Antifascismo: Disposizione XII e legge Scelba. Note a margine del 25 Aprile/3

costituzione-gazzetta   

Nellintervista rilasciata a Daniele Nalbone  e pubblicata sulle pagine di  MicroMega il 24 aprile 2021, – sul numero dedicato dalla rivista alla ricorrenza dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo,  Paolo Berizzi, giornalista e scrittore, invitato ad un’analisi sulla situazione politica italiana osserva amaramente, tra l’altro, come  « l’antifascismo non [sia] un tema nell’agenda del Paese» a nessun livello, dalla magistratura, al legislatore, alle forze politiche. Potrebbe, detta così, sembrare una buona notizia; delinea l’immagine di un Paese che abbia fatto definitivamente i conti con il periodo più drammatico e criminale della propria storia, e che abbia relegato qualsiasi ulteriore compromissione con il passato- e il presente- delle realtà politiche di estrema destra, e dei loro crimini passati e presenti, nella sfera dell’impensabile.


paolo_berizzi_Sembra una favola bella
; naturalmente tutti sappiamo che la realtà è ben diversa e che  Berizzi vive sotto scorta da tempo  per  le continue minacce  di morte ricevute dai gruppi neofascisti e neonazisti di cui  il giornalista  da anni indaga- e denuncia- le dinamiche di formazione, reclutamento e propaganda , senza misconoscere in questo le gravi responsabilità dell‘informazione che « ormai da anni, salvo poche eccezioni, si è unita al coro di chi ha fatto finta di niente, sottovalutato, minimizzato, banalizzato il problema del ritorno delle forze fasciste e del messaggio fascista in Italia».  Il che implica, dunque, che dall’orizzonte del dibattito mediatico e culturale sia scomparso anche l’orizzonte della Costituzione italiana, oggi sterilizzata dalla retorica  celebrativa  ma scritta da coloro che il fascismo storico lo avevano in tutti i modi combattuto e avversato e ispirata dalla ferma volontà di impedirne il ritorno sotto qualsiasi forma. Nella dodicesima delle  “Disposizioni transitorie e finali della Repubblica italiana”- come nessuno ignora, si ribadisce che 

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

La suddetta disposizione trovava il proprio perfezionamento giuridico con l’emanazione di un apposito provvedimento attuativo, la  legge  n.645 del 20 giugno 1952,  a firma dell’allora ministro dell’Interno  Mario Scelba, su incarico del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, consapevole dei rischi di destabilizzazione che correva la democrazia di nuovo conio e  della lacerazione profonda che ancora attraversava il Paese. Così l’articolo 1 della suddetta legge  riconduce alla riorganizzazione del partito fascista  tutti i casi in cui «una associazione o un movimento persegue finalita’ antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politico o propugnando la soppressione delle liberta’ garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attivita’ alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista». 

Ancora più esplicito appare l’articolo 4, in cui viene dichiarata reato anche la semplice apologia di fascismo, vale a dire la pubblica manifestazione di esaltazione o consenso relativa ad «esponenti, principii, fatti o metodi del fascismo oppure  [al]le finalita’ antidemocratiche proprie del partito fascista», ritenendo come aggravante il fatto che tale esaltazione avvenga «col mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione o di propaganda».
La condanna importa la privazione dei diritti indicati nell’art.28, comma secondo, n. 1, del Codice penale per un periodo di cinque anni.

