Inni alla gioia. Un “giudizioso accoppiamento” di Natale

A tutti voi, amici sconosciuti e carissimi, con cui da tempo è in essere un dialogo, talvolta più caloroso e accorato, talvolta più discreto e silente, l’augurio di un Natale di gioia che possa vedervi sereni e vicini alle persone che più amate. Ve li lascio con il sorriso, sempre malinconico e garbato , di uno degli autori da me più amati da sempre, e con un grande classico musicale il cui disadorno contesto susciterà forse qualche sorriso che lascerà presto il posto, forse, ad uno stupore muto per la cristallina purezza dell’esecuzione

Milano, dicembre, 1947.  Ritornando a casa  dal lavoro,l’alter ego autobiografico di Giovannino Guareschi, protagonista de Lo zibaldino e di molte altre raccolte di racconti, si imbatte nella portinaia che senza spiegazioni di sorta commenta, enigmatica e sarcastica: «Ê Natale,  è Natale — è la festa dei bambini — è un emporio generale — di trastulli e zuccherini!»

L’enigma, in realtà, è tale solo per il lettore; Giovannino infatti intuisce subito che quelli sono i versi della poesia di Natale che la moglie Margherita sta insegnando ai loro figli. Il punto è che Margherita ha una personalssima visione della didattica e della “psicologia dei bambin”, secondo la quale il metodo pù efficace per ottenere i comportamenti desiderati è acconsentire a tutte le loro richieste, urlando però a squarciagola.

Che la poesia non sia nelle corde di Carlotta,la figlia più piccola meglio nota come La Pasionaria per il suo temperamento deciso, a tratti già adulto, è evidente anche dal suo  lapidario commento  al testo, che stronca di netto ogni speranza della madre;

Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita: «È Natale, è Natale — è la festa dei bambini!…».
«È la festa dei cretini» rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.

Non c’è da stupirsi, dunque, che la poesia sia stata imparata da tutto il quartiere e che attorno ad essa si svolga anche un animato dibattito letterario:

Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò.
«Strano» disse «una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice. La sanno tutti, oramai, della casa, meno che lei.»
«In fondo non ha torto se non la vuole imparare» osservò gravemente il lattaio sopravvenendo.
«È una poesia piuttosto leggerina. È molto migliore quella del maschietto: “O Angeli del Cielo — che in questa notte santa — stendete d’oro un velo — sulla natura in festa…”.»
«Non è così» interruppe il garzone del fruttivendolo. « “o Angeli del Cielo — che in questa notte santa — stendete d’oro un velo — sul popolo che canta…”» Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio, e io mi allontanai. Arrivato alla prima rampa di scale sentii l’urlo di Margherita:
«”… che nelle notti sante — stendete d’oro un velo – sul popolo festante”».

Non solo; la riluttanza della Pasionaria ad imparare la poesia può avere conseguenze impreviste e imprevidibili anche su un signore adulto e pieno di dignità, che due giorni prima della vigilia di Natale, costretto dall’esasperazione, si rivolge a Giovannino per rivolgergli una preghiera disperata:

«Abito nell’appartamento di fronte alla sua cucina» spiegò. «Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera: “È Natale, è Natale — è la festa dei bambini — è un emporio generale — di trastulli e zuccherini”. Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla. Ma ciò è secondario; il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. Io mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo d’acqua. Quando sta per tuffarvi le labbra, ecco che il bicchiere si allontana. Se c’è da pagare pago, ma mi aiuti.»
Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria.
Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice.
«Lei mi salva la vita» disse sorridendo.

La sera della vigilia di Natale anche il fornaio è desolato, e informa Giovannino del fatto che l’apprendimento della poesia è fermo all'”emporio generale”, e di non riuscire ad immeginare come la bambina possa cavarsela la sera senza incappare in una terribile umiliazione. Allo stesso modo, però, si sente sollevato dal fatto che quello che ormai ha assunto le proporzioni di uno psicodramma collettivo stia lentamente volgendo al termine. ,Ma proprio alla fine la Pasionaria si renderà protagonista di un colpo do scena da consumata maestra:

Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto. Poi venne il momento solenne.
«Credo che Albertino debba dirti qualcosa» mi comunicò Margherita.
Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasioraria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente: «”O Angeli del Cielo — che in questa notte santa stendete d’oro un velo — sul popolo festante…”».
Attaccò decisa, attaccò proditoriamente, biecamente, vilmente, e recitò, tutta d’un fiato, la poesia di Albertino.
«È la mia!» singhiozzò l’infelice correndo a nascondersi nella camera da letto.
Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.
«Caina!» urlò Margherita.
Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c’erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Mata Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine e le sorelle Karamazoff.

