CAPELLI DI CENERE. ANNA FRANK E ETTY HILLESUM

 

 

I tuoi capelli di cenere, Sulamith: con il verso più terribile della Todesfuge di Paul Celan  ricordiamo tutte le vittime dell’Olocausto rendendo omaggio ad Anna Frank e Etty Hillesum, entrambe ebree olandesi vittime della persecuzione nazista.per la testimonianza che ci hanno lasciato di un’umanità conservata intatta, non scalfita da lutti, dolori e privazioni orrende,  che ancora vive nelle pagine dei loro diari e delle lettere, impossibili da leggere senza profonda emozione.


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10 maggio 1940.  Dopo una tremenda offensiva aerea  e la conseguente distruzione della città di Rotterdam, le truppe naziste invadono l’Olanda,  dando il via a cinque anni di occupazione. La famiglia reale cerca rifugio a Londra, il paese è abbandonato alla mercé degli invasori. I tributi per la popolazione civile si fanno sempre più esosi, e l’intera produzione industriale viene finalizzata a sostenere la gigantesca macchina da guerra tedesca. E naturalmente,contestualmente all’invasione, inizia la persecuzione antisemita. La popolazione olandese,tenterà una forma d resistenza con il cosiddetto “sciopero di febbraio

in  cui i cittadini si astennero per due giorni dal lavoro per protesta contro le persecuzioni antisemite e il rastrellamento del quartiere ebraico di Amsterdam. Questa forma di protesta organizzata  da parte della società civile contro gli invasori non ebbe uguali in nessuno degli altri paesi occupati, ma fu purtroppo inutile:dal 1942 inizia anche per gli ebrei olandesi il calvario della stella gialla, della reclusione nei campi di concentramento, della deportazione finalizzata allo sterminio. Proprio per ottimizzare le operazioni di smistamento verso i diversi campi dell’Europa centro-orientale, viene adibito a campo di transito,nella regione della Drenthe, la brughiera olandese immortalata in molti quadri di Van Gogh il preesistente campo di Westerbork, costruito tre anni prima, ironia della sorte, come campo di accoglienza per circa diecimila ebrei in fuga dall’Europa nazista.

5 luglio 1942. Margot Frank, sorella maggiore di Anna, riceve l’invito (meglio sarebbe dire:l’ordine) a presentarsi al Zentralstelle für jüdische Auswanderung, l’Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica, che sovrintendeva alla deportazione degli ebrei nei vari campi di lavoro.

Otto Frank, il padre,  comprende che dal quel momento alla sua famiglia non resta altro scampo se non la clandestinità immediata; da questo momento, quindi, vivranno rinchiusi per due anni nella Achterhuis, un nascondiglio  ricavato nella casa retrostante l’edificio in Prisengracht 263, sede della ditta in cui Otto lavorava. Qui lo spazio è condiviso con altri rifugiati, si può immaginare tra quali tensioni e disagi continui. In questo contesto infernale Anna è destinata a crescere e a maturare in fretta: le pagine del suo diario trasformandosi troppo presto in una giovane adulta consapevole, di sé stessa e delle sue ambizioni non meno che dell’ orribile destino che minaccia lei e il suo popolo, della prova davvero troppo grande che sono chiamati a sopportare:

Adesso nell’alloggio segreto non si fa che discutere. Kraler ci ha rimproverato la nostra imprudenza. Anche Henk dice che in un caso simile non dovremmo mai scendere sotto. Dobbiamo ricordarci che siamo dei clandestini, che siamo ebrei incatenati, incatenati in un determinato posto, senza diritti ma con mille doveri. Noi ebrei non possiamo far valere i nostri sentimenti, dobbiamo esser forti e coraggiosi, dobbiamo addossarci tutte le scomodità e non mormorare, dobbiamo fare ciò che possiamo e fidare in Dio. Questa maledetta guerra dovrà pur finire, e allora saremo di nuovo uomini, e non soltanto ebrei. Chi ci ha imposto questo? Chi ha fatto di noi ebrei un popolo distinto da tutti gli altri? Chi ci ha fatto tanto soffrire finora? E’ stato Iddio che ci ha fatti così, ma sarà anche Iddio che ci eleverà. Se, nonostante tutte queste nostre sofferenze, alla fine restano ancor sempre degli ebrei, vuol dire che un giorno gli ebrei, anziché essere proscritti, serviranno di esempio. Chissà che non debba ancora essere la nostra 

