Gabbiani/2. …..Márai, Benjamin

 Il gabbiano come simbolo della sicurezza nel volare  incontro alla tempesta e gettarsi in picchiata  con istinto suicida ritorna nel  romanzo a cui Sándor Márai inizia a lavorare Maraidopo  Le braci, e che sarà pubblicato nel 1943, quando l’Ungheria è ormai pienamente travolta dalla furia della guerra. Il romanzo però è- con ogni evidenza- ambientato due anni prima, quando il Regno di Ungheria, alleato della Germania nazista, dopo aver invaso la Jugoslavia impadronendosi dei territori della  Bačka  e della Vojvodina (oggi  appartenenti alla Serbia) firma, il 27 giugno, la fatale dichiarazione di guerra contro l’Unione Sovietica, che avrà per il paese conseguenze incalcolabili: l’intera seconda armata dell’esercito ungherese, che si era peraltro astenuta dagli atroci crimini di guerra compiuti dalle truppe tedesche, sarà sterminata nel corso della battaglia di Stalingrado; il tentativo del governo ungherese di prendere contatti con le forze  alleate sarà intercettato dai tedeschi, che nel 1944 invaderanno il paese, deponendo  il reggente del Regno Miklós Horthy  e consegnando successivamente il potere nelle mani di Ferenc Szálasi , capo del partito filonazista delle Croci Frecciate ,a cui seguiranno la persecuzione e la deportazione degli ebrei è poi, un anno dopo, la liberazione (i.e. l’occupazione) da parte delle truppe sovietiche.

Il gabbiano è un romanzo di atmosfere sospese, del respiro trattenuto un attimo prima che accada l’inevitabile. Alla vigilia della  drammatica data destinata a cambiare per sempre la storia del paese, un funzionario ungherese che ha appena redatto la dichiarazione di guerra da consegnare al ministro (Horthy)  riavvita con mani tremanti il cappuccio della penna, e si lascia andare alle conseguenze incalcolabili del suo atto, della disperazione e del terrore in cui la nazione intera piomberà il giorno seguente:

Che cosa accadrà domani, quando quelle parole risuoneranno? E dopodomani? Quale significato assumeranno nel corso di quel fenomeno vago e intangibile che con termine generico definiamo tempo, la cui peculiarità consiste nel trattenere quanto ha accolto in sé, come un’amante folle stringe in un abbraccio mortale tutto ciò che ha avuto la ventura di finire tra le sue braccia? Quel che ha avuto inizio resterà preda del tempo…

Ma l’inevitabile non è ancora accaduto, l’uomo e la sua patria sono ancora fermi sull’orlo dell’abisso. L’uomo ha deciso di trascorrere quell’ultima sera all’Opera, per cele brare l’addio al «mondo di ieri»  ma non immagina che il destino ha in serbo per lui un appuntamento imprevedibile.  Poco dopo, vede materializzarsi  nel suo ufficio la donna amata e morta suicida anni prima,  a cui il suo pensiero più o meno cosciente è sempre rivolto. Dominando l’impulso di scoppiare in una risata isterica, il funzionario riesce ad avviare una conversazione con la sconosciuta. Viene a sapere che ella è di origine finlandese, che la sua casa è stata distrutta, centrata da una bomba tedesca, che suo padre è morto nell’esplosione, che  conosce il francese e l’nglese, oltre che l’ungherese, e che alcune conoscenze l’hanno indirizzata da lui perché le offra un visto e le consenta di trovare un lavoro come insegnante. E scopre poi il suo nome, elusivo e bellissimo, Aino Laine, cioè « Unica Onda»: un nome che « racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi per noi esseri umani: l’unico, che è pathos e ossessione – ma un grande pathos e un’ossessione decisiva, per gli uomini e le donne, eternamente in cammino gli uni verso le altre alla ricerca dell’unico vero amore! E l’onda, un concetto antichissimo, più antico della terra e dell’uomo – l’onda che offre e toglie eternamente i suoi doni, fa incontrare il caso e la possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale». 

