I treni del Tempo. W.G. Sebald e Claudio Magris

 

Reduce dalla rilettura di Austerlitz, l’ultimo romanzo (ma  il termine romanzo è riduttivo, specie per un autore che ha fatto del superamento del confine tra generi la propria cifra artistica) pubblicato da W.G.Sebald nel 2001, e a seguito di altre ricerche sulla sua opera anche tra critica e saggi non ancora pubblicati in italiano, mi ha felicemente sorpresa scoprire quale rilevanza abbia avuto per Sebald la lettura delle opere di Claudio Magris,  in particolare di Danubio , di cui Sebald  aveva recensito l’edizione tedesca a cura di Heinz Georg-Hend e a cui spesso allude anche nelle altre sue opere precedenti , come ad esempio Vertigini, ma del cui immaginario  proprio in Austerlitz si trovano molteplici e diffuse consonanze. (altro…)

Orlando suona il corno. In memoriam (12 Giugno 2016)

Orlando, Florida, 12 Giugno 2016. Un’altra pagina   aggiunta alla  storia universale dell’infamia.

CLXVII (2259-70)

Co sent Rollant que la mort li est pres:
Par les oreilles fors s’e ist li cervel.
De ses pers priet Deu ques apelt,
E pois de lui a l’angle Gabriel.
Prist l’olifan, que reproce n’en ait,
E Durendal, s’espee, en l’altre main.
Plus qu’arcbaleste ne poet traire un quarrel,
Devers Espaigne en vait en un guaret;
Muntet sur un tertre; desuz dous arbres bels
Quatre perruns i ad, de marbre faiz;
Sur l’erbe verte si est caeit envers:
La s’est pasmet, kar la mort li est pres.

 

Lo sente Orlando che ha la morte addosso:

dalle orecchie gli esce fuori il cervello.

I suoi pari prega Dio a sé li chiami,

e per sé prega l’angelo Gabriele.

Prende il corno, per non averne biasimo,

e Durendal la spada nell’altra mano.

Più in là che tiri una balestra un quadrello

verso la Spagna va in un gran campo d’erba,

sale su un poggio: sotto due begli alberi

ci sono quattro grandi pietre di marmo;

sull’erba verde è caduto riverso,

e là è svenuto, perché ha la morte addosso.

 


RISORSE E NOTE A MARGINE

-Testo: La Chanson de Roland. Edizione critica a cura di Cesare Segre,Milano-Napoli, 1971 (Documenti di filologia, 16).Traduzione di Pietro G. Beltrami (2006), edita con testo a fronte inMarco Santagata, La letteratura nei secoli della tradizione. Dalla «Chanson de Roland» a Foscolo, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 4-11.(fonte)

 

-Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

Candele-colorate.jpg

 

 

 

Narciso maledetto /1. L’enigma e lo specchio

Narciso

Quando si pensa al mito Narciso, lo si condensa nell’immagine della compiaciuta, fissata autocontemplazione del riflesso di sé, da cui il protagonista appare assolutamente incapace di  distaccarsi; la bellezza del giovane abbaglia anche il lettore, che non cessa di rispecchiarvisi fissamente, come Dorian Gray nel suo quadro (che il romanzo sia una riscrittura del mito non è ovviamente una scoperta, essendo dichiarato esplicitamente, e più volte, dal narratore del romanzo). Si tende dunque a perdere di vista che, nel racconto di Ovidio, la vicenda di Narciso è polarizzata tra due simboli: lo specchio, certo, ma anche l’enigma  dell’oscura profezia pronunciata dall’indovino Tiresia (non a caso presente anche nel mito di Edipo). A lui, dopo la nascita del bellissimo bambino, si rivolge la madre Liriope (ah, queste madri!), ansiosa di sapere se suo figlio conoscerà i giorni della vecchiaia; Tiresia, noto in tutte le città greche per i suoi responsi infallibili ( Ille per Aonias fama celeberrimus urbes /inreprehensa dabat populo responsa petenti), risponde fatidicamente che questo accadrà soltanto  se  il giovane non conoscerà se stesso ( de quo consultus, an esset tempora maturae visurus longa senectae,/ fatidicus vates ‘si se non noverit’ inquit). Appare dunque evidente la connessione del mito di Narciso con la figura ed il culto di Apollo, visto che appunto Gnothi seauton (Conosci te stesso) è l’iscrizione posta sul tempio di Delfi. La profondità della massima sembra inappropriata, per il mito che celebra  vanitas vanitatum; eppure è proprio in questo paradosso che si cela la crudeltà dell’enigma proferito da Tiresia.La bellezza di Narciso sarà la sua maledizione, ed infatti la conoscenza, la scoperta di sé, che è poi sempre la soluzione di ogni enigma, per il giovane non sarà, come è noto, salvifica, ma esiziale .

