Anschluss. Klaus Mann e Thomas Bernhard

heldenplatz 4

1938, annus horribilis della storia d’Europa. Pochi mesi prima che anche nel nostro Paese si perpetrasse la criminale infamia delle leggi razziali, la Cancelleria austriaca cede definitivamente a Hitler e al progetto di annessione alla Germania. Alla celebrazione ufficiale dellAnschlüss austriaca assiste una folla delirante di 100000 persone che si riunisce nella centralissima Heldenplatz ( Piazza degli eroi) a Vienna per assistere e plaudire al trionfo nazionalsocialista. L’orrore di quel giorno risuonerà– è  proprio il caso di dire, come vedremo- a lungo nelle pagine degli scrittori che fin da subito, e senza compromessi, hanno fatto dell’antinazismo  la propria cifra esistenziale e artistica:  Klaus Mann e Thomas Bernhard.

Truppe tedesche marciano su Vienna. Schuschnigg capitola. Il duro potente Terzo Reich ingoia con serena avidità il fradicio piccolo vicino, stanco di resistere. Hitler ritorna da trionfatore nel paese da cui migrò un giorno come un cane rognoso. E non era forse fatale che ci si arrivasse? Gli arresti in massa, i suicidi, i patiboli, l’orgia dei pogrom, il grido stridulo della propaganda di menzogne, l‘urlo dei suppliziati e anche il giubilo (poiché, sì, una plebe ubriaca, resa sadica dalle ciance di Goebbels e dall’afrore del sangue, gongola in sacrilega stupidità), la molle reazione del mondo, il vile letargo delle democrazie occidentali, tutto vi ha concorso; l’incubo si svolge secondo il programma. E tuttavia l’evento è così mostruoso che non ci si può credere.
Non sapevamo che l’Austria sarebbe caduta? Sì, lo sapevamo. E tuttavia siamo come percossi nel capo! Reazione simile a chi vede morire dopo lunga agonia una persona amata, proprio della malattia di cui da tempo conosce l’inesorabilità…..

Così,  In La svolta, la  sua struggente autobiografia, Klaus Mann rievoca lo sgomento terribile provocato dalla notizia dell’annessione austriaca alla Germania.  Giunto  negli  Stati Uniti da due anni ma esule  già dal 1933  a causa della sua manifesta e irriverente opposizione al  nascente regime nazista espressa nel cabaret satirico Die Pfeffermühle (Il Macinapepe) , Klaus mantiene stretti i propri contatti con l’Europa, e , come afferma lui stesso,  apprende la notizia sul giornale di bordo del piroscafo Ile-de-France, che lo riporta verso l’Europa, dove legge «il racconto dell’atroce pellegrinaggio che il cancelliere austriaco dovette compiere per umiliarsi davanti ad Hitler»; a Parigi commenta la notizia con i suoi amici inglesi;  agli intellettuali appare  da subito evidente che questo  atto inimmaginabile costituisce il prodromo della guerra che presto incendierà l’intera Europa. L’evento avrà notevole risonanza anche nell’opera a cui Mann si sta dedicando dall’autunno del 1937: che lo stesso Mann considerava la sua opera maggiore, quella di più ampio respiro e che, tra tutte, gli era costata maggiore dedizione e fatica.  Il Vulcano”, «romanzo tra emigrati», teso a ricostruire il mondo degli emigrati tedeschi, con la sua fitta trama di gioie, di dolori e di vissuto, prima che questa rischiasse di precipitare nell’oblio degli eventi., attraverso la parabola del personaggio di Sigfried Bernheim.


Parigi, aprile 1933. Martin Korella e Marion von Krammer, i protagonisti del romanzo, (scoperti alter ego dello stesso Mann e di sua  sorella Erika,) ,  giovani esuli tedeschi giunti a Parigi da poco, vengono introdotti nel  circolo del banchiere austriaco Siegrfried Bernheim , animatore e sostenitore del gruppo di emigrées tedeschi; questi dà loro un caloroso benvenuto, proprio come un tempo accoglieva sul portone della sua villa del Grünewald ospiti ben altrimenti prestigiosi:

Siegfried Bernheim era la prestanza in persona; nessuno poteva essere più prestante e imponente. Tutto in lui emanava sicurezza, una sicurezza sana, al contempo lieta e severa, e che tuttavia era ben lungi dal degenerare in ridicola presunzione. Era evidente che anche questo colpo del destino – la perdita della casa e della patria: l’esilio – non avrebbe minimamente scosso il suo solido equilibrio interno. Aveva dovuto abbandonare precipitosamente la sua ospitale villa: i nazisti lo detestavano in modo particolare non solo perché era un ricco ebreo, ma anche perché aiutava artisti e uomini politici di sinistra.(…)Era un signore mosso da buone intenzioni, assai intelligente e di tendenze progressiste: vi era motivo per non essere contenti e grati della sua esistenza?

