Thomas Bernhard

L’Estinzione del Tempo .Thomas Bernhard e Marcel Proust

marcel_proust_1900bernhard1

«Longtemps je me suis couché de bonne houre»….«Per molto tempo mi sono coricato presto, la sera».  Certamente uno degli incipit più noti ed indimenticabili della storia della letteratura, di quella miracolosa ricostruzione del tempo perduto che si concluderà soltanto sette volumi dopo, quando il Narratore, a cui il Tempo ha donato la chiave per dischiudere le sue porte impenetrabili, si proporrà di scrivere quel sublime romanzo che il lettore ha appena terminato di leggere. Singolare, dunque, vedere come il momento iniziale e quello finale del tempo implodano e quasi collassino su se stessi in Estinzione, l’ultimo e certamente il più ambizioso romanzo di Thomas Bernhard in cui il protagonista,Franz Joseph Murau,  dalla sua casa di Roma, dove insegna letteratura tedesca all’allievo Gambetti, suo interlocutore  nel romanzo, si propone di raccontare e descrivere la residenza di Wolfsegg, il castello di famiglia in Austria,e il destino e il carattere dei suoi abitanti, «a costo di farli sembrare mostruosi» come il Narratore proustiano, bruciandone così la parabola in un atto creativo che reca evidente l’intenzione dell’annullamento. (altro…)

Se una notte d’inverno un viaggiat(t)ore. San Silvestro con Thomas Bernhard

Thomas Bernhars

 

Se la notte di San Silvestro un attore,uno straordinario attore, (Bernhard?) Minetti, si presenta in un albergo di Ostenda,  attendendo un direttore di teatro per discutere l’allestimento di King Lear,  il ruolo nel quale l’attore ha iniziato la sua carriera, mentre fuori infuria una tempesta di neve,allora ecco uno dei testi più straordinari del Novecento.


 

La scena si apre appunto con l’interno dell’albergo in cui infuria la tempesta, in cui una cliente, avvenente e decisamente ubriaca, si lascia andare alla descrizione della sera di San Silvestro che l’attende: scolarsi da sola, in un unico sorso, una bottiglia di champagne- una bottiglia che segue molte altre- indossando la maschera di una scimmia. All’apparire di Minetti nella locanda, sarà chiaro  che la maschera è uno dei temi chiave dell’intera opera: nella valigia che reca con sé, infatti, Minetti porta la maschera di Re Lear disegnata da James Ensor; quando rievoca l’incontro con l’artista, una delle scene più famose della pièce, emerge la condanna di Bernhard verso la letteratura classica, che si rivela soltanto un’immensa zavorra che impedisce all’attore- e all’ artista- l’espressione autentica e disinibita del proprio essere, tremenda ma autentica:

«Il teatro è un’arte mostruosa», ho detto a Ensor; «mi faccia la maschera, mi faccia la maschera, mi faccia la la maschera per il mio debutto come Lear». Ma di Shakesperare non sapeva niente….Lui avrebbe voluto studiare il “Lear”, ma io vlcsnap-2015-12-30-19h28m30s758.pnggli ho detto «No, no, non studi il Lear! Dimentichi tutta la letteratura classica, tutta!»[…]Quell’uomo non aveva la benché minima idea di chi fosse Shakespeare, né la benché minima idea di chi fosse il Lear, né la benché minima idea di cosa fosse tutta la letteratura universale, però mi ha fatto la maschera più mostruosa che sia mai stata fatta. 

La dialettica tra arte e paura- la maschera è spaventosa perché noi temiamo ciò che non vediamo, l’allestimento di una commedia è sempre sostanzialmente equivalente ad una tragedia e viceversa- diviene anche dialettica tra lo scrittore e l’attore, che irrimediabilmente si distruggono a vicenda.

Noi temiamo ciò che non vediamo.L’attore, l’artista, il folle, il bancarottiere, il patito della scena,lo stupratore: lo stupratore dell’arte. L’attore si accosta allo scrittore, lo scrittore distrugge l’attore, come l’attore distrugge lo scrittore, lo cancella, capisce, lo cancella. Fare i conti, fare i conti, fare i conti! Quando noi facciamo i conti, li facciamo senza lo scrittore, come lo scrittore  fa i conti senza l’attore.[…]Noi sfociamo nella follia; la natura impazzisce e allora….allora….allora è arte.

