Fatti diversi

RESURREZIONI. LUCANO E CARAVAGGIO

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30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». 32 Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». 37 Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. 39 Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». 40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43 E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Questo il racconto della resurrezione di Lazzaro riportato  nel Vangelo di Giovanni (11,1-53), soggetto iconografico tra i più noti e frequentati della tradizione artistica europea  (da Giotto a Tintoretto, dai fiamminghi  a Rembrandt); ma al cospetto della versione di Michelangelo Merisi da Caravaggio- che tutti avrete certo immediatamente riconosciuto- non si può fare a meno di avvertire, rispetto al testo evangelico, una  inafferabile ma irriducibile dissonanza, che lo avvicina invece, insospettatamente, ad un altro testo di resurrezione, diverso e terribile.

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La solitudine dei numeri secondi. Orazio, Petrarca e la “Sindrome di Salieri”

 

Oltre trent’anni fa, ormai – nel 1982-,il regista Miloš Forman, nel suo film Amadeus,  creava una delle più immortali metafore dell’invidia. La lettura del film, non si sa quanto attendibile storicamente, ruota tutta attorno alla rivalità concepita da Salieri nei confronti di Mozart, arrivando addirittura ad ipotizzarne una complicità nella morte del compositore, avvenuta in circostanze mai chiarite. Ebbene, anche quella che qui si propone è una lettura analoga, un divertissement inattendibile, su due dei massimi poeti fondatori della  tradizione poetica occidentale affetti anche loro, con parecchi secoli d’anticipo, dalla «sindrome di Salieri». Incredibile dictu,lo so;  eppure i sintomi ci sono tutti.download-8


Quelli dei miei dodici virgola cinque lettori che avessero mai frequentato il liceo, o si siano mai dilettati di aprire un manuale di letteratura italiana – o qualsiasi altro sussidio didattico tra le miriadi di siti che ogni giorno ripopolano l’universo di Internet-, certamente si saranno sorbiti le solite formulette appiccicate ai sommi poeti in questione come mantra: dissidio interiore, funestus veternus, strenua inertia. L’inquietudine di Orazio, incostante come una banderuola,ventosus, che a Roma ama Tivoli e a Tivoli Roma; e Petrarca, che pace non trova et non ha da far guerra . Di più : Petrarca che fedelmente ripercorre l’ossessione di Orazio per il tempo che passa, e l’incombere inesorabile della morte (Eheu fugaces, Postume, Postume /labuntur anni; La vita fugge e non s’arresta un’ hora). 

Eppure entrambi erano quanto di più vicino possiamo immaginare alla figura dell’intellettuale di successo. Orazio era amico intimo di Mecenate; aveva ricevuto da lui un podere in Sabina, a Tivoli, la futura sede della residenza imperiale; ha ricevuto da Augusto la proposta di diventare segretario personale, che ha rifiutato; ha raggiunto il vertice della gloria poetica con il Carmen Saeculare, davanti all’intera Roma in giubilo e al pontifex che scandiva l’ascesa al Campidoglio assieme alla vergine vestale. L’auspicio dell’Ode III, 30, ovvero della realizzazione di un monumento più duraturo del bronzo che l’innumerevole fuga degli anni non avrebbe potuto scalfire apparirebbe dunque pienamente realizzato. Missione compiuta.

Petrarca, dal canto suo, è un intellettuale europeo, anzi il primo intellettuale europeo del mondo delle corti. Viaggia in tutta Europa, è precursore dell’Umanesimo. E’ celebre, famoso. Sulle orme di Orazio, ancora una volta, viene incoronato poeta sul Campidoglio. Tocca dunque anche lui le stelle con  il suo capo -con un dito.

E dunque?


Orazio era stato presentato a Mecenate da Virgilio. I due poeti si erano conosciuti alla scuola di Posillipo, gestita dall’epicureo Sirone. Fanno amicizia, viaggiano insieme- fino a Brindisi; Orazio riconosce immediatamente la grandezza poetica di Virgilio- guai a chi glielo tocca, potrebbe rischiare la maledizione di un naufragio. Virgilio non è l’unico poeta del circolo; accanto a lui ci sono Cornelio Gallo e Vario Rufo.  L’armonia tra loro regna sovrana, almeno secondo quanto ribatte Orazio al celebre scocciatore della Satira I,9, in cui qualcuno ha voluto riconoscere, probabilmente con ragione, il giovane Ovidio  che peraltro si mostra scettico su tanta sbandierata concordia. (Gallo morirà in circostanze mai del tutto chiarite, forse suicida, di certo in disgrazia presso il princeps).

Virgilio viene incaricato da Mecenate, e dunque in realtà da Augusto, di scrivere il poema di Roma. Di celebrazioni, egli ne sa qualcosa: Il modello più immediato è Ennio, il grande poeta epico della conquista del Mediterraneo, che considerava sé stesso reincarnazione dello stesso Omero. Ma i tempi sono cambiati. Tra Ennio e Virgilio c’è l’immenso bagno di sangue di oltre un secolo di guerre civili: i Gracchi, Mario e Silla, Cesare e Pompeo, gli squadroni della morte di Clodio e Milone,  Ottaviano e Antonio prima uniti contro Bruto e Cassio, i cesaricidi, poi  nemici mortali in una guerra terribile che esaurisce le forze e le risorse di una popolazione stremata; fino a che non ne resta uno solo, che ha fretta di cancellare  il rosso del sangue con il bianco del marmo, del rinnovato splendore dell’aeterna urbs. Manca solo il grande poema epico che canti le magnifiche sorti e progressive di Roma, l’inevitabilità del Fato, del destino che vede l’Urbe regnare sull’Orbe per volere di Giove.Virgilio, inaspettatamente, ribalta la prospettiva: Enea non è più l’uomo del destino, quanto piuttosto, il burattino degli dèi. I suoi sentimenti più profondi, le sue memorie familiari, il suo lutto, la sua disperazione per Troia in fiamme, per la stirpe di Priamo cancellata, sono crudelmente ignorate, calpestate, derise. Egli viene iactatuimagess, sbattuto qua e là, come un relitto alla deriva- cosa che egli è davvero, nel profondo del suo animo (a Didone dirà: se solo fossi,  potessi essere libero di scegliere, tornerei indietro,a piangere i miei morti e la rovina della rocca di Priamo). L’affresco che illustra la tragedia di Troia nella reggia di Cartagine, dove egli arriva straniero e ospite, lo commuove (sunt lacrimae rerum, il verso più straziante del poema per chiunque sappia cosa significa memoria familiare).Enea vedrà troppi morire per una causa che egli non comprende, e anche lui, alla fine del poema, si trasforma nell’eroe spietato, che vorrebbe  risparmiare la vita di Turno ma che poi, colpito da amentia in maniera non dissimile da Orfeo, lo trafigge spedendone l’anima sdegnata tra le ombre.  Quando Virgilio ha completato il poema, di ritorno a Brindisi dall Grecia,  vorrebbe bruciarlo, e supplica gli amici Plozio e Vario di impedirne la diffusione dopo la sua morte – perché non ne aveva terminato la revisione; in realtà,più verosimilmente, perché era consapevole di cosa fosse veramente l’Eneide. Ma il princeps salverà l’opera. Sa infatti che  l’Eneide sarà destinato ad essere per sempre il poema di Roma, anche se- proprio perché –  ricorda soprattutto di lacrime grondi e di che sangue il suo imperium.