Chi sia davvero Aino Laine, se sia  soltanto chi dice di essere – una giovane rifugiata in cerca d’asilo che parla diverse lingue e sembra nascondere e sapere molte cose-, non ha importanza. Conoscersi è luce improvvisa, dice il poeta, ed i due, effettivamente, si ri-conoscono subito, tanto che la conversazione abbandona presto il tenore formale richiesto ad un primo incontro per scivolare su un piano molto più personale. Impulsivamente, l’uomo chiede alla giovane di recarsi con lui quella sera all’Opera, e quando lei fa per accomiatarsi, affermando di dover ritornare in città, egli si offre di accompagnarla.

Sul ponte che collega le due parti della città, e che i due attraversano a piedi,  in silenzio, c’è un vecchio che dà da mangiare ai gabbiani. Entrambi si fermano ad osservare, affacciati al parapetto:                                                                                 

siraly

«Hanno una gran fame» dice la donna. Non le risponde. Durante la notte il grande fiume si è ghiacciato, e ora somiglia a una passione tumultuosa il cui flusso è stato bloccato da una forza gelida e indifferente. Forse da un nobile intelletto. In alcuni punti l’acqua erompe dalla superficie gelata, formando piccoli laghetti verdastri tra le lastre di ghiaccio. I gabbiani siedono sulle rive di questi laghetti e da lì spiccano il volo, mossi da incomprensibili idee o informazioni, come se fosse venuto loro in mente qualcosa, o qualcuno avesse sussurrato loro qualche notizia su opportunità di vita e nutrimento. Spiccano il volo a gruppi di tre o quattro, con pochi battiti d’ala sfiorano il ponte all’altezza del parapetto, e volteggiano anche più in alto. Stridono e si gettano in picchiata, come suicidi. […]
«Vengono dalla sua patria» dice lui.
«Sì» risponde la donna con indifferenza. «O meglio, dalla patria di mia madre. Laggiù ce ne sono tanti, nei fiordi, verso la costa della Norvegia. Sono molto voraci» constata.
«Pensa che soffrano il freddo?» le chiede, come se si stesse rivolgendo a un esperto.
«Certamente» dice la donna.

Ben presto l’attenzione dell’uomo si sposta dagli uccelli alla sua compagna, e in particolare ai suoi occhi grigioverdi, dallo sguardo crudelmente distante, lo sguardo di chi per sopravvivere si affida all’istinto e percorre anche immense distanze, sprezzante del pericolo come della morte. Il riconoscere nella giovane donna un esemplare di quella stessa, inafferrabile specie alata si impone quindi con inconfutabile evidenza:

I suoi occhi grigioverdi guardano freddi e indifferenti gli uccelli vocianti che si azzuffano per il cibo, per la vita.[…]
«Qui la gente ama i gabbiani» dice la donna. «Lo vedo tutti i giorni quando attraverso il ponte. C’è sempre qualcuno che si prende cura dei gabbiani. Il più delle volte sono uomini» dice in tono obiettivo. Aino Laine
«Sì» dice lui. «Pensi un po’, vengono da così lontano. Attraversano paesi e mari ghiacciati. E si riposano qui sul Danubio. Hanno bisogno di grassi. E quanto è priva di scopo la loro vita! Non è così?…».