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Tre paia di orecchini(anzi, quattro)/2…. Gadda

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Il quarto ed ultimo paio di orecchini è  forse il più prezioso, e   la sua luce certamente la più tragica. Si tratta infatti di   orecchini di brillanti, indossati da un’anziana signora che vagava, sola, per la casa, consumata dallo strazio per  un figlio che non tornerà più e dal terrore ispiratogli da quello sopravvissuto:  incapace, quest’ultimo,  di rivolgersi alla figura materna, pur così amata e venerata, altrimenti che attraverso un tono aggressivo e rancoroso, traboccante di un odio  che non è  se non gelosia e possessività disperata, bisogno di sentire la Mamma tutta per sé e non di doverla dividere con i petulanti peones del villaggio, su cui lei, «così invecchiata», si ostina a« bavare bontà». Ed ecco che, dunque, lo sguardo «animato da un sentimento non pio» del figlio si ostina a fissarsi sugli orecchini, unico simbolo di un passato altrimenti felice ed ora eternamente brillanti, come luci votive, in memoria dei morti,pure inutili a proteggere l’anziana madre dalla violenza di quel destino di cui pure il figlio sembra dimostrarsi volenteroso esecutore.

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Tre paia di orecchini (anzi, quattro)/1. Esenin, Montale,Caproni….

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Ian Vermeer, Ragazza con l’orecchino di perla, 1665 ca.

«Ohibò!  Un asterismo decisamente frivolo», noteranno preoccupati i dodici virgola cinque  strenui lettori  delle mie prodezze astro-letterarie,  «che Dragoval abbia scoperto una tardiva vocazione da fashion blogger? »  Unqua non fia : et massime perché non fia capace. Unicuique suum, come si dice, e dunque, tranquilli,  siamo sempre nel solco della solita – e solida- tradizione dei miei improbabili accostamenti (meglio dovrei dire: accoppiamenti, e neanche troppo giudiziosi). (altro…)

Come i gigli nei campi.La tentazione della fede in Pasolini e Dostoevskij

Due anime tormentate, due interpreti profondi e visionari che hanno scorto nell’estrema miseria ed abiezione la radice della fede, e la più pura natura angelica negli abissi del Male.

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Le spose promesse . Gabriele D’Annunzio e Italo Svevo

Il tema della sposa trepidante che sogna di essere scelta dall’eroe (dal re, dal principe, dal califfo, dal sultano) per portarne avanti la discendenza (scelta che l’eroe compie peraltro non sempre secondo la propria volontà), è ricorrente nella mitologia occidentale (come pure araba, indiana e giudaico-cristiana). Ma il mito  occidentale forse più eloquente di un’attesa lunga e  poi crudelmente disillusa dell’eroe che salva e poi abbandona le vergini indifese è quello del giardino delle Esperidi, visitato da Eracle nel corso della sua undicesima fatica: come ci racconta Esiodo, infatti, le tre figlie di Atlante, Egle, Espere e Aretusa sono state poste a guardia del giardino dei frutti proibiti sacri ad Era, i pomi d’oro della conoscenza. Affinché ad esse stesse non venisse la tentazione di rubare i frutti, ecco che a guardia dell’albero è posto il drago Ladone. Eracle, grazie ad una freccia, o grazie all’aiuto dello stesso Atlante, ucciderà il drago e si impossesserà dei pomi da portare ad Euristeo. Ma l’abbandono dell’eroe ( o l’uccisione del serpente?) sarà il colpo di grazia per le povere vergini, che si lasceranno morire di dolore e che gli Argonauti, nel loro viaggio, troveranno trasformate in alberi (un pioppo nero, un olmo e un salice).