Quando Virgilio muore, nel 19 a.C. a Brindisi, Roma si trova ormai alla vigilia della celebrazione dei Ludi saeculares, i giochi celebrati in obbedienza alla tradizione  indicata dai libri sibillini, che celebrano, ogni cento anni, l’anniversario della fondazione di Roma. Nella lunga celebrazione dei sacrifici, il giorno del 3 giugno, dopo i sacrifici a cui presiede lo stesso Augusto in veste di pontifex maximus, un coro di ventisette fanciulli e ventisette fanciulle intona ad Apollo e Diana un lungo carme in cui esprimono il voto che mai sotto il Sole possa sorgere nessun imperium più grande e splendido di quello di Roma. L’autore del Carmen  (Saeculare ) è Orazio, il quale non manca, nell’ultima strofe, a mo’ di sigillo, di legare alla  vuona novella della grandezza di Roma il proprio nome:

Haec Iovem sentire deosque cunctos 
spem bonam certamque domum reporto, 
doctus et Phoebi chorus et Dianae 
dicere laudes.

Non è la prima volta,del resto, che Orazio sente il bisogno di sottolineare la propria eccellenza poetica, soprattutto come scrittore dei Carmina. Conclude così l’Ode I,1, la dedica a Mecenate, con cui egli dichiara all’amico che, se egli vorrà porlo tra il numero dei poeti, egli si innalzerà fino a toccare le stelle con il capo:

Quod si me lyricis vatibus inseres,
sublimi feriam sidera vertice.

E vi ritorna nell‘Ode III,30, quando proclama orgogliosamente di aver innalzato un monumento più duraturo del bronzo e più alto del regale sito delle Piramidi, che né la furia degli elementi né l’inarrestabile fuga del tempo potranno scalfire; ma soprattutto, ribadisce che la sua gloria si rinnoverà  di novella fronda presso i posteri  (crescam laude recens) fino a quando il pontefice (dunque Augusto!) ascenderà al Campidoglio assieme alla vergine vestale (dum Capitulium/ scandet cum tacita virgine pontifex) – vale a dire per sempre,e, saldando l’immagine religiosa a quella della gloria poetica, chiede a Melpomene di  non farsi pregare per  incoronarlo poeta:

Delphica / laude cinge volens, Melpomene, comam

L’Ode III,30 chiude dunque i primi tre libri delle Odi, composti ed interpretati unitariamente. Alla richiesta a Mecenate si sostituisce l’orgogliosa autoproclamazione. Ma perché insistere?  Mecenate, forse, si era rifiutato di riconoscerlo tra i lyrici vates? Certo che no; pure, l’incarico di comporre l’Eneide era stato affidato ad un altro; né si può dire che Virgilio avesse una maggiore vocazione epica, avendo anch’egli praticato due generi come l’ecloga e la poesia didascalica, sulle orme di Teocrito ed Esiodo (e, tra le righe, di Lucrezio), non certo di Omero; ma Orazio ha combattuto a Filippi dalla parte sbagliata; troppo rischioso, dunque, affidare a lui il poema nazionale- o forse una sottile vendetta di Ottaviano, che pure, dopo la morte di Virgilio, gli chiederà di divenire suo segretario personale.Inoltre, sul tema politico, Orazio aveva già composto lEpodo VII, ferma condanna delle guerre civili successive alla morte di Cesare e al rinnovarsi della tradizione fratricida da cui Roma ha avuto origine, molto più diretto ed esplicito rispetto alla Bucolica I di Virgilio, che allude più sommessamente al dramma dei profughi a seguito dell’espropriazione delle terre, dalla quale egli stesso, per intercessione – probabile- di Asinio Pollione presso Ottaviano, era stato miracolosamente risparmiato.

Orazio, dunque, si è visto preferire Virgilio. Non stupisce, dunque, il funestus veternus, che lo porta ad arrabbiarsi con gli amici e a perseverare nei comportamenti dannosi per la sua salute; non stupiscono la strenua inertia, la tormentosa inquietudine, non stupisce il cupo pessimismo del libro IV delle Odi, scritto dopo il 19, che alla smaccata laude di Augusto alterna la consapevolezza dell’inanità dei propri sforzi (Immortalia ne speres); quando anch’egli discenderà nell’Ade, sulle orme di Orfeo e di Enea (e nel corpus delle Odi c’è un numero elevatissimo, direi quasi ossessivo, di allusioni alle catabasi virgiliane), la sua opera,  non sarà più, sgretolata dall’oblio, che pulvis et umbra: il monumentum aere perennius è destinato ad essere quello scritto da un altro.


Quando Petrarca inizia a concepire la sua raccolta di liriche in volgare, Rerum vulgarium fragmenta  opera a noi più nota e cara come Canzoniere, Dante è già morto da quasi vent’anni, e la Commedia è l’opera più famosa  del suo tempo- e forse non solo- nell’Europa medioevale. Il poema conosce una diffusione immediata e trasversale: le copie vengono vergate di continuo, destinate a diventare, molti secoli dopo, la croce (e la delizia) dei filologi, che si affaticano nella ricostruzione della lectio d’ autore-complicata, come è
noto, dalla mancboccaccio-headanza del testo autografo. Tra  i più ferventi ammiratori dell’opera dantesca- della sua intera produzione, in genere, e della Commedia in particolare- è a lui, infatti, che si deve l’ormai inseparabile attributo “divina”-, c’è Giovanni Boccaccio: la conoscenza profonda e le allusioni continue all’opera di Dante sono evidenti già nelle sue prove giovanili, per divenire via via più esplicite nel Decameron (tra innumerevoli, citiamo la più ovvia: il numero delle cento novelle corrispondenti ai cento canti della Commedia). Ma Boccaccio ha un ruolo del tutto peculiare non soltanto come fruitore, ma anche come diffusore e promotore dell’opera dantesca;  verga di propria mano tre copie del poema (del tutto inaffidabili sul piano filologico a causa dei continui interventi del copista sul testo incerto), scrive un   Trattatello in laude di Dante e, negli ultimi anni della sua vita, terrà a Firenze una serie di lezioni pubbliche sull’Inferno  (la morte non gli consentirà di proseguire oltre il canto XVII). Tuttavia, Dante non è l’unico poeta nei pensieri e nel cuore di Boccaccio,che fin dagli anni Quaranta aveva sentito parlare  del giovane favoloso giunto ad Arquà dalla Provenza; e dopo la stesura del Decameron,  che lo lascia profondamente insoddisfatto ed in preda ad una profonda crisi spirituale (paragonabile a quella vissuta da Tasso due secoli dopo), vede in Petrarca il praeceptor in grado di mostrargli la diritta via  verso l’ascesi, eglicastagno_06b che con tanto rigore aveva rifiutato, nel Secretum,  qualsiasi concessione al fascino secolare, compresa la cultura classica. Quanto alla gloria poetica, le credenziali del Petrarca erano massime, essendo egli stato incoronato poeta in Campidoglio l’8 Aprile 1341, con il rinnovo ad personam dell’antico rituale romano.Non è azzardato forse ipotizzare che Petrarca abbia preferito Roma a Parigi (che pure gli aveva rivolto l’invito per l’incoronazione poetica) proprio per ribadire la continuità con la tradizione poetica classica, anche se la versione ufficiale che egli presenterà al mondo, nell’Epistula Posteritati di cui parleremo più avanti, sarà di aver scelto Roma su consiglio del cardinale Giovanni Colonna, in virtù della sua autorità di capitale religiosa («romane urbis autoritatem omnibus preferendam statui»).


