Musica

Indovina chi viene a cena. Mozart/ Da Ponte e Charles Dickens

«Don Giovaaaanni/, a cenar teco/ m’invitaaaasti/ e son venuto»:  scommetto che neanche avete fatto in tempo a leggere il titolo del post che già la voce del Convitato di pietra risuona potente al vostro orecchio; tuttavia, il  seduttore impenitente non è l’unico ad aver ricevuto una visita inattesa, che (invano) gli offrirà l’occasione di pentirsi dei suoi peccati e di cambiare vita; anche un altro famoso personaggio vedrà comparire alla sua porta uno spettro che gli offrirà una speranza di redenzione, con un epilogo, fortunatamente per lui, del tutto diverso dalla sorte toccata al dissoluto punito.

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Una sola luce.Un – piccolo- asterismo di Natale

luci

Amo questo  periodo dell’anno. Non per motivi prettamente religiosi, che non mi appartengono, quanto piuttosto perché proprio il mese di Dicembre, e più nello specifico il periodo del solstizio d’inverno, è il periodo della celebrazione della luce .Penso al nostro Natale, naturalmente, ma anche alla festa di Hanukkah o alla celebrazione dei Saturnalia (da cui, come certo saprete, deriva la tradizione dello scambio dei doni, simbolo dell’abbondanza  collegata a Saturno e al mito dell’età dell’oro).E se è vero, come dice Calvino, che il nostro è un mondo fatto di metafore- o almeno lo è il nostro modo di leggerlo- mi sembra perfettamente appropriato condividere con voi questo racconto di  Giovannino Guareschi, che non è una Favola di Natale, (Guareschi l’ha scritta, la sua, ben altrimenti straziante) ma potrebbe benissimo esserlo, e che sempre mi commuove (sì, anch’io ho un lato sentimentale) esattamente come la prima volta che l’ho letto, oltre trent’anni fa.

Le lampade e la luce

Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell’altar maggiore e disse:
– Gesù. al mondo ci sono troppe cose che non funzionano.
– Non mi pare. – rispose il Cristo. – Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano. Per il resto ogni cosa funziona perfettamente.
Don Camillo camminò un po’ in su e in giù. Poi si fermò da vanti all’altare.
– Gesù. – disse – se io comincio a contare: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e vado avanti per un milione di anni sempre a contare. ci arrivo in fondo?
– No. – rispose il Cristo. – Tu, così facendo, sei come l’uomo che, segnato un gran cerchio per terra, comincia a camminare attorno ad esso dicendo: « Voglio vedere quando arrivo alla fine». Non ci arriveresti mai.
Don Camillo. che ormai mentalmente si era messo a camminare su quel gran cerchio, si sentiva l’affanno che di solito prova chi, per un istante, tenta di affacciarsi alla finestrella che dà sull’ infinito.
– Eppure, – insisté don Camillo. – io dico che anche il numero deve avere una fine. Soltanto Dio è eterno e infinito, e, se il numero non avesse una fine, sarebbe eterno ed infinito come Dio.
– Don Camillo, perché ce l’hai tanto coi numeri?
– Perché, secondo me, gli uomini non funzionano più proprio a causa dei numeri. Essi hanno scoperto il numero e ne hanno fatto il supremo regolatore dell’universo.
Quando don Camillo innestava la quarta era un guaio. Andò avanti un bel pezzo, poi chiuse la saracinesca e camminò in su e in giù per la chiesa deserta. Tornò a fermarsi davanti al Cristo:
– Gesù, questo rifugiarsi degli uomini nella magia del numero non è invece un disperato tentativo di giustificare la loro esistenza di esseri pensanti?
Tacque un istante angosciato.
– Gesù, le idee sono dunque finite? Gli uomini hanno dunque pensato tutto il pensabile?
– Don Camillo, cosa intendi tu per idea?
– Idea, per me, povero prete di campagna, è una lampada che si accende nella notte profonda dell’ignoranza umana e mette in luce un nuovo aspetto della grandezza del Creatore.
Il Cristo sorrise.
– Con le tue lampade non sei lontano dal vero, povero prete di campagna. Cento uomini erano chiusi in una immensa stanza buia e ognuno d’essi aveva una lampada spenta. Uno accese la sua lampada ed ecco che gli uomini poterono guardarsi in viso e conoscersi. Un altro accese la sua lampada e scopersero un oggetto vicino, e mano a mano che si accendevano altre lampade, nuove cose venivano in luce sempre più lontane, e alla fine tutti ebbero la loro lampada accesa e conobbero ogni cosa che era nella immensa stanza, e ogni cosa era bella e buona e meravigliosa. Intendimi, don Camillo; cento erano le lampade, ma non erano cento le idee. L’idea era una sola: la luce delle cento lampade, perché .soltanto accendendo tutte le cento lampade si potevano vedere tutte le cose della grande stanza e scoprirne i dettagli. E ogni fiammella non. era che la centesima parte di una sola luce, la centesima parte di una sola idea. L’idea dell’ esistenza e della eterna grandezza del Creatore. Come se un uomo avesse spezzato in cento pezzi una statuetta e ne avesse affidato un pezzo a ciascuno dei cento uomini. Non erano cento immagini di una statua, ma le cento frazioni di una unica statua. E i cento uomini si cercarono, tentarono di far combaciare i cento frammenti, e nacquero mille e mille statue deformi prima che ogni pezzo riuscisse a combaciare perfettamente con gli altri pezzi. Ma alla fine la statua era ricomposta. Intendimi, don Camillo: ogni uomo accese la sua lampada, e la luce delle cento lampade era la Verità, la Rivelazione. Ciò doveva appagarli. Ma ognuno invece credette che il merito delle belle cose che egli vedeva non fosse del creatore di esse, ma della sua lampada che poteva far sorgere dalle tenebre del niente le belle cose. E chi si fermò per adorare la lampada, chi andò da una parte e chi dall’ altra, e la gran luce si immiserì in cento minime fiammelle ognuna delle quali poteva illuminare soltanto un particolare della Verità. Intendimi, don Camillo: è necessario che le cento lampade si riuniscano ancora per ritrovare la luce della Verità. Gli uomini oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della propria lampada, e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l’ insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall’ ombra dal loro pallido lume. Non esistono le idee: esiste una sola idea, una sola Verità che è l’insieme di mille e mille parti. Ma essi non la possono vedere più. Le idee non sono finite perché una sola idea esiste ed è eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri al centro della immensa sala.
Don Camillo allargò le braccia.
– Gesù, indietro non si torna … – sospirò – Questi disgraziati usano l’olio delle loro lucerne per ungere i loro mitra o le loro sporche macchine ..
Il Cristo sorrise:
– Nel regno dei cieli l’olio scorre a fiumi, don Camillo.