Di questo mito probabilmente si ricorda (non potrei mai dire quanto consciamente) D’Annunzio, nel suo romanzo Le vergini delle rocce; a D’Annunzio, probabilmente, si ispirerà  a sua volta Svevo per il quinto capitolo de La coscienza di Zeno, ma soltanto per risolvere  il sublime dannunziano  nella più feroce, amara ed esilarante dissacrazione.

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La parola “inferno”. Viktor Klemperer e Vassilij Grossman

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La tragedia dell’Olocausto ha sei milioni di atti- tanti quante sono le sue vittime stimate. Se per essa è possibile individuare un prologo ed un epilogo, questi si possono individuare senza dubbio nell’imposizione della stella (come ci racconta Viktor Klemperer nel suo agghiacciante studio sulla Lingua Tertii Imperii )e nell’edificazione e successiva distruzione, nel giro di tredici mesi, di quella micidiale fabbrica di morte che è stato il campo di Treblinka. Vassilij Grossman, che nellInferno di Treblinka ce ne ha reso testimonianza, ha definito al confronto l’inferno immaginato da Dante “uno scherzo innocente di Satana”. E il motivo per cui con orrore scriviamo e parliamo di quell’orrore è per l’omaggio doveroso – e doloroso- alle vittime dei boia nazisti.