L’incontro con Petrarca avviene a Firenze nel 1350, quando il poeta si stava dirigendo alla volta di Roma per il Giubileo indetto da Clemente VI ; l’ammirazione di Boccaccio per Petrarca era di lunga data, e si era già espressa artisticamente da oltre dieci anni  nell’epistola Mavortis miles  e nella biografia encomiastica  De vita et moribus  dominis Francisci Petracchi ;a questo primo incontro ne seguiranno altri sei, integrati da una fitta corrispondenza e da un dialogo intellettuale che continuerà, quasi ininterrotto, fino alla morte di Petrarca. Boccaccio non può non condividere con il suo amico e maestro l04_triv_if‘ammirazione per la Commedia  e nel 1351,di ritorno a Firenze da un loro incontro a Padova (dove Boccaccio inutilmente aveva offerto al poeta una cattedra nello Studio fiorentino), invia a Petrarca un codice vergato di sua mano, il Vaticano Latino 3199   contenente il testo del poema ed un carme dedicatorio. Ytaliae iam certus honos . Nello stesso anno  Petrarca lavorava ai Trionfi, (poema allegorico in terza rima, guarda caso), opera interrotta e poi ripresa successivamente, ma destinata  comunque a rimanere incompiuta per la morte dell’autore; e il biennio precedente (’49-’50) si era rivelato decisivo per la  fisionomia del  Canzoniere  , con la sua struttura bipartita tra rime in vita e in morte di Laura (evidente retaggio della Vita Nuova dantesca) e con la sua paradossale natura che continuamente chiede perdono di esistere così come esiste, ovvero come testimonianza dell’ irriducibile errore  rispetto alla  diritta via (tracciata appunto, fuor di metafora e non, dalla Commedia). Petrarca non mostra di aver particolarmente gradito il dono; anzi, ostenta  di non conoscere la Commedia e di condannarla pregiudizialmente per la scelta del volgare invece del latino (scelta in effetti prevista, com’è noto,  per il progetto iniziale del poema). Com’è ovvio, Petrarca nega l’evidenza; Michele Feo, curatore della voce“Petrarca” nell’Enciclopedia dantesca,  dimostra con numerosi e notevoli esempi come il  Canzoniere sia  fittamente intessuto di continui rimandi alla Commedia:

L’imitatio del P. sarebbe per gli ultimi indagatori un evocare disinteressato della memoria, un riaffiorare naturale, spontaneo […]La presenza della Commedia nel Canzoniere sarebbe dunque soprattutto inconsapevole. Eppure certe incastonature a frammenti come ” Spirto felice che sì dolcemente / volgei quelli occhi, più chiari che ‘l sole, / et formavi i sospiri et le parole, / vive ch’anchor mi sonan ne la mente ” (CCCLII 1-4), per cui cfr. Pg II 113-114 cominciò elli allor sì dolcemente, / che la dolcezza ancor dentro mi suona; oppure: ” fanno le luci mie di pianger vaghe ” (C l4), da If XXIX 2-3 avean le luci mie sì inebrïate, / che de lo stare a piangere eran vaghe; od operazioni di calco come ” né sì né no nel cor mi sona intero ” (CLXVIII 8) sul che sì e no nel capo mi tenciona di If VIII 111 (dove solo la preconcetta cavillosità può appellarsi alla ” lingua del tempo ” [Melodia]); o, ancora, l’esatta identità di nessi, in versi come ” et dopo questo si parte ella, e ‘l sonno ” (CCCLIX 71; cfr. anche Tr. Famae I [abbozzo] 10-11 ” il sonno e quella … / appena eran partiti “) da Pg IX 63 poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro (che non si può spiegare solo con la fonte comune antica, perché in Ov. Met. XV 25 e Virg. Aen. VIII 67 non c’è nulla più che una situazione somigliante),fanno pensare al P. che conosciamo, col libro alla mano in atto di controllare la citazione e annotarla rigorosamente[…] e viceversa occultarla abilmente nella propria personale ritessitura verbale di poeta

Prevedibilmente, inoltre, la presenza della Commedia  è anche più  evidente nei Trionfi, che con quella apertamente si misurano per  la struttura, la terza rima, l’argomento (vedi sotto, Risorse e Note a margine).Come si è detto, nel 1351 l’opera viene interrotta. Singolare coincidenza: il 1351 si rivela una data cruciale nella biografia poetica e intellettuale di Petrarca,un anno che, per più aspetti, è possibile definire critico. Sempre in quest’anno, infatti, Petrarca inizia a comporre  l’  Epistula Posteritati in cui si preoccupa di riscrivere essenzialmente la propria autobiografia spirituale minimizzando il  primo giovanile errore  di cui dichiara di essere stato impaziente di liberarsi,e presentando sé stesso come sempre teso verso la ricerca delle verità trascendenti. Curiosamente, la lettera si interromperà – per la sua morte- proprio nella narrazione degli avvenimenti del 1351, quando, dopo la morte del principe Iacopo da Carrara, suo protettore ed amico, Petrarca decide di lasciare Padova per fare ritorno in Francia,« incapace di trovare requie», non tanto per desiderio di rivedere quel luogo per l’ennesima volta quanto piuttosto «alla maniera degli ammalati, che cercano di trovare sollievo mutando posizione»:

redii rursus in Gallias, stare nescius, non tam desiderio visa milies revisendi, quam studio more egrorum loci mutatione tediis consulendi.

E qui ogni lettore si sarà ricordato, oltre che della strenua inertia oraziana, anche della metafora dell’ammalata con cui si conclude il canto VI del Purgatorio (148-151):

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume, 150

ma con dar volta suo dolore scherma.

