizzato come quello tedesco. Secondo Todorov,» «[n]ulla può essere messo in parallelo con la distruzione sistematica, da parte dei nazisti, degli ebrei e degli altri gruppi giudicati indegni di esistere» perché «è solo nei campi di sterminio nazisti che la condanna a morte diventa uno scopo in sé»:

E’ vero che gli ideologi nazisti, se avessero voluto giustificarla, avrebbero invocato ragioni superiori: assicurare la felicità del popolo tedesco, della «razza ariana», o addirittura dell’umanità così purificata. Ma l’esistenza di questo scopo lontano non impedisce che l‘azione concreta in cui sono impegnati i carnefici abbia un’unica finalità: quella di mettere a morte le loro vittime. Da qui la creazione di campi destinati esclusivamente all’assassinio: Treblinka, Sobibór, Belzec, Chemno, o dei quartieri di assassinio dentro i campi di concentramento come ad Auschwitz e a Majdanek.

La riflessione di Todorov procede poi  nell’analisi di un’altra peculiarità del progetto nazista, ovvero quella dell‘individuazione del nemico in un popolo che, più ancora dei Greci, ha svolto un ruolo centrale nella storia d’Europa, un ruolo, aggiungiamo noi, di cui è evidente il primato culturale, e che dunque ha fattivamente contribuito nei secoli a delineare l’identità europea, che ne è diventato parte integrante e indissolubile. Nel percorso inesorabile che conduce dall’individuazione e dalla schedatura alla notte dei cristalli e alla realizzazione dei campi di sterminio, lo sradicamento degli ebrei  diviene per i nazisti una priorità assoluta, ben superiore alle stesse vicende belliche, quasi irrilevanti rispetto alla piena realizzazione  della Endlosung, da perseguire invece con ogni impiego di mezzi e di risorse:

Questo[…]indica che il progetto che vuole sradicare ed eliminare questo ingrediente dell’identità europea o anche di quella dell’umanità, che questo progetto dunque ha una portata storica più grande degli altri progetti di sterminio, in cui si vuole «semplicemente» mettere a morte una popolazione.

In effetti, però, affinché   l’abominio del progetto nazista divenga infine comprensibile  (il che, si badi, in nessun caso vuol dire accettabile),in questa sua  singolare portata, considerarlo come un mero evento storico, più orribile degli altri, non risulta sufficiente;  è necessario invece guardarlo da una prospettiva altra, collocarlo in una dimensione che non è riducibile alla storia ma che appartiene invece alla storia del pensiero umano: una prospettiva, cioè, che sia filosofica, anzi per meglio dire metafisica.


Di certo associare l’orrore dei campi di sterminio  all’ attuazione, alla traduzione in pratica d pensiero filosofico appare un oltraggio inaccettabile al senso comune. Eppure la dimensione metafisica, ontologica della Shoah è parte fondante del pensiero  di un filosofo altrove illuminante e inarrivabile come Martin Heidegger (di più: ne viene posto al  vertice). Lo dimdi cesareostra Donatella Di Cesare  nel suo libro  Heidegger e gli ebreiche rilegge il pensiero del filosofo tedesco alla luce dei Quaderni neri, la cui pubblicazone è iniziata soltanto nel 2014 per espressa volontà del filosofo, che l’ha prevista significativamente come terminale rispetto alla pubblicazione di tutte le altre sue opere. Non si tratta, dunque, sostiene con forza la Di Cesare, di un diario privato o di un pamphlet scritto in un momentaneo obnubilamento della ragione, bensì di un’opera filosofica, di una riflessione sistematica destinata anzi a completare, per così dire, quella iniziata in Essere e tempoe che dunque come tale non può essere semplicemente archiviata o ignorata dal dibattito filosofico, ponendo al contrario  come non più eludibile il problema della responsabilità della filosofia nella progettazione e nell’attuazione stessa dell’Olocausto.