«Oggi torno a farmi la stessa domanda che ho posto un centinaio di volte a me e alle persone più diverse: quale è stato il giorno più diffìcile per gli ebrei in quei dodici anni infernali?
Tanto io quanto gli altri abbiamo dato sempre una risposta univoca: il 19 settembre 1941. Da quel giorno ci fu  l’obbligo di portare la stella di David a sei punte, il pezzo di stoffa di colore giallo, il colore che tuttora segnala peste e quarantena e che nel Medioevo contraddistingueva gli ebrei, il colore dell’invidia, della bile, del male da scansare; il cencio giallo con la scritta nera Jude, la download (2)parola racchiusa dalle linee intersecantesi dei due triangoli, la parola in caratteri a stampatello che, evidenziati dalla distanza fra l’uno e l’altro e dai tratti orizzontali marcati, simulano la scrittura ebraica.
Troppo lunga questa descrizione? Ma no, al contrario! Semmai mi manca la capacità di dame una descrizione più esatta e penetrante. Quante volte, quando c’era da cucire una nuova stella su un altro indumento (per lo più usato, distribuito dall’apposito magazzino), su una giacca o un cappotto, quante volte con l’ausilio di una lente ho osservato il pezzo di stoffa, le singole particelle del tessuto giallo, le irregolarità della stampa nera: bene, tutti quei quadratini non sarebbero stati sufficienti se avessi voluto collegare a ognuno di essi le torture subite a causa della stella.[…] Ora la ghettizzazione era completa; prima la parola ghetto compariva solo, per esempio, sul timbro postale “ghetto di Litzmannstadt”, era riservata ai territori nemici conquistati. In Germania c’erano singole “case degli ebrei” in cui detti ebrei venivano concentrati e che talvolta erano contrassegnate all’esterno dalla scritta Judenhaus, ma queste case sorgevano in un quartiere “ariano” e addirittura non tutti gli inquilini erano ebrei, per cui su altre case a volte si poteva leggere la precisazione “questa casa è judenrein “[senza ebrei]. La frase, bella grossa e nera, rimase a lungo su parecchi muri di edifici, finché questi ultimi non si sbriciolarono sotto le bombe, mentre sparirono molto presto (perché non ci furono più negozi di ebrei e più nulla da arianizzare) i cartelli “negozio assolutamente ariano”, le scritte ostili sulle vetrine “negozio ebraico”, come anche il verbo “arianizzare” e le dichiarazioni sulla porta del negozio “impresa completamente arianizzata”.
Ora, dopo l’introduzione della stella gialla, non aveva più importanza se le case degli ebrei fossero sparse qua e là o riunite in un proprio quartiere, perché ogni ebreo con la stella portava con sé il proprio ghetto, come la chiocciola la sua casa. Ed era anche indifferente se nel suo stabile vivevano solo ebrei o anche “ariani”, perché sopra il suo nome sulla porta doveva esserci la stella. Se sua moglie non era ebrea, la targhetta col nome di lei doveva essere separata e recare l’indicazione “ariana”.
Ben presto sulle porte del corridoio comparvero qua e là altre targhette, dal tenore agghiacciante: “Qui abitava l’ebreo Weil”. Allora la postina sapeva di non doversi preoccupare di trovare il nuovo indirizzo: al mittente sarebbe ritornata la lettera con l’eufemistica annotazione: “Destinatario emigrato [abgewandert]”. Ecco che anche “emigrato”, in questa particolare e crudele accezione, rientra nel lessico della LTI [Lingua Tertii Imperiim ndr], rubrica ebraica.  amarezza di questa: “È un privilegiato”, cioè: paga meno lasse di noi, non deve abitare nella “casa degli ebrei”, non porta la stella, in certo qual modo può mimetizzarsi…”. E quanta superbia, quanta miserabile gioia maligna – sì, miserabile, perché in fin dei conti erano nel nostro stesso inferno, anche se in un girone migliore e alla fine i forni crematori hanno divorato anche i privilegiati -, quanto insistito distacco si avvertivano spesso nelle due parole “Sono privilegiato”! Quando attualmente sento parlare di accuse reciproche fra ebrei, di gravissime vendette, penso subito al dissidio che in genere si creava tra chi portava la stella e i privilegiati.[…]riluce frammisto ai pensieri più cupi. Ma il bagliore più sinistro e fosforico emana dalla “stella nascosta”. Secondo quanto prescrive la Gestapo la stella dev’essere portata ben visibile sul lato sinistro della giacca, del cappotto normale o di quello da lavoro, e ovunque ci sia la possibilità di incontrare ariani. Quando in certe giornate afose di marzo uno porta il cappotto sbottonato, con il risvolto ribattuto dalla parte del cuore, oppure tiene stretta una cartella sotto il braccio sinistro o, se è una donna, porta un manicotto, in tutti questi casi la stella rimane nascosta, forse inavvertitamente e per pochi secondi, forse però anche volutamente per poter camminare una volta tanto senza quel marchio. Un funzionario della Gestapo penserà sempre che sia stata nascosta intenzionalmente, la conseguenza sarà il campo di concentramento. Se il funzionario vuole dimostrarsi particolarmente zelante e uno ha la sfortuna di incontrarlo, è inutile che il braccio con la cartella o quello col manicotto pendano fino all’altezza dei ginocchi, è inutile che il cappotto sia tutto ben abbottonato: l’ebreo Lesser o l’ebrea Winterstein hanno “occultato la stella” e, al più tardi tre mesi dopo, da Ravensbrück, o da Auschwitz arrivera al Comune un regolare certificato di morte. La causa della morte vi sarà indicata con precisione, sarà diversa di volta in volta e persino individuale; sarà, alternativamente, “insufficienza cardiaca” o “fucilato durante un tentativo di fuga”. Ma la causa della morte è in realtà la stella nascosta.


AVVERTENZA-Il brano tratto dal reportage di Grossman sull’inferno di Treblinka è atroce al limite dell’insostenibile. Se pensate che possa essere troppo, per voi,come lo è stato per chi scrive,  vi prego, astenetevi dalla lettura.