Max Beckmann, La società di Parigi (Gesellschaft Paris, 1931)

L’esistenza di Bernheim prosegue dunque relativamente tranquilla, e con pochi cambiamenti rispetto alla vita condotta in Germania; investe per spirito di patria in alcuni locali, come il Roxy Bar del piccolo Bobby Sedelmeyer, che stenta a decollare, e riceve nel suo appartamento di Passy l’élite intellettuale della comunità emigrata per metterla in contatto con ambasciatori, funzionari e direttori di giornali a Parigi. Stimato e amato da tutti, ama trascorrere diversi periodi dell’anno nella sua villa di Maiorca, con il professor Samuel,  un vecchio pittore discepolo degli impressionisti parigini e vicino all’ambiente dell’espressionismo tedesco, che nella  natura di Maiorca trova continua ispirazione per le proprie opere. Anche a Maiorca Bernheim si circonda di intellettuali.  I furori della guerra appaiono lontani; si guarda con distacco agli esiti della campagna italiana d’Abissinia o della guerra civile spagnola, al pari quasi di «notizie sportive», lontane, che sembrano non poter scalfire  l’atmosfera di serenità di quel  piccolo Eden.«Non vi si attribuiva troppo significato. Erano più importanti i bagni in mare, le partite di bridge, i flirt, l’amore». Ma la storia , soprattutto la storia di quegli anni terribili, lascia poco spazio per gli idilli.  Anche Marion ha ricevuto un invito da Bernheim e tiene la sua serata nella villa di Bernheim, a cui partecipano tutti gli esuli inglesi e tedeschi di stanza a Maiorca. Ma la tranquillità intatta dell’isola durerà poco: l’infuriare della guerra civile-attacchi aerei ad opera di  bombardieri italiani, arresti e omicidi determinati da un gesto delle truppe nazifascite accorse in aiuto di  Franco- costringe gli intellettuali a fuggire, prima di essere giustiziati o deportati nei campi di concentramento. Lo stesso  Samuel si vede piantare contro i fucili di un plotone, anche se alla fine gli esecutori si accontentano di risate e minacce. Grazie alle conoscenze di Bernheim, entrambi riescono a fuggire dall’isola, ma solo per rientrare in un continente sconvolto. Bernheim pensa di trasferirsi nella campagna austriaca, nei pressi di Vienna, in una vecchia casa acquistata per pochi soldi. Invita Samuel a seguirlo, ma questi gli risponde di non voler assistere alla terza invasione fascista dopo spagna e Germania. Bernheim minimizza :«L’indipendenza dell’Austria è garantita dalla Francia e dall’Inghilterra», spiegava a tutti coloro che lo stavano a sentire. «Inoltre il cancelliere Schuschnigg ha saldamente in mano la situazione; la maggioranza della popolazione gli è rimasta fedele…».  Introdottosi nella società viennese, certo dell’appoggio del clero e dell’ala protettiva del Vaticano, convinto di un eventuale intervento di Mussolini volto ad impedire qualsiasi tentativo di invasione, il banchiere resta ottimista fino alla fine. Fino al momento in cui Schuschnigg compie il viaggio a Berchtesgaden per omaggiare Hitler, l’annessione è decisa e sancita dall’invasione, i suoi influenti amici vengono, ancora una volta, arrestati o uccisi. Bernheim comprende di aver nuovamente sbagliato, e comprende la necessità di dover fuggire. Spera di poter avere il visto francese; dopo tutto i suoi conti sono n ordine, non c’è alcun motivo perché qualcuno voglia trattenerlo……e così inizia il suo percorso in macchina, diretto al consolato di Francia,percorso che ben presto si trasformerà in una discesa gli inferi:

Vienna era orrendamente cambiata: da un giorno all’altro, senza transizione, senza preparativi si ritrovava con un volto ostile e minaccioso.Sventolavano ovunque le bandiere con la croce uncinata ed erano emersi personaggi che d’abitudine rimanevano nella penombra. In maggioranza indossavano uniformi, grandi fasce sul braccio e camicie colorate. Avevano un aspetto aggressivo e malvagio. Il loro ghigno era trionfante ma allo stesso tempo vile; non sembravano essere ancora del tutto sicuri del nuovo.I trionfatori autentici sono più belli e più orgogliosi nel loro incedere. Questi invece camminavano a testa china, come se dall’alto si aspettassero dei colpi. “Assassini…”, pensò il signor Bernheim angosciato nella sua limousine. “Sembrano tutti assassini. Dov’è finita la mia bella Vienna cattolica e conservatrice?” Persino i canti avevano un suono lugubre. Qua e là si sentivano grida di giubilo, fioche e stridule. Una donna di una certa età con voce litigiosa gridò «Heil Hitler!» nella vettura di Bernheim. Questi alzò stancamente il braccio; con l’altro tirò la tendina di seta del suo coupé.

