La persuasione e la retorica. Nota a margine del 25 Aprile /2(020)

 

Sembra destino- o forse un’attenzione o un’insistenza personali, se preferite- che le riflessioni di questo blog a proposito del 25 Aprile e dintorni debbano vertere sul linguaggio. Sarà forse perché l’anniversario della Liberazione costituisce la più importante delle celebrazioni civili, che la retorica del consenso si appropria, spesso indebitamente e illecitamente, delle parole che gravitano attorno a questa data storica, contando sull’enorme risonanza emotiva che spesso trascende la (o prescinde dalla) conoscenza degli eventi. «Liberazione», oggi, è una parola che oggi più che mai ci sentiamo cucita addosso, soprattutto perché da circa due mesi, da quando cioè è stato ufficialmente dichiarato lo stato d’emergenza del Paese con conseguente blocco delle attività produttive e di gran parte delle libertà individuali, siamo stati esposti ad una continua esortazione alla necessità di «resistere» e di «fare la nostra parte» nella «guerra in atto» contro il «nemico invisibile», recuperando dunque tutta la retorica della guerra per la quale i capi di stato e di governo continuano a rivelare , come vuole James Hillman, «un terribile amore». E siccome l’antidoto migliore contro la retorica credo resti la memoria degli eventi, mi scuserete se colgo l’occasione per richiamare qui i fatti di quei giorni, certo noti a voi tutti, per restituire il contesto, e dunque pieno senso e pregnanza alle parole che li ricordano, liberandole almeno in parte dall’abuso.

Proclama del CVL diffuso il 19 Aprile 945

Milano, 25 Aprile 1945. ,Il  Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia , riconosciuto  pochi mesi prima come organo ufficiale dei partiti antifascisti da un accordo  bilaterale con il  Governo italiano di Badoglio nonché come delegato a tutti gli effetti dello stesso,proclama la necessità di insorgere contro tutti i presidi nazifascisti ancora presenti sul territorio . Il giorno prima, nella città di Genova, il generale tedesco Meinhold e i suoi trentamila uomini vengono messi in scacco dalle forze congiunte degli operai in sciopero, e dei combattenti  partigiani;  analogamente a radi “Milano Libera” uno dei vertici del CNLAI, Sandro Pertini, proclama lo «sciopero generale» come strategia sistematica e complementare  della lotta armata  contro l’«occupazione tedesca» e la «guerra fascista».  La cronaca della giornata è convulsa e terribile. Le fabbriche vengono occupate, la tipografia del Corriere della Sera stampa i primi manifesti della liberazione. Nelle strade della città ci sono scontri aspri e violenti, e notevoli perdite da entrambe le parti., mentre alcune zone, come piazza Duomo, appaiono irrealmente deserte. Alle 18, mentre la situazione per i nazifascisti appare sempre più compromessa, Mussolini incontra presso la sede arcivescovile della città, con il cardinale Schuster come ospite e mediatore,  i verrtici del CNLAI e il generale Raffalele Cadorna, comandante del Corpo dei Volontari per la Libertà L’unica condizione accettabile per la fine delle ostilità è, per i combattenti antifascisti, la resa totale e incondizionata, con le garanzie della convenzione de L’Aia per il trattamento dei prigionieri di guerra. Mussolini, che nel frattempo era stato informato dal maresciallo Graziani di una trattativa separata dei tedeschi con gli Alleati , tronca la riunione e si dirige alla volta della  prefettura, dove spera di fare chiarezza, promettendo di ritornare dopo un’ora in arcivescovado; in realtà non vi farà più ritorno, partendo  in serata alla volta di Como,  nei cui dintorni morirà tre giorni dopo. Nel frattempo i combattimenti continuano ad infuriare e la riconquista della città sarà realizzata dalle Brigate Garibaldi Sap, raggiunte due giorni dopo dalla 64° Brigata  Garibaldi Gramsci, già di stanza nell’Oltrepo, e dalle brigate valsesiane. L’ingresso in città delle prime truppe della V armata  avverrà soltanto alle prime ore del mattino del 29 Aprile, il giorno in cui le truppe naziste firmeranno la resa definitiva a Caserta . In serata, il colonnello Charles Poletti trova modo di esprimere il proprio apprezzamento per l’operato del CNLAI, per «l’ordine e la disciplina» e per il «magnifico lavoro fatto». Già dal 30 Aprile, infatti, a Milano riaprono i negozi e riprendono a circolare i mezzi pubblici, senza che si verifichino tumulti o episodi di saccheggi. La Milano liberata si riscopre dal primo giorno nella propria piena dimensione civile. Un anno dopo gli eventi di Milano,  l’allora  presidente del Consiglio Alcide De Gasperi convincerà Umberto II di Savoia,  luogotente generale del regno, ad emanare, il 22 aprile 1946, il  decreto relativo alle  « disposizioni in materia di ricorrenze festive », con il quale si dichiarava il 25 aprile 1946  festa nazionale «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». La scelta della data può apparire  a prima vista imporvvida, visto che  in realtà i combattimenti continuavano e la cessazione definitiva delle ostilità sarebbe avvenuta  solo diversi gorni dopo- e, lo ripetiamo, a seguito di numerosi combattimenti che di fatto coinvolgevano- e certamente esponevano- anche la popolazione civile.Ma, come ci ricorda Paolo Flores D’Arcais,   sul suo MicroMega , «il 25 aprile è festa nazionale perché si celebra la liberazione dal fascismo, la sconfitta del fascismo, e una sconfitta che vede la Resistenza con la sua significativa presenza non solo militare, ma anche e soprattutto politica, accanto agli eserciti alleati (americani, inglesi, russi, francesi del governo in esilio). Senza l’ordine di insurrezione, che portava a compimento due inverni di resistenza in armi e di inauditi sacrifici di morti, torturati, imprigionati, esiliati, la liberazione ad opera degli alleati avrebbe significato solo occupazione da parte delle truppe alleate. Fu solo grazie alla Resistenza se gli eserciti alleati si trovarono invece di fronte a istituzioni che traevano da quei due anni di lotta armata la loro legittimità, e con cui dovevano fare i conti e riconoscere». Di più:  seguendo il pensiero del giurista Hans Kelsen, il filosofo riconosce la Resistenza come atto fondativo ( Grundnorm) del nuovo stato, la base – peraltro evidente- che ispirerà anche la futura Costituzione repubblicana.