La donna alza gli occhi freddi e grigi, li fissa in quelli dell’uomo. Con voce rauca dice:
«Priva di scopo?…» e si stringe nelle spalle. «Vivono. Vivono con grande energia. (…)».Sì, è evidente che i gabbiani vivono con grande energia, e non sono in molti a chiedersi se la vita di un gabbiano abbia uno scopo. Sono arrivati di notte da paesi stranieri, lontani e gelidi, volando al di sopra dell’inverno e della guerra, hanno fiutato nell’infinità del cielo e dell’aria il sentiero che li conduce verso paesaggi dal clima più mite e fiumi che continuano a scorrere senza ghiacciarsi completamente. Emettono i loro versi stridenti e rauchi, senza alcun sentimentalismo. E come sono belli!… Adesso, per la prima volta in vita sua, osserva con attenzione il volo dei gabbiani. Per decenni ho percorso questo ponte due volte al giorno, e vedo ora per la prima volta i gabbiani, pensa. Li vedo con gli occhi di questa donna. […]. [Il suo] sguardo è freddo e scrutatore: guarda nella nebbia, guarda la città, guarda gli uccelli che si azzuffano, con sguardo complice e vitreo, come chi sa qualcosa del destino in generale, del duro destino degli uccelli e degli esseri umani.

Che cosa, dunque, conosce Aino Laine del destino degli uomini, del suo destino, si chiede l’uomo? È davvero soltanto una coincidenza che la sosia della sua  Ilona amata e scomparsa sia giunta nella sua stanza  in una vigilia così terribile? E soprattutto, l’incredibile somiglianza tra le due donne che cosa sottintende? Che l’individualità non ha senso, è che ognuno  è sostituibile con uno dei dieci, cento, mille specchi viventi di noi stessi sparsi in ogni angolo della terra?

Somiglianza, che parola spaventosa; vengono i brividi a sentirla.[…]Non è meno spaventoso, tuttavia, che il duplicato mi abbia trovato in questa città, dove vivono un milione di persone: è entrata nella stanza, in una città straniera, e si è recata proprio dall’uomo che ha avuto già a che fare con un’altra donna simile a lei per destino fisico. In quella città straniera in cui vivono un milione di persone, è venuta a cercarlo con la stessa sicurezza con la quale gli uccelli selvaggi cercano il loro nutrimento nello spazio infinito… sì, come i gabbiani che giungono fin qui dal Nord, mossi dall’istinto, e sorvolano gli spazi aerei di questa città, perché nella lotta per la sopravvivenza sperano di trovare qui il nutrimento di cui hanno bisogno.

La serata all’Opera termina. I due hanno davanti una lunga, lunghissima notte, di confessioni, di riflessioni sul tempo e  sulle sue spirali, di segreti custoditi gelosamente e poi rivelati.  Aino Laine racconta di una serata analoga, altrettanto cruciale di quella che stanno vivendo, trascorsa all’Opèra de Paris, di una Parigi alla vigilia dell’invasione tedesca. Alla domanda del funzionario di come sia adesso Parigi, la donna non può rispondere; meglio non pensare, non lasciarsi coinvolgere, alzarsi in volo e partire:

. «Sai, quando non si ha una casa, all’improvviso il mondo diventa così piccoloPuoi metterti in viaggio, come gli uccelli, come… sì, li abbiamo visti oggi, come i gabbiani. Soltanto che noi umani non possiamo viaggiare con un bagaglio così leggero» aggiunge seria. «Ci vuole uno spazzolino da denti, un abito da sera, e ci portiamo dietro anche i ricordi. Già, volare non ci riesce così facile. I ricordi ci tirano giù. Peccato».

Infatti l’incontro tra i due, che per molte ragioni travalca certo la semplice coincidenza, non è avvenuto invano, ma pure si chiude con un doloroso paradosso: per non compromettere sé stessa e l’uomo a cui sente ormai di appartenere, Aino Laine se ne va per sempre, al termine della notte. E lui la lascia andare, certo di non poterla mai più perdere:

Vai pure, pensa. Che passo leggero hai! Vai pure, per le strade buie e per i paesaggi ancora più oscuri di paesi e intenzioni umane. Procedi, leggera come i gabbiani, sopra le città in fiamme e le cupe geografie, in un inquieto zigzagare, con la bussola dell’istinto nel cuore. Vedi, alla fine hai trovato la strada che conduce da me. Dove vai?… Che cosa e chi cerchi? Un giorno mi risponderai. Perché i prodigi esistono, ormai lo sai anche tu, e le persone un giorno si incontrano.