 Il dono di Boccaccio, dunque, sembra aver in qualche modo compromesso, come nota  Roberto Antonelli nella sua analisi de “I Rerum Vulgarium Firagmenta di Francesco Petrarca” ,«il dialogo privato» di Petrarca con Dante, costringendo in qualche modo Petrarca a riconoscere proprio nel Dante della Commedia « il grande modello dei RVF,dichiarato…soltanto per singoli frammenti, inconfessabile a livello di sistema, proprio per la complessità della stessa operazione agonistica dispiegata verso di lui», operazione che Petrarca «considerava troppo difficile da comprendere per chicchessia, Boccaccio compreso». Il silenzio di Petrarca in materia  sarà rotto soltanto otto anni dopo, nel 1359, con l’epistola indirizzata a Boccaccio (Familiares, XXI, 15), per scagionarsi «dalle calunniose accuse rivoltegli dagli invidiosi» (purgatio ab invidis obiecte calumnie). Chi siano poi questi invidiosi non è chiarito, e proprio la ragion d’essere della stessa, così come indicata da Petrarca, ha tutto il sapore  dell’excusatio non petita:  Petrarca, infatti, non solo protesta che Boccaccio gli fa torto a crederlo invidioso nel sentir tessere le lodi di Dante, che lui odierebbe,ma si difende dalle accuse  degli invidiosi che lo accusano di  non aver mai voluto leggere la sua opera per invidia nei confronti di Dante e del suo primato nella poesia in volgare. E qui, Petrarca si spinge davvero a sfidare l’intelligenza del suo interlocutore, come di noi lettori, quando giura e spergiura che, se non lo ha fatto, è solo perché avrebbe finito  con l’intessere  la propria opera poetica di citazioni e rimandi a quella dantesca (!!), arrivando addirittura ad affermare che se nella sua opera si ritrovano allusioni e citazioni queste non si spiegano con il proposito di imitare Dante, ma soltanto con il fatto che egli si sarebbe trovato inconsapevolmente a ripercorrere le orme di Dante per affinità di ingegno, come vuole Cicerone (!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!). E, non contento, supplica Boccaccio [finissimo conoscitore dell’opera di Dante come di quella dello stesso Petrarca, si badi], se mai può credere in qualcosa, di credere a questo, perché non c’è niente di più vero:

Hoc unum non dissimulo, quoniam siquid in eo sermone a me dictum illius aut alterius cuiusquam dicto simile, sive idem forte cum aliquo sit inventum, non id furtim aut imitandi proposito, […], sed vel casu fortuito factum esse, vel similitudine ingeniorum, ut Tullio videtur, iisdem vestigiis ab ignorante concursum. [13] Hoc autem ita esse, siquid unquam michi crediturus es, crede; nichil est verius.

E’ difficile capacitarsi che parole simili siano state scritte da una tale altezza d’ingegno con la pretesa  di essere creduto (Petrarca, peraltro, più avanti ammette una ricezione e una fruizione più consapevoli del testo dantesco nella maturità);  molto più interessante, per contro,  è l’affermazione di essere, ad onta dei suoi detrattori,l’ unico a comprendere davvero la qualità poetica del verso dantesco, cosa che a loro era preclusa« a causa dei loro ingegni ostruiti»:

cum unus ego forte, melius quam multi ex his insulsis et immodicis laudatoribus, sciam quid id est eis ipsis incognitum quod illorum aures mulcet, sed obstructis ingenii tramitibus in animum non descendit.

salieriProprio come Salieri, a suo modo, era colui che più profondamente- e dolorosamente- degli altri aveva avuto l’infausto privilegio di comprendere la grandezza divina della musica di Mozart. Il malinconico epilogo della vicenda (quale lo apprendiamo ancora da  Michele Feo ) si ritrova in un’altra lettera più tarda al Boccaccio, (Seniles, V,2), nella quale, in relazione al canone degli autori in volgare stilato da Meneghino Mezzani, il ” vecchio ravennate”, che assegnava a Boccaccio il terzo posto e a lui il secondo, Petrarca, rimproverando l’amico per aver avuto l’intenzione di bruciare i propri testi in volgare, lo esorta a non peccare di superbia e ad accettare il proprio posto anche quando questo non sia il primo, e si dichiara disposto a cedergli il proprio secondo posto, contento di rivendicare a sé il primato nella poesia latina. Il primo posto nella nuova letteratura è di Dante, finalmente riconosciuto anche da Petrarca  come«ille nostri eloqui dux vulgaris»,  il principe della nostra lingua,che, come  poeta sovrano, sovra gli altri com’aquila vola. 



RISORSE E(T)  NOTE A MARGINE

Corsivi, grassetti, traduzioni e riduzioni dei testi in latino sono miei;

-La sindrome di Salieri  del titolo voleva, nelle intenzioni, essere un’ iperbole. Scopro invece che diversi siti, si sono occupati della questione precisamente in questi termini ( a me è piaciuto molto questo , che nella scelta delle immagini sottintende e suggerisce come molti, anche insospettabili, ne fossero affetti);

-Il destino di eterno secondo di Orazio sembra- involontariamente- essere stato sancito persino da Dante, che nella compagnia di poeti che seguono, gli assegna il piazzamento d’onore alle spalle di Omero, e prima di Ovidio e Lucano (Inferno, IV 88-90):

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. 

-La questione della profonda e capillare influenza dell’opera dantesca sui Rerum vulgarium fragmenta  è analizzata e approfondita da Sandro Bertelli, La tradizione  e il testo del carme “Ytaliae iam certus honos”in  Studi sul Boccaccio n.41, 2013  [NB – Per leggere il testo è necessario registrarsi e caricare un proprio documento]

-Sulla capillare diffusione dei rimandi alla Commedia nei Trionfi, nota ancora Michele Feo:

Numerose sono le iuncturae dantesche dissimulate: es. ” dolce riso ” (Tr. Mort. II 86), da disïato riso (If V 133); ” dolce e pio ” (Tr. Mori. II 185), da tristo e pio (If V 117); ” tra’ fiori e l’erba ” (Tr. Cup. I 90) da tra l’erba e’ fior (Pg VIII 100). Qualche verso ha l’aria di un vero e proprio calco: ” onde altrui cieca rabbia dipartillo ” (Tr. Famae I 63), da là onde ‘nvidia prima dipartilla (If I 111); ” di poca fiamma gran luce non vène ” (Tr. Cup. II 21), da poca favilla gran fiamma seconda (Pd I 34); ” tal che l’occhio la vista non sofferse ” (Tr. Cup. II 138), da che l’occhio stare aperto non sofferse (Pg XVI 7; cfr. anche Pd III 129); ” O ciechi, el tanto affaticar che giova? ” (Tr. Mort. I 88), da O frate, andar in sù che porta? (Pg IV 127). Più spesso si tratta di riecheggiamenti meno pesanti, anche se nettamente trasparenti, come: ” Io non posso per ordine ridire ” (Tr. Famae III 28), da Io non so ben ridir (If I 10); ” Le sue parole e ‘l ragionare antico ” (Tr. Cup. I 49), da Le sue parole e ‘l modo de la pena (If X 64). Talora l’eco verbale risponde a un’identità di situazione: ” Dimmi, per cortesia, che gente è questa? ” (Tr. Cup. I 66) e che gent’è che par nel duol sì vinta? (If III 33); ” ‛ che pensi? ‘ disse ” (Tr. Cup. III 5) e mi disse: ” Che pense? ” (If V 111); ” la coppia d’Arimino, che ‘nseme / vanno ” (Tr. Cup. III 83-84) e quei due che ‘nsieme vanno (If V 74).