 «Resistenza» e «Liberazione» , dunque, non senza banalizzazioni e forzature, costituiscono nella sopracitata narrazione della pandemia gli sforzi  e il «lieto fine» in cui questi devono necessariamente e gloriosamente culminare.  La lotta contro un agente patogeno evidentemente privo di volontà ed obbediente esclusivamente alla natura del proprio materiale genetico viene sublimata, paragonata all’affronto e alla sconfitta di un nemico, ai fini della narrazione ugualmente utile e  moralmente  molto più accettabile di un nemico in carne ed ossa. ; i medici e il personale sanitario  «combattono in prima linea», e, se purtroppo contagiati, «cadono» ;il disagio, anche molto penoso, della temporanea privazione  della libertà personale diviene«sacrificio». Curiosamente, invece, al di fuori della mera cronaca non trovano spazio nella narrazione le vittime, la cui morte, come forse osserverebbe Donatella Di Cesare ,viene ridotta a mero decesso, anche se per necessità inevitabile; propbabilmente perché  avvertite come  una sconfitta, come il danno collaterale della marcia inarrestabile verso la vittoria. A completare il quadro su come anche la comunicazione pubblicitaria e commerciale si sia allineata alla retorica dell’ emergenza valga qui l’illuminante analisi  di  Stefano Rossetti. Eppure da quanto sopra è stato detto, paragonare un’emergenza sanitaria, per quanto gravissima come quella che stiamo attraversando, ad un’azione politica e militare come quella della Resistenza che si autodetermina come autrice della Liberazione  proclamando l’insurrezione popolare, appare con ogni evidenza incongruente, visto che purtroppo un evento epidemico viene a tutti i livelli subìto e solo in seconda istanza affrontato con scelte basate su strategie di cura, prevenzione e contenimento di matrice medico-scientifica anche se poi a vario titolo rivendicate dalla politica. Naturalmente questa distinzione non vuole essere mera accademia né minimizzare il ruolo di chiunque, in qualsiasi ruolo,  sia coinvolto attivamente nella gestione dell’emergenza o sia stato raggiunto, in prima persona o no, dalla malattia e dalla morte; a  tutti loro va il  nostro silenzioso rispetto  e  proprio per questo spiace maggiormente, come si diceva, l’abuso strumentale della retorica della persuasione,  che occulta la limpidezza dei fini e rischia di intorpidire autonomia, lucidità e razionalità di pensero, già duramente provate dall’inevitabile contraccolpo emotivo di quanto stiamo vivendo. E’ quanto sottolinea Lucio Caracciolo   in  L’ora più chiara, editoriale dell’ultimo numero di  Limes dal titolo Il mondo virato, soffermandosi sui rischi e le implicazioni della retorica militare e mostrando per contro, rispetto alla narrazione corrente, dinamiche ben più inquietanti che con il pretesto della pandemia stanno delinando il nostro presente e il nostro futuro immediato- e che ancora una volta vede al centro, come settant’anni fa, destino e sopravvivenza di Italia ed Europa, rivelandone vecchie e nuove fragilità, antiche e inedite contraddizioni:

Eppure siamo martellati da slogan militareschi, su cui insistono quei comunicatori politici che banno aspettato la diffusione del contagio per invitare a prevenirlo. Figura di stile? Teatro per risvegliare alla disciplina generazioni immemori dei conflitti usuali per i nostri antenati? Chiamata indifferibile alla solidale protezione della patria? Sarà.
Ma recitarci in guerra è scommessa pericolosa. Non ci siamo ancora  immunizzati dalla retorica della guerra al terrorismo, altro nemico indeterminabile, dunque identificato a piacimento – e già scateniamo quella al coronavirus. Dovremmo sapere che dopo aver spaventato le folle, mobilitato gli armati e allestito pervasive tecnocrazie securitarie,l’energia va scaricata. Tocca inventarsi un obiettivo da colpire, uno purchessia. E se non inquadri il bersaglio, perché invisibile, rischi di spararti addosso. O a vanvera (…). . Oggi saremmo fortunati se ce la cavassimo con qualche rivolta di piazza  e virate restrittive di governi a vocazione autoritaria felicemente liberi di corrispondere a se stessi,  (…)  [Inoltre] non affrontiamo un morbo senza confini, come vorrebbe il bollino imposto dalla burocrazia sanitaria «globale»  al Covid-19, elevato ad angelo sterminatore. Al contrario: il virus moltiplica barriere, fisiche e mentali, persino dentro gli Stati e le singole comunità, secondo dinamiche mai uniformi e con intensità mutevole..[…] Se c’è uno spazio in cui l’epidemia incrociando la geopolitica ne incide gli schemi, questo è l’Europa. E noi in essa. Qui il nuovo scrive su pagina antica.                                                                           La faglia che le cronache riportano fiscale è culturale. Procede da costumi atavici, veri o attribuiti, non da norme (..).    Investe la categoria del riconoscimento, il valore supremo che ognuno anela dall’altro e nessuno può attribuirsi da sé. (…)Distingue identità (…)Nell’èra della «normalità» fingevamo di non saperlo, forse ce ne eravamo davvero dimenticati. Nell’ora della verità il virus ce l’ha sbattuto in faccia. Andrà tutto bene?(….) La nostra nazione ha dato prova di sé quando l’emergenza l’ha sorpresa. Forse qualcuno, immemore della storia, credeva non esistessimo, e se n’è meravigliato. Altri se ne sono rumorosamente compiaciuti. Una dose di retorica emotiva è terapeutica. La prosa però incombe e ci chiama a confermare che insieme agli italiani esiste l’Italia. Le faglie storiche che ritagliano la Penisola, eccitate dal virus,sedata o manipolata l’emozione potrebbero scioglierne la fibra. La violenza della crisi impone di rivedere la nostra traiettoria geopolitica.                                                                                                                    


RISORSE E NOTE A MARGINE

-La cronologia degli eventi del 25 Aprile a Milano   già citata nel post   appartiene alla Cronologia dell’insurrezione  dal 24 al 30 Aprile della fondazione ISEC (Istituto per la Storia e l’Età Contemporanea) ;

-Il sito dell’A.N.P.I., risorsa imprescindibile per la storia della Resistenza e delle sue molte anime;

-L’interessante riflessione sul linguaggio e la cultura della guerra nella retorica della pandemia  della rivista online IlBoLive  dell’Università di Padova; a firma di Marco Modini

-Una riflessione sulla storia e sulle risonanze connesse alla parola «Resistenza»  ,di Silverio Novelli e Margherita Sermonti, esponenti della Redazione del Sistema Archivistico Nazionale  per il progetto editoriale Il mondo degli archivi;

-Sempre a proposito dei valori del termine resistenza citato nel precedente articolo c’è il  contributo di Donatella Di Cesare al progetto del  Lessico della tenacia  curato dalla redazione del programma La lingua batte di Radio 3.