Nonostante  questa  professione di fede del protagonista – nei prodigi, nella casualità irriducibile dell’esistenza, che assume per gioco la forma di un miracolo- Il gabbiano lascia molti aspetti irrisolti, riflettendo appieno lo stato d’animo d’incertMarai2ezza e d’angoscia del suo autore. Nei giorni in cui scrive questo romanzo, in un Europa sconvolta dalla guerra di liberazione che  travolgerà l’Ungheria,  il suo cuore è pesante a causa della sorte incerta del suo paese, del timore di un’imminente persecuzione antisemita che avrebbe colpito anche la sua famiglia, essendo sua moglie Lola di origini ebraiche ( timore destinato purtroppo a concretizzarsi in seguito  all’invasione tedesca, come si è detto), e non in ultimo, dal  ricordo dell’unico figlio Kristof scomparso quando aveva pochi mesi. Márai è consapevole che Il gabbiano  è un libro in parte mancato proprio perché gravato dalla pesantezza. Nel suo diario egli scrive :« Il gabbiano non può lasciare il suolo; la materia terrestre, sporca e pesante, si attacca alle sue ali. Scrivo tormentato ed esausto, scompongo quanto ho scritto in brevi paragrafi e li riscrivo. Esitante, procedo un centimetro alla volta, in cerca del significato dei singoli pezzi;  mi sento in una dimensione surreale; la maledizione è che in tutto questo non c’è musica,  il gabbiano non può volare».



Nel Luglio del 1930, in occasione dei suoi trentotto anni, Walter Benjamin  può realizzare finalmente un desiderio che aveva nel cuore da oltre due anni: un lungo viaggio solitario trai ghiacci del Mare del Nord. Salpa dunque da Amburgo per un itinerario lungo tre settimane che lo condurrà lungo le coste della Scandinavia fin oltre il Circolo polare artico, per tornare poi in Germania lungo la rotta baltica. Nonostante Benjamin sia un viaggiatore inveterato (tra le sue mete ricorrenti, Parigi, Marsiglia, Capri), il viaggio questa volta assume una dimensione differente. È infatti un itinerario attraverso l’immenso edificio del Tempo,«in cui dimora anche chi non ha casa» e«le [cui] sale, piene del fragore dei marosi, sfilarono una dopo l’altra verso nord» quel Nord, con la sua lunghissima notte artica  » L’esigenza  di allontanarsi da Berlino è iniziata a farsi pressante dopo  il divorzio dalla moglie Dora e l’allontanamento benjamin.jpgdal figlio Stefan, e soprattutto dopo la separazione da Asja Lācis , attivista bolscevica  grazie alla quale si era avvicinato al marxismo e che era pronto a sposare;  Esther Leslie, autrice di una tra le mggiori biografie del filosofo, aggiunge a questi eventi di natura privata l’impossibilità, per Benjamin, di riconoscersi in una Germania in cui i fallimenti delle rivoluzioni del ’18 e del ’19, del 20 e del ’23 ( «Il fallimento dell’ Ottobre tedesco», secondo Corrado Basile) avessero determinato la svolta autocratica della Repubblica di Weimar  che getterà il paese nel mortale abbraccio del nazionalsocialismo. Il viaggio, dunque, proprio in quanto dimensione sospesa, si  adatta perfettamente alla   condizione di displacement, dell’ essere  «senza casa» e «senza patria», e quindi, dovunque, fuori luogo;  le note  prese in fretta a bordo della nave saranno poi rielaborate  in una raccolta di prose pubblicate poi a partire dal successivo settembre sulla rivista  Frankfurter Zeitung; in una lettera Gershom Scholem  del 15 Agosto è lo stesso Benjamin a darne notizia all’ amico, affermando di aver scritto «un ciclo, «Mare nordico», che con ogni  probabilità tra non molto avrai occasione di vedere».  Si tratta di una serie di sei prose (senza contare la brevissima introduzione dedicata al Palazzo del Tempo più sopra citata), costruite come Immagini di pensiero (Denkbilder, secondo la definizione di  T.W. Adorno coniata proprio per descrivere i testi del precedente lavoro di Benjamin Strada a senso unico), ovvero costruite attorno ad un’immagine portatrice di un enigma, di un segreto  non altrimenti parafrasabile ma che pure mette in moto il pensiero che si sforza di coglierne (e dunque esprimere) i significati suggeriti, dando vita così ad una sorta di “cortocircuito intellettuale“. Tra queste, ve n’è appunto una dedicata ai Gabbiani.