– L’argomento delle incoronazioni poetiche rimanda inevitabilmente il lettore contemporaneo al dissacrante libello di Thomas Bernhard dedicato ai premi letterari,e ai recenti avvenimenti relativi all’assegnazione del premio Nobel per la letteratura 

 

Delitto e castigo. Oscar Wilde e Alan Turing

 

Londra come Atene, duemilatrecento anni dopo (circa). Due figure determinanti  nell’identità culturale dell’Occidente colpite a morte  accusate e perseguite per immoralità e corruzione dei giovani, le stesse accuse rivolte a Socrate. Nel cuore stesso della democrazia occidentale.

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Stabat lupus. Fedro e Sciascia (e lo spettro di Orwell)

Aesopus-moralizatus-in-Napoli-per-F.-Del-Tuppo-il-Lupo-e-lAgnello-1485In un suo recente articolo pubblicato sul  Corriere della Sera, Paolo Giordano rifletteva sull’importanza dei simboli colpiti e sulla rapidità con cui se ne creano di nuovi.  Se è vero- come è vero- che la nostra mente pensa essenzialmente per simboli ed immagini, non c’è forse nessun altro simbolo che possa descrivere l’illogicità della violenza e della strage fine a sé stessa come la favola del lupo e dell’agnello, immortale apologo delle vessazioni atroci e gratuite del più forte sul più debole. Non intendo addentrarmi qui in complesse discettazioni sullo scenario geo-storico-politico (a sua volta intessuto di atrocità) in  cui l’orrore di questi giorni- di questi ultimi anni- è nato ed ipertroficamente cresciuto; ne parlo qui perché ne ho scoperto una sorta di rilettura radicale di un giovanissimo Sciascia, che  se mi ha fatto amaramente riflettere mi ha  fatto anche,ancor più amaramente, sorridere.

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A ciascuno la sua balena. Achab e il Dottor House

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Nel proporre questo accostamento, dichiaro subito che non è pensabile ridurre l’immensa profondità e densità simbolica del libro di Melville alle banalizzazioni e alle evidenti forzature semplicistiche di un medical drama, per quanto ottimamente realizzato. In realtà, anzi, sono convinta che  la consonanza tra i due personaggi mostra quanto il mito di Achab sia così profondamente radicato nella coscienza, anzi nell’inconscio collettivo americano, tanto da trascendere forse la volontà degli stessi sceneggiatori.

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Malparlieri vil razza dannata. Rossini, Pirandello, Saviano

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Malparlieri è una bellissima parola di origine provenzale per designare una categoria infame, ovvero coloro che sono sempre pronti a infangare e infamare, per interesse o per puro gusto, la reputazione altrui . La specie infestante prospera dovunque: nei gruppi di giovani, nei luoghi di lavoro, nelle trasmissioni televisive, sulle colonne dei giornali, e ultimo ma non ultimo, nell’immensa comunità virtuale della rete. Così, tra il serio e faceto, senza dimenticare che, davanti ad una reputazione distrutta e alla conseguente rovina che ne segue- economica, politica, sociale o personale che sia; e spesso è tutto questo insieme- la farsa spesso si trasforma in tragedia.

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Streghe volanti: la Befana e Baba Yaga

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La  nostra cara vecchietta con la scopa ha tante sorelle nel mondo. E non si tratta di una globalizzazione del mito, come nel caso di Santa Claus [il caro Babbo Natale, divinità dei boschi originariamente vestito di verde e poi per sempre associato al bianco e rosso della più nota tra le bevande], ma di esiti diversi di antiche divinità appartenenti alle diverse tradizioni  religiose precristiane (con rituali annessi).

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Per la Befana si tratta dell’antica dea romana Strina/Strenua, contraltare femminile di Giano, le cui celebrazioni avvenivano all’inizio dell’anno, quando i consoli entravano in carica; in quella occasione vi era la consuetudine di scambiarsi doni di buon auspicio per l’anno, in analogia a quanto accadeva pochi giorni prima per i Saturnalia, le festività dedicate al solstizio d’inverno.

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 Le fonti (Varrone e Sesto) ci testimoniano che alla dea fosse dedicato un boschetto lungo la Via Sacra, da cui sarebbero stati colti e donati rami di verbena a Romolo; secondo un’altra tradizione, al culto della dea erano associati fasci di una particolare varietà di salice, salix viminalis, da cui il colle romano deriverebbe il proprio nome. Nel folklore popolare, col tempo, i sacri fasci si trasformano nella ben nota scopa,  con funzione essenzialmente apotropaica.

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La cosa estremamente interessante è che il bosco, la scopa e una strana capanna che si regge su zampe di gallina (e sembra avere vita propria, muovendosi nella foresta,  con le finestre che le servono da occhi)sono gli attributi anche della Baba Yaga, anzi, delle tre sorelle (!) che portano lo stesso nome. Nel folklore russo, la Baba Yaga è una figura ambivalente: a volte vista come orribile e spietata, a volte come benevola protettrice. Gli antropologi, in particolare Michail Chulkov, includono questa figura tra le divinità pagane della tradizione slava, i cui attributi erano un mortaio e un pestello di ferro, e a cui venivano tributati anche sacrifici umani; Afanas’ev invece riconosce nell’aspetto benevolo di Baba Yaga una derivazione della Gran Madre (un proverbio russo recita peraltro il forno è tua madre, alludendo appunto al grande forno di mattoni presente nella capanna della Baba Yaga, in cui finiscono molti dei suoi visitatori; il che ci permette di riconoscerla nella  famelica strega di Hansel e Gretel).

163035-004-F2F48081A differenza della Befana, a Baba Yaga la scopa non serve per volare, quanto piuttosto a cancellare le sue tracce nella foresta: per volare nell’aria si serve invece del mortaio e del pestello di ferro (usato come remo), portando terribili tempeste ovunque si rechi (e così abbiamo ancora una volta l’associazione della figura al periodo invernale, con cui appunto viene identificata dagli antropologi).

E poiché non mancano anche assimilazioni a figure della tradizione mitica occidentale, come Persefone dea degli Inferi (dunque come Ecate), appare evidente che tutte queste figure abbiano le proprie origini nel comune patrimonio mitico indoeuropeo, e che le successive differenziazioni siano giustificate alla luce delle specifiche tradizioni culturali espresse poi dai diversi popoli nelle loro diverse lingue.