Cosa sarebbe dunque, sul piano filosofico, la Shoah? Una traduzione nel Nulla del non-Essere. Calando l’astrazione nel reale, il ragionamento potrebbe essere riassunto grossolanamente in questo modo: gli ebrei incarnerebbero il Non-Essere poiché- secondo Heidegger, che fa propri i più biechi pregiudizi antisemiti- mentono, e la loro assimilazione sarebbe sempre soltanto apparente; parlano tedesco, pensano in ebraico; non sono dunque, tout-court, e minacciano di trascinare con sé, nel Non Essere, tutto ciò con cui vengono in contatto, attendando dunque alla sopravvivenza stessa dell’Essere. Se infatti il tramonto dell’Occidente costituisce appunto la fine della grande tradizione metafisica ormai per sempre insidiata dalla tecnica, gli ebrei sono appunto giudicati colpevoli di aver introdotto i germi mortali della dissoluzione nazionale e culturale, vale a dire identitaria, dell’Occidente stesso. Questo però non è destinato a finire per sempre: il tramonto dell’Essere prelude alla lunga notte, alla fine del quale risorgerà il mattino di uno Spirito metafisico, esultante, dionisiaco e libero, di cui essere incarnazione e custode è appunto il destino del popolo tedesco. Ma perché questo destino possa compiersi pienamente è necessario annientare il nemico metafisico, il Non Essere incarnato dalla figura dell’Ebreo per il quale non può più esserci posto nel mondo . La «traduzione nel Nulla»,  che riconduce il nemico alla dimensione alla quale è sempe appartenuto si rivela dunque lo scopo ultimo della Shoah.

Se metafisica è la questione ebraica, metafisica è anche la soluzione. Proprio per questo non può essere una liquidazione provvisoria, temporanea; deve essere finale, definitiva, mettere termine a quell’interminabile problema degli ebrei che ha assillato e inquietato la storia dell’Occidente. […]Lo sterminio non è l’espulsione dal confine geografico, ma l’eliminazione dal limite del mondo e dalla storia del mondo.

Ma nelle pagine dei Quaderni neri  c’è purtroppo di peggio. L’annientamento (Vernichtung) non è riconducibile alla pura eliminazione fisica, quanto piuttosto  alla nientificazione, alla cancellazione dell’identità e della memoria: viene corretto, insomma, l’errore che fino a quel momento ne ha concesso l’esistenza, la dimensione propria dell’umanità, che unica tra le specie viventi,  tra-duce l’Essere- nel- mondo. Gli ebrei, secondo Heidegger, non apparterrebbero pienamente all’umanità, quanto ad una sorta di Menschentümlichkeit, un umanoidismo assimilabile alle cose, perché la loro permamente estraneità  al luogo, alla società e alla cultura che abitano (in una parola al mondo, dimensione unica dell’esistenza) impedisce loro di essere pienamente nel mondo, dunque di esistere. E poiché l’ in-esistenza dell’Ebreo minaccia di pietrificare l’Essere, riducendolo al proprio ni-ente, ecco che merita per atroce contrappasso, di essere a propria volta annientato non come essere umano, non come nemico, quanto piuttosto come residuo accidentale, come scoria da cui l’Essere deve liberarsi:

Il massacro viene perpetrato (…) all’insegna di un annientamento che non deve lasciare traccia. Una volta respinti (…) in una sfera al contempo al di qua e al di là dell’umano, li si stermina in nome di una non appartenenza alla «specie umana», li si elimina in quanto Ebrei. La scena in cui vengono annientati non è quella tragica ed eroica del fronte di guerra, ma è la scena scialba e ignobile in cui vengono liquidati i rifiuti, una scena industriale, come quella di una normale produzione, di una ordinaria catena di montaggio, allestita secondo l’ingranaggio della tecnica.Non vengono usate armi convenzionali, né agisce un esercito, ma si ricorre al gas, amministrato entro un’operazione di nettezza urbana, di smaltimento del superfluo e dell’immondo.