denicola_evidenza_2020In realtà, l’applicazione della suddetta legge si è sempre scontrata con accese polemiche, alimentate soprattutto dagli esponenti del Movimento Sociale Italiano, i cui esponenti venivano- evidentemente- spesso accusati del reato di apologia di fascismo. Si è addirittura giunti, e ripetutamente, ad invocare il principio di incostituzionalità,   indicando il  contrasto con l’art.21 comma 1 della Costituzione, che garantisce la libera manifestazione  di  pensiero e di parola. A dichiarare l’infondatezza della pretesa incostituzionalità della legge  sarà la sentenza n.1 del 16 gennaio 1957la prima emessa dalla Corte Costituzionale presieduta da Enrico De Nicola, già primo presidente della Repubblica, che in relazione ai processi di Torino, Roma e Perugia aperti proprio ai sensi della legge Scelba contro militanti che « salutavano romanamente»  dichiarerà che  «La riprova che l’apologia, in realtà, consista in una istigazione indiretta si desume dall’art. 414 del Codice penale (che non trovasi modificato nel progetto preliminare per la riforma del detto codice, redatto dall’ultima Commissione ministeriale), articolo il quale – sotto l’intestazione “Istigazione a delinquere” – nell’ultimo comma prevede precisamente l’apologia di uno o più delitti. Appunto per ciò la dottrina ha ritenuto che il reato di apologia costituisca una forma di istigazione indiretta». La stessa posizione sarà ribadita in un’ulteriore sentenza della Corte (la n.74  del  25 novembre 1958) , presieduta dall’ assai meno specchiato Gaetano Azzaritiantisemita della prima ora e già presidente della famigerata Commissione sulla razza,  in cui, al fine di rimuovere ogni possibile equivoco interpretativo, si legge :

Non crede questo Supremo Collegio che il criterio interpretativo di così ampia portata adottato dalla Corte costituzionale sia suscettibile di modificazioni e che esso non conservi la sua validità anche quando non trattasi di atti che integrino vera e propria apologia del fascismo ma si esauriscono in manifestazioni come il canto degli inni fascisti, poiché si ha ragione di ritenere anche che queste manifestazioni di carattere apologetico debbano essere sostenute, per ciò che concerne il rapporto di causalità fisica e psichica, dai due elementi della idoneità ed efficacia dei mezzi rispetto al pericolo della ricostituzione del partito fascista e che, quando questi requisiti sussistono, l’ipotesi di cui all’art. 5 legge citata è costituzionalmente legittima.

Il pronunciamento della Corte costituzionale sulla (cosiddetta) legge Scelba e sul carattere di reato penale della tentata ricostituzione del partito fascista come dell’apologia di fascismo appare dunque incontrovertibile; l’altezza dell’istituzione giuridica ne sacralizza il principio. Ovviamente- ed evidentemente- tutto questo non è bastato, nei settant’anni successivi, a sradicare il fascismo- ed il suo nostalgico e inconfessato rimpianto- dal  comune sentire, complice la perenne indifferenza, da parte del decisore politici, di quel  disagio sociale che con proporzioni e connotazioni diverse costituisce la grande ombra della nostra democrazia e che non ha forse mai ricevuto le risposte che avrebbe meritato, divenendo il terreno di coltura ideale per la sopravvivenza  e la proliferazione di gruppi di chiara ispirazione fascista,  Ma siccome non è previsto dal nostro ordinamento giuridico che i principi costituzionali possano essere invalidati dalla loro  mancata applicazione in nome di connivenze e ammiccamenti più o meno inconfessati, l’apologia di fascismo resta un reato penale fino a quando sarà in vigore la Costituzione repubblicana, dichiaratamente ispirata appunto, non lo dimentichiamo mai, ai – e dai-  princìpi dell’antifascimo.

Buon 25 Aprile a tutti.

 

NOTE A MARGINE

Il contributo di David Matoussa su Gli stati generali, che affronta il discorso sulla rimozione collettiva e sui ” conti sospesi” con il fascismo anche citando i libro dello storico Francesco Filippi, volti appunto ad indagare le ragioni del malcelato rimpianto di una parte (purtroppo considerevole) dell’opinione pubblica per il passato fascista (nella sua dimensione mitizzata). A chi giudichi inconcepibile l’assegnazione della presidenza della Corte costituzionale ad una figura come Azzariti , i libri di Filippi potranno dare un’esauriente sebbene indigesta risposta ;