Ogni sera il mio animo di piombo si affaccia, colmo di presagi, sul ponte. A lungo seguo il volo dei gabbiani. Ce n’è sempre uno sull’albero maestro, che traccia movimenti oscillanti con improvvise spinte verso il cielo. Ma non dura mai molto a lungo, né è mai lo stesso. Ne giunge un altro, e con un paio di colpi d’ala ha-invitato o cacciato, non saprei- il primo. Finché, d’improvviso, il pinnacolo è vuoto. Ma i gabbiani non hanno smesso di seguire la nave. Come sempre, essi descrivono i loro circoli sull’abisso insondabile. Qualcos’altro introduce una forma di ordine tra loro. Il sole è tramontato da un pezzo, ad Oriente è diventato tutto buio. La nave fa rotta verso Sud. Un po’ di luce permane ad Ovest. Ciò che è accaduto ai gabbiani- o a me?-  è accaduto in virtù del posto che io, così esigente, così solitario, mi sono scelto nella malinconia del ponte di poppa. D’un tratto, improvvisamente, c’erano due schiere di gabbiani, Orientali i primi, Occidentali i secondi, a sinistra e a destra, così totalmente diffe

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M.C.Escher,  Giorno e Notte

renti che il termine “gabbiani” non li definiva più. Sullo sfondo del cielo morente gli uccelli a sinistra ritenevano qualcosa del suo splendore, scintillando con ogni planata e risalita, andandosi incontro o evitandosi, racciando una ininterrotta e imprevedibile serie di segni, tessendo una  indicibilmente cangiante, fluttuante ragnatela d’alima che pure rivelava un senso. Ma io lo persi, sentendomi spinto irresistibilmente a guardare  l’altra schiera di uccelli. Qui niente era davanti a me, niente mi parlava. A stento avevo iniziato a seguire con lo sguardo  i gabbiani  Orientali, un paio di ali nerissime che volavano verso l’ultimo barlume di luce, perdendosi nella distanza e ritornando, così che presto non fui  più in grado di descriverne i movimenti. Fui interamente catturato  dal pensiero di essere tornato io stesso da lontano, nero di tutto ciò che avevo attraversato, un turbinio  d’ali silenziose. A sinistra ogni cosa restava da decifrare, e il mio destino pendeva da ogni segno; a destra si era ormai realizzato da tempo, e non restava che un unico cenno silenzioso. Questa contraddanza è durata a lungo, finché io stesso non ero ormai altro che il varco attraverso il quale gli indefinibili messaggeri, bianchi e neri, si scambiavano di posto tra i venti. 

