La viltà del rifiuto. Orazio e Cesare Pavese

 

O Pompeo, primo dei miei amici, che spesso corresti con me il pericolo estremo nell’esercito di Bruto, chi ti restituì Quirite agli dei patrii e al cielo d’Italia?

 Con te, spesso trascorsi tra le coppe le lunghe giornate, incoronandomi il capo lucido di malobatro sirio; e con te, abbandonata alquanto vilmente la parmula,  provai la rotta sfrenata di Filippi, quando i valorosi furono sconfitti e gli spavaldi batterono il mento nella polvere sozza. […]

Quando si accosta ad Orazio facendone prova di traduzione con l’asprezza maldestra dell’adolescenza, Pavese non può immaginare che, esattamente mille anni dopo battaglia di Filippi, ,  anche a lui toccherà assistere alla guerra fratricida   che insanguinerà l’Italia fino alla Liberazione, e in cui moriranno molti dei suoi amici più cari.  L’immagine dell’Ode II,7 in cui Orazio rievoca l’abbandono dello scudo come simbolo della sua diserzione   tormenterà Pavese per sempre, fino alla sua ultima raccolta, quando di quei versi si ricorderà per provare a dar voce a quel «vecchio rimorso» che lo accompagnerà fino alla fine.

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Essere-per-la-morte. Arendt, Todorov , Di Cesare

MV5BMTUwOTc1ODgxM15BMl5BanBnXkFtZTgwODk0MDgwODE@._V1_SY1000_CR006901000_AL_Sei milioni di ebrei, sei milioni di esseri umani sono stati condotti a morire, senza potersi difendere e, nella maggior parte dei casi, senza averne il minimo sospetto. Il metodo utilizzato fu l’accumulazione del terrore. Dapprima ci furono l’abbandono calcolato, le privazioni e l’umiliazione, allorché coloro che erano di debole costituzione fisica morivano insieme con quelli che erano abbastanza forti e ribelli per togliersi la vita. In seguito venne la fame, a cui si aggiunse il lavoro forzato, quando le persone morivano a migliaia, ma a intervalli diversi di tempo a seconda della loro resistenza. Poi vennero le fabbriche della morte e tutti morirono insieme: giovani e vecchi, deboli e forti, malati e sani. Morirono non come individui, non come uomini e donne, bambini o adulti, ragazzi o ragazze, buoni o cattivi, belli o brutti, ma furono ridotti al minimo denominatore comune della vita organica, sprofondati nell’abisso piú cupo dell’eguaglianza primaria. Morirono come bestiame, come cose che non avevano né corpo né anima e nemmeno un volto su cui la morte avrebbe potuto apporre il suo sigillo.È in questa eguaglianza mostruosa, senza fraternità né umanità (…), che si scorge, come riflessa in uno specchio, limmagine dell’inferno.

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Rubato prestissimo . L’alienazione del Tempo in Seneca e Hartmut Rosa

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«La maggior parte dei mortali, Paolino, si lamenta della crudeltà della natura, perché veniamo al mondo  per una vita breve, e perché questo lasso di tempo che ci è dato scorre via  così rapido, così veloce»: è il famosissimo incipit del De brevitate vitae, il dialogo che Seneca dedica alla riflessione sul tempo dell’esistenza umana, e sopratutto su come qesto venga male impiegato, sprecato, gettato via; e siccome dopo circa duemila anni non abbiamo ancora smesso di restare passivi ed inermi di fronte alla sua fuga innumerabilispotranno forse illuinarci le riflessioni sullaccelerazione sociale e la conseguente alienazione (del tempo /dal tempo) del sociologo tedesco Hartmut Rosa.

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La Risiera dell’infamia. Daša Drndić e Claudio Magris

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In occasione del Giorno della Memoria, commemorazione sempre più dolorosa e al tempo stesso sempre più necessaria, si parlerà qui, tardivamente, di due grandi libri, usciti tre anni fa, a poca distanza l’uno dall’altro: Trieste, di Daša Drndić e  Non luogo a procedere, di Claudio Magris,  che condividono la tematica degli orrori, accaduti non (solo) ad Auschwitz o Sobibór o Lublino, o Mathausen, ma nel campo di sterminio italiano, la Risiera di San Sabba, alla periferia di Trieste, quando la città apparteneva all’Adriatische Künstenland, e sul suo territorio giunse lo zelo malato di Christian Wirth a portare la propria esperienza dai campi di Lublino e Treblinka che grazie a lui funzionavano a pieno regime. Entrambi i romanzi– che vanno a costuire forse non involontariamente, un vero e proprio dittico–  sono costruiti attorno a due ricerche parallele sull’orrore, volte a ricostruire, a svelare finalmente tutti gli aspetti più reconditi di quella vicenda atroce, a liberarla finalmente da quella rete di omertà e reticenza in cui la gloriosa ricostruzione morale e civile postbellica l’aveva imprigionata, sperando di averla per sempre messa a tacere .