-A chiunque voglia avere una percezione più esatta della gravità e della diffusione dell’ideologia fascista in Italia e delle strategie di coinvolgimento di giovani e giovanissimi, corre(rebbe) l’obbligo della lettura del volume di Berizzi, L’educazione di un fascista, che non sapremmo definire altrimenti se non dolorosamente illuminante . All’autore va, naturalmente, la nostra solidarietà più profonda, unita all’amarezza per il paradossale rovesciamento dei ruoli in cui è la vittima di attacchi e minacce ad essere privata della libertà :

Eppure, sono stato messo sotto scorta per le minacce nazifasciste. Fosse accaduto negli anni Settanta sarebbe stato fisiologico, ma nel 2021 è preoccupante. Ed è un paradosso: chi denuncia i fascisti finisce sotto scorta, mentre loro sono liberi.

Il Natale rubato (e non è il Natale presente). Auguri a margine

Carissimi amici, in quest’anno in cui la voglia di festeggiare è davvero poca, considerando ciò che stiamo attraversando, e che ormai sul Natale presente ogni cosa è stata detta assieme al suo contrario, voglio soltanto ricordarvi qui un altro Natale che è stato sottratto a tutti, non senza alludere alla speranza che ci venga, un giorno, restituito. Si tratta, naturalmente, della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, realizzato da Caravaggio durante il suo breve e tormentato soggiorno in Sicilia (o forse eseguito su commissione già nel 1600, come ipotizza la critica più recente in base ad una più approfondita analisi stilistica) per l’altare dell’oratorio di San Lorenzo a Palermo. Come è noto, il quadro fu trafugato da ignoti nella notte tra il 17 e 18 ottobre 1969, senza che sia mai stato possibile neppure stabilire quale ne sia stata la sorte. Alcuni pentiti, anni dopo, avrebbero testimoniato che il quadro fosse andato distrutto perché mal conservato, divorato dai topi, o usato addirittura come scendiletto personale; ma sembra una versione tesa a confermare la matta bestialitade dei capi mafia del tempo, ed evidentemente a scoraggiare qualsiasi ulteriore ricerca. Secondo altri, la tela sarebbe stata esposta in occasione delle riunioni dei vertici della Cupola; a questa tesi sembra uniformarsi anche Leonardo Sciascia nel suo ultimo romanzo, Una storia semplice, in cui l’autore, con allusione indiretta ma evidente, parla di un capolavoro esposto su una cassapanca nella villa di un mafioso, centrale della droga ; più recentemente, le testimonianze di Don Benedetto Rocco, parroco di San Lorenzo-risalenti al 2001 ma rese pubbliche solo nel 2019 dal settimale inglese The Guardian -, e del pentito Gaetano Grado vedrebbero il personale coinvolgimento del boss Gaetano Badalamenti che avrebbe prima cercato di contrattare la restituzione dell’opera con la Chiesa e quindi l’avrebbe posta al sicuro in Svizzera dove tuttora si troverebbe (forse sezionata per meglio rivenderla, forse restituita alla sua integrità). Le forze dell’ordine non hanno perduto la speranza di recuperare la tela, che resta ancora oggi, dopo cinquantun anni, tra le priorità assolute del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, nonché ritenuta addirittura l’opera d’arte più ricercata al mondo; auguriamoci dunque che anche questo Natale possa, presto o tardi, venirci restituito pregno del senso di cui lo ha caricato questa lunga separazione . Un sincero augurio a tutti