Sul finire dell’inverno del 1943 a Treblinka arrivò Himmler con un gruppo di alti funzionari della Gestapo. […] Himmler esaminò personalmente il lager; chi lo vide ci ha riferito che il ministro della morte si avvicinò a una delle fosse e la osservò a lungo, in silenzio. I suoi accompagnatori rimasero a una certa distanza mentre Heinrich Himmler rimirava la gigantesca tomba già riempita per metà di cadaveri. Treblinka era la fabbrica più grande del complesso industriale di Himmler. […]. Prima di lasciare Treblinka, Himmler diede al comando del lager un ordine che lasciò tutti di sasso (l’Hauptsturmfuhrer barone von Pfein, il suo vice Karol e il capitano Franz): procedere seduta stante alla cremazione dei corpi già sepolti, tutti quanti, portare fuori dal lager le ceneri e i resti e spargerli sui campi e lungo le strade. Sotto terra c’erano già centinaia di migliaia di cadaveri, e l’impresa si prospettava a dir poco ardua e complessa. Secondo le nuove disposizioni, inoltre, i corpi delle future vittime non andavano sepolti, ma bruciati direttamente. A cosa si dovevano l’ispezione di Himmler e quell’ordine categorico e importantissimo, tanto da essere impartito personalmente? La ragione era una soltanto: Stalingrado, la vittoria dell’Armata Rossa.[…]L’operazione di incenerimento, però, non ingranava: i corpi non volevano saperne di bruciare (si rilevò, tuttavia, che le donne ardevano più facilmente degli uomini…). Per ridurre in cenere i cadaveri ci volevano molta benzina e molta nafta: somme ingenti di denaro per risultati più che modesti. Il problema sembrava senza via d’uscita. Ma si trovò presto un rimedio. Dalla Germania arrivò una SS, un uomo tarchiato sulla cinquantina, un esperto del settore.

Quanti ne ha partoriti il regime di Hitler! Esperti nell’uccidere i bambini, esperti di impiccagione, esperti nella costruzione di camere a gas, esperti nel distruggere scientificamente una grande città in un sol giorno. Si trovò anche un esperto di esumazione e incenerimento di corpi umani. Fu lui a dirigere i lavori per la costruzione dei forni.

1. Si tratta dello Scharfuhrer delle SS Herbert Floss.

Si trattava di forni-rogo, in verità, giacché né il crematorio di Lublino, né il più grande crematorio del mondo sarebbero stati in grado di incenerire una tale quantità di corpi in un lasso di tempo tanto breve. […] Si lavorava giorno e notte. Gli addetti all’incenerimento dei corpi raccontano che i forni ricordavano dei giganteschi vulcani e che il calore – tremendo – bruciava anche i loro visi; le lingue di fuoco arrivavano a una decina di metri d’altezza e colonne di fumo nero, denso e oleoso, si levavano verso il cielo e incombevano nell’aria come una coltre pesante e immobile. La notte quella fiamma alta più dei pini intorno al lager veniva scorta anche dagli abitanti dei paesi limitrofi, a trenta, quaranta chilometri di distanza. L’odore di carne umana bruciata impregnava l’intero distretto, e quando il vento soffiava verso il lager dei polacchi, a tre chilometri, il fetore toglieva il fiato. All’incenerimento dei cadaveri lavoravano ottocento detenuti, più di tutti gli addetti agli altiforni di qualunque complesso metallurgico. Quella fabbrica mostruosa funzionò giorno e notte per otto mesi senza interruzione, ma senza riuscire a smaltire le centinaia di migliaia di corpi umani sepolti. Anche perché nel frattempo il flusso delle nuove tradotte da gasare, – ulteriore incombenza per i forni -, non si interrompeva.

Arrivavano treni anche dalla Bulgaria, e le SS e i Wachmànner ne erano decisamente lieti: ingannate dai tedeschi e dal governo bulgaro filonazista, ignare del proprio destino, le vittime portavano con sé preziosi in quantità, cibo gustoso e pane bianco. Fu poi la volta delle tradotte da Grodno e Bialystok, poi toccò a quelle dal ghetto di Varsavia in rivolta, dopo di che arrivò un treno di partigiani polacchi: contadini, operai, soldati. Giunse anche un lotto di zingari della Bessarabia: duecento uomini e ottocento fra donne e bambini. Arrivarono a piedi, con un seguito di carri e cavalli; avevano ingannato anche loro, e quel migliaio di persone si presentò scortato soltanto da due guardie che, loro per prime, non sapevano di condurli a morire. Si racconta che le zingare batterono le mani entusiaste alla vista dell’edificio delle camere a gas, senza sospettare fino all’ultimo che cosa le attendesse. Un vero spasso, per i tedeschi. Le SS infierirono ferocemente soprattutto sui ribelli del ghetto di Varsavia. Sceglievano donne e bambini e, invece di portarli alle camere a gas, li conducevano alle graticole. Lì costringevano le madri impazzite per l’orrore a mostrare ai figli le griglie incandescenti dove, fra le fiamme e il fumo, i corpi si accartocciavano a migliaia, dove i morti parevano riprendere vita e contorcersi, dimenarsi; dove ai cadaveri delle donne incinte scoppiava il ventre e quei bambini morti ancor prima di nascere bruciavano fra le viscere aperte delle madri. Certe scene avrebbero sconvolto le menti dei più temprati fra gli uomini, ma l’effetto era cento volte maggiore su quelle madri che con le mani tentavano di coprire gli occhi ai figli, e i tedeschi lo sapevano. «Che cosa ci faranno, mamma? Bruceranno anche noi?» urlavano i bambini impazziti, correndo a stringersi a loro. Nel suo inferno Dante non le vide, scene come queste.