Mauthausen-camp-after-liberation-May-1945

Non solo: in questa logica implacabile da rovesciamento espiatorio perpetrata dai nazisti, gli ebrei andranno incontro al proprio annientamento nella più assoluta inconsapevolezza, avvolti dalla nebbia dell’incertezza (l’orrore si paleserà loro, naturalmente, solo nell’ultima fase, quando oramai il processo sarà giunto ad una fase irreversibile). Destinati al Nulla, non meritano nemmeno di conoscere la sorte che li attende; possono essere scherniti, umiliati, confusi dalla scissione tra l’atrocità del reale che vivono e le parole che sentono usare per descriverlo:

Dalla Empangszeremonie alla Entwesung, dalla «cerimonia d’accoglienza», cioè le percosse e le ingiurie riservate a coloro che scendono dai vagoni, alla burocratica «disinfestazione», gli eufemismi, che coprono l’oscenità cruda e atroce, scandiscono e occultano lo sterminio. La menzogna è d’altronde la condanna che si confà all’Ebreo, che ha mentito, ha dissimulato, facendo finta di essere quel che non è. Nel non-essere dell’Ebreo, risuona già, minaccioso, l’annientamento. Le innumerevoli metafore, apparentemente innocue, spesso coniate anche dai filosofi, vengono prese alla lettera nella soluzione finale. Ma questo prendere alla lettera è stato il lavoro dei boia nell’organizzazione burocratica dei campi.

E’ giusto- per meglio dire: ha senso- accusare Heidegger di aver fornito una giustificazione teorica e metafisica al progetto di sterminio degli ebrei? Di certo – la Di Cesare lo ha sottolineato con forza- quando Heidegger pensava all’Ebreo intendeva con questo un concetto astratto, metafisico, che poco o nulla riguardava le persone ebree in carne ed ossa che egli stesso conosceva e frequentava- ed amava. Heidegger non faceva certo  mistero della sua ostilità verso i colleghi ebrei all’università, colpevoli di giudaizzare la cultura tedesca, e fu probabilmente felice quando questi vennero poi rimossi dal loro incarico a seguito delle leggi razziali. Ed è grave che molte delle pagine più terribili dei Quaderni neri, in cui si delineano i concetti di «purificazione dell’ Essere» (Reinigung des Seins) e «annientamento», siano state scritte all’inizio degli anni Quaranta, quando le fabbriche della morte erano oramai un sistema integrato perfettamente funzionante e inarrestabile. Le fabbriche della morte sono dunque parte integrante e necessaria del cammino dell’Essere; «lo sterminio, che non ha obbedito a nessuna logica, né politica, né economica, né sociale, né militare, risponde all’ontologia e si inscrive nella storia della metafisica occidentale».



RISORSE E NOTE A MARGINE

Le enfasi grafiche nelle citazioni dei testi sono mie; il corsivo dei termini stranieri è invece presente nelle citazioni originali;

-Le pagine dedicate a Tzvetan Todorov su NonSoloProust;

-Un  ritratto di  Todorov  tratteggiato da Oliviero Ponte Di Pino, «suo editore in Garzanti», sulle pagine di DoppioZero;

-Qui sotto il video della presentazione del volume Heidegger e gli ebrei presso l’stituto dell’Enciclopedia italiana, Palazzo Mattei di PAganica (AQ):

-Il titolo di questo post è volutamente provocatorio, poiché sceglie la famosa definizione heideggeriana della suprema possibilità e realizzazione dell’ esistenza (il Da-Sein)  per definire la natura dei campi di sterminio, che di questa formula sembrano, invece la paradossale realizzazione suprema. In realtà, tuttavia, la questione è profondamente diversa proprio perché, come chiarisce Di Cesare ricordando anche la critica all’essere-per-la-morte mossa ad Heidegger da Jean Améry , la morte viene negata perché ridotta a  mero decesso, perdendo così il proprio orizzonte esistenziale- di limite estremo e di testimonianza:

  Si esisteva dunque quotidianamente per la morte, o meglio, per la messa a morte, con l’angoscia di soffocare con il gas, mentre della “morte” si veniva privati.[…]Le SS chiamavano gli internati Stücke, pezzi, e per i cadaveri parlavano di Figuren. L’Ebreo (…), espulso dal consesso umano, non più mortale, non più ritenuto degno di morire, non ha il diritto di morte. La sua morte è ungestorben, «non morta».