RISORSE E NOTE A MARGINE

  • Su The Journal of Cultural Heritage Crime unesaustiva ricostruzione dell’annosa vicenda qui riportata- della composizione dell’opera, del furto,delle relative indagini comprese le ultime rivelazioni- a firma di Simona Sileri, a cui molto deve anche questo post ;
  • Un approfondimento imprescindibile è costituito anche dal volume di Luca Scarlini Il Caravaggio rubato. Mito e cronaca di un furto, che alla ricostruzione di alcune fasi della vita dell’ artista si concentra soprattutto sulla strumentalizzazione dell’evento da parte della mafia e sulle sue strategie comunicative;
  • Per chi facesse eventualmente in tempo a leggere questo articolo, segnalo l’iniziativa in streaming sul canale YouTube degli Amici dei Musei Siciliani La Natività cancellata , evento che vedrà protagonista l’artista contemporaneo Emilio Isgrò ad inaugurazione dell’undicesima edizione della rassegna Next;
  • A partire dal 2015, l’opera è idealmente tornata al proprio posto grazie alla realizzazione di una copia perfetta in ogni dettaglio realizzata dal laboratorio Factum Arte di Madrid, finanziato da Sky Arte per restituire al patrimonio artistico universale le opere d’arte a vario titolo perdute.

Anschluss. Klaus Mann e Thomas Bernhard

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1938, annus horribilis della storia d’Europa. Pochi mesi prima che anche nel nostro Paese si perpetrasse la criminale infamia delle leggi razziali, la Cancelleria austriaca cede definitivamente a Hitler e al progetto di annessione alla Germania. Alla celebrazione ufficiale dellAnschlüss austriaca assiste una folla delirante di 100000 persone che si riunisce nella centralissima Heldenplatz ( Piazza degli eroi) a Vienna per assistere e plaudire al trionfo nazionalsocialista. L’orrore di quel giorno risuonerà– è  proprio il caso di dire, come vedremo- a lungo nelle pagine degli scrittori che fin da subito, e senza compromessi, hanno fatto dell’antinazismo  la propria cifra esistenziale e artistica:  Klaus Mann e Thomas Bernhard.

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La persuasione e la retorica. Nota a margine del 25 Aprile /2(020)

Sembra destino- o forse un’attenzione o un’insistenza personali, se preferite- che le riflessioni di questo blog a proposito del 25 Aprile e dintorni debbano vertere sul linguaggio. Sarà forse perché l’anniversario della Liberazione costituisce la più importante delle celebrazioni civili, che la retorica del consenso si appropria, spesso indebitamente e illecitamente, delle parole che gravitano attorno a questa data storica, contando sull’enorme risonanza emotiva che spesso trascende la (o prescinde dalla) conoscenza degli eventi. «Liberazione» è una parola che oggi più che mai ci sentiamo cucita addosso, soprattutto perché da circa due mesi, da quando cioè è stato ufficialmente dichiarato lo stato d’emergenza del Paese con conseguente blocco delle attività produttive e di gran parte delle libertà individuali, siamo stati esposti ad una continua esortazione alla necessità di «resistere» e di «fare la nostra parte» nella «guerra in atto» contro il «nemico invisibile», recuperando dunque tutta la retorica della guerra per la quale i capi di stato e di governo continuano a rivelare , come vuole James Hillman, «un terribile amore». E siccome l’antidoto migliore contro la retorica credo resti la memoria degli eventi, mi scuserete se colgo l’occasione per richiamare qui i fatti di quei giorni, certo noti a voi tutti, per restituire il contesto, e dunque pieno senso e pregnanza alle parole che li ricordano, liberandole almeno in parte dall’abuso.

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L’amore che salva. La Commedia e le Metamorfosi 

 

 

Per aspera ad astra.Il motto latino sarebbe più che sufficiente a sintetizzare la vicenda del poema dantesco (la vicenda, si basi, perché, come sosteneva Mandel’stam , straordinario conoscitore della Commedia,  non esiste vera poesia che sia riducibile alla sua parafrasi). Ma potrebbe anche sintetizzare, per intero, l’opera di Apuleio, in cui la discesa agli inferi di Psiche trova più punti di consonanza con il viaggio dantesco. Non è questa, ovviamente, la sede, per illustrare tutte le possibili corrispondenze tra le due opere, peraltro ampiamente frequentati da critici e specialisti di alt(r)o calibro; ma mi piace ricordare qui, come tardivo omaggio alla giornata a lui dedicata, un episodio della Commedia che crea un delizioso madrigale con la favola di Amore e Psiche.