In questi tempi terribili e confusi, ai miei dodici virgola cinque lettori sono rivolti i miei più cari auguri, di tutto cuore, di buon Natale , quale che sia la tradizione religiosa o il significato delle luci che accendono, e che comunque fanno luce -soltanto- tutte insieme.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

-Io credo che Guareschi, in questo racconto, avesse in mente  una sorta di riscrittura in chiave ecumenica del platonico Mito della caverna, come sembra suggerire anche il lessico del testo . Ma non voglio dilungarmi oltre. Del resto, è noto che anche gli asterismi di fatto  non sono altro che proiezioni:  a modo loro, sono ombre delle luci. Piuttosto, visto che pranzi e cenoni vi aspettano, mi affretto a congedarmi sulle note del Messiah  di Haendel,   la cui musica resta incomparabilmente sublime ad onta del testo- e del sottotesto. L’esecuzione è quella del  Coro del King’s College di Cambridge, dettaglio non trascurabile che ci proietta peraltro verso l’asterismo prossimo venturo 🙂


 

La vendetta di scena. Enrico IV e i Pagliacci

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Nei drammi  di Canio ed Enrico IV   la vendetta per gelosia si consuma in un’allucinata confusione tra realtà e finzione  scenica, e per atroce paradosso proprio il loro tentativo di strapparsi di dosso il personaggio a cui sono da troppo tempo inchiodati si fisserà loro addosso per sempre nella rovina.
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La morte di Pëtr Il’ič . Klaus Mann e Tolstoj

images (18),La notte che Pëtr Il’ič trascorse fu pessima, al punto che per tutta la giornata si sentì a pezzi, con tutte le membra indolenzite. Disdisse tutti i suoi appuntamenti e rimase a letto. Impaurito, pensò che probabilmente quel malessere provenisse di nuovo dal cuore. Immaginava in modo impreciso ma orribile una grave sofferenza cardiaca, che riteneva un castigo; che i medici, quei perfidi buffoni, si ostinavano, è vero, a non voler individuare, che però – appunto perciò – un giorndownload (12)o gli avrebbe arrecato una morte tanto più sicura e più atroce.

«Il mio cuore è completamente rovinato. Non funziona ormai quasi più» soleva dire con aria cupa.

Nel romanzo Sinfonia patetica, Klaus Mann, figlio  geniale e difficile del celebre Thomas, racconta gli ultimi anni del compositore Čajkovskij, la sua inquietudine, l’incapacità di trovare pace o requie in alcun luogo, l’insoddisfazione perpetua per i proprio lavori, il dubbio sul suo genio, il tormentoso e struggente rapporto con il nipote Vladimir, e, soprattutto,  il presentimento costante della morte. In realtà, proprio l’evoluzione di quest’ultimo è il filo rosso del romanzo: la morte segue Pëtr Il’ič come un’ombra, e si esprime essenzialmente come tormento , come muto colloquio con Dio, quell’Essere Remoto, distaccato e distante che pure conosce  fin nel profondo i cuori degli uomini ed esige da ognuno ciò che è giusto. Per il tema,  la quasi omonimia dei personaggi e le allusioni e e le citazioni quasi  letterali, come si vedrà,  leggendo questo romanzo per me è stato inevitabile il rimando a La morte di Ivan Il’ič .

