Attualità e costume

Stabat lupus. Fedro e Sciascia (e lo spettro di Orwell)

Aesopus-moralizatus-in-Napoli-per-F.-Del-Tuppo-il-Lupo-e-lAgnello-1485In un suo recente articolo pubblicato sul  Corriere della Sera, Paolo Giordano rifletteva sull’importanza dei simboli colpiti e sulla rapidità con cui se ne creano di nuovi.  Se è vero- come è vero- che la nostra mente pensa essenzialmente per simboli ed immagini, non c’è forse nessun altro simbolo che possa descrivere l’illogicità della violenza e della strage fine a sé stessa come la favola del lupo e dell’agnello, immortale apologo delle vessazioni atroci e gratuite del più forte sul più debole. Non intendo addentrarmi qui in complesse discettazioni sullo scenario geo-storico-politico (a sua volta intessuto di atrocità) in  cui l’orrore di questi giorni- di questi ultimi anni- è nato ed ipertroficamente cresciuto; ne parlo qui perché ne ho scoperto una sorta di rilettura radicale di un giovanissimo Sciascia, che  se mi ha fatto amaramente riflettere mi ha  fatto anche,ancor più amaramente, sorridere.

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Eros, Psiche e San Valentino. Storia minima dell’amore nella cultura occidentale

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Come ogni 14 Febbraio, oggi c’è chi ride e c’è chi piange. A ridere – cioè, dantescamente, a splendere di luce-, sono gli innamorati persi negli occhi e tra i baci dell’amato; nonché i gestori di bar, pasticcerie, profumerie e gioiellerie, che in questi giorni vedono  allontanarsi  di qualche pasimages (1)so il famelico spettro della crisi. A piangere, in alcuni casi anche a disperarsi, sono invece i single per scelta di un altro, che non ricambia i loro sentimenti o li ha magari abbandonati (per risparmiare sul regalo?!?…….), e che mai come oggi, ancor peggio che a Natale, si sentono degradati a rifiuti umani, risucchiati da un gorgo di solitudine e di inadeguatezza che minaccia di triturarli. A loro dunque,è dedicato a questo post, perché abbiano la consolazione di sapere almeno a chi debbono- a chi dobbiamo-  l'<i> invenzione </i> dell’ amore così come lo conosciamo, e la sua centralità assoluta nella cultura occidentale: all’incontro di Eros e Psiche.

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Streghe volanti: la Befana e Baba Yaga

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La  nostra cara vecchietta con la scopa ha tante sorelle nel mondo. E non si tratta di una globalizzazione del mito, come nel caso di Santa Claus [il caro Babbo Natale, divinità dei boschi originariamente vestito di verde e poi per sempre associato al bianco e rosso della più nota tra le bevande], ma di esiti diversi di antiche divinità appartenenti alle diverse tradizioni  religiose precristiane (con rituali annessi).

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Per la Befana si tratta dell’antica dea romana Strina/Strenua, contraltare femminile di Giano, le cui celebrazioni avvenivano all’inizio dell’anno, quando i consoli entravano in carica; in quella occasione vi era la consuetudine di scambiarsi doni di buon auspicio per l’anno, in analogia a quanto accadeva pochi giorni prima per i Saturnalia, le festività dedicate al solstizio d’inverno.

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 Le fonti (Varrone e Sesto) ci testimoniano che alla dea fosse dedicato un boschetto lungo la Via Sacra, da cui sarebbero stati colti e donati rami di verbena a Romolo; secondo un’altra tradizione, al culto della dea erano associati fasci di una particolare varietà di salice, salix viminalis, da cui il colle romano deriverebbe il proprio nome. Nel folklore popolare, col tempo, i sacri fasci si trasformano nella ben nota scopa,  con funzione essenzialmente apotropaica.

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La cosa estremamente interessante è che il bosco, la scopa e una strana capanna che si regge su zampe di gallina (e sembra avere vita propria, muovendosi nella foresta,  con le finestre che le servono da occhi)sono gli attributi anche della Baba Yaga, anzi, delle tre sorelle (!) che portano lo stesso nome. Nel folklore russo, la Baba Yaga è una figura ambivalente: a volte vista come orribile e spietata, a volte come benevola protettrice. Gli antropologi, in particolare Michail Chulkov, includono questa figura tra le divinità pagane della tradizione slava, i cui attributi erano un mortaio e un pestello di ferro, e a cui venivano tributati anche sacrifici umani; Afanas’ev invece riconosce nell’aspetto benevolo di Baba Yaga una derivazione della Gran Madre (un proverbio russo recita peraltro il forno è tua madre, alludendo appunto al grande forno di mattoni presente nella capanna della Baba Yaga, in cui finiscono molti dei suoi visitatori; il che ci permette di riconoscerla nella  famelica strega di Hansel e Gretel).