L’armonia e la gioia natalizie sembrano dunque irrimediabilmente compromesse, quando ecco che Albertino, in un sussulto di dignità, sveste i panni del povero  «Abele» e, riappropriatosi della scena, declama ordinatamente  l’intera poesia che avrebbe dovuto imparare la pestifera sorellina. Tutti i salmi finiti in gloria, dunque, è proprio il caso di dire, con l’imprevedibile risvolto di un clamoroso successo di pubblico, con cui il racconto si conclude:

La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.


Joy To The World, inno composto dal pastore e scrittore di Inni Isaac Watts su melodia tratta dal Messiah di J.F.Handelè sicuramente una delle melodie di natale più amate e più note, riproposte in un un numero pressoché infinito di versioni e arrangiamenti. Io vorrei proporre qui la versione eseguita dal Coro dei bambini della Radio nazionale bulgara, perché a dispetto dello scarno accompagnamento (pianoforte solo) e della sala austera e disadorna il cui rigore ex-sovietico è richiamato dal rigidissimo contegno dei bambini e contrasta improbabilmente con le loro divise ispirate alla tradizione popolare,l ‘esecuzione, diretta dal maestro Hristo Nedyalkov, è di tale nitore e purezza e l’armonia così ricca da supplire per intero all’assenza dell’orchestra

Buon ascolto, dunque, ed ancora, di tutto cuore, buon Natale.


RISORSE E NOTE A  MARGINE

-La home page  del sito Mondo Guareschi interamente dedicatoallo scrittore parmense:

-Carlotta Guareschi, scomparsa nell’ottobre del 2015, è stata un’appassionata animatrice culturale ed intellettuale che si è sempre dedicata, assieme al fratello Alberto, alla promozione e al ricordo della figura e dell’opera di suo padre, Sul sito Fany.-Blog-il commosso ricordo dedicato alla figura di Carlotta dalle parole del fratello Alberto seguite  da una  canzone (un chants) già composta per lei da suo padre quando ancora era prigioniero nel lager tedesco di Sandbostel;

 

 

 

 

 

 

11 comments

  1. Tanti auguri anche a te, e grazie per questo giudiziosissimo e bell’accoppiamento. Per me, uno stimolo ad approfondire e leggere una buona volta seriamente (cioè sistematicamente) Guareschi che apprezzo ma che conosco solo a macchia di leopardo in modo molto disordinato. Molto bella anche la versione di “Joy to the World” che hai scelto tra le tante disponibili. E’ vero, è pura e cristallina. E l’orchestra non è affatto indispensabile. I più grandi Lieder tedeschi, per esempio, hanno accompagnamento di solo pianoforte, e sono patrimonio dell’umanità.
    Con l’occasione, visto che il Natale è già passato, faccio tanti auguri di Buon Anno a te e a tutti i tuoi fedeli lettori. Che il 2020 porti a noi tutte/i qualcosa di buono e qualche buona notizia, finalmente.
    Ciao!