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Non è questa la prima volta che ricordiamo la favola di Amore e Psiche su questo blog; e di certo a tutti sono note le terribili prove inflitte da Venere, la suocera gelosa e furibonda, alla misera Psiche, che ha l’unica colpa di aver fatto innamorare il  figliolo adorato e impenitente della dea. L’ultima di queste prove consiste nell’inviare Psiche negli Inferi: Venere sostiene di voler recupare la bellezza perduta a causa delle preoccupazioni per curare la ferita del figlio, per questo ordina a Psiche di chiedere a Proserpina un cofanetto che conterrebbe il più potente degli elisir di bellezza. Quando Psiche, sola, disperata ed incinta, sale su una torre determinata a suicidarsi, la torre la ammonisce a non commettere un sacrilegio e la esorta piuttosto a recarsi alle porte del Tenaro, presso Sparta, luogo d’ingresso negli Inferi. Ma un viaggio simile non si può compiere da sprovveduti; la torre istruisce pertanto la giovane ad equipaggiarsi per affrontare i pericoli che troverà, esortandola a portare con sé due monete e due ciambelle, le prime per pagare Caronte, le altre per placare la fame di Cerbero. La esorterà inoltre ad ignorare le tessitrici o l’asinaio zoppo che imploreranno il suo aiuto, e neppure le anime che la imploreranno di salire sulla barca :  a Psiche converrà esser villana con loro per non lasciarsi sfuggire di mano le ciambelle, senza le quali non può sperare di fare ritorno nel mondo della luce. Una volta giunta al cospetto di Proserpina, a Psiche non resterà che gettarsi umilmente ai suoi piedi e attendere che il cofanetto, in segreto, venga riempito. Ed ecco che, ormai compiuto il percorso a ritroso e ritornata a vedere la luce, la giovane non resiste, e convinta di apparire troppo sciupata per il suo Amore, apre il cofanetto in cui è contenuto un torpore di morte. La povera Psiche sarà salvata appena in tempo da Amore, che guarito dalla ferita e avendola perdonata per il tradimento, vola in suo soccorso e la risveglia pietoso e innamorato:

Sed Cupido iam cicatrice solida reualescens nec diutinam suae Psyches absentiam tolerans per altissimam cubiculi quo cohibebatur elapsus fenestram (3) refectisque pennis aliquanta quiete longe uelocius prouolans Psychen accurrit suam detersoque somno curiose et rursum in pristinam pyxidis sedem recondito Psychen innoxio punctulo sagittae suae suscitat (4) et: “Ecce” inquit “rursum perieras, misella, simili curiositate.

“Intanto, Cupido, guarito ormai dalla ferita che s’era rimarginata, non sopportando più a lungo la lontananza di Psiche, era fuggito da un’altissima finestra della stanza dove lo tenevano rinchiuso e, volando più veloce del solito sulle ali rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua Psiche. Premurosamente egli le dissipò il sonno che rinchiuse di nuovo dove era prima nella scatola, poi, appena pungendola con una sua freccia, ma senza farle del male, la svegliò: ‘Oh, povera cara,’ le disse ‘ecco che la tua curiosità stava lì lì per perderti un’altra volta.

Cupido si adopererà poi per porre definitivamente fine alle pene della sua amata, esortandola a recare a Venere il famoso cofanetto e rivolgendosi a Giove perché lo aiutasse a convolare a giuste nozze; ed è a quel punto che Psiche, bevendo dalla coppa immortale dell’ambrosia, ascende al cielo tra gli dei per essere in eterno la sposa di Amore. Con il risveglio dal sonno, dunque, il lungo percorso di Psiche verso Amore ha fine, mentre  quello di  Dante comincia.