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Malparlieri vil razza dannata. Rossini, Pirandello, Saviano

  Calunnia

Malparlieri è una bellissima parola di origine provenzale per designare una categoria infame, ovvero coloro che sono sempre pronti a infangare e infamare, per interesse o per puro gusto, la reputazione altrui . La specie infestante prospera dovunque: nei gruppi di giovani, nei luoghi di lavoro, nelle trasmissioni televisive, sulle colonne dei giornali, e ultimo ma non ultimo, nell’immensa comunità virtuale della rete. Così, tra il serio e faceto, senza dimenticare che, davanti ad una reputazione distrutta e alla conseguente rovina che ne segue- economica, politica, sociale o personale che sia; e spesso è tutto questo insieme- la farsa spesso si trasforma in tragedia.

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Dal Baltico al Tevere. La grande bellezza della musica di Arvo Pärt

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download (1)Pärt, Pärt…..questo nome l’ho già sentito, sicuro!, penso, quando mi ritrovo tra le mani il volume di Jan Brokken, Anime baltiche; e continuo a pensarlo anche quando finalmente arrivo all’ultimo dei dodici capitoli, dedicato al musicista estone . Ma dove?….Poi, l’illuminazione  improvvisa: Arvo Pärt è tra gli autori della colonna sonora de La grande bellezza, visto e amato così tanto, or volge l’anno (e ben prima che si aggiudicasse la famosa statuetta).  Avevo fatto una ricerca, in merito, perché è uno degli aspetti del film che mi ha colpita di più; e locandinacosì ho scoperto l’esistenza di una produzione alta di musica sacra nel XX secolo, che per la verità, come tante altre cose, ignoravo totalmente.

In realtà il nome, di  Arvo Pärt era quasi scivolato in secondo piano, rispetto ad altri brani che mi avevano colpita maggiormente;ma che comunque, scopro oggi, sono a firma di compositori che si inseriscono nella stesso ambito di ricerca musicale,  come  John Tavener e Henri Górecki, noto come minimalismo sacro: una musica in grado di evocare la spritualità più alta con la maggiore economia di mezzi (quasi sempre, semplicemente, una linea melodica accompagnata da una sola nota di basso, o la riproposizione del canto gregoriano.)

 Naturalmente, la scelta di questi autori per la colonna sonora del film di Sorrentino non poteva essere casuale- e non lo è, infatti, come vedremo;né può essere spiegazione sufficiente   il fatto che Pärt sia un autore particolarmente amato dai registi, con oltre cinquanta film che ne includono brani nella colonna sonora (dal novero di questi film La grande bellezza è ovviamente esclusa, dato che il libro di Brokken è stato pubblicato nel 2010, dunque anteriormente alla produzione e all’uscita del film). La loro musica costituisce infatti non soltanto un elegante e alto sottofondo, ma implica la ricerca di una lettura del film che vada oltre  la mera celebrazione della dolce vita a cui tanto spesso è stato ridotto.

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Variazioni e Varianti. La Berceuse in Chopin e Van Gogh

 

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L’accostamento tra Chopin e Van Gogh, lo so, oltre a non avere nulla di letterario appare dei più improbabili; l’aspetto interessante, tuttavia, è che esso è autorizzato  non solo dall’aver composto opere con lo stesso titolo (come indicato nel titolo di questo post), ma anche dal fatto che queste opere nascono entrambe con il carattere  di variazioni sul tema.

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Un suono austero e perfetto come una fuga di Bach : Buon Natale

maraisorellacoverhz9La definizione nel titolo  è  di Z., il misterioso  protagonista  dello   splendido romanzo La sorella  di Sándor Márai. Un libro ambientato- almeno nella sua prima parte- in un albergo tra i boschi, durante il periodo e la notte di Natale, in cui la voce narrante, l’albergatore e i suoi rubizzi cacciatori ospiti hanno una sorpresa che proprio non si aspettano.

Un libro importante, sul Destino, la morte, la rinascita, il senso dell’Esistere. Un libro  profondamente spirituale, anche se tutt’altro che allegro: anch’esso austero e perfetto – e perfezione  è una parola che ricorre tante volte nel romanzo da farmi pensare a Márai come  ad uno degli Imperdonabili cari a Cristina Campo.

Cristina CampoGli imperdonabili

Tuttavia, su Márai e la Campo torneremo presto (anche perché, come spesso mi accade, sto scoprendo mille affinità in corso d’opera).

Per ora, questo asterismo è solo un pretesto per fare a voi che leggete i migliori auguri con il Bach di Maria Magdalena Kaczor: a proposito di musica, austerità e perfezione, ma anche di una straordinaria espressione di  altissima gioia, che è poi il vero significato del Natale

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RISORSE

* Su  La sorella  di  Márai lo splendido post di nonsoloproust   ;

** Il magnifico sito di Arturo Donati  dedicato a Cristina Campo;

*** Il sito di Maria Magdalena Kaczor