fede, quella che insegnerà il bene al mondo e ai popoli, e che per questo, per questo soltanto occorra che noi soffriamo. Non potremo mai diventare soltanto olandesi, soltanto inglesi, o cittadini di qualunque altro paese, ma rimarremo sempre anche ebrei e vogliamo rimanere ebrei. Coraggio! Rimaniamo consci del nostro compito e non mormoriamo; la salvezza verrà, Dio non ha mai abbandonato il nostro popolo. Gli Ebrei sono sopravvissuti attraverso tutti i secoli, gli Ebrei hanno dovuto soffrire per tutti i secoli, ma ciò li ha anche resi più forti; i deboli cadono, ma i forti sopravviveranno e non periranno mai! In quella notte sapevo di dover morire, aspettavo la polizia, ero pronta, pronta come i soldati sul campo di battaglia. Mi sarei volentieri sacrificata per la patria; ma ora che sono salva, il mio primo desiderio è di diventare olandese, dopo la guerra. Amo gli olandesi, amo questo paese, amo questa lingua, e voglio lavorare qui. E anche se dovessi scrivere alla Regina, non desisterò prima di aver raggiunto il mio scopo. Mi rendo sempre più indipendente dai miei genitori; giovane come sono, affronto la vita con maggior coraggio di mamma, e ho più di lei radicato il senso della giustizia. So quello che voglio, ho uno scopo, un’opinione, una fede e un amore. Lasciatemi esser me stessa e sarò contenta. So di essere una donna, una donna con forza interiore e molto coraggio. Se Dio mi concederà di vivere, arriverò dove mia madre non è mai arrivata, non resterò una donna insignificante e lavorerò nel mondo e per gli uomini. E ora so che per prima cosa occorrono coraggio e giocondità. La tua Anna.

La lettera è del marzo 1944. Tre mesi dopo, Anna non può trattenere la sua gioia euforica per lo sbarco anglo-americano sulle coste normanne. La sua fiducia e la sua speranza in quegli  uomini giusti, che giungono come “amici” e come liberatori degli oppressi dall’odio e dalla barbarie nazista, , appaiono commoventi, soprattutto se lette alla luce di un epilogo che sarà ben altrimenti tragico:

L’alloggio segreto è in subbuglio! Si avvicina dunque davvero la liberazione lungamente attesa, la liberazione di cui si è tanto parlato, ma che è troppo bella, troppo leggendaria per diventar mai realtà? Quest’anno, il 1944, ci darà la vittoria? Non lo sappiamo ancora, ma la speranza ci fa rivivere, ci ridona coraggio e forza. Ci vorrà coraggio infatti per resistere alle continue angosce, alle privazioni, alle sofferenze; ora ciò che più importa è rimanere calmi e tenaci. Ora più che mai occorre ficcare le unghie nella carne per non gridare. La Francia, la Russia, l’Italia e anche la Germania possono gridare per la loro miseria; noi non ne abbiamo ancora il diritto.

O Kitty, la cosa più bella dell’invasione è che io ho la sensazione che stiano arrivando degli amici. Questi orrendi tedeschi ci hanno così lungamente oppressi, tenendoci il coltello alla gola, che il pensiero degli amici e della salvezza ci riempie nuovamente l’animo di fiducia.

Non si tratta più soltanto degli ebrei, ma dell’Olanda e di tutta l’Europa occupata

Sarà proprio la consapevolezza sempre crescente, di una guerra ormai perduta a scatenare ancora l’odio nazista per un ultimo, terribile colpo di coda, di cui anche Anna e la sua famiglia cadranno vittime: arrestati  il 4 agosto del 1944 in qualità di criminali (rei di clandestinità) per opera di un delatore ancora oggi ignoto, saranno trasferiti al campo di Westerbork e quindi deportati ad Auschwitz-Birkenau Anna e Margot vi resteranno un mese e da lì a Bergen Belsen, dove moriranno per un’epidemia di tifo,a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, esattamente un anno dopo gli eventi raccontati  nelle pagine del diario qui riportate. È il mese di marzo del 1945. Due soli mesi dopo la  liberazione leggendaria  sarebbe divenuta realtà, e  l’Olanda sarebbe ritornata un paese libero. La madre di Anna, Edith si era lasciata morire di fame per lo strazio di essere stata separata dalle figlie. Otto Frank sarà l’unico sopravvissuto, e diventerà curatore della pubblicazione dell’opera della figlia.

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Westerbork, 30 luglio 1942. Al campo giunge una giovane donna, in qualità di assistente sociale per i deportati su incarico del Consiglio ebraico olandese. Il suo nome è Esther (Etty) Hillesum: ha ventotto anni, una laurea in Giurisprudenza ed ha completato il corso di Lingua e letteratura russa, necessario per poter conseguire la laurea in Lingue slave. Le restrizioni imposte dai nazisti le impediranno di portare a termine gli studi, ma non riusciranno a spegnere la sua vivacità intellettuale né ad abbattere il suo spirito. Proprio in queste   circostanze drammatiche Etty compirà infatti uno straordinario, per noi sconcertante percorso umano e intellettuale, di cui resta testimonianza nelle pagine del diario ma soprattutto delle lettere,  che rivelano la forza morale di Etty nell’affrontare lo strazio per la sofferenza che a circonda e che non è in suo potere lenire. Mentre deportazioni prendono corpo sotto i suoi occhi, pur nell’orrore riesce ancora a cogliere sprazzi della bellezza della brughiera, fissa l’immagine assurdamente grottesca di un soldato col fucile in spalla che raccoglie mazzi di lupini azzurri:

Miei cari
non è rimasta molta brughiera dentro al recinto di filo spinato, le baracche diventano sempre più numerose. Ne è rimasto un pezzetto in un estremo angolo del 

campo, ed è lì che sono seduta ora, al sole, sotto uno splendido cielo azzurro e fra alcuni bassi cespugli. Proprio di fronte a me, a pochi metri di distanza, vedo un’uniforme azzurra e un elmo nella torretta di guardia sui pali.

Un gendarme raccoglie lupini violetti con aria estasiata, il fucile gli penzola sulla schiena. Se guardo a sinistra vedo innalzarsi bianche nuvole di fumo e sento sbuffare una locomotiva. La gente è già stata caricata sui vagoni merci, le porte si chiudono. In giro c’è molta polizia verde, che stamattina è sfilata lungo il treno cantando e a passo di marcia, e c’è pure molta gendarmeria olandese. Il totale previsto di quanti devono partire non è stato ancora raggiunto (…).

Non c’è dunque scampo neppure per gli orfani, né per i malati. I sovrintendenti del campo sono ansiosi di fare bella figura con i gerarchi che presto verranno in visita dalla capitale. La gendarmeria olandese li aiuta volenterosa e sollecita. Etty si sporge a contare il numero dei vagoni, trentacinque, e coglie l’ultima, straziante immagine dei tremila esseri umani deportati verso il nulla:

La locomotiva manda un fischio terribile, tutto il campo trattiene il fiato, partono altri tremila ebrei. In quei vagoni merci giacciono diversi bambini piccoli con la polmonite. A volte è proprio come se ciò che accade non fosse affatto vero.(…)Sono salita un momento su una cassa che si trova fra i cespugli per contare il numero dei vagoni merci, erano trentacinque, preceduti da alcuni vagoni di seconda classe per la scorta. I vagoni merci erano completamente chiusi, ma qua e là mancavano alcune assi, e dalle aperture spuntavano mani a salutare, proprio come le mani di chi affoga.

 Il 1943 sarà per Etty l’annus horribilis . La tenaglia nazista le si stringe alla gola: come tutti gli altri ebrei  viene privata della cittadinanza e dunque impossibilitata a lasciare il campo, l’unico luogo dove può essere “residente”. Anche la sua famiglia- il padre , la madre, il fratello Misha – vengono trasferiti al campo come prigionieri. Suo padre è malato, ed Etty lo accudisce amorosamente in ospedale, certa che in qualche modo la malattia possa fungere da protezione (nelle lettere Etty  racconta ripetutamente della straordinaria dignità, della “bella rassegnazione” del padre).

Purtroppo il destino dell’intera famiglia sarà segnato da un’ imprudenza commessa dalla madre, che osa scrivere ad Hans Rauter, comandante supremo delle SS olandesi, chiedendo che a loro venisse riservato un trattamento di favore, probabilmente anche in virtù delle straordinarie doti di pianista del giovane Misha. La risposta di Rauter non si  fa attendere: tutti gli Hillesum presenti al campo vengono inseriti nella lista delle deportazioni per il giorno successivo. Nonostante le proteste del personale del campo e i vani tentativi di intercessione, la rappresaglia non risparmia neppure Etty, che dunque sale sul treno per Auschwitz assieme ai suoi cari il 7 settembre 1943. Etty affronta la partenza con  una serenità ed una forza oramai non più umane; la sua vita era già proiettata da tempo verso il momento estremo, anticipandolo e dunque interiorizzandolo senza che da questo venisse scalfita la sua serenità, né la sua fede in Dio o nell’essere umano, che anche nell’ora più buia si rafforza senza cedimenti, come dimostra ciò che scriveva solo due mesi prima della sua deportazione:

 

L’essere umano è una cosa ben singolare. La miseria che regna qui è davvero indescrivibile. Nelle grandi baracche si vive come topi in una fogna. Si vedono languire molti bambini. Ma si vedono anche molti bambini sani. […]a miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare –, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo indenni a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra a guerra finita.