All’inizio della Commedia Dante, risvegliato d’improvviso, si ritrova nella «selva oscura», in cui non sa  «ridire» come  sia entrato, tanto era «pieno di sonno»   quando ha abbandonato il sentiero della verità; certo, apparentemente si risveglia da solo, e pieno di terrore, un terrore accresciuto peraltro dal vano tentativo di ascendere al colle  e dall’incontro con le  tre fiere; è a quel punto che appare l’ombra di Virgilio, che dopo averlo ammonito circa l’inutilità dei suoi tentativi lo avverte della necessità di «tenere altro viaggio», assai più lungo e irto di pericoli, tra gli antichi spiriti dolenti  e poi tra le anime in penitenza fino ad ascendere alla sede dei beati e alla contemplazione divina. Dante, inizialmente si volge a seguire Virgilio pieno di slancio; ma prima di accedere al regno infernale è colto da dubbi e timori, che Virgilio dissipa rivelandogli che proprio Beatrice, la donna da lui invano amata e scomparsa prematuramente,  non ha esitato a discendere negli Inferi per salvarlo, angosciata anzi dall’idea di essersi mossa troppo tardi;

Lucevan li occhi suoi più che la stella; 
e cominciommi a dir soave e piana, 
con angelica voce, in sua favella:  (…)                                 57

 temo che non sia già sì smarrito, 
ch’io mi sia tardi al soccorso levata, 
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.                             66

Or movi, e con la tua parola ornata 
  e con ciò c’ha mestieri al suo campare 
 l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata.                                      69

  I’ son Beatrice che ti faccio andare; 
  vegno del loco ove tornar disio; 
   amor mi mosse, che mi fa parlare.   

 

Beatrice, dunque -certo per volontà della beata Vergine e per intercessione di Lucia, – invoca il soccorso di Virgilio perché Dante si risvegli dal sonno; naturalmente questo risveglio, per il poeta, coinciderà, come si diceva, con l’inizio della prova e non con il suo compimento. Ma sarà il pensiero di Beatrice accorata per il suo destino tanto da apparire a Virgilio con gli occhi pieni di lacrime («li occhi lucenti lagrimando volse» a dargli il coraggio di affrontare il lungo percorso e le prove, anche terribili, che lo attendono:

Tu m’hai con disiderio il cor disposto 
sì al venir con le parole tue, 
ch’i’ son tornato nel primo proposto.   

E nel momento in cui la volontà di Dante è ormai orientata alla salvezza, il nuovo incontro con Beatrice e l’ascesa al cielo con lei saranno inevitabili; ciò che forse si tende a dimenticare, rapiti come siamo tutti dalla folgorante bellezza della poesia del Paradiso, è che Dante è in realtà stato salvato nel momento esatto in cui Beatrice è discesa in suo soccorso- e che, lei anima beata e ormai intangibile dalla miseria dell’inferno, non ha potuto evitare quelle lacrime d’amore (nel senso più alto del termine, ovvero quell’accoramento che tutti proviamo quando si tratta della salvezza di chi ci è caro).

 


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Il testo integrale con traduzione della favola di Amore e Psiche, a cura di Nunzio Castaldi;

-Il testo integrale del canto II della Commedia , con analisi e commento;

-Non sono mai riuscita ad mmaginare la Beatrice dantesca con volto altro che non fosse  il volto riproposto da Botticelli nelle sue infinite varianti, da Venere alla Vergine (quello che “presto” qui a Beatrice è in realtà ripreso dalla Madonna della melagrana) L’ultima immagine fa invece parte della serie di illustrazioni per la Commedia,  che l’artista realizza su commissione di Lorenzo de’ Medici

