Mese: dicembre 2015

Se una notte d’inverno un viaggiat(t)ore. San Silvestro con Thomas Bernhard

Thomas Bernhars

 

Se la notte di San Silvestro un attore,uno straordinario attore, (Bernhard?) Minetti, si presenta in un albergo di Ostenda,  attendendo un direttore di teatro per discutere l’allestimento di King Lear,  il ruolo nel quale l’attore ha iniziato la sua carriera, mentre fuori infuria una tempesta di neve,allora ecco uno dei testi più straordinari del Novecento.


 

La scena si apre appunto con l’interno dell’albergo in cui infuria la tempesta, in cui una cliente, avvenente e decisamente ubriaca, si lascia andare alla descrizione della sera di San Silvestro che l’attende: scolarsi da sola, in un unico sorso, una bottiglia di champagne- una bottiglia che segue molte altre- indossando la maschera di una scimmia. All’apparire di Minetti nella locanda, sarà chiaro  che la maschera è uno dei temi chiave dell’intera opera: nella valigia che reca con sé, infatti, Minetti porta la maschera di Re Lear disegnata da James Ensor; quando rievoca l’incontro con l’artista, una delle scene più famose della pièce, emerge la condanna di Bernhard verso la letteratura classica, che si rivela soltanto un’immensa zavorra che impedisce all’attore- e all’ artista- l’espressione autentica e disinibita del proprio essere, tremenda ma autentica:

«Il teatro è un’arte mostruosa», ho detto a Ensor; «mi faccia la maschera, mi faccia la maschera, mi faccia la la maschera per il mio debutto come Lear». Ma di Shakesperare non sapeva niente….Lui avrebbe voluto studiare il “Lear”, ma io vlcsnap-2015-12-30-19h28m30s758.pnggli ho detto «No, no, non studi il Lear! Dimentichi tutta la letteratura classica, tutta!»[…]Quell’uomo non aveva la benché minima idea di chi fosse Shakespeare, né la benché minima idea di chi fosse il Lear, né la benché minima idea di cosa fosse tutta la letteratura universale, però mi ha fatto la maschera più mostruosa che sia mai stata fatta. 

La dialettica tra arte e paura- la maschera è spaventosa perché noi temiamo ciò che non vediamo, l’allestimento di una commedia è sempre sostanzialmente equivalente ad una tragedia e viceversa- diviene anche dialettica tra lo scrittore e l’attore, che irrimediabilmente si distruggono a vicenda.

Noi temiamo ciò che non vediamo.L’attore, l’artista, il folle, il bancarottiere, il patito della scena,lo stupratore: lo stupratore dell’arte. L’attore si accosta allo scrittore, lo scrittore distrugge l’attore, come l’attore distrugge lo scrittore, lo cancella, capisce, lo cancella. Fare i conti, fare i conti, fare i conti! Quando noi facciamo i conti, li facciamo senza lo scrittore, come lo scrittore  fa i conti senza l’attore.[…]Noi sfociamo nella follia; la natura impazzisce e allora….allora….allora è arte.

L’arte, tuttavia, è un traguardo che non si raggiunge se non a carissimo prezzo: l’attore deve consumare sé stesso nel personaggio e allo stesso tempo restarne indipendente, evitare che questo lo travolga imponendogli la propria identità. Un paradosso tragico: l’attore che resta indipendente (come lo era del resto lo stesso Bernhard Minetti, uno degli autori preferiti di Bernhard, e naturalmente il primo interprete di questo testo teatrale, dove attore e personaggio non si sovrappongono meramente, ma piuttosto  vlcsnap-2015-12-30-19h44m15s285.pngcollidono) deve però evitare di cedere, di compromettersi con il gusto del pubblico; deve, cioè, provocare, scandalizzare, creare disgusto e dissenso (un’idea, questa, centrale anche nella poetica di Pasolini). Ma questo non avviene impunemente: di qui il processo intentato a Minetti, accusato di aver tradito il teatro, di averlo denigrato a causa del rifiuto categorico della cultura classica. Il processo determina dunque il ritiro dell’attore, divenuto nel frattempo direttore di teatro, dalle scene; e il rifiuto di mettere in scena altri testi della letteratura teatrale classica ha il paradossale effetto di inchiodarlo per sempre alla figura di Lear (come accade, sia pure per motivi tanto diversi,al protagonista dell’Enrico IV).