Ma davanti al consolato francese la fila è interminabile. Le persone a capo chino, molte delle quali note al banchiere, cominciano ad essere insultate da una folla che si stringe minacciosa. Al grido di « Sporco ebreo! »  cominciano i linciaggi. Un vecchio signore è preso a schiaffi e si accascia sotto i colpi della folla. Bernheim vorrebbe fuggire, ma l’autista della sua limousine rimane immobile. La macchina è circondata: Bernheim è in trappola. E all’improvviso ricorda come il suo autista fosse «un socialdemocratico, nel febbraio del 1934 aveva combattuto contro le truppe del governo Dollfuss, aveva odiato il governo Schuschnigg, disprezzava anche i nazisti, non era per la restaurazione, era per la repubblica». Una mano lo tira fuori dall’auto, lo insulta e lo deride, e anche per il banchiere comincia il martirio:

Ebrei costretti a pulire a terra in ginocchio sotto lo sguardo sprezzante di soldati nazisti e civili viennesi

 Scaraventato a  terra, Siegfried Bernheim toccava il selciato con la fronte. Era accovacciato, come un orientale in preghiera. Aveva le mani sul volto: fra le sue grasse dita spuntava la barba rosa-grigia. Era immobile; pensava a una sola cosa: mi picchieranno… E già sentì il primo tremendo colpo sulla nuca. Dovevano averlo colpito con un manganello di gomma. In tutta la sua vita Bernheim non aveva mai sentito un tale dolore. Non voglio urlare, pensò. Non voglio che quella gentaglia mi veda piangere… In quello stesso istante si udì un lamento, un piccolo lamento infantile, sconosciuto: non lo riconobbe, eppure proveniva dalle sue labbra. “È questo quindi”, avvertì, mezzo intontito. “È così quando ti picchiano con un manganello. Non si riesce più a muovere il collo, che diventa caldo e rigido, probabilmente mi verrà un grande bernoccolo – mio Dio, che male; vengono le lacrime e si geme, che lo si voglia o no”.

Ma  i suoi aguzzini non sono appagati. Una donna propone di farlo pulire per terra e di togliere dal muro i manifesti del Fronte patriottico, in una sorta di contrappasso per gli anni in cui lei stessa era stata a servire nelle case della ricca borghesia ebraica. Ma a molti sembra ancora troppo poco:

Di fronte a quel vecchio piagnucolante, inginocchiato in pietoso raccoglimento, il cuore d’oro di Vienna divenne spavaldo e ingegnoso.
«Pulire la strada?» gridò un giovanotto spigliato; «è troppo poco per un evasore fiscale! Facciamogli pulire il cesso!» 

Bernheim, ferito e sanguinante,  è trascinato a viva forza in una latrina pubblica poco distante. Gli spingono la faccia in un vaso da notte, lo costringono a pulire con uno spazzolino da denti. Imbrattato, lacero e sporco, la barba incrostata, Bernheim non conserva più nulla della nobile dignità con cui ci è stato presentato all’inizio del romanzo. «Uno fra [i suoi improvvisati carnefici] vorrebbe essere particolarmente crudele: con grande forza colpisce la testa del vecchio, le cui mani non si muovono più. Ma così  facendo gli abbrevia il tormento: Bernheim perde conoscenza. Scivola all’indietro, gli occhi stravolti, le mani insanguinate rivolte all’esterno, quasi volessero dire al cielo inflessibile: guarda, le mie mani sono vuote! Non ho più niente, mi hai preso tutto!.»Attorno alla sua fine, risuonano i canti patriottici e le manifestazioni di giubilo delirante: «il loro canto risuona come il lamento dei pazzi. Ancora ondeggiano, ancora battono i piedi dalla gioia».


Vienna, marzo 1988.  Dai giorni dell’Anschluss sono passati esattamente cinquant’anni. L’appartamento degli Schuster, che dà su Heldenplatz  è in subbuglio: quasi tutto ormai è stato imballato e inscatolato, pronto per il prossimo trasloco. Le due cameriere, la giovane Herta e Frau Zittel, la governante, tentando di riordinare il guardaroba prima che la famiglia ritorni dal cimitero di Döblinger, dove si è riunita per dare l’estremo saluto al professor Josef Schuster, morto suicida gettandosi dalla finestra che affaccia sulla piazza. Herta, ancora sotto shock per essere stata la prima ad aver visto il corpo sfracellato del professore, non riesce a staccare gli occhi dalla finestra, pur continuando maniacalmente a lucidare le scarpe del defunto; Frau Zittel, pur intimamente sopraffatta dall’emozione per la scomparsa del professore- a lei molto vicino e forse suo amante, come si insinuerà a più riprese nel testo-, non viene comunque meno ai suoi doveri di -effettiva- padrona di casa, e in un monologo lucido ma franto- che riproduce il pensiero spezzato dal dolore, ricostruisce la personalità e il carattere dello scomparso, passando  ad esempio dalla sua inverosimile ossessione per la stiratura delle camicie al controverso e sofferto rapporto con la propria patria, (“Essere austriaco/ è la mia più grande disgrazia) a cui non riesce a perdonare di averlo rinnegato e privato di tutto. Curiosamente, il suicidio del professore è avvenuto proprio alla vigilia del trasloco a Neuhaus  tanto voluta dalla moglie (Frau Professor nel testo), che non sopporta più di vivere in quell’appartamento che affaccia su Heldenplatz perché ha nelle orecchie, giorno e notte, le grida di giubilo della folla in delirio che acclamava Hitler cinquant’anni prima:

Frau Zittel Frau Zittel urlava correndo alla finestra
La vede Heldenplatz urlava la vede Heldenplatz
Tutto il giorno lei sente le urla di Heldenplatz
Tutto il giorno tutto il tempo
Tutto il tempo Frau Zittel tutto il tempo
Può farti impazzire
Impazzire Frau Zittel
Mi sta facendo impazzire(…)

Da circa dieci anni
Lei sente le urla di Heldenplatz
Nessuno le sente lei sì

Josef Schuster, racconta ancora Frau Zittel,  era perfettamente consapevoleZittel und Herta del fatto che per il bene della moglie sarebbe stato il caso di tornare ad Oxford, dove «non c’è Helndeplatz», ne «viennesi che urlano», e dove« Hitler non è mai arrivato», e alla fine ; eppure Schuster aveva  sempre opposto  alle preghiere della moglie un netto rifiuto, sia per la tesa dinamica dei rapporti (sempre in un dualismo vittima/carnefice, una costante del teatro bernhardiano dove è evidente l’influsso di  Samuel Beckett), sia soprattutto perché, se avesse ceduto alla richiesta, sarebbe stato come «consentire ad Hitler di cacciarlo di casa una seconda volta».Perché dunque Schuster è tornato, a Vienna, come Bernheim, ad onta di ogni buon senso? Perché lui, così intelligente, un matematico e filosofo brillante[ in cui è evidente l’ombra di Ludwig Wittgenstein, figura innumerevoli volte declinata nell’opera bernhardiana, onnipresente, che da sola costituisce un leit-motiv per il fortissimo senso di rispecchiamento dell’autore nel filosofo austriaco] commette lo stesso errore di calcolo che lo stesso Wittgenstein avrebbe commesso se i colleghi di Cambridge, primo fra tutti l’italiano ebreo Piero Sraffa, non glielo avessero impedito? Un uomo prova a reagire, prova a sfidare la Storia, cercando di riprendersi quella patria da cui il nazismo lo aveva già ingiustamente esiliato una volta, ma soltanto per ritrovarvi un  clima di odio ancora peggiore che nel’38 –  una delle sue figlie, Olga, è vittima di un atto aggressivo e volgare .Soltanto pochi giorni prima della fine si era deciso a cedere e a ripartire alla volta di Oxford, pur sapendo che non avrebbe più trovato ciò che aveva lasciato vent’anni prima, perché aveva definitivamente preso atto che la situazione era divenuta insostenibile:

Oggi a Vienna è peggio
Che cinquant’anni fa Frau Zittel
A mia figlia le hanno sputato addosso Frau Zittel
A convivere con la paura ogni giorno
Non ce la faccio più
Sono troppo vecchio e debole per l’Austria
L’esistenza a Vienna è disumana
E già soltanto per la malattia mentale di mia moglie
Devo lasciare Vienna

Constatato il proprio, irrimediabile fallimento, a Schuster non resta che il suicidio come atto estremo di protesta verso una società ottusa e ostile,più che mai incapace di accogliere.Come sempre avviene in Bernhard, Il gesto del professor Schuster è anche, forse innanzitutto, l‘estinzione di un debito familiare, la necessità di emulare, anzi di superare il fratello più giovane, che proprio nel ‘38, ancora studente,  si era suicidato gettandosi dalla finestra a soli diciannove anni, lutto mai compiutamente elaborato da Josef che si è anzi insensibilmente trascintato dietro il senso di colpa del sopravvissuto.In trappola, dunque, tra una Oxford che non gli appartiene più, dove non avrebbe più senso tornare perché tutti quelli che conosceva ormai sono morti. e una patria ritrovata in cui convivere ogni giorno con l’orrore e la paura, Josef Schuster non ha scampo;nel secondo atto è  il dialogo tra le figlie Olga e Anna e il professor Robert Schuster, l’altro fratello di Josef, a ripercorrere più compiutamente l’itinerario e le cause che hanno condotto quest’ultimo al gesto estremo,da ricercarsi nel sempre (redi)vivo antisemitismo viennese  dipinto nelle parole sferzanti di Anna, la figlia maggiore, la più simile al padre per sensibilità e temperamento:

(…)Vienna diventa ogni giorno
un incubo peggiore per me
non posso più vivere qui
mi alzo e ho paura di uscire di casa
Le condizioni oggi sono davvero le stesse
che c’erano nel  trentotto
ci sono più nazisti oggi a Vienna
che nel trentotto
andrà a finire male(….)

Stanno strisciando fuori
Da ogni buco
Che è rimasto sigillato per oltre quarant’anni
(….)
Penso di essere circondata solo da nazisti
Stanno solo aspettando il segnale
Per procedere apertamente contro di noi

Quando lo zio Robert  la accusa di soffrire di manie di persecuzione come i suoi genitori, Anna gli si rivolta violentemente contro rinfacciandogli invece la sua indifferenza:

Tu stesso sai bene
Quale sia la situazione
Tutto è peggiore adesso
Che nel Trentotto
E tutto sta diventando terribile
L’ostilità si mostra del tutto  apertamente
L’odio verso gli ebrei si mostra  del tutto apertamente, ora
Tu dici di non vedere né sentire nulla
Perché non vuoi vedere né sentire
Hai smesso di sentire e di vedere
perché con l’età
è diventato troppo per te
Questa è la differenza
In quarant’anni a Vienna
Nostro padre non ha mai smesso di sentire e di vedere
E così nostra madre