LA PESTE ( 2.0). Pietro Verri e Alessandro Manzoni

Come è purtroppo noto a tutti, il nostro paese si sta trovando in queste ore- in poche ore- ad affrontare unemergenza sanitaria di inaudita contagiosità e virulenza; la sostanziale ubiquità e simultaneità del mondo globale ha fatto sì che anche in Italia il COVID- 19 (questo il nome scientifico del virus) sia arrivato e si stia diffondendo in tempi rapidissimi . Il Consiglio dei ministri ha nelle ore recenti predisposto un decreto con le misure cautelari necessarie ad impedire il più possibile il propagarsi del contagio, che già in (troppo) numerosi casi si è  rivelato letale ( e il fatto che le vittime avessero un’età avanzata o altre patologie preesistenti non diminuisce certo la tragicità del dato, quando ci si ricordi che di esseri umani si tratta, e non di numeri). Poiché, purtroppo, il primo focolaio è stato isolato in Lombardia (seguita praticamente subito  da Veneto, Piemonte  ed  Emilia Romagna),risulta inevitabile che il pensiero corra alle pagine di  Pietro Verri e di Manzoni dedicate alla pestilenza del 1630 che pure colpì Milano e si diffuse in Piemonte e nella Repubblica di Venezia,  non fosse altro che perché sono pagine che tutti abbiamo sfogliato sui banchi di scuola; il motivo del richiamo ai nostri autori, però, non vuole essere qui speculazione di cattivo gusto o contributo all’alimentazione della psicosi collettiva: il  coronavirus non è la peste e l’Italia del 2020  ha ben altri strumenti e protocolli di cura e prevenzione rispetto a quelli esistenti quattrocento anni fa. Senza quindi entrare nel merito di qualsivoglia giudizio medico-scientifico o politico, che evidentemente non ci compete, volevamo riflettere qui sullo sgretolamento di ogni patto sociale e sulle forme di panico di massa da cui questo tipo di emergenza  sembra essere invariabilmente accompagnato; con il dilagare, prima ancora che del virus, di ogni forma di abuso e di violenza rivolta ai presunti untori , la cui individuazione (arbitraria) è immancabile e, come mostrano le cronache, di molto precede la ratio della prevenzione e della cura.

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CAPELLI DI CENERE. ANNA FRANK E ETTY HILLESUM

 

 

I tuoi capelli di cenere, Sulamith: con il verso più terribile della Todesfuge di Paul Celan  ricordiamo tutte le vittime dell’Olocausto rendendo omaggio ad Anna Frank e Etty Hillesum, entrambe ebree olandesi vittime della persecuzione nazista.per la testimonianza che ci hanno lasciato di un’umanità conservata intatta, non scalfita da lutti, dolori e privazioni orrende,  che ancora vive nelle pagine dei loro diari e delle lettere, impossibili da leggere senza profonda emozione.


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Inni alla gioia. Un “giudizioso accoppiamento” di Natale

A tutti voi, amici sconosciuti e carissimi, con cui da tempo è in essere un dialogo, talvolta più caloroso e accorato, talvolta più discreto e silente, l’augurio di un Natale di gioia che possa vedervi sereni e vicini alle persone che più amate. Ve li lascio con il sorriso, sempre malinconico e garbato , di uno degli autori da me più amati da sempre, e con un grande classico musicale il cui disadorno contesto susciterà forse qualche sorriso che lascerà presto il posto, forse, ad uno stupore muto per la cristallina purezza dell’esecuzione

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Il regno di Polemos. James Hillman e Il trono di spade 

La serie Il trono di spade (Game of Thrones), prodotta da HBO e ispirata alle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. Martin è stata definita l’epopea della nostra epoca. Un successo planetario, corale, unanime, un fenomeno di massa che si è rapidamente trasformato in un fenomeno culturale, nel senso che ha cambiato la nostra percezione, la nostra visione del mondo, tra un prima e un dopo. Eppure si tratta di una serie terribile e cruenta, in cui nulla viene risparmiato allo spettatore in termini di brutalità, crudeltà e sangue. Perché allora tanto successo? Senza alcuna pretesa di esaustività, condivido qui le riflessioni che questa serie mi ha suscitato. Questa serie, infatti, appare l’illustrazione perfetta di uno splendido saggio di James Hillman, Un terribile amore per la guerra, dedicato all’analisi di questo fenomeno come costituente ineludibile della nostra essenza umana. Per comprendere davvero la natura della guerra, sostiene Hillman, occorre rinunciare alla retorica (ipocrita) della pace, e avventurarsi nello “stato marziale” dell’anima accettandone il rischio e lo scandalo:

Se non spingiamo l’immaginazione dentro lo stato marziale dell’anima, non potremo comprenderne la forza di attrazione. In altre parole, occorre “andare alla guerra”, e questo libro vuole essere una chiamata alle armi per la nostra mente. (…)Dovremo accantonare il nostro disprezzo di civili e il nostro orrore di pacifisti, la legittima intima avversione per tutto ciò che riguarda eserciti e guerrieri. (…) Se la guerra è una componente primordiale dell’essere, allora la guerra genera la struttura stessa dell’esistenza e del nostro pensiero su di essa: le nostre idee di universo, di religione, di etica; il tipo di pensiero alla base della logica aristotelica degli opposti, delle antinomie kantiane, della selezione naturale di Darwin, della lotta di classe marxiana e perfino della freudiana rimozione dell’Es da parte dell’Io e del Super-io. Noi pensiamo secondo la categoria della guerra .(…)

Le quattro affermazioni con cui Hillman intitola le altrettante sezioni del libro appaiono scandalose appunto perché confliggono con la normale condanna etica della guerra che tutti necessariamente professiamo, e che è sancita, non in ultimo, anche dall‘art. 11 della nostra Costituzione; Hillman sostiene infatti, e vedremo in che senso, che la guerra sia "normale”, “inumana”,” sublime”, e che la religione stessa sia guerra. Il libro richiede uno sforzo per essere affrontato, la sconfitta di tutte le nostre naturali (?) resistenze e repulsioni contro il sangue, la violenza, la morte, la suprema alterazione della norma civile e politica che la guerra essenzialmente costituisce.

ALLERTA SPOILER– Poiché nel post saranno numerosi i riferimenti alle vicende e ai personaggi della serie,se non l’avete ancora vista ed avete intenzione di farlo, è forse il caso che per il momento vi asteniate dal proseguire la lettura; tenete inoltre conto del fatto che, per brevità e scorrevolezza, i riferimenti agli eventi della storia saranno effettuati sì in forma intelligibile per chiunque, ma sostanzialmente presupponendone la conoscenza, senza ulteriori link analitici di rimando che per il loro numero renderebbero il post illeggibile.

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Democrazia e scrittura. Nota a margine del 25 Aprile

Cominciamo subito con il dire che questo, come recita il titolo, non è un asterismo, e neppure un post. Scrivere un post in occasione del 25 Aprile richiederebbe serietà, profondità, tempo ed impegno, tutte cose che al momento trascendono decisamente le mie possibilità- e forse anche le mie capacità. Ci tenevo, però, a condividere con le lettrici e i lettori di questo blog, in massima parte scrittrici e scrittori a loro volta, questa riflessione di Romano Luperini sul tema della scrittura democratica; credo che interrogarci sulla questione sia una responsabilità che investe tutti noi che scriviamo perché i nostri lavori siano letti da altri, fossero anche questi altri un’unica persona. Luperini in questo suo articolo ci ammonisce in merito al fatto che la scrittura non è mai neutrale, bensì sempre politica, perché definisce implicitamente gli interlocutori a cui intendiamo rivolgerci. Credo dunque sia opportuno per tutti noi acquisire, di questo, la maggiore consapevolezza possibile, a prescindere dalla diversità di opinioni e di intenti, perché anche dalle pagine di un blog sia possibile contribuire alla diffusione delle regole del dibattito democratico e della lingua stessa della democrazia, che per definizione deve essere chiara, logica, comprensibile. E, aggiungerei anche,sempre improntata al rispetto delle idee e della persona dell’interlocutore, il che potrebbe e dovrebbe essere un’assoluta ovvietà, e non è. Mi sembrava giusto proporre questa riflessione oggi, in occasione della più importante delle nostre celebrazioni civili.

Buon 25 Aprile a tutti.