163035-004-F2F48081A differenza della Befana, a Baba Yaga la scopa non serve per volare, quanto piuttosto a cancellare le sue tracce nella foresta: per volare nell’aria si serve invece del mortaio e del pestello di ferro (usato come remo), portando terribili tempeste ovunque si rechi (e così abbiamo ancora una volta l’associazione della figura al periodo invernale, con cui appunto viene identificata dagli antropologi).

E poiché non mancano anche assimilazioni a figure della tradizione mitica occidentale, come Persefone dea degli Inferi (dunque come Ecate), appare evidente che tutte queste figure abbiano le proprie origini nel comune patrimonio mitico indoeuropeo, e che le successive differenziazioni siano giustificate alla luce delle specifiche tradizioni culturali espresse poi dai diversi popoli nelle loro diverse lingue.

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Dopo questo lungo excursus, è giunto finalmente il momento di confessare dove voglia andare a parare questo post. Semplice: a dedicare a tutti voi il nono dei Quadri di un’esposizione di Mussorgskij, dedicato appunto alla capanna dalle zampe di gallina della nostra terribile strega. Così, per concludere in bellezza le feste, prestamente portate via sulle veloci scope delle streghe d’Europa. Buon ascolto. E ditemi se, chiudendo gli occhi, non vi sembra davvero di vederle fare le acrobazie tra i cumulonembi.


RISORSE

*Il blog romanoimpero, ottima fonte sui riti e il patrimonio folklorico e mitico legato alla dea Strenua;

**Il libro di Andrea Johns sull’ambiguità della figura di Baba Jaga, e sulle testimonianze del mito e della letteratura (Johns cita Babel’ e Solgenitzyn; io non sono riuscita a scoprire in quali opere ne parlino);

Cotillon di Capodanno: oroscopo 2015

BrankoPaolo Fox

Oroscopo 2015

  Per un blog che nasce nel segno delle stelle (precisamente nel segno del Toro, a Maggio 2014), quale migliore modo di salutare il nuovo anno con un oroscopo assolutamente infallibile?

Volete sapere con certezza cosa il nuovo anno riserverà ad ogni segno? Come sarà  il futuro? E soprattutto chi è colui che  – degli esimi signori sopra effiggiati- l’uno e l’altro  caccerà dal nido con mano ferma e sicura?

Lo scoprirete  subito, posto che vi piaccia di restare in questo loco.

Buon 2015 a tutti.

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Feriae Augusti . Manganelli, Ceronetti, Giuntini

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Ahimé. fino a ieri ero probabilmente uno dei pochissimi italiani ad ignorare l’origine della festività di Ferragosto. Le feriae Augusti, proclamate dal princeps  a partire dall’8 d.C., ricordavano il momento della sua ascesa al potere, e le festività duravano l’intero mese, includendo e sovrapponendosi a molte e importanti feste religiose, tra le quali la più importante dedicata alla dea Diana.

Alla tradizione pagana si sovrapporrà poi quella cristiana, che riconosce in questa data l’Assunzione della Vergine. Praticamente, in perfetta analogia con i Saturnalia e le feste natalizie a Dicembre, nei giorni del solstizio d’inverno.

Fin qui la storia politica e religiosa. La storia del costume ci insegna invece che la celebrazione del Ferragosto è un’iniziativa fascista a scopo sociale: nei giorni del Ferragosto venivano infatti istituiti treni speciali per permettere anche chi non se lo poteva permettere di visitare le città o di andare al mare.

I regimi passano, le tradizioni resistono. E oggi il Ferragosto è veramente l’unico rituale collettivo inossidabile e inscalfibile persino dalla crisi,  il solo giorno in cui il nostro Paese realizza finalmente l’unità senza distinzione di razza, cultura,  sesso, lingua e religione. Una festa,come la conosciamo oggi, donataci per grazia di principi e dittatori, sentita nei cuori assai più del repubblicano 2 giugno.

Inutile, alzando un sopracciglio pieno di degnazione,  bollarla come nazionalpopolare e dichiararsene  estranei o disgustati  : l’uomo è un animale sociale, e se per forza, per errore o vanità non gli è consentito  partecipare al rituale  si risveglia in lui la sofferenza ancestrale dell’escluso.

[…] Sebbene sia ormai allenato da tanti mai ferragosti, ogni anno questa bizzarra festa mi sopraggiunge, mi coglie e oltrepassa come un trauma.