Leslie ricorda inoltre che nelle sue note per Mare nordico egli osservi come, in quel viaggio, gli eventi e gli oggetti travalichino le categorie usuali: «Ciò che qui accade è incerto e sovradeterminato ad un tempo, come appaiono qui tutte le cose quando il crepuscolo bianco le cattura» notando inoltre  come la scrittura dei Denkbilder sia vergata sul foglio bianco della memoria, qui rispecchiato nelle notti bianche dell’Artico. La lotta contro il suo dissolversi implica lo strenuo sforzo di rimanere aggrappati alla specificità dell’esperienza, provando a decifrare, per usare immagini dello stesso Benjamin, i segni tracciati dal sale sulla sabbia o sforzandosi di riconoscere le lettere celate in una tempesta di neve.  In ciò che appare banale e quotidiano si nascondono  i segni degli eventi; dalla dimensione soggettiva si passa a quella oggettiva. Le immagini, infatti, non esistono soltanto di per sé nel qui ed ora, ma intrattengono sempre un rapporto dialettico con il passato, che grazie ad esse riemerge improvvisamente e fulmineamente nel presente; , già nel 1927, lavorando alla sua grande opera (incompiuta) dedicata ai Passages di Parigi, Benjamin trovava per l’immagine la splendida e paradossale definizione di «dialettica nell’immobilità»:

[I]mmagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’”ora” in una costellazione. […] . Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’”ora” è dialettica.

Ma il rapporto tra passato e presente è ciò che costituisce la Storia, e compito dello storico, per  Benjamin,  è « riconoscere il riaffiorare del passato nel presente, ” (…)e essere in grado di ritrovarne le analogie”. Gli eventi del passato acquistano significato soltanto attraverso la memoria di essi nel presente, e d’altra parte soltanto il loro ricordo può dare significato al presente. La storia, agli occhi di Benjamin, assume l’aspetto di un caleidoscopio. Egli la percepisce come un insieme infinito e mutevole di costellazioni di eventi del passato e del presente. Il tentativo di scrivere la Storia è dunque destinato a fallire se non ne riflette il carattere caleidoscopico ed evanescente.»(Karoline Kirst, Walter Benjamin’s “Denkbild”: Emblematic Historiography of the Recent Past) ; e così i gabbiani d’Oriente e d’Occidente rGabbiani tramonto 2ivelano la propria natura di scoperta allegoria della grande novità storica della Repubblica socialista, circondata da un’oscurità quasi impenetrabile riguardo al proprio destino, un destino che forse lo riguarda (ricordiamo che già negli anni precedenti Benjamin si era fortemente avvicinato al marxismo grazie soprattutto all’influenza dell’ amatissima  Lācis e del loro comune amico Bertold Brecht, e per molto tempo ha sperato inutilmente che Lacis potesse trovargli un lavoro in Russia) e dell’ agonia di un Occidente che sta vivendo gli ultimi sprazzi di luce prima di essere travolto dalla barbarie nazista e quindi dalla catastrofe della guerra.


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Corsivi e enfasi grafiche  nei testi sono miei;

Il gabbiano e Sándor Márai su NonSoloProust

-Sul romanzo di Márai, la bella recensione di Marina Brunetti su  La stanza di Virginia e il contributo di  Gloria M. Ghioni sulla rivista  Critica Letteraria

-Per  ripercorrere le atroci tappe della storia ungherese dall’Anschluss  fino alla scelta suicida dell’alleanza con Hitler, all’invasione sovietica e poi ai fatti del 1948, anno in cui, a causa della censura sovietica, Márai sceglierà in modo definitivo la via dell’esilio, è imprescindibile la lettura delle sue memorie, raccolte nei volumi Terra, terra!… e Volevo tacere;

-La traduzione del passo tratto dal diario di Márai è tratta da qui (ovvero da una traduzione in inglese fatta da un olandese; un abominio filologico, lo so,  anche perché vi sono contenute parecchie inesattezze sulla biografia di Márai come sulle vicende storiche, e tuttavia meglio di niente, in attesa di un’opportuna e sospirata edizione critica della prima parte dei Diari, forse per questioni editoriali legate al  copyright internazionale,  , mentre sono da tempo stati pubblicati quelli relativi agli ultimi anni americani dello scrittore(L’ultimo dono. Diari 1984-1989 ), da cui è tratto il brano seguente, che appare come singolare, dialettico controcanto al testo di Benjamin :