7 comments

    1. @Ivana Daccò
      La chiave, mi sembra, è proprio essere in grado di mettere in conto il coefficiente di distorsione (chiamiamolo così) che è presente inevitabilmente in ogni comunicazione, e soprattutto essere sensibili alla soglia che , pur nella comune erranza , è in grado di distinguere l’onestà intellettuale dalla malafede.
      Temi complessi, su cui vale la pena continuare a riflettere tenendo alta la guardia.
      Un caro saluto e grazie per esserti fermata 😉

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  1. Dragoval carissima, hai fatto molto bene a ripercorrere le fasi storiche di quella Liberazione, la sua importanza, il suo valore, espressi con chiarezza nelle parole di Flores D’ Arcais ( tutta la trasmissione you tube di Micromega del 25 aprile è stata di altissimo livello). Cosa ha significato l’ arrivo dei partigiani nelle città, prima dellle truppe di liberazione. Servirebbe, tutto ciò, a rimettere a posto i tasselli, grevi e rozzi, di chi vuole sminuire il valore e l’ importanza politica di quella vicenda di cui l’ Italia dovrebbe essere solo orgogliosa. Ma coloro non leggono di certo, né verificano quei loro pregiudizi ideologici e così facendo- come ha acutamente sostenuto Erri De Luca- si pongono, essi sì, fuori dal Paese e dalla sua Costituzione che riconosce la Resistenza come valore fondativo.
    Quanto alle metafore di guerra, (“ Il ricorso alla metafora della guerra ogni volta che si figura un’ emergenza è un riflesso pavloviano di una cultura che non si è ancora liberata dalle scorie del militarismo dei secoli scorsi. Quasi che la guerra sia l’ unico evento degno di scandire la Storia”, Marco Revelli, intervista del 25 aprile a Il Fatto quotidiano), in verità non è stata rispolverata solo in questa occasione. Da tempo, la vita e le sue difficoltà vengono lette alla luce della metafora della lotta. Si lotta contro le malattie gravi e se si muore, si è perso . Quindi si è in parte colpevoli. Non so, non vorrei azzardare troppo, ma ci vedo un riflesso neo liberista, dell’individuo che può tutto a cui la società non serve. L’ impeto e la furia vitalistica, che impongono di lottare da soli. Anche questa emergenza, secondo me, ha puntato le critiche- giuste, intendiamoci- sulla privazioni dei diritti individuali. Ho sentito poco, se non per nulla, l’ attenzione verso i diritti sociali pesantemente conculcati. Prendiamo il diritto alla salute: il Covid -19 ha sospeso per due mesi quel diritto, l’ assistenza medica – che non fosse cura del virus- si è fermata del tutto: niente esami clinici, visite, controlli, interventi chirurgici, nulla! Adesso il ministro della salute sta predisponendo il ripristino. A me, tutto questo e la mancata attenzione, sembrano molto gravi, molto di più della impossibilità di fare il runner….
    Grazie, come sempre, per queste occasioni di riflessione e un abbraccio.

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    1. @Renza
      Renza carissima, credo tu abbia colto pienamente nel segno. Tutto il nostro linguaggio è figlio di una Weltanschauung sempre più dichiaratamente neoliberista, dunque per definizione incentrato- ad essere buoni- sulla competizione e sull’individualismo. La questione sociale, gravissima, viene tenuta ai margini della narrazione, ed opportunamente riesumata solo quando si tratta di dare risalto a distribuzioni di denaro- sacrosante, ma esibite con insopportabile paternalismo. Del tutto sommersa, invece, la questione del diritto alla salute negato a tutti gli altri , una negazione che rischia di mietere numerose vittime di cui però nessun bollettino- di guerra o meno- parlerà mai.
      La malattia, la nostra vulnerabilità , restano dei tabù: talvolta nei discorsi dei leader ho colto meno il senso di un’immensa tragedia umana che quello di una fastidiosissima seccatura.
      Un abbraccio a te e grazie con l’affetto di sempre 🙂

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    1. @wwayne
      Hai ragione. Purtroppo i tempi tra un post e l’altro si sono dilatati a dismisura perché scrivere, anche sulle idee degli altri, richiede lucidità, concentrazione e uno sforzo intellettuale che purtroppo, da un paio di anni a questa parte, raramente posso permettermi . Le idee non mancano, comunque, e spero di riuscire a terminare, in tempi non proprio biblici, un post che ho molto a cuore da tempo. Un caro saluto e grazie per la presenza e l’interessamento 🙂

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      1. A me invece mancano le idee: se pubblico soltanto un post al mese è proprio perché l’ispirazione non mi viene più frequentemente di così. Ad ogni modo, mi fa molto piacere che tu abbia intenzione di tornare presto in pista: il tuo talento come blogger (e come commentatrice) non deve andare sprecato. Grazie a te per la risposta! 🙂

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