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    1. @gabrilu
      Giovannino Guareschi appartiene certo al novero di quegli scrittori che si inscrivono nella categoria kunderiana della leggerezza: scrittore sempre amabilissimo, con un senso del comico sempre soffuso di poesia, anche nelle pagine più esilaranti- e ce ne sono molte-, per le quali l’antecedente più immediato si può individuare forse in Achille Campanile. Ma in molte delle sue pagine serpeggia una malinconia diffusa, un’amarezza per come le cose del mondo vanno, e per come potrebbero andare; senza contare il ricordo indelebile del dramma della prigionia, quel suo essere continuamente trascinto tra i campi di Polonia e Germania….
      Io, che ho avuto occasione di leggere la sua opera quasi integralmente fin da quando avevo dodici anni (per tradizione familiare: ho recuperato Lo Zibaldino sullo scaffale della libreria paterna e da allora non ho più smesso), trovo che il meglio della sua produzione si trovi…..ovunque, dalle cronache familiari al Diario clandestino, dagli straordinari corsivi ed editoriali per il Candido a molti dei racconti del Mondo piccolo, assai meno melensi e più poetici di come appaiono nei (da me pur amatissimi) film di don Camillo. Il Candido, poi, credo sia illuminante nello spiegare la sfortuna critica che è sempre ingiustamente pesata su Guareschi, bollato dalla critica militante come autore facile, popolare nel senso deteriore, destinato insomma ad un pubblico di bocca buona; non credo che il Partito abbia mai potuto davvero digerire l’invenzione dei >trinariciuti, simbolo del fanatismo acritico di certo comunismo ,da cui pure egli, pur cosciente di aver creato un formidabile strumento di satira dissacratoria, si dichiara a sua volta, con grande onestà intellettuale, non sempre indenne:
      http://www.giovanninoguareschi.com/1947-terza-narice.pdf
      Ecco: nell’onestà intellettuale, intrisa di profonda umanità, si ravvisa forse la cifra di questo autore. E anche, forse, nell’emilianità, se mi passi il termine- un termine che, come lui stesso avrebbe detto, forse non significa niente, ma rende perfettamente l’idea 😉 .
      Ti saluto ricambiando a mia volta a te, ed estendendo a tutti coloro che passano di qui, i miei auguri più cari per un 2020 che possa vederci almeno un po’più sereni (sarà mica un crimine, nevvero?!? 😉 )e ringraziandoti, anche, come sempre.

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      1. Mi sono già procurata praticamente l’opera omnia, di Guareschi. E finalmente potrò tornare a leggere con diletto un po’ di narrativa italiana. Del resto, ripeto, quel che di Guareschi sino adesso ho letto mi è piaciuto sempre molto, perciò sono sicura che andremo perfettamente d’accordo, io e lui 🙂

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  2. Decisamente gradevole, cara Valeria, quella interpretazione sobria, spartana, essenziale. Controcorrente, tra i frastuoni festaioli ormai insopportabili.
    Quanto a Guareschi, anch’ io lo conosco a sprazzi. Ne avevo letto sulle mai abbastanza rimpiante antologie scolastiche d’ antan. Ricordavo la pasionaria , l’ ironia garbata della sua scrittura.
    Comunque è un piacere rileggerti. Auguri per un nuovo anno da affrontare con fiducia.

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    1. @Renza
      Grazie di cuore, Renza, ogni tuo passaggio di qui mi riempie di gioia! Uno dei maggiori rimpianti nel dover – necessariamente- trascurare questo spazio è proprio il rarefarsi delle occasioni di scambio preziose come sempre sono -per tuo merito- le nostre 🙂 .
      Per tornare a Guareschi, si fondono nella sua scrittura leggerezza e serietà, che danno vita ad un’ironia sempre rispettosa delle persone, anche quando ne fustiga le azioni. La fama di essere scrittore di destra gli ha certamente nociuto; se c’è un partito a cui Guareschi senza dubbio appartiene è quello che sta dalla parte degli uomini ,con un’etica robusta e coerente che nondimeno gli è valsa, ovviamente, anche l’accusa di qualunquismo. Spero tu possa avere occasione di rileggerlo, magari in modo meno frammentario di quanto ti è occorso finora.
      Quanto al coro della radio bulgara, c’è in quella versione una serietà, una cura da parte di tutti, in particolare dei bambini stessi, da risultare commovente. La cura di sa di contribuire a qualcosa di davvero importante e prezioso, sentimento che nei nostri piccoli difficilmente sarebbe possibile ritrovare, anche perché troppo spesso oggi l’infanzia è una dimensione rubata, nelle difficoltà economiche come tra i più lussuosi agi materiali, dagli stuoli di pifferai di Hamelin che infestano il nostro presente.
      Ma questo sarebbe discorso troppo lungo e complesso, che qui non potrebbe trovare luogo adeguato. Buon 2020 a te, dunque, cara Renza, un anno che, come dici, affronteremo con fiducia, confortati da sentimenti reciproci di stima ed affetto che sorgono in questi spazi e che bilanciano, almeno un po’, la lutulenta fiumana delle parole dell’odio.
      Un abbraccio