-Sono consapevole – e forse dovrei scusarmi- di aver inserito in questo post un’immagine profondamente disturbante; ma le estreme conseguenze della dis-umanizzazione dell’altro meritano di essere sempre presenti alle nostre coscienze, oggi che queste sono nuovamente chiamate in causa da un presente complesso e dalla sofferenza di molti esseri umani a cui  lo status di umanità  viene negato da giustificazioni ideologiche e propagandistiche inaccettabili, che offendono, oltre che il senso comune e la decenza, anche la memoria delle vittime stesse dell’Olocausto. Per questo, nonostante le cose della vita mi  abbiano ridotta ad essere fioca per lungo silenzio, non  hanno potuto tuttavia impedire  questa riflessione sulla memoria della Shoah anche quest’anno, anzi soprattutto quest’anno, in cui appare evidente una deriva delirante dell’umanità e della ragione, che già troppo insistentemente sta rievocando gli spettri del passato. La resilienza, certo non basta, né appare lontanamente paragonabile alla resistenza attiva- una resistenza di umanità, non di violenza che molti dei nostri connazionali praticano quotidianamente con coraggio e nel silenzio; ma, sebbene tutt’altro che sufficiente, credo sia più che mai oggi necessario ricordare  sempre, soprattutto a sé stessi, da che parte si sceglie di stare.

5 comments

  1. Dragoval carissima, le cose della vita giungono sempre inaspettate e dolorose. Ma tu non sei fioca per lungo silenzio , la tua voce è risuonata sempre alta e profonda. Il tuo blog è un luogo prezioso al quale si attinge, rileggendo i tuoi saggi e trovandovi sempre cose nuove. Io- e credo di non essere unica in ciò- mi intrufolo in questo tuo spazio e rileggo, sempre con grande piacere, i tuoi contributi. Dunque non silenzio ma parole che restano.
    I tuoi interventi non appartengono, ovviamente, al genere da risposta immediata, da dialogo a ping-pong. Sono riflessioni che devono essere ponderate e metabolizzate. Adesso ci proponi un ritorno doveroso- come dici- alla Shoah, perché non si abbandoni mai, nemmeno per un attimo, il pensiero verso un orrore che non deve passare. Mentre leggevo, ho pensato a due cose : la prima è la distanza siderale, oggi più di ieri, tra le tue analisi e il pensiero comune. Mi sono chiesta cosa sia successo, in questo paese e nel mondo, da determinare il pauroso senso comune politico e della gente, che non è popolo e nemmeno cittadini. Questo volgo disperso, che pensa, parla con orribili favelle, agisce in modo spaventoso.
    La seconda è il problema della responsabilità della filosofia. Le analisi di Di Cesare che tu riporti sono agghiaccianti, tolgono la parola. E’ un taglio critico su cui questa studiosa insiste molto. Anche in Stranieri residenti punta il dito sulle manchevolezze della filosofia nell’ analizzare il tema della migrazione.
    Non saprei pronunciarmi, ma tendo a darle ragione. Manca un taglio filosofico, di analisi, di riflessione . Manca oggi, molto- non vorrei dire del tutto- la ragione. .
    Un abbraccio, cara Dragoval, e l’ augurio che siano le cose della vita- non la tua voce- ora a tacere.