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Dopo questo lungo excursus, è giunto finalmente il momento di confessare dove voglia andare a parare questo post. Semplice: a dedicare a tutti voi il nono dei Quadri di un’esposizione di Mussorgskij, dedicato appunto alla capanna dalle zampe di gallina della nostra terribile strega. Così, per concludere in bellezza le feste, prestamente portate via sulle veloci scope delle streghe d’Europa. Buon ascolto. E ditemi se, chiudendo gli occhi, non vi sembra davvero di vederle fare le acrobazie tra i cumulonembi.


RISORSE

*Il blog romanoimpero, ottima fonte sui riti e il patrimonio folklorico e mitico legato alla dea Strenua;

**Il libro di Andrea Johns sull’ambiguità della figura di Baba Jaga, e sulle testimonianze del mito e della letteratura (Johns cita Babel’ e Solgenitzyn; io non sono riuscita a scoprire in quali opere ne parlino);

Cotillon di Capodanno: oroscopo 2015

BrankoPaolo Fox

Oroscopo 2015

  Per un blog che nasce nel segno delle stelle (precisamente nel segno del Toro, a Maggio 2014), quale migliore modo di salutare il nuovo anno con un oroscopo assolutamente infallibile?

Volete sapere con certezza cosa il nuovo anno riserverà ad ogni segno? Come sarà  il futuro? E soprattutto chi è colui che  – degli esimi signori sopra effiggiati- l’uno e l’altro  caccerà dal nido con mano ferma e sicura?

Lo scoprirete  subito, posto che vi piaccia di restare in questo loco.

Buon 2015 a tutti.

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Ridere sotto i baffi. Ennio Flaiano e Giovannino Guareschi

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A vederli così, soprattutto se è  per la prima volta,  sembra proprio il classico caso di separati alla nascita. Ma le affinità esistenti tra Ennio Flaiano e Giovannino Guareschi  vanno bel aldilà del singolo  particolare fisionomico (per quanto nell’associazione in questo post di questi due autori da me amatissimi i baffi abbiano avuto, senza dubbio , una considerevole  importanza ;-))  .

Flaiano e Guareschi sono stati gli animatori di due tra i più importanti settimanali del dopoguerra, che sia pure per strade diverse condividevano la  ricerca di una terza via nell’Italia divisa tra Togliatti  e De Gasperi.

Inutile sottolineare che questa scelta ha avuto il suo prezzo, giacché entrambi gli autori si sono sempre visti snobbare dalla più agguerrita critica militante e molto raramente hanno l’onore di comparire nei volumi di storia della nostra letteratura. Solo dopo la morte di entrambi, si può dire, il valore della loro opera è stato opportunamente riconosciuto, sebbene sempre ombrato da una certa pregiudiziale resistenza (specialmente nei confronti di Guareschi, e ad onta dello straordinario successo internazionale ottenuto soprattutto con le storie di Mondo piccolo)

Flaiano fu redattore capo e anima de Il Mondo , settimanale pubblicato a Roma tra il ’49 e il ’66, fondato e diretto da Mario Pannunzio, che ha potuto vantare i contributi delle maggiori firme del pensiero liberale italiano ed europeo, da Croce a Orwell a Mann;download (8)

Guareschi fondò e diresse assieme a Giovanni Mosca, già nel 1945,  il noto settimanale umoristico Candido, che pur schierandosi nettamente a favore della Democrazia Cristiana nelle elezioni cruciali dell’Aprile  del ’48, si orientò successivamente verso l’indirizzo monarchico, fino alla cessazione delle pubblicazioni nel ’61 a seguito della rottura con l’editore Angelo Rizzoli per motivi editoriali e politici (Laffaire Guareschi è un altro dei simpatici fatti diversi di storia letteraria e civile del nostro Paese).

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Entrambi hanno lavorato nel mondo del cinema: Flaiano, come è noto, ha firmato le sceneggiature delle migliori pellicole felliniane; Guareschi ha raggiunto la notorietà con i film tratti dai suoi racconti del ciclo Mondo piccolo,  con gli immortali Don Camillo e Peppone  impersonati da Gino Cervi e Fernandel

Entrambi sono stati, prima ancora che uomini di lettere e di spettacolo, mariti e padri amorevoli,  con un vivissimo senso della famiglia: amatissime da Flaiano la moglie Rosetta Rota e la figlia Luisa, detta Lelé,  che causa di una grave encefalopatia non poté mai imparare a parlare . Flaiano, aldilà delle pose brillanti da viveur di via Veneto, fu in realtà interiormente spezzato da questo dramma,  che gli allontanò per sempre la famiglia,  con la moglie costretta ad assistere la figlia in una struttura in Svizzera;

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Guareschi invece ha fatto della sua amata Ennia (in arte Margherita) e dei figli Alberto e Carlotta ( chiamata scherzosamente la Pasionaria, a causa del carattere risoluto) i protagonisti delle deliziose storiedello Zibaldino e del Corrierino delle famiglie;

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Entrambi sono inoltre scrittori fecondissimi, poliedrici e forse disorganici , che hanno pubblicato opere e lasciato materiali inediti all’insegna dell’asistematicità; Guareschi riconosce chiaramente questo debito nell’introduzione al suo  Zibaldino (prima edizione Rizzoli, 1948)  e ad un novello Zibaldone lascia pensare (a parte il romanzo Tempo di uccidere) la pubblicazione delle opere  e degli scritti postumi a cura di  Maria Corti e Anna Longoni (Bompiani, 1988-1990, di cui si può leggere oggi una selezione nel volume Adelphi, delle Opere scelte.): Diario notturno, Diario degli errori, Le Ombre bianche, Frasario essenziale per passare inosservati in società.

Flaiano e Guareschi sono soprattutto due  umoristi di razza .:  più lapidario e diretto, a volte acre, Flaiano, Guareschi più sottile e garbato. Il loro umorismo, come voleva Pirandello, è vero sentimento del contrario ovvero capacità di lettura del paradosso nell’assurdo dell’esistenza e tanto più è leggero quanto più alto è il grado di distillazione della malinconia. Nei loro testi satirici e anche schiettamente comici, si ritrova infatti quella leggerezza surreale, quel senso del paradosso che, sorprende il lettore e gli rivela all’improvviso, in un dialogo o in un aforisma,  una verità tanto profonda quando inattesa.