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      1. Grazie, cara, per la stima- sempre generosa- che mi dimostri. Sai quanto la tua trascuratezza, obbligata, di questa stanza così piacevole porti rammarico, non solo a me. Ma auguro ( a te e a noi lettori) che le tue presenze siano, nel 2020, meno rarefatte.
        Quanto a Guareschi, lo leggerò certamente perché me lo consigli tu e perché mi attira l’ idea di un’etica robusta e coerente. Questo stimolo, unito ai pifferai di Hamelin mi induce ad una citazione ( del 2004!). L’ inganno è diventato pratica diffusa a tutti i livelli della nostra vita contemporanea e mentire è ormai tanto comune quanto grattarsi un prurito. Le bussole morali sono andate in pezzi. Il nostro senso di giusto e sbagliato è andato in remissione. La coscienza è considerata antiquata. ( Ralph Keyes, The Post- Truth Era. Dishonesty and Deception in Contemporary Life S Martin Press, New York, 2004).
        Citazione che ho trovato in un testo, molto interessante di Marco Revelli, La politica senza politica, Einaudi, 2019. Certo, non si tratta di stimoli che inducano ad una rosea visione del mondo, ma chi qui passa e si sofferma, della razza di chi rimane a terra, continua a credere nel sapere aude. Un abbraccio, cara Valeria.

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      2. @Renza
        Grazie per la citazione. Avevo adocchiato il libro di Revelli, riproponendomi d approfondire magari in seguito, ma si sa qual’è la sorte delle velleità e dei buoni propositi. In realtà, da come tu ne parli, e da quello che posso leggere in rete, credo sia un libro importante, la cui lettura sarebbe senza dubbio da affiancare a Come si diventa nazisti di W.S.Allen. Un discorso che anche Guareschi avrebbe sottoscritto, data la sua agguerrita campagna dalle pagine di Candido contro le bugie populiste del Fronte Democratico Popolare,l’alias rispettabile del partito di Togliatti nelle cruciali elezioni del 1948. Il pericolo di una deriva populista, da destra o da sinistra che venga, è sempre in agguato, ed in entrambi i casi, aldilà della retorica roboante imbevuta, a seconda dei casi, di diritti uguali e inviolabili o di difesa del patrio suolo, ha come unico, invariabile effetto quello di eradicare ogni senso di umanità ed ogni dimensione della vita civile. Resistiamo, dunque, anche alla tentazione presente in ciascuno di noi di quel cupio dissolvi che inconfessabilmente si compiace nel veder andare tutto in malora.
        Un abbraccio a te, mia cara, e grazie, grazie sempre.

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    1. @Phoebes
      Carissima,
      che bello che tu sia passata a trovarmi! 😊 Guareschi è una miniera di sorprese, ha un’ironia finissima, sempre velata di quella malinconia lieve che finisce per essere sostanza poetica, pur facendoti a più riprese sganasciare dalle risate con una una leggerezza ormai per noi decisamente desueta, poiché anche la comicità dei nostri tempi è divenuta greve e pesante, e diciamolo, decisamente volgare.

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      1. Io passo sempre a trovarti, magari a volte in ritardo, oppure senza lasciare un commento, ma mi piace troppo questo blog per non fermarmici ogni tanto! 🙂
        Penso spesso anche io quello che dici sulla comicità di oggi, sembra che si possa far ridere solo offendendo!

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      2. @Phoebes
        La degenerazione della comicità è che oramai per un pubblico di bocca buona, un pubblico plautino, potremmo definirlo, le finezze e le arguzie prive di volgarità vengono scambiate per ostentato intellettualismo, mentre la volgarità che alza sempre più il tiro è considerata spontanea, genuina e verace. E con una platea simile anche i comici più fini ed intelligenti, che pure ci sono, pensano che in fondo non resti loro che adeguarsi, se vogliono mantenere notorietà e consenso e continuare a calcare le scene televisive e teatrali. Questo spiega anche perché Guareschi oggi tenda ad essere dimenticato: la sua arguzia garbata, incisiva senza isterismi, non è dvvero adatta per il gusto contemporaneo,ormai più avvezzo ai canti fescennini e agli spettacoli gladiatorii.
        A presto, comunque, e grazie per i tuoi interventi e per il tempo dedicato a questo spazio, sei sempre tanto cara 🙂 .Ti abbraccio, con la speranza che quest’anno ci consenta di rileggerci più spesso, e magari, perché no, anche di rivederci 🙂 .

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