Sulla riva dell’oceano, sotto un cielo plumbeo che preannunciava l’arrivo di un temporale, sono rimasto a osservare un vecchio gabbiano che scrutava immobile la riva, a guardia dell’infinito. Il corpo pesante dell’uccello, coperto da un fitto piumaggio, era sorretto da zampette a forma di stecchino; il becco duro, adunco, un’arma temprata per affrontare duelli e battaglie nell’acqua e sulla terraferma, era puntato per aria, immobile come un pugnale nascosto nella sua custodia, e ai lati del capo dell’uccello due occhi emanavano una luce oscura spiando contemporaneamente verso destra e verso sinistra. Quello che ha davanti a sé, non lo vede, e conosce l’orizzonte soltanto nella prospettiva degli emisferi alla sua destra e alla sua sinistra. È simile all’ideologo disposto a riconoscere il mondo umano solo a partire dalla sua definizione di destra o di sinistra. Ma è possibile anche puntare lo sguardo direttamente in avanti… Per questo occorre avere una fronte con due occhi ben inseriti nel mezzo. (25 Agosto 1984).

Poco meno di cinque anni dopo, nel febbraio del 1989, rimasto  vedovo dell’adorata Lola e disperando ormai di vedere l’Ungheria liberata dal giogo comunista, Sándor Márai metterà fine alla propria vita sparandosi un colpo di pistola nella sua casa di Los Angeles. Il muro di Berlino sarebbe crollato nel giro di  pochi mesi;

-La traduzione di Gabbiani è mia- dalla versione in inglese, che ho trovato qui . Gli altri brani citati da Mare nordico  sono nella traduzione di Marisa Bertolini (presente nel Volume IV delle Opere complete( Scritti 1930-1931 e nella raccolta Immagini di città);

-Per una definizione della natura e dei confini di genere dei Denkbilder,  vale la pena di segnalare l’attenzione riservata al problema  dalla rivista Odradek , curata da Raul Calzoni e Francesco Rossi per  Zetesis, progetto di ricerca a cura del Dipartimento di Filosofia e Storia dell’Università degli Studi di Pisa;

-Impossibile non riconoscere nella teoria dei Denkbilder l’influenza di Proust, di cui Benjamin tradusse, tra il 1925 e il 1927,  il secondo e terzo volume della Recherche, assieme a Franz Hessel; per illuminare la profondità e la complessità del rapporto tra i due autori, imprescindibile l’analisi di Peter Szondi – di cui si possono leggere estese citazioni qui  e qui ;

-Il displacement  e la concezione  della storia come storia della distruzione, la funzione dialettica delle immagini e l’attenzione dovuta ai vinti molto più che ai vincitori costituiscono il profondissimo debitonei confronti di Benjamin  di W.G. Sebald  (come avrete già immaginato)-di cui, tra gli altri, scrive Gerard Fischerqui  (in inglese);

– La stessa natura dalettica del Denkbild rende al lettore “postero” impossibile resistere alla tentazione di riconoscerenello scontro tra le due schiere di gabbiani, con l’uno che scaccia l’altro sul pinnacolo più alto, la profezia della barbarie nazista scalzata in Europa- e nella stessa Germania dal totalitarismonon meno atroce dei liberatori sovietici (e si pensi soltanto al destino della città di Benjamin, ridotta ad ingresso infernale della Cortina di ferro). Benjamin non potrà però vedere la sua  (inconsapevole?) profezia realizzarsi: non potendo più rimettere piede in Germania a causa delle persecuzioni razziali, internato in un campo di lavoro nella Parigi occupata,  decisosi infine ad abbandonare l’Europa, appena giunto nella località catalana di Port Bou si vede confiscare i documenti dalla polizia di frontiera (le nuove regole del regime di Franco impedivano che venisse concesso un visto d’ingresso in Spagna a chi non avesse un visto francese d’uscita); certo che questo avrebbe implicato  la sua consegna ai nazisti presenti su tutto il territorio francese, morirà misteriosamente, per attacco cardiaco o più verosimilmente suicida per ingestione di pillole di morfina, «tra lo stridore lamentoso dei gabbiani nel cielo »come suggestivamente nota Franco Rella , (Miti e figure del  moderno. Milano 1981). Il visto d’ingresso, grazie al quale avrebbe potuto raggiungere le coste dell’Atlantico per poi  imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti,  arriverà  il giorno successivo alla sua morte.