E dopo essersi goduti lo spettacolo, i tedeschi li gettavano davvero tra le fiamme, i bambini.


La prima reazione ad una lettura simile è che l’orrore è troppo per essere concepibile.E’ da impazzire. Anche i soldati dell’Armata Rossa che arrivarono a Treblinka nel settembre del’44, e di cui Grossman era al seguito come reporter di Vasily_GrossmanR400guerra, tentarono di aggrapparsi alla speranza che fosse tutto un mostruoso incubo. I resti umani- i capelli biondi di una ragazza, la strada resa nera dalle ceneri che la cospargevano, hanno fatto sì che quella speranza venisse subito distrutta, che ci si arrendesse all’orrore che quello era stato.  Per questo Grossman conclude: Dobbiamo tenere a mente che di questa guerra il razzismo, il nazismo non serberanno soltanto l’amarezza della sconfitta, ma anche il ricordo fascinoso di quanto sia facile uno sterminio di massa.E dovrà tenerlo a mente ogni giorno, e con grande rigore, chiunque abbia cari l’onore, la libertà, la vita di ogni popolo e dell’umanità intera.


 

 

 

 

 

 

Delitto e castigo. Oscar Wilde e Alan Turing

 

Londra come Atene, duemilatrecento anni dopo (circa). Due figure determinanti  nell’identità culturale dell’Occidente colpite a morte  accusate e perseguite per immoralità e corruzione dei giovani, le stesse accuse rivolte a Socrate. Nel cuore stesso della democrazia occidentale.

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Se una notte d’inverno un viaggiat(t)ore. San Silvestro con Thomas Bernhard

Thomas Bernhars

 

Se la notte di San Silvestro un attore,uno straordinario attore, (Bernhard?) Minetti, si presenta in un albergo di Ostenda,  attendendo un direttore di teatro per discutere l’allestimento di King Lear,  il ruolo nel quale l’attore ha iniziato la sua carriera, mentre fuori infuria una tempesta di neve,allora ecco uno dei testi più straordinari del Novecento.


 

La scena si apre appunto con l’interno dell’albergo in cui infuria la tempesta, in cui una cliente, avvenente e decisamente ubriaca, si lascia andare alla descrizione della sera di San Silvestro che l’attende: scolarsi da sola, in un unico sorso, una bottiglia di champagne- una bottiglia che segue molte altre- indossando la maschera di una scimmia. All’apparire di Minetti nella locanda, sarà chiaro  che la maschera è uno dei temi chiave dell’intera opera: nella valigia che reca con sé, infatti, Minetti porta la maschera di Re Lear disegnata da James Ensor; quando rievoca l’incontro con l’artista, una delle scene più famose della pièce, emerge la condanna di Bernhard verso la letteratura classica, che si rivela soltanto un’immensa zavorra che impedisce all’attore- e all’ artista- l’espressione autentica e disinibita del proprio essere, tremenda ma autentica:

«Il teatro è un’arte mostruosa», ho detto a Ensor; «mi faccia la maschera, mi faccia la maschera, mi faccia la la maschera per il mio debutto come Lear». Ma di Shakesperare non sapeva niente….Lui avrebbe voluto studiare il “Lear”, ma io vlcsnap-2015-12-30-19h28m30s758.pnggli ho detto «No, no, non studi il Lear! Dimentichi tutta la letteratura classica, tutta!»[…]Quell’uomo non aveva la benché minima idea di chi fosse Shakespeare, né la benché minima idea di chi fosse il Lear, né la benché minima idea di cosa fosse tutta la letteratura universale, però mi ha fatto la maschera più mostruosa che sia mai stata fatta. 