C’è un limite a tutte le sofferenze, forse a un essere umano non è dato da sopportare più di quanto non gli sia possibile – oltre quel limite, costui muore da sé. Ogni tanto qui muore qualcuno perché il suo spirito è spezzato, ed egli non riesce più a capire il senso, in genere sono persone

La strada maestra della mia vita è tracciata per un lungo tratto davanti a me e arriva già in un altro mondo. È proprio come se tutte le cose che succedono e che succederanno qui fossero già, in qualche modo, messe in conto dentro di me, le ho già vissute ed elaborate e già partecipo alla costruzione di una società futura. La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde – fisicamente forse si deperisce un po’ e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte. Vorrei che fosse così anche per voi e per tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo ancora condividere molte esperienze e molto lavoro. Perciò vi raccomando: rimanete al vostro posto di guardia se ne avete già uno dentro di voi, e per favore non rattristatevi né disperatevi mai per me, non c’è motivo..

Etty morirà ad Auschwitz il 30 novembre di quell’anno. I genitori non sopravvissero che pochi giorni alla deportazione, forse morti in viaggio, forse uccisi appena arrivati nelle camere a gas. Il fratello Misha morirà pochi mesi più tardi, nel marzo del’44. L’altro fratello Jacob (Jaap), deportato nel ’44 a Bergen Belsen, si trovava sul treno per prigionieri liberato poi dai russi, ma a causa delle terribili sofferenze e privazioni subite non sopravvisse.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

Il testo del Diario di Anna Frank;

L’anteprima dell’edizione italiana del Diario e delle Lettere di Etty Hillesum;

-Il contributo di Anna Stefi Hetty Hillesum e lo scandalo della bontà per le pagine di Doppiozero;

-La Todesfuge   di Paul Celan, costituisce la risposta al’affermazione del filosofo T.W.Adorno secondo cui sarebbe stato impossibile scrivere poesie dopo Auschwitz. Anche Celan, purtroppo, può essere indirettamente annoverato tra le vittime dei nazisti: si suiciderà nel 1970, gettandosi nella Senna, sopraffatto forse dall’orrore di essere sopravvissuto, di essere stato salvato a differenza di tutta la sua famiglia (il padre morto di tifo, la madre fucilata in un campo nazista della Bucovina). Dieci anni dopo, per lo stesso motivo, porrà fine alla sua vita anche Primo Levi.

2 comments

  1. Cara dragoval, sapevo che non avresti mancato questo appuntamento. Sapevo che, come hai scritto molte volte, e soprattutto l’ anno scorso, parlare di quell’ orrore è l’ omaggio doveroso-e doloroso- alle vittime del boia nazista. Un dovere morale che non può fermarsi. E non può essere condizionato dal timore ( o dal sospetto) che ricordare non sia utile a evitare gli errori passati.Il ricordo è una costante e non una variabile dipendente. Il ricordo è una fatica di Sisifo che non può interrompersi. Hai scelto, quest’ anno, due donne, che non hanno voluto soccombere. Non due persone inconsapevoli, ma due figure che avevano capito più di altri e che avevano lottato per mantenere la propria umanità. Siate farfalle che volano sopra i fili spinati ha detto Liliana Segre. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere, aveva scritto Hetty Hillesum..
    Noi, muti, ascoltiamo quelle parole e cerchiamo di trasformarle in pensieri ed azioni.
    Grazie, cara, a te e tutti coloro che, con impegno faticoso e doloroso, riaprono quei forni. e ci permettono di fare la nostra parte.

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    1. @Renza
      Renza, grazie più che mai per le tue parole. Non ti nascondo che dinanzi ai dati del rapporto Eurispes, che vede propendere verso il negazionismo totale o parziale della Shoah circa un quarto del campione di intervistati (che peraltro si identifica anche in aree politiche fino a ieri insospettate e insospettabili), nonche gli episodi oltraggiosi come i disegni di svastiche o stelle di David e le ingiurie irripetibili rivolte contro Liliana Segre fanno sorgere molte inquietanti domande. Il dovere non è in discussione, ma comincia ad esserlo forse l’utilità. Noi continueremo a ricordare che questo è stato, come ci comandava Primo Levi; ma lo facciamo con un peso sul cuore, con il dubbio che le nostre parole e i nostri sforzi siano destinati a rimanere- sempre più- inascoltati e ignorati. Il nostro paese, inutile negarlo, sta conoscendo una deriva terribile verso la barbarie; all’empatia, alla pietà,e in definitiva ad ogni senso di umanità viene ormai negato ogni valore; il plauso viene tributato esclusivamente al linguaggio dell’odio. Siamo in piena distopia orwelliana, in cui la libertà ( Dio è morto , tutto è permesso) equivale alla schiavitù (mediatica, della visibilità e del consenso ad ogni costo) e l’unica forza riconosciuta è l’ignoranza; mo poiché la memoria dell’Olocausto resta un imperativo morale ineludibile per ridestare, oltre al dolore e alla vergogna, anche il senso più profondo della nostra umanità, continueremo imperterriti, come il tuo colibrì, a portare nel becco la nostra piccola goccia d’acqua.
      Un abbraccio

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