Romanzi

Omnia vicit Amor. George Orwell e Czesław Miłosz

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.Il titolo di questo post, lo dichiaro subito,  è volutamente ingannevole- e il sospetto vi sarà venuto, dato che  questi due immensi autori non sono certo noti per la loro inclinazione al sentimentalismo. Pure,nelle loro opere  entrambi d’amore parlano, e profusamente; quella con il Potere totalitario, soprattutto di matrice sovietica,  è una storia d’amore che nasce dall’odio o che nell’odio si riconverte, e che ci viene raccontata qui in due  tra le sue infinite varianti- l’Amore conosce molte strade- che attraverso un cammino tortuoso, irto di sofferenze e pericoli,  finiscono  per condurre al medesimo epilogo.

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L’Estinzione del Tempo .Thomas Bernhard e Marcel Proust

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«Longtemps je me suis couché de bonne houre»….«Per molto tempo mi sono coricato presto, la sera».  Certamente uno degli incipit più noti ed indimenticabili della storia della letteratura, di quella miracolosa ricostruzione del tempo perduto che si concluderà soltanto sette volumi dopo, quando il Narratore, a cui il Tempo ha donato la chiave per dischiudere le sue porte impenetrabili, si proporrà di scrivere quel sublime romanzo che il lettore ha appena terminato di leggere. Singolare, dunque, vedere come il momento iniziale e quello finale del tempo implodano e quasi collassino su se stessi in Estinzione, l’ultimo e certamente il più ambizioso romanzo di Thomas Bernhard in cui il protagonista,Franz Joseph Murau,  dalla sua casa di Roma, dove insegna letteratura tedesca all’allievo Gambetti, suo interlocutore  nel romanzo, si propone di raccontare e descrivere la residenza di Wolfsegg, il castello di famiglia in Austria,e il destino e il carattere dei suoi abitanti, «a costo di farli sembrare mostruosi» come il Narratore proustiano, bruciandone così la parabola in un atto creativo che reca evidente l’intenzione dell’annullamento. (altro…)

Tre paia di orecchini(anzi, quattro)/2…. Gadda

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Il quarto ed ultimo paio di orecchini è  forse il più prezioso, e   la sua luce certamente la più tragica. Si tratta infatti di   orecchini di brillanti, indossati da un’anziana signora che vagava, sola, per la casa, consumata dallo strazio per  un figlio che non tornerà più e dal terrore ispiratogli da quello sopravvissuto:  incapace, quest’ultimo,  di rivolgersi alla figura materna, pur così amata e venerata, altrimenti che attraverso un tono aggressivo e rancoroso, traboccante di un odio  che non è  se non gelosia e possessività disperata, bisogno di sentire la Mamma tutta per sé e non di doverla dividere con i petulanti peones del villaggio, su cui lei, «così invecchiata», si ostina a« bavare bontà». Ed ecco che, dunque, lo sguardo «animato da un sentimento non pio» del figlio si ostina a fissarsi sugli orecchini, unico simbolo di un passato altrimenti felice ed ora eternamente brillanti, come luci votive, in memoria dei morti,pure inutili a proteggere l’anziana madre dalla violenza di quel destino di cui pure il figlio sembra dimostrarsi volenteroso esecutore.

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Come i gigli nei campi.La tentazione della fede in Pasolini e Dostoevskij

Due anime tormentate, due interpreti profondi e visionari che hanno scorto nell’estrema miseria ed abiezione la radice della fede, e la più pura natura angelica negli abissi del Male.

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Le spose promesse . Gabriele D’Annunzio e Italo Svevo

Il tema della sposa trepidante che sogna di essere scelta dall’eroe (dal re, dal principe, dal califfo, dal sultano) per portarne avanti la discendenza (scelta che l’eroe compie peraltro non sempre secondo la propria volontà), è ricorrente nella mitologia occidentale (come pure araba, indiana e giudaico-cristiana). Ma il mito  occidentale forse più eloquente di un’attesa lunga e  poi crudelmente disillusa dell’eroe che salva e poi abbandona le vergini indifese è quello del giardino delle Esperidi, visitato da Eracle nel corso della sua undicesima fatica: come ci racconta Esiodo, infatti, le tre figlie di Atlante, Egle, Espere e Aretusa sono state poste a guardia del giardino dei frutti proibiti sacri ad Era, i pomi d’oro della conoscenza. Affinché ad esse stesse non venisse la tentazione di rubare i frutti, ecco che a guardia dell’albero è posto il drago Ladone. Eracle, grazie ad una freccia, o grazie all’aiuto dello stesso Atlante, ucciderà il drago e si impossesserà dei pomi da portare ad Euristeo. Ma l’abbandono dell’eroe ( o l’uccisione del serpente?) sarà il colpo di grazia per le povere vergini, che si lasceranno morire di dolore e che gli Argonauti, nel loro viaggio, troveranno trasformate in alberi (un pioppo nero, un olmo e un salice).

Di questo mito probabilmente si ricorda (non potrei mai dire quanto consciamente) D’Annunzio, nel suo romanzo Le vergini delle rocce; a D’Annunzio, probabilmente, si ispirerà  a sua volta Svevo per il quinto capitolo de La coscienza di Zeno, ma soltanto per risolvere  il sublime dannunziano  nella più feroce, amara ed esilarante dissacrazione.

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Bleak Houses. Harper Lee e Shirley Jackson

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Due case che nascondono. Una tragedia, un mistero un dramma familiare. Nei due romanzi perfetti di Harper Lee e Shirley Jackson, un fortissimo atto d’accusa contro la ferocia appena coperta dall’ ipocrisia del perbenismo della profonda provincia americana, dal Nord al Sud del Paese.

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Dèmoni e demòni: Nabokov, Dostoevskij, Bernhard

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Permettetemi di parlare di un altro modo di trattare di letteratura — il più semplice e forse il più importante. Se odiate un libro, potete egualmente trarre un piacere artistico dall’ immaginare modi differenti e migliori di guardare le cose — o, il che è lo stesso, di esprimere le cose — di quelli di cui fa uso lo scrittore che voi odiate. Il mediocre, il fasullo, la pošlost’[ concetto in definitiva assimilabile al kitsch, ndr] — ricordatevi di questa parola  — può se non altro offrirvi questo godimento malizioso ma molto salutare, quando gemendo e scalpitando leggete un libro di second’ordine cui è stato assegnato un premio. Ma i libri che vi piacciono dovete leggerli anche con fremiti e affanno.

Probabilmente  a più di qualcuno l’ accostamento apparirà a dir poco inopportuno, soprattutto tenendo presente il giudizio tranchant di Nabokov sull’opera di Dostoevskij ribadito  nelle sue lezioni alla Cornell  University  ( Lezioni di Letteratura russa):Lezioni di letteratura russa

 

La mancanza di gusto di Dostoevskij, il suo monotono occuparsi di personaggi che soffrono di complessi pre-freudiani, il suo sguazzare nelle tragiche disavventure della dignità umana — sono tutte cose difficili da ammirare. Non mi piace il vezzo dei suoi personaggi di «arrivare peccando a Gesù» o, come diceva uno scrittore russo, Ivan Bunin, di «sparpagliare Gesù dappertutto». Come non ho orecchio per la musica, non ho, e me ne rammarico, orecchio per Dostoevskij il profeta.

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