Nessuna vacanza è così stranamente gremita di questa che spopola le città, più chiassosa di questa che rende silenzioso il tritone a mezzogiorno. Non è una festa, è un incantesimo, una malìa, una fattura. Irretisce le folle, ispira programmi insensati, o immerge in una torva e diffidente sonnolenza. […]

Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell’emigrazione verso la Gioia? Sono persuaso che esse vengano stivati in uno dei tanti armadi del Nulla, e lì provvisoriamente trattenute e distratte con effimeri giocarelli fatti, letteralmente, di niente. Durante le non molte, ma fatali ore del ferragosto, trionfa una colossale eclissi dell’esistenza. Nulla viene prodotto, eccetto l’ectoplasma.

Per questo, io divento ogni anno più guardingo. Aggiorno e perfeziono le astuzie, i travestimenti, le strategie intese a farmi guardare il Mare dell’Assenza. […]

Altrove, in luoghi seviziati dal Nulla, famiglie intensamente italiane formano una pasta di nonne, genitori, bambini: tutte le parti sono scambiabili. Sono rumorosi e felici. Sono tutti. Per quel che mi riguarda, ho espresso educatamente il mio dissenso agitando gli indici in segno negativo: ma con cautela, fingendo distrazione.

G. Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Adelphi 2003*

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[…]Lo svuotamento urbano vuol dire perdita di ogni punto di riferimento all’unica vivibilità possibile, nei due rami dell’Amicizia e dei Servizi, perché tutto è sospeso, tutto si è reso di colpo introvabile, tutto sembra stato segnato dal transito di una malefica cometa inceneritrice. Il vero Exodus, quello del secondo libro della Bibbia, a ben rifletterci fu molto meno affannoso dei nostri, disseminati lungo tutto l’anno, sebbene resti quello d’agosto inuguagliabile – l’Exodus aveva una guida, un maestro, degno del marmo di Michelangelo, e la guida aveva una meta, scomparirà appena giunto con il suo popolo senza né ruote, né motori, al confine.

Ma la città fa pena: potrebbe con la riduzione del traffico e le piazze libere respirare meglio; invece il caldo e l’angoscia dei rimasti, vecchi e animali (anche il farmacista sull’angolo è sparito, anche il geriatra e il veterinario, gli fai squilli invano, risponde agghiacciante il fischio sarcastico del fax).

E nelle città così maldestramente spruzzate dall’esorcismo esodale che le svuota, sempre restano attivi ladri, spacciatori, prostitute, che non medicano ferite ma le producono. Nonostante gli allarmi innescati, sono ugualmente al lavoro gli svaligiatori: c’è da domandarsi, in agosto, a chi la città appartenga, a chi la consegnano i fuggiaschi, ora profughi sulle autostrade o già brillantemente sequestrati dai ribelli sudamericani o dagli islamisti di qualche valle sperduta d’Asia, senza aver avuto il tempo di fotografare la Sfinge in posa davanti al cellulare. A chi? A spettri, a Lémuri, a fantasmi…

Lo Stato è andato in ferie, il Comune non sai più se ancora è in via Fiore di Palude o se è trasferito tutto in Calle García Marquez di Brasilia fino al 10 settembre, i carabinieri fanno orario ridotto, le pompe funebri hanno diritto anche loro di non preoccuparsi, fino al 31 agosto, di rivaleggiare in decessi.

Guido Ceronetti, Il mese che non c’è, La Stampa**

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15 Agosto
L’ABBANDONO
 
Dove andate fuggendo(lunghe strade
di solitudine tacciono nel sole
fra porte che non s’aprono), ma dove
state fuggendo, dunque. Dite dove.
 
Che attesa di sventure, che insepolta
memoria così tanti disertate
(stanze e arnesi lasciarono in penombre
disconosciute  appena chiuse a chiave).
 
In folla apparterrete ad un deserto,
impronte nella polvere. Sarete
pretesti per un vortice del vento.
 
A che siete fuggiti uno alla volta,
verso che perdizione. A quale fede
io qui rimango incatenato, a quale**.

F. Giuntini, La catena dei giorni,  in La fabbrica del tempo, Polistampa 2001

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* Il testo completo dell’articolo di Manganelli;

** Dell’articolo di Ceronetti ( qui il testo completo) mi vergogno di dire che non sono riuscita a trovare o a capire la data di pubblicazione; una variazione sul tema la si trova nell’articolo Il più crudele dei mesi, dalla mirabile allusione eliotiana, pubblicato sul Corriere della Sera il 4 Agosto 2013