La dialettica tra arte e paura- la maschera è spaventosa perché noi temiamo ciò che non vediamo, l’allestimento di una commedia è sempre sostanzialmente equivalente ad una tragedia e viceversa- diviene anche dialettica tra lo scrittore e l’attore, che irrimediabilmente si distruggono a vicenda.

Noi temiamo ciò che non vediamo.L’attore, l’artista, il folle, il bancarottiere, il patito della scena,lo stupratore: lo stupratore dell’arte. L’attore si accosta allo scrittore, lo scrittore distrugge l’attore, come l’attore distrugge lo scrittore, lo cancella, capisce, lo cancella. Fare i conti, fare i conti, fare i conti! Quando noi facciamo i conti, li facciamo senza lo scrittore, come lo scrittore  fa i conti senza l’attore.[…]Noi sfociamo nella follia; la natura impazzisce e allora….allora….allora è arte.

L’arte, tuttavia, è un traguardo che non si raggiunge se non a carissimo prezzo: l’attore deve consumare sé stesso nel personaggio e allo stesso tempo restarne indipendente, evitare che questo lo travolga imponendogli la propria identità. Un paradosso tragico: l’attore che resta indipendente (come lo era del resto lo stesso Bernhard Minetti, uno degli autori preferiti di Bernhard, e naturalmente il primo interprete di questo testo teatrale, dove attore e personaggio non si sovrappongono meramente, ma piuttosto  vlcsnap-2015-12-30-19h44m15s285.pngcollidono) deve però evitare di cedere, di compromettersi con il gusto del pubblico; deve, cioè, provocare, scandalizzare, creare disgusto e dissenso (un’idea, questa, centrale anche nella poetica di Pasolini). Ma questo non avviene impunemente: di qui il processo intentato a Minetti, accusato di aver tradito il teatro, di averlo denigrato a causa del rifiuto categorico della cultura classica. Il processo determina dunque il ritiro dell’attore, divenuto nel frattempo direttore di teatro, dalle scene; e il rifiuto di mettere in scena altri testi della letteratura teatrale classica ha il paradossale effetto di inchiodarlo per sempre alla figura di Lear (come accade, sia pure per motivi tanto diversi,al protagonista dell’Enrico IV).

Il finale del dramma è prevedibile; Minetti tornerà per forza nella tempesta a cui appartiene ,una tempesta di follia ed arte che lo esclude per sempre dalla socialità delle persone comuni, simboleggiate dal carosello infernale  dei giovani che entrano ubriachi per festeggiare il Capodanno; e la donna che è stata pubblico e confidente della sua ultima interpretazione indosserà, questo San Silvestro, una maschera molto diversa.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

-L’allestimento del dramma ha inaugurato questo Ottobre la stagione teatrale del Teatro Duse, a Genova. Qui notizie sull’allestimento del dramma e l’intervista ad Eros Pagni;

L’analisi dell’opera  a cura di Nevio Gàmbula;

-Sui possibili rapporti esistenti tra il teatro di Bernhard e quello di Pirandello non sono riuscita a trovare materiale critico; detti rapporti, però, mi sembrano evidenti, sia pure probabilmente mediati da altri testi. Rimando ad maiora per eventuali ulteriori approfondimenti- e sarò ben felice di qualsiasi contributo chiarificatore al riguardo;

-Qui sotto, la rappresentazione completa dell’opera nell’allestimento del 1987 a cura del Teatro Stabile di Bolzano, con Gianni Galavotti,Gabriella lai,Marina Pitta,Massimo Palazzini,Tommaso Onofri, per la regia di Marco Bernardi(!?! ). La traduzione del testo di Bernhard, a cura di Umberto Gandini, è quella da cui sono tratti i passi qui riportati.

 

-Ah,scusate, mi ero distratta:  l’augurio di un felice 2016 a tutti voi .Happy New Year.