Anna è spietata e riecheggia le parole di suo padre, denunciando la grettezza della classe intellettuale e l’odio palpabile di cui si sente vittima, a differenza della mite sorella Olga, vittima dell’insulto, che cerca di minimizzare l’accaduto preferendo un atteggiamento più accomodante e di compromesso con il reale La risposta di Robert, lucida ma senza malanimo, propria di chi ha invece maturato un profondo distacco per le cose  he però si rivela anche un’impietosa analisi della politica del presente e di come i germi di questa, radicati ormai da cinquant’anni, abbiano portato l’Austria alla distruzione senza che  i suoi cittadini ne siano mai divenuti neppure consapevoli. Secondo Robert Schuster, infatti, il partito socialista, leader in Austria da cinquant’anni, ha pervertito la propria natura deviando in senso liberista e nazionalista e compromettendosi sempre di più con la Chiesa ed i grandi gruppi industriali:

Robert Schuster

E questo socialismo megalomane
Che ormai da oltre cinquant’anni
Non ha più nulla a che fare con il socialismo
Il modo in cui i socialisti sono andati avanti in Austria
Non è meno che criminale
Ma i socialisti non sono più socialisti
Oggi i socialisti sono sostanzialmente
Nazionalsocialisti cattolici
Il socialismo è stato ucciso dagli Austriaci
Nei primi anni cinquanta
(….) i cosiddetti socialisti hanno reso oggi possibile
Il nazionalsocialismo
Non lo hanno solo reso possibile
Lo hanno incoraggiato

Dunque secondo Bernhard (pardon, secondo Schuster), il socialismo austriaco non è altro che un nazionalsocialismo sotto mentite spoglie, un sistema marcio e corrotto in ogni suo aspetto nel quale non è mai venuta meno la sua caratteristica dominante, ovvero  l’odio verso gli ebrei, il cui potenziale distruttivo non è per nulla minore che in passato, coperto solo- per il momento- dall’ipocrisia del “politicamente corretto”:

Se ne avessero il modo
Se fossero onesti
Sarebbero felici di fare ciò che hanno fatto cinquant’anni fa
Ci gaserebbero
Ecco cosa passa nella mente delle persone
Ne sono sicuro
Se potessero
Non ci penserebbero due volte

Per Thomas Bernhard dunque l’antiseitismo è un tratto ineliminabile della cultura austriaca; cinquant’anni di storia non sarebbero bastati a cancellare l’infamia, anzi l’avrebbero accresciuta. Ma se terribile appare l’attacco di Bernhard alla classe politica, l’autore non risparmia neppure  il popolo austriaco, accusato di ottusità ed indifferenza, di «non voler vedere, né leggere, né ascoltare le cose che pure erano state dette e scritte» In tutto il secondo atto, infatti, si insiste sulla volontà di turarsi gli occhi e le orecchie, contrapposti all’ipersensibilità dei coniugi Schuster, che invece hanno sempre, loro malgrado, dovuto “sentire e vedere ogni cosa”, scontandone il prezzo con la follia e il suicidio.

La figura di Hedwig Schuster (in cui è adombrata più che evidentemente quella di Hedwig Stavianicek, per Bernhard la persona della vita) è di certo  colei che   a causa« degli Austriaci ridotti ad una massa stupida e brutale» ha pagato il prezzo più alto: sempre disprezzata e incompresa dal marito, che non perde occasione per umiliarla a causa dele sue origini familiari (sua madre è un’attrice, come non a caso lo sono tutte le compagne di suo figlio), Hedwig è ossessionata dalle grida levate dalla folla in onore di Hitler quel fatidico 15 marzo. La simbologia di queste urla, che nessuno oltre Hedwig sente, neppure suo marito, è fin troppo scoperta: la donna che “vede e sente tutto”, come viene definita dalle figlie, è l’unica a denunciare attraverso il disturbo di cui soffre la persistenza dell’antisemitismo viennese, causando la disperazione del marito non tanto per empatia nei confronti della sua sofferenza , quanto piuttosto perché il tormento di lei lo  costringe ad una presa di coscienza, quella stessa presa di coscienza a cui tutti gli altri personaggi del dramma vorrebbero sottrarsi come gli invitati  a pranzo nel terzo atto, Herr Liebig, un collega del defunto intervenuto al pranzo con sua moglie ed Herr Landauer, un suo devoto ammiratore, o la stessa Olga, che cerca di minimizzare l’affronto subito), e che viene invece riconosciuto dalla lucida Anna e anche dallo stesso Robert , che però, ormai vecchio e malato, cosnsidera la cosa con la distanza e il distacco di chi oramai già appartiene ad altro luogo e ad altro tempo. Relegata a nascondere il proprio dramma dietro la cortina  delle convenienze, il personaggio di Hedwig acquisisce la propria statura drammatica solo nel finale  dell’opera: sui convenevoli della conversazione  si sovrappongono in modo sempre più assordante le urla di  acclamazione per Hitler , inudibili per gli altri personaggi  ma non per il pubblico, costretto infine a vedere e a sentire a propria volta , a prendere coscienza del tormento della donna  e ad assistere   al suo annientamento nel finale dell’opera, in cui si accascia  sulla tavola tra la vacuità silenziosa e indifferente degli altri commensali.