Il finale del dramma è prevedibile; Minetti tornerà per forza nella tempesta a cui appartiene ,una tempesta di follia ed arte che lo esclude per sempre dalla socialità delle persone comuni, simboleggiate dal carosello infernale  dei giovani che entrano ubriachi per festeggiare il Capodanno; e la donna che è stata pubblico e confidente della sua ultima interpretazione indosserà, questo San Silvestro, una maschera molto diversa.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

-L’allestimento del dramma ha inaugurato questo Ottobre la stagione teatrale del Teatro Duse, a Genova. Qui notizie sull’allestimento del dramma e l’intervista ad Eros Pagni;

L’analisi dell’opera  a cura di Nevio Gàmbula;

-Sui possibili rapporti esistenti tra il teatro di Bernhard e quello di Pirandello non sono riuscita a trovare materiale critico; detti rapporti, però, mi sembrano evidenti, sia pure probabilmente mediati da altri testi. Rimando ad maiora per eventuali ulteriori approfondimenti- e sarò ben felice di qualsiasi contributo chiarificatore al riguardo;

-Qui sotto, la rappresentazione completa dell’opera nell’allestimento del 1987 a cura del Teatro Stabile di Bolzano, con Gianni Galavotti,Gabriella lai,Marina Pitta,Massimo Palazzini,Tommaso Onofri, per la regia di Marco Bernardi(!?! ). La traduzione del testo di Bernhard, a cura di Umberto Gandini, è quella da cui sono tratti i passi qui riportati.

 

-Ah,scusate, mi ero distratta:  l’augurio di un felice 2016 a tutti voi .Happy New Year.

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Una sola luce.Un – piccolo- asterismo di Natale

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Amo questo  periodo dell’anno. Non per motivi prettamente religiosi, che non mi appartengono, quanto piuttosto perché proprio il mese di Dicembre, e più nello specifico il periodo del solstizio d’inverno, è il periodo della celebrazione della luce .Penso al nostro Natale, naturalmente, ma anche alla festa di Hanukkah o alla celebrazione dei Saturnalia (da cui, come certo saprete, deriva la tradizione dello scambio dei doni, simbolo dell’abbondanza  collegata a Saturno e al mito dell’età dell’oro).E se è vero, come dice Calvino, che il nostro è un mondo fatto di metafore- o almeno lo è il nostro modo di leggerlo- mi sembra perfettamente appropriato condividere con voi questo racconto di  Giovannino Guareschi, che non è una Favola di Natale, (Guareschi l’ha scritta, la sua, ben altrimenti straziante) ma potrebbe benissimo esserlo, e che sempre mi commuove (sì, anch’io ho un lato sentimentale) esattamente come la prima volta che l’ho letto, oltre trent’anni fa.