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Esame di moralismo

“Lei è moralista?Esprima un giudizio pessimistico sugli italiani.” “Sono dei dongiovanni sul piede di casa che all’estero si lamentano del continuo caffè e a casa consumano più brillantina che carta”. “Bene. Definisca scherzosamente la situazione politica in Italia”. “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.”Ne dia un giudizio più amaro”. ” Sono un sincero democratico, ma certe cose mi fanno arrossire di rabbia e di vergogna; penso perciò che gli Italiani siano irrimediabilmente fatti per la dittatura”.”Accenni con disinvoltura al suo passato fascista”. ” Ero studente, allora, e la mia attività si riduceva a svolgere un’azione tanto ingenua quanto inascoltata nella mia organizzazione”.”Accenni, con prudenza, alla sua attività di partigiano”.Fu soltanto negli ultimi tempi che ebbi l’onore, ché tale lo consideravo, di partecipare a un modesto movimento: il mio, debbo dire, malfermo entusiasmo, e la mia azione critica, non furono tuttavia gradite.” “Magnifico. Adesso sia spiritosamente antipatriottico” “Come Saturno, di cui portava ab antiquo il nome, questa terra non riesce a perdonarsi di averci dato i natali”.”Una domanda facile: che cosa fa, lei, ogni volta che va in treno?”Scrivo un pungente articolo sui miei occasionali compagni di viaggio”.”Mettendoli in ridicolo?” “Sì, “et pur cause”!””come, se è lecito?” “Riportando i loro discorsi e sottolineandone l’assenza di logica,di senso politico, di serietà, e di educazione civile e patriottica”.[…]”Frequenta lei i salotti?” “Forcément, per studiare la decadenza delle classi borghesi”. “Frequenta le case di tolleranza?” “Per studiare la spaventosa condizione delle mercenarie”.”Frequenta i ristoranti?””Per bollare, nei miei scritti, le persone che occupano gli altri tavoli”[…]”E a teatro, ci va? “Ci andrei,ma non sopporto gli intervalli” “La ragione, prego?””Negli intervalli gli spettatori discutono di argomenti che non conoscono”.

Ennio Flaiano, Diario notturno

 
 
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Giornalismo ’45-’46
Portai il mio primo articoletto al quotidiano del pomeriggio che mi aveva invitato a collaborare.
Era un pezzettino scritto col miglior garbo possibile, che m’era costato molta fatica, e lo presentai sicuro di me al redattore capo del giornale.
«Debole» disse il redattore capo restituendomi il foglio. «Così non può andare. Cerca di renderlo più interessante, più movimentato.» Rimasi un po’ male, a ogni modo promisi che me lo sarei riguardato attentamente. Onestamente però non potevo assicurargli che sarei riuscito a movimentarlo molto. «È un pezzo piuttosto di colore» conclusi. «Risulta un po’ difficile movimentare i pezzi di colore.»
«E chi ti parla del pezzo?» replicò il redattore capo. «Il pezzo non mi interessa, non l’ho neanche letto. Mi interessa il titolo e io parlo appunto e solo del titolo.»
Si trattava di un pezzettino d’attualità per quei giorni: parlava di un bambino che si rigira nel suo letto aspettando con impazienza il mattino per correre a vedere cosa gli ha portato la Befana. E perciò avevo trovato naturale intitolarlo: La calza sotto il camino.Effettivamente era un po’ debole e io rinforzai il concetto: Stanotte Gigetto non dorme.«Meglio», disse il redattore capo. «Però non ci siamo ancora: cerca di interessare il lettore. Stuzzica la sua curiosità.»
In questi casi l’interrogativo è quello che ci vuole; perciò modificai con facilità il titolo: Perché Gigetto non dorme stanotte?
«Bene» approvò il redattore capo. Ma poi ci ripensò e scosse il capo. Mettendo Gigetto, la gente avrebbe capito subito che si trattava di una cosetta leggera. Occorreva rimanere più sul vago e sul misterioso.
Ammantai il titolo di mistero: Qualcuno non dorme, stanotte. «Puzza di letterario» disse il «Cambia stile, fa qualcosa di più cronistico, di più moderno. Sfogliati la raccolta, cerca di adeguarti allo stile del giornale.»
Sfogliai la raccolta, cercai di adeguarmi, ed ecco tre nuovi titoli: Dormire e no.
Dan, dan, dan, già le tre, ma lui duro! — E aspetta aspetta, non arriva mai questa porca mattina.
Il redattore capo disse che la gente ama le cose forti: il fatto bisogna sempre “montarlo”, non presentarlo come uno scherzo. Drammatizzare, non ironizzare.Drammatizzai e ottenni cinque titoli interessanti:
Cosa succede nell’altra stanza? — Passi si udranno nel buio ? — Chi è la vecchia misteriosa che va in giro di notte? — Vecchia di notte. — Notturno con vecchia.
«Ci siamo» esclamò il redattore capo. «Punta tutto sulla vecchia: le vecchie rendono moltissimo, in cronaca. Le vecchie interessano sempre.» Si mise egli stesso al lavoro, e alla fine mi lesse il risultato:
Una vecchia urla nella notte — Attenzione! Vecchia che urla in via Pacini. — Accorrete,sgozzano la vecchia del quinto piano! — Aiuto! Sbudellano la vecchia e il sangue scorre per le scale rosso e fumante come vino brulé! Stabilì che l’ultimo era il migliore e mi chiese se mi piacesse.
«Molto» risposi. «Però nel mio pezzo non si parla di delitti, si parla di un bambino che si rigira nelletto aspettando la Befana.»
«Benissimo» esclamò il redattore capo. «Il bambino veglia nella notte aspettando la Befana, ed ecco che a un tratto ode un grido: nella casa vicina hanno sgozzato una vecchia e lui allora crede che si tratti della vecchia Befana e piange disperatamente col viso affondato nel cuscino. Lo modifichi in due minuti, il pezzo, e ottieni anche un finale commovente.»
«E la vecchia sgozzata? Vuoi inventare un delitto?»
«Ma che inventare! Tu non precisare località: figurati se stanotte in tutta Milano non sgozzano una vecchia.»
Effettivamente, quella notte, una vecchia fu sgozzata e magari ci fu effettivamente qualche Gigino che udì il grido e pensò che avessero assassinato la Befana.
Ma questo sistema della cronaca preventiva non mi va giù: ai miei tempi prima si lasciava che accadesse il fatto e poi lo si raccontava, e non si permetteva che, per amor di un bel titolo, si sgozzassero le vecchie signore.