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La sentenza di Sibilla. Petronio, Eliot, Dürenmatt

sibilla_persica«Tu ne quaesieris, scire nefas»;  non chiedere cosa sarà domani, perché saperlo è sventura. Lo sanno bene la Sibilla, la Pizia e le altre loro sorelle,che qui vedremo vecchie, ammalate e stanche di profetizzare ciò che mai è nuovo sotto il sole, e che forse per questo pietosamente confondevano   nel vento, tra le foglie levi ,i loro responsi,  perché «solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente.» (altro…)

Gabbiani/2. …..Márai, Benjamin

 Il gabbiano come simbolo della sicurezza nel volare  incontro alla tempesta e gettarsi in picchiata  con istinto suicida ritorna nel  romanzo a cui Sándor Márai inizia a lavorare Maraidopo  Le braci, e che sarà pubblicato nel 1943, quando l’Ungheria è ormai pienamente travolta dalla furia della guerra. Il romanzo però è- con ogni evidenza- ambientato due anni prima, quando il Regno di Ungheria, alleato della Germania nazista, dopo aver invaso la Jugoslavia impadronendosi dei territori della  Bačka  e della Vojvodina (oggi  appartenenti alla Serbia) firma, il 27 giugno, la fatale dichiarazione di guerra contro l’Unione Sovietica, che avrà per il paese conseguenze incalcolabili: l’intera seconda armata dell’esercito ungherese, che si era peraltro astenuta dagli atroci crimini di guerra compiuti dalle truppe tedesche, sarà sterminata nel corso della battaglia di Stalingrado; il tentativo del governo ungherese di prendere contatti con le forze  alleate sarà intercettato dai tedeschi, che nel 1944 invaderanno il paese, deponendo  il reggente del Regno Miklós Horthy  e consegnando successivamente il potere nelle mani di Ferenc Szálasi , capo del partito filonazista delle Croci Frecciate ,a cui seguiranno la persecuzione e la deportazione degli ebrei è poi, un anno dopo, la liberazione (i.e. l’occupazione) da parte delle truppe sovietiche. (altro…)

STORIE D’UN IMPIEGATO. PIRANDELLO E HERMAN MELVILLE

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Il titolo qui proposto, preso ovviamente in prestito- a (s)proposito ma non troppo- dallo splendido album di Fabrizio De André, unisce due autori che non potrebbero essere più diversi e distanti (nello spazio prima ancora che nel tempo), ma che hanno conosciuto entrambi la dolorosa esperienza della declassazione e che hanno saputo fare di due impiegati piccoli piccoli  il simbolo della protesta contro un sistema che schiaccia ogni cosa inesorabile, elevando all’altezza di una condizione tragica  la  loro – e la propria-  miserabile esistenza.

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Gabbiani/1 . Svevo, Čechov……

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I gabbiani, i  signori del mare che vivono «balenando in burrasca», costituiscono un simbolo ricorrente nella letteratura e nella prosa europea del Novecento, come messaggeri della tempesta pronta ad abbattersi  sulle storie e sulla Storia, sul destino dei personaggi  come su quello dei loro autori. (altro…)

RESURREZIONI. LUCANO E CARAVAGGIO

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30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». 32 Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». 37 Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. 39 Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». 40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43 E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Questo il racconto della resurrezione di Lazzaro riportato  nel Vangelo di Giovanni (11,1-53), soggetto iconografico tra i più noti e frequentati della tradizione artistica europea  (da Giotto a Tintoretto, dai fiamminghi  a Rembrandt); ma al cospetto della versione di Michelangelo Merisi da Caravaggio- che tutti avrete certo immediatamente riconosciuto- non si può fare a meno di avvertire, rispetto al testo evangelico, una  inafferabile ma irriducibile dissonanza, che lo avvicina invece, insospettatamente, ad un altro testo di resurrezione, diverso e terribile.

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Indovina chi viene a cena. Mozart/ Da Ponte e Charles Dickens

«Don Giovaaaanni/, a cenar teco/ m’invitaaaasti/ e son venuto»:  scommetto che neanche avete fatto in tempo a leggere il titolo del post che già la voce del Convitato di pietra risuona potente al vostro orecchio; tuttavia, il  seduttore impenitente non è l’unico ad aver ricevuto una visita inattesa, che (invano) gli offrirà l’occasione di pentirsi dei suoi peccati e di cambiare vita; anche un altro famoso personaggio vedrà comparire alla sua porta uno spettro che gli offrirà una speranza di redenzione, con un epilogo, fortunatamente per lui, del tutto diverso dalla sorte toccata al dissoluto punito.

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