Le lampade e la luce

Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell’altar maggiore e disse:
– Gesù. al mondo ci sono troppe cose che non funzionano.
– Non mi pare. – rispose il Cristo. – Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano. Per il resto ogni cosa funziona perfettamente.
Don Camillo camminò un po’ in su e in giù. Poi si fermò da vanti all’altare.
– Gesù. – disse – se io comincio a contare: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e vado avanti per un milione di anni sempre a contare. ci arrivo in fondo?
– No. – rispose il Cristo. – Tu, così facendo, sei come l’uomo che, segnato un gran cerchio per terra, comincia a camminare attorno ad esso dicendo: « Voglio vedere quando arrivo alla fine». Non ci arriveresti mai.
Don Camillo. che ormai mentalmente si era messo a camminare su quel gran cerchio, si sentiva l’affanno che di solito prova chi, per un istante, tenta di affacciarsi alla finestrella che dà sull’ infinito.
– Eppure, – insisté don Camillo. – io dico che anche il numero deve avere una fine. Soltanto Dio è eterno e infinito, e, se il numero non avesse una fine, sarebbe eterno ed infinito come Dio.
– Don Camillo, perché ce l’hai tanto coi numeri?
– Perché, secondo me, gli uomini non funzionano più proprio a causa dei numeri. Essi hanno scoperto il numero e ne hanno fatto il supremo regolatore dell’universo.
Quando don Camillo innestava la quarta era un guaio. Andò avanti un bel pezzo, poi chiuse la saracinesca e camminò in su e in giù per la chiesa deserta. Tornò a fermarsi davanti al Cristo:
– Gesù, questo rifugiarsi degli uomini nella magia del numero non è invece un disperato tentativo di giustificare la loro esistenza di esseri pensanti?
Tacque un istante angosciato.
– Gesù, le idee sono dunque finite? Gli uomini hanno dunque pensato tutto il pensabile?
– Don Camillo, cosa intendi tu per idea?
– Idea, per me, povero prete di campagna, è una lampada che si accende nella notte profonda dell’ignoranza umana e mette in luce un nuovo aspetto della grandezza del Creatore.
Il Cristo sorrise.
– Con le tue lampade non sei lontano dal vero, povero prete di campagna. Cento uomini erano chiusi in una immensa stanza buia e ognuno d’essi aveva una lampada spenta. Uno accese la sua lampada ed ecco che gli uomini poterono guardarsi in viso e conoscersi. Un altro accese la sua lampada e scopersero un oggetto vicino, e mano a mano che si accendevano altre lampade, nuove cose venivano in luce sempre più lontane, e alla fine tutti ebbero la loro lampada accesa e conobbero ogni cosa che era nella immensa stanza, e ogni cosa era bella e buona e meravigliosa. Intendimi, don Camillo; cento erano le lampade, ma non erano cento le idee. L’idea era una sola: la luce delle cento lampade, perché .soltanto accendendo tutte le cento lampade si potevano vedere tutte le cose della grande stanza e scoprirne i dettagli. E ogni fiammella non. era che la centesima parte di una sola luce, la centesima parte di una sola idea. L’idea dell’ esistenza e della eterna grandezza del Creatore. Come se un uomo avesse spezzato in cento pezzi una statuetta e ne avesse affidato un pezzo a ciascuno dei cento uomini. Non erano cento immagini di una statua, ma le cento frazioni di una unica statua. E i cento uomini si cercarono, tentarono di far combaciare i cento frammenti, e nacquero mille e mille statue deformi prima che ogni pezzo riuscisse a combaciare perfettamente con gli altri pezzi. Ma alla fine la statua era ricomposta. Intendimi, don Camillo: ogni uomo accese la sua lampada, e la luce delle cento lampade era la Verità, la Rivelazione. Ciò doveva appagarli. Ma ognuno invece credette che il merito delle belle cose che egli vedeva non fosse del creatore di esse, ma della sua lampada che poteva far sorgere dalle tenebre del niente le belle cose. E chi si fermò per adorare la lampada, chi andò da una parte e chi dall’ altra, e la gran luce si immiserì in cento minime fiammelle ognuna delle quali poteva illuminare soltanto un particolare della Verità. Intendimi, don Camillo: è necessario che le cento lampade si riuniscano ancora per ritrovare la luce della Verità. Gli uomini oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della propria lampada, e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l’ insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall’ ombra dal loro pallido lume. Non esistono le idee: esiste una sola idea, una sola Verità che è l’insieme di mille e mille parti. Ma essi non la possono vedere più. Le idee non sono finite perché una sola idea esiste ed è eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri al centro della immensa sala.
Don Camillo allargò le braccia.
– Gesù, indietro non si torna … – sospirò – Questi disgraziati usano l’olio delle loro lucerne per ungere i loro mitra o le loro sporche macchine ..
Il Cristo sorrise:
– Nel regno dei cieli l’olio scorre a fiumi, don Camillo.

In questi tempi terribili e confusi, ai miei dodici virgola cinque lettori sono rivolti i miei più cari auguri, di tutto cuore, di buon Natale , quale che sia la tradizione religiosa o il significato delle luci che accendono, e che comunque fanno luce -soltanto- tutte insieme.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

-Io credo che Guareschi, in questo racconto, avesse in mente  una sorta di riscrittura in chiave ecumenica del platonico Mito della caverna, come sembra suggerire anche il lessico del testo . Ma non voglio dilungarmi oltre. Del resto, è noto che anche gli asterismi di fatto  non sono altro che proiezioni:  a modo loro, sono ombre delle luci. Piuttosto, visto che pranzi e cenoni vi aspettano, mi affretto a congedarmi sulle note del Messiah  di Haendel,   la cui musica resta incomparabilmente sublime ad onta del testo- e del sottotesto. L’esecuzione è quella del  Coro del King’s College di Cambridge, dettaglio non trascurabile che ci proietta peraltro verso l’asterismo prossimo venturo 🙂