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    1. Sei sempre tanto cara, carissima Renza, e ti ringrazio per le tue parole di sostegno e di apprezzamento. Condivido il tuo sentimento di disagio: ogni giorno mi risveglio in un Paese che riconosco sempre meno, in cui il concetto di civile convivenza appare sempre più svuotato, ridotto a disvalore, al pari della consapevolezza, del buon senso e, prima tra tutti, della cultura. Anch’io ho letto in parte – e amato molto- Stranieri residenti, libro che mai come oggi meriterebbe di essere letto e discusso dal maggior numero di lettori ed intellettuali; la Di Cesare è certamente un’autrice difficile, per certi aspetti scomoda, che non fa sconti, ma a cui proprio per questo si devono molte pagine che non esiterei a definire illuminanti, capaci di cambiare per sempre il nostro sguardo sugli orrori della storia come sulle tragedie del presente- e non è cosa di poco conto, mi pare.
      Un abbraccio e ancora grazie della tua presenza, che sento affettuosa e costante; purtroppo le cose della vita continueranno ad accompagnarmi, temo, ancora a lungo, ma se e quando potrò – per intervalla insaniae– continuerò a scrivere.

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    1. I Quaderni neri devono essere un libro terribile; è giusto, credo, che la Di Cesare ne abbia rivelato- dovrei dire:denunciato?- l’importanza filosofica imprecindibile per il pensiero heideggeriano come pure- lo si è visto- per tutto il pensiero occidentale.
      Ma se è difficile accettare – per me lo è molto- che i Quaderni neri siano stati scritti dallo stesso autore di quel vertice del sublime che è Essere e tempo>, quanto lo è di più scoprire che parole come queste:

      I palestinesi [Palästiner], che vivono in mezzo a noi, hanno acquistato, a causa dello spirito di usura [Wuchergeist] dopo il loro esilio, una reputazione non infondata di frode [des Betruges], almeno presso la stragrande maggioranza. In verità è ben strano dover pensare una nazione di ingannatori [eine Nation von Betrügern], ma è altrettanto strano pensare una nazione di commercianti la maggior parte dei quali, legati da un’antica superstizione accettata dallo stato in cui vivono, non cerca alcuna dignità civile, ma vuol compensare questo svantaggio con gli utili derivanti dall’inganno del popolo in cui vivono e anche dei propri correligionari

      non appartengano a qualche libello di becera propaganda nazista ma all’ Antropologia pragmatica di Immanuel Kant, il quale nell’ultima fase della sua vita arriverà a parlare esplicitamente di “eutanasia degli ebrei”. Altro che quel “cielo stellato” e quella “legge morale” per cui lo avevamo sempre amato.
      Un carissimo saluto

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      1. Tema, e contenuti, davvero difficili da affrontare. Ti dirò, con fatica, certo, ma la posizione di Kant posso quantomeno contestualizzarla, nella sua tremenda deprecabilità: sta nella sua epoca, nella cultura del tempo. Soprattutto, nel suo costituirsi come una posizione che – ma è l’erroneità fondamentale dell’etica kantiana – si pone come assoluta, teorica, indipendente dal contesto. Lontana da una qualsivoglia traduzione in atti. Mentre l’etica è una scienza della prassi: morali o meno sono dei comportamenti, delle azioni, non delle posizioni teoriche.
        La vita stessa di Kant, oltre ai suoi scritti, temo ci dica che non ha mai avuto il problema di operare passaggi all’atto di applicazione fattuale delle sue teorie.
        Heidegger non ha teorizzato; ha operato, fattivamente, mentre le cose avvenivano. Secondo me, addirittura senza essere neppure un antisemita; il che è peggio. Sull’orrore ha costruito la propria carriera.
        Davvero difficile far convivere l’uomo e il pensatore. Non ci è riuscita Hannah Arendt. Terribile pensare al suo dilemma. Fattuale. Esistenziale.
        Resta, fondamentale, la necessità del respingimento – operativo, ancora una volta fattuale – di posizioni teoriche, ideologiche, che – oggi non possiamo certo più fingere, illuderci, ignorare – sappiamo a cosa possono portare.

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