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4 comments

  1. Chapeau come sempre cara Dragoval! Che dirti delle suggestioni di questo post. Marai e Benjamin, e i gabbiani. Non ho ancora letto Il gabbiano ma sempre ciò che riguarda Màrai mi prende. Ma è il Benjamin di cui ci parli che affascina in modo profondo. (Anch’ io, nel mio piccolissimo, subisco un grande incantesimo dai cieli del Nord…) E quell’ intreccio del volo di gabbiani rappresentato da Escher ! Un pezzo di grandissima portata, con un corredo prezioso di approfondimenti che potranno aiutare a fendere quell’ intrico di riflessioni pieno di turbamenti per il lettore. Dunque, grazie e brava.
    A margine, con un filo di voce, ti segnalo un romanzo, interessante nel suo genere, di Bruno Arpaia L’ angelo della storia , che narra lavicenda della parte finale della vita di B. A me è piaciuto, ovviamente niente a che vedere con questi tuoi studi. Un abbraccio.

    1. @ Renza
      Ti ringrazio come sempre,soprattutto per i tuoi contributi sempre graditi ed opportuni- non conoscevo infatti né il libro né il suo autore, ma mi sono documentata(per chi volesse approfondire: l’autore e l’opera), e sono felice che un autore italiano abbia dedicato un romanzo a Benjamin, che molti considerano ancora un autore elusivo e sfuggente (probabilmente proprio a causa dell’ asistematicità del pensiero e dei suoi scritti).
      Grazie ancora, dunque, leggerti è sempre un grande piacere- e lasciami dire che sarei felice se un bel giorno tu pensassi di concederti uno spazio tutto tuo che rendesse giustizia alla tua cultura e alla tua profonda sensibilità (di lettrice e non solo) ……
      Un bacio

  2. Dragoval carissima, grazie della tua generosissima stima nei miei confonti. Ma hic manebimus optime , qui e in altri blog a nutrirmi ( un po’ da parassita…) dei vostri splendidi post che sono per me stimolo e arricchimento. E fare un po’ da grillo parlante
    Per finire il discorso su L’ Angelo della notte, Arpaia è un ispanista e non un germanista. Tuttavia è stato catturato da Benjamin e per scrivere il romanzo si è molto documentato. Il risultato è stato, per me, affascinante. Le pagine della fuga, della prigionia in Francia, degli incontri con la Arendt, dei suoi ricordi sono emozionanti. La figura di Benjamin è commovente, forte e fragile insieme e si partecipa con doloroso struggimento a questo suo ultimo viaggio. Il romanzo ha una struttura duale, poichè racconta di un altro personaggio che incontrerà Benjamin alla fine, ma io ho trovato migliore la parte dedicata al Nostro. Contraccambio il bacio e ti ringrazio di tutto.

    1. @Renza
      Puoi star certa che lo leggerò, anche perché l’ultimo periodo della vita di Benjamin, oltre ad essere il più drammatico, è anche il più intenso e il più fecondo ( e basterebbero da sole le sublimi Tesi di filosofia della storia ); mi interessa perciò molto come la sensibilità di Bruno Arpaia possa averne dipinto il personaggio.
      Un abbraccio e un saluto , con la speranza che un bel giorno, a tempo debito, chissà, tu possa riconsiderare la cosa……. 😉

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