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Le citazioni dal romanzo di Klaus Mann sono tratte dall’edizione italiana , nella traduzione di Enrico Ganni  ; la traduzione italiana de La svolta è invece a firma di Barbara Allason;

–  La recensione del  romanzo di Klaus Mann sul blog  silenziosamente al mattino….

–  Klaus Mann  su Nonsoloproust;

– Come appare evidente dalla pochezza dei riferimenti citati qui sopra, Klaus Mann non è in Italia un autore letto e conosciuto come meriterebbe. Eppure ha l’immenso merito, assieme ad altri intellettuali, di aver intuito fin da subito la portata della minaccia nazista e il vulcano –la seconda guerra mondiale- che avrebbe letteralmente sommerso di fuoco e cenere l’intera Europa. Il vulcano  inoltre, con la volontà di sottrarre all’oblio la memoria degli «erramenti e pellegrinaggi» che un’intera generazione dovette affrontare, costituisce un ponte gettato verso le generazioni future, le sole che potranno cogliere appieno il valore della testimonianza di quegli eventi, come chiarisce egli stesso ne La svolta ricorrendo alle parole del suo personaggio Martin Korella:

«Per chi scrivo? Sempre i poeti se ne sono preoccupati. E quando non riuscirono a saperlo, superbi e rassegnati, alteri e disperati – hanno conchiuso: per quelli che verranno. Non a voi, contemporanei, si rivolge la nostra parola; essa appartiene all’avvenire, alle generazioni non ancor nate.
Ma che sappiamo noi di quelli che verranno? Quali saranno i loro giuochi, i loro affanni? Quanto estranei ci sono! Nulla sappiamo di ciò che ameranno; che odieranno. Eppure è a loro che dobbiamo rivolgerci».

-Le recensioni di Eugenio Bernardi e cesare Cases su Piazza degli eroi, sulla rivista  L’Indice del marzo 1992;

-La  recensione del blog  dietroleparole  su Piazza degli eroi, edizione italiana dell’opera di Bernhard con traduzione di Rolando Zorzi ;

-Il  denso e articolato contributo di Massimo Marino , Thomas Bernhard e il suicidio del pensiero, dedicato all’analisi di Heldenplatz e di alcuni altri aspetti della poetica dell’autore austriaco;

-La traduzione dei brani tratti dalla piece di Bernhard è mia , dall’orginale tedesco con il supporto delle versioni in inglese di Gitta Honegger ( 1999) e di Meredith Oakes e Andrea Tierney (Oberon Books, 2010) . L’assoluta mancanza di punteggiatura rispecchia il testo originale. Purtroppo oggi l’opera non è più disponibile in italiano da anni; non mi resta che esprimere qui il fervente auspicio di una riedizione o una ristampa, affinché un’opera così importante, oggi più che mai necessaria,  non resti più a lungo preclusa al pubblico dei lettori italiani. Confesso a tale proposito che è stata forte la tentazione di proporne qui una traduzione integrale; se ho deciso di non farlo  è stato  per non incorrere nel rischio di violare  le leggi sul copyright e soprattutto per non mancare di rispetto agli autorevolissimi traduttrici e traduttori dal tedesco che costituiscono un vanto per la nostra editoria e ci hanno consentito (e consentono) l’accesso a molte  opere fondamentali che altrimenti ci sarebbero rimaste estranee;

Qui l’analisi, la sintesi e la ricostruzione del contesto storico e dei problemi legati alla ricezione dell’opera, da cui sono tratte diverse tra le informazioni riportate qui sotto (il sito è in lingua tedesca, ma facilmete fruibile con il servizio di traduzione automatica- meglio se in inglese);

-Qui sotto la versione integrale  (in tedesco) della prima teatrale dell’opera , andata in scena  al Burgtheater di Vienna per la regia di Claus Peynmann  il 4 novembre 1988. È noto che al termine della rappresentazione il pubblico sia stato prodigo di fischi indignati non meno che di applausi; senza dubbio per l’Austria fu un shock, dato anche il linguaggio esplicito dell’opera che metteva sotto accusa un’intera classe politica proprio nel cosiddetto “anno della riflessione”, in cui un’Austria dalla democrazia apparentemente solida tentava finalmente di affrontare una memoria tanto scomoda e ingombrante. L’ira della politica fu rigorosamente bipartisan: l’allora presidente della repubblica  Kurt Waldheim, di area socialista  con un  sottaciuto ma documentabile passato nelle SA,  stigmatizzò il testo come un “volgare insulto contro il popolo austriaco“; Jörg Haider. leader del  partito di estrema destra, chiese addirittura che Claus Peynmann venisse espulso dal paese . Thomas Bernhard, che di lì a poco sarebbe stato stroncato dalla malattia che lo consumava fin da giovane, lasciava dunque un immenso scandalo come proprio testamento spirituale, oltre alla disposizione che le sue opere non fossero pubblicate in Austria per settant’anni dopo la sua morte , dettato anche dall’amara consapevolezza che a nulla serve lo sforzo di denuncia degli intellettuali, destinato a rimanere inascoltato sia per l’ottusità e la refrattrietà delle masse a qualsiasi appello della ragione sia per la  intrinseca, inevitabile insufficienza della scrittura:

Thomas BernhardCiò che gli scrittori scrivono
Non è nulla comparato alla realtà
Sì sì, scrivono che tutto è orribile
Che tutto è corrotto e degenerato
Che tutto è una catastrofe
E non c’è via d’uscita
Ma qualsiasi cosa scrivano
Non nulla paragonato alla realtà
La realtà è così terribile
Che non può essere descritta
Nessuno scrittore ha ancora descritto la realtà
Per ciò che è davvero

9 comments

  1. Bellissimo articolo, ben costruito e ottimamente documentato. Ti ringrazio per la lettura istruttiva e stimolante – in un momento in cui larghe parti d’Italia auspicano una “austrizzazione” (“sai, mi diceva la cugina ricca di ritorno da una conferenza, ho saputo che noi (=gli emiliani), di fatto siamo lombardi – era tutta longobardia. Cioè – in fondo siamo tedeschi”. Si sentiva chiaramente nobilitata.)
    Temo che l’antisemitismo sarà impossibile da eradicare, in Europa e altrove.
    Cerco di immaginare come sarebbe bello un mondo da cui le identità collettive fossero finalmente scomparse. Tutte.

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    1. @Elena Grammann
      Mortificata di risponderti con tanto ritardo, ti ringrazio di cuore per l’apprezzamento. In merito a quanto dici, temo che sia impossibile da eradicare anche l’italico complesso di inferiorità, probabilmente dovuto a secoli di dominio straniero, che però rimane lungi dal trasformarsi in una riflessione critica sui vizi (e sulle poche virtù) nazionali. Ieri come oggi sentiamo forte il bisogno di una mano straniera(leggi: di un padrone) che ci guidi salvandoci da noi stessi. Nel frattempo ci consoliamo ribadendo la nostra presunta superiorità su chi ci hanno convinto essere inferiore, perché più povero o più disgraziato- e la cosa diviene ogni giorno di più solare evidenza.
      Quanto all’antisemitismo, volendo semplificare e banalizzare moltissimo, pure credo che il complesso di inferiorità davanti agli esponenti della vetta intellettuale e sociale dell’intera Europa non sia stata del tutto estranea al montare dell’odio. Ciò a cui non si può arrivare si disprezza- e dove viene l’occasione, si abbatte.
      Non so se sia necessario, in un mondo ideale, che le identità collettive scompaiano; credo sarebbe sufficiente che avessero vogliaa di dialogare e confrontarsi, senza preclusioni o pregiudizi, magari arricchendosi reciprocamente. Ma so che questo non potrà mai accadere perché l’odio è molto più semplice (è a costo zero e non richiede alcuno sforzo), ed anche politicamente molto più utile.
      Un caro saluto e grazie 🙂

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  2. Stai attenta però, perché quando parli della “vetta intellettuale e sociale dell’intera Europa” sei tu a fare del razzismo. In senso positivo, ma sempre razzismo è. E come noti fa poi presto a girarsi in negativo.
    Quanto alle identità collettive, non le amo, ma soprattutto non amo le culture (e le etnie) che hanno ancora oggi una parola per indicare i propri appartenenti, e una parola per indicare tutti gli altri.
    Ciao e buona domenica 🙂

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    1. @Elena Granmann
      Mi sembrava in realtà di ribadire semplicemente un dato di fatto ;del resto l’odio di casta (semplifica) non è qualcosa che oggi ci è estraneo, anzi.
      A tale proposito, non deviando forse troppo dal nostro discorso , vorrei proporre qui una riflessione di Daniele Lo Vetere apparsa sul blog https://www.laletteraturaenoi.it/e dedicata all’inconsistenza della “historia magistra” e del relativo “politicamente corretto” :
      https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/1250-la-storia-non-%C3%A8-magistra-di-niente-che-ci-riguardi,-ne-siamo-pure-un-po%E2%80%99-vittime-e-la-colpa-%C3%A8-degli-altri.html
      Un caro saluto e buona domenica a te ☺️