Giovannino Guareschi, Lo Zibaldino

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Qui il testo integrale dell’Esame di moralismo;

Qui il testo integrale de Lo Zibaldino

Una piccola ala di muro giallo: Proust, Vermeer, De Waal (e altri…)

In La Prigioniera, quinto volume della Recherche proustianail narratore Marcel ci racconta come abbia appreso dalla amata Albertine della morte dello scrittore Bergotte (personaggio d’invenzione che sintetizza i caratteri degli autori contemporanei più amati da Proust, John Ruskin e Anatole France, e che nei volumi precedenti aveva rivelato  la sua importanza per la formazione letteraria del Narratore ), che pure in condizioni di salute ormai disperate si reca ad una mostra per contemplare un dettaglio della Veduta di Delft di Johannes Vermeer:

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Johannes Vermeer, Veduta di Delft , olio su tela 1660

[…] poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata dal museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e pensava di conoscere a fondo, una piccola ala di muro giallo (che non si ricordava) era dipinta così bene da sembrare, se la si guardava isolatamente, una preziosa opera d’arte cinese, di una bellezza che sarebbe bastata a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì ed entrò alla mostra. Sin dai primi gradini che ebbe da salire, fu preso da mancamenti. Passò davanti a molti quadri ed ebbe l’impressione dell’aridità e dell’inutilità di un’arte così artificiosa, e che non valeva le correnti d’aria e di sole di un palazzo di Venezia, o di una semplice casa in riva al mare. Infine si trovò davanti al Vermeer che si ricordava più splendente, più diverso da tutto quel che conosceva, ma dove, grazie all’articolo del critico, notò per la prima volta dei piccoli personaggi in blu, che la sabbia era rosa, e infine la preziosa materia della piccolissima ala di muro giallo. I suoi mancamenti aumentavano; egli fissava lo sguardo, come un bambino su una farfalla gialla che vuole catturare, sulla preziosa piccola ala di muro. «È così che avrei dovuto scrivere, diceva. I miei ultimi libri sono troppo scarni, sarebbe stato necessario passare parecchi strati di colore, rendere la frase in se stessa preziosa, come questa piccola ala di muro giallo.» Tuttavia la gravità dei suoi capogiri non gli sfuggiva. In una bilancia celeste gli appariva, su uno dei piatti, la sua stessa vita, mentre l’altro conteneva la piccola ala di muro dipinta così bene di giallo. Sentiva di aver dato incautamente la prima per la seconda.

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Veduta di Delft , particolare

Isolata dal contesto, la morte di Bergotte sembra quasi un’esemplare storia Zen (l’illuminazione nel momento estremo, il colpo che abbatte, l’armonia  del tutto riflessa in ogni infinitesima parte).La perfezione e l’autosufficienza di ogni dettaglio, il suo valore intrinseco che resta intatto anche se isolato dal contesto, è certamente il principio primo dell’arte orientale, principio che Edmund De Waal, famoso ceramista britannico, ritrova nella collezione di famiglia dei suoi netsuke, le piccole statuine d’avorio e legno che riproducono straordinariamente animali, frutta e mestieri di uomini:

 

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La lepre dagli occhi d’ambra (The Hare with Amber Eyes, edizione italiana Un’eredità d’avorio e ambra, Bollati Boringhieri 2011) è appunto la storia ricostruita del lungo viaggio della collezione nel tempo e nello spazio (dal Giappone e ritorno) attraverso la storia dei suoi proprietari, gli esponenti della ricchissima famiglia  ebraica degli Ephrussi, trasferitisi da Odessa a Parigi e divenuti ben presto protagonisti della vita sociale e artistica della città (soprattutto nella figura di Charles Ephrussi, che come l’autore sostiene sembra prestare molto di sé al personaggio di Charles Swann):

 

Cerco di fare mente locale sulle più immediate analogie tra il mio Charles [Ephrussi]  il Charles della Recherche. Dico «immediate», ma quando le metto nero su bianco mi accorgo che compongono un elenco ben nutrito. Entrambi sono ebrei. Entrambi hommes du monde. Le loro frequentazioni vanno dai reali (Charles accompagnava per Parigi la regina Vittoria, Swann è amico del principe di Galles) ai salotti, fino agli atelier degli artisti. Sono cultori delle arti, appassionati di pittura italiana, in particolare di Giotto e Botticelli. Sono entrambiimages (7) esperti di un argomento misterioso come i medaglioni alchemici di San Marco. Sono collezionisti, mecenati degli impressionisti, fuori luogo al sole di una festicciola sulla Senna organizzata da un amico pittore [il quadro a cui allude de Waal è  Le déjeuner des canotiers  di Renoir,in cui appare un personaggio in frac e cilindro di spalle , ndr].Entrambi scrivono monografie d’arte: Swann su Vermeer, il mio Charles su Dürer. Entrambi mettono «la propria erudizione in materia d’arte a disposizione delle dame della società per consigliarle nell’acquisto di quadri e nell’arredamento dei loro palazzi». Sono dandy e insieme cavalieri della Legion d’Onore. Attraversano il giapponismo per approdare infine al nuovo gusto per lo stile Impero. Ed entrambi sono dreyfusisti che scoprono come la propria vita, messa in scena con tanta cura, possa all’improvviso andare in pezzi soltanto per il fatto di essere ebrei.

E’ proprio Swann a far conoscere le opere di Bergotte al Narratore.  Swann, che, progetta da tempo di scrivere uno studio su  Vermeer, a lui vorrebbe attribuire una Diana al bagno  erroneamente creduta a firma di Nicolas Maes (attribuzione che in seguito la critica riconoscerà come corretta). In realtà era Proust stesso ad avere una grande passione per Vermeer, di cui si era innamorato durante un viaggio in Olanda nel 1902; e lo stesso Proust ebbe un violento malore quando rivide, nel 1921, la Veduta di Delft esposto al Musée de l’Orangerie. Del resto, sull’inattendibilità del narrato nell’opera proustiana lo stesso De Waal ci avverte:

Proust gioca sul filo tra realtà e invenzione. . Elstir, [altro personaggio della Recherche, l’analogo di Bergotte per la pittura, che sintetizza la personalità e le opere di Pissarro, Renoir, Degas, e Manet, ] a cui De Waal  alluderà più volte   nella sua opera per illustrare il legame strettissimo tra Charles e i suoi pittori,ndr] per esempio, il grande pittore che abbandona l’infatuazione per il japonisme e abbraccia lo stile impressionista, contiene in sé elementi di Whistler e Renoir, pur possedendo tutt’ altra forza dinamica. Analogamente, i personaggi di Proust interagiscono con dipinti reali. La dimensione visiva dell’opera è non solo disseminata di riferimenti a Giotto e Botticelli, a Dürer e Vermeer, a Moreau, Monet e Renoir, ma è anche – attraverso l’atto stesso di osservare le immagini pittoriche e recuperare dalla memoria il senso di quello sguardo – intrisa del ricordo della percezione, del ricordo di quel momento fugace.

Che è come dire, appunto,  intrisa di impressionismo. Ed ecco dunque che ritroveremo ancora nei capolavori  degli impressionisti maestri della luce imbevuti di cultura giapponese,  ma quanto cresciuta e trasformata, la piccola ala di muro giallo:

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Claude Monet, Cattedrale di Rouen (In pieno sole), 1894

E con la Casa gialla  di Van Gogh, olandese anche lui e cultore di Vermeer, imbevuto di impressionismo e di cultura giapponese, possiamo forse davvero dire che, come i netsuke  di De Waal, la piccola ala di muro giallo sia  in un certo senso tornata a casa.

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Vincent Van Gogh, Casa gialla , Arles 1988