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  3. Cara dragoval, ho letto il vostro scambio, molto interessante, ma io sono attirata, nel tuo post come sempre bello e suggestivo, da un’ altra riflessione. Ho meditiato a lungo su quei testi che tu riporti e che ho messo in lista. Ho riflettuto sul rapporto, molto particolare, che lega certi autori con il Paese natale, soprattutto l’ Austria. Tu ci parli di Bernhard, ma naturalmente conosci l’ avversione profonda di Ingeborg Bachmann ( anzi, ho pensato che questo post sia il primo , a cui farai seguire altro) verso questo Paese, che ha accolto l’ Anschluss per poi dichiararsi , a nazismo finito, come” vittima”. Una sorta di chiagne e….
    Bachmann e Bernhard hanno odiato visceralmente questa loro ” patria”. C’ è un testo molto bello di Uwe Jonhson, Viaggio a Klagenfurt, in cui vengono riportate le testimonianze traumatiche della Bachmann, quando assistette all’Anschluss , e i suoi sentimenti di avversione verso l’ adesione al Nazismo del padre. Di quel libro, letto moltissimi anni fa, ho ricordi non puntuali, ma qui ne trovi un’ analisi accurata https://ilcollezionistadiletture.com/2016/11/01/un-viaggio-a-klagenfurt-uwe-johnson/.
    In sintesi, mi piacerebbe riportare all’ oggi il discorso su questo Paese, che a me pare sospeso in una mancanza di autenticità ( penso alle sue città, bloccate nel tempo e sfruttate in una retorica polverosa), in una sorta di ” autostima” che non ha molte ragioni.
    Scusami se ho scantonato, con un discorso che non può certo essere affrontato qui.
    Grazie sempre dei tuoi stimoli, preziosi e arricchenti. un abbraccio, cara.

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    1. @Renza
      Carissima,
      ben ritrovata come sempre, e grazie per il tuo prezioso contributo. Purtroppo questa volta temo di doverti deludere: non sono un’esperta dell’Austria contemporanea (paese in effetti piuttosto evanescente, di cui raramente si parla, forse perché ancora oggi totalmente fagocitato, culturalmente e politicamente, dal suo ingombrante vicino……Quanto ad Ingeborg Bachmann, ovviamente la conosco e ho letto di lei diverse pagine, soprattutto in relazione alla sua corripsondenza con Paul Celan, ma non Il trentesimo anno né le sue altre opere narrative, a cui pure in passato ho provato ad accedere ma evidentemente non con la giusta disposizione d’animo, poiché le ho trovate piuttosto respingenti. Nondimeno ho letto con molto interesse il post de Il collezionista di letture dedicato al Viaggio a Klagenfurt, ed è stata un’occasione per approfondire alcuni aspetti della bografia della Bachmann; in realtà credo che il suo profondo antifascismo sia dovuto al fatto di aver incontrato, come Bernhard, il pieno del regime nella sua giovinezza e adolescenza, rimanendone segnata per la vita- come lo stesso Bernhard, che dioi aver attuato un tentativo di suicidio durante l’adolescenza lo esorcizza e lo sublima riportandolo poi ossessivamente sulla pagina.
      Non so dunque davvero, dicevo, quale stagione l’Austria stia attraversando oggi e da quali fremiti politico-culturali sia a sua volta attraversata; so che la narrazione del rapporto di Bernhard con la propria è metafora e specchio del mio stesso disagio, ogni giorno più vivo nel dover amaramente prendere atto che il mio paese non solo non ha fatto i conti con la propria memoria storica ma appare sempre più inesorabilmente determinato a riportarla in vita, a ridarle la carne, il fiato, le ossa di chi si affida a certi ideali senza neppure dubitare per un secondo della loro verità e della loro bontà. Lo dico senza retorica e con grande tristezza, certa purtroppo che il punto di non ritorno sia già stato attraversato. Del resto gli ultimi agghiaccianti avvenimenti di cronaca possono davvero far dire anche a noi come oggi sia peggio che nel ’38- anno che nella storia dell’infamia non ci vede certo indietro rispetto all’Austria.
      Un abbraccio e perdona l’insufficienza e l’amarezza

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  4. Anche se i tuoi post mi mortificano un po’, facendomi pesare tanto la mia ignoranza, sono sempre un immenso piacere da leggere, anche, anzi forse soprattutto, quando fanno un po’ male come questo qui. Grazie per la bellissima analisi.

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    1. @Phoebes
      Cara,
      ben ritrovata❤️ Ti ringrazio tantissimo per il tuo commento, ma davvero non è il caso che tu ti senta mortificata : nessuno di noi può sapere o leggere tutto, siamo tutti “rari nantes” nel “gurgite vasto” della letteratura di ogni epoca e paese. e i blog di lettura – e letteratura – costituiscono appunto uno strumento indispensabile per giungere ad approdi inaspettati e talvolta improbabili, finendo per farci conoscere ed amare autori che fino a ieri mai avremmo pensato di. E’ vero che le storie raccontate da Mann e Bernhard sono dolorose, (è doloroso anche renderle, sia detto in nota) ma sono purtroppo vere, ed oggi attuali quanto mai avremmo immaginato nei nostri incubi peggiori.
      Un abbraccio, spero di risentirti presto

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      1. Non aiuti molto la mia autostima se mi citi “rari nantes” e “gurgite vasto”! XD Ma sì, comunque si scherza, anzi, fa sempre piacere imparare cose nuove.

        i blog di lettura – e letteratura – costituiscono appunto uno strumento indispensabile per giungere ad approdi inaspettati e talvolta improbabili, finendo per farci conoscere ed amare autori che fino a ieri mai avremmo pensato di

        A questo proposito, ho da poco finito di leggere “La fine è nota” che mi desti tu, non so se ti ricordi, un autore e un libro che probabilmente non avrei neanche sentito nominare se non fosse stato per te, e mi è piaciuto davvero moltissimo! Grazie quindi anche per quello!

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