L’arte, tuttavia, è un traguardo che non si raggiunge se non a carissimo prezzo: l’attore deve consumare sé stesso nel personaggio e allo stesso tempo restarne indipendente, evitare che questo lo travolga imponendogli la propria identità. Un paradosso tragico: l’attore che resta indipendente (come lo era del resto lo stesso Bernhard Minetti, uno degli autori preferiti di Bernhard, e naturalmente il primo interprete di questo testo teatrale, dove attore e personaggio non si sovrappongono meramente, ma piuttosto  vlcsnap-2015-12-30-19h44m15s285.pngcollidono) deve però evitare di cedere, di compromettersi con il gusto del pubblico; deve, cioè, provocare, scandalizzare, creare disgusto e dissenso (un’idea, questa, centrale anche nella poetica di Pasolini). Ma questo non avviene impunemente: di qui il processo intentato a Minetti, accusato di aver tradito il teatro, di averlo denigrato a causa del rifiuto categorico della cultura classica. Il processo determina dunque il ritiro dell’attore, divenuto nel frattempo direttore di teatro, dalle scene; e il rifiuto di mettere in scena altri testi della letteratura teatrale classica ha il paradossale effetto di inchiodarlo per sempre alla figura di Lear (come accade, sia pure per motivi tanto diversi,al protagonista dell’Enrico IV).

Il finale del dramma è prevedibile; Minetti tornerà per forza nella tempesta a cui appartiene ,una tempesta di follia ed arte che lo esclude per sempre dalla socialità delle persone comuni, simboleggiate dal carosello infernale  dei giovani che entrano ubriachi per festeggiare il Capodanno; e la donna che è stata pubblico e confidente della sua ultima interpretazione indosserà, questo San Silvestro, una maschera molto diversa.

vlcsnap-2015-12-30-20h40m00s941.png


RISORSE E NOTE A MARGINE

-L’allestimento del dramma ha inaugurato questo Ottobre la stagione teatrale del Teatro Duse, a Genova. Qui notizie sull’allestimento del dramma e l’intervista ad Eros Pagni;

L’analisi dell’opera  a cura di Nevio Gàmbula;

-Sui possibili rapporti esistenti tra il teatro di Bernhard e quello di Pirandello non sono riuscita a trovare materiale critico; detti rapporti, però, mi sembrano evidenti, sia pure probabilmente mediati da altri testi. Rimando ad maiora per eventuali ulteriori approfondimenti- e sarò ben felice di qualsiasi contributo chiarificatore al riguardo;

-Qui sotto, la rappresentazione completa dell’opera nell’allestimento del 1987 a cura del Teatro Stabile di Bolzano, con Gianni Galavotti,Gabriella lai,Marina Pitta,Massimo Palazzini,Tommaso Onofri, per la regia di Marco Bernardi(!?! ). La traduzione del testo di Bernhard, a cura di Umberto Gandini, è quella da cui sono tratti i passi qui riportati.

 

-Ah,scusate, mi ero distratta:  l’augurio di un felice 2016 a tutti voi .Happy New Year.

Dèmoni e demòni: Nabokov, Dostoevskij, Bernhard

images (1)

Permettetemi di parlare di un altro modo di trattare di letteratura — il più semplice e forse il più importante. Se odiate un libro, potete egualmente trarre un piacere artistico dall’ immaginare modi differenti e migliori di guardare le cose — o, il che è lo stesso, di esprimere le cose — di quelli di cui fa uso lo scrittore che voi odiate. Il mediocre, il fasullo, la pošlost’[ concetto in definitiva assimilabile al kitsch, ndr] — ricordatevi di questa parola  — può se non altro offrirvi questo godimento malizioso ma molto salutare, quando gemendo e scalpitando leggete un libro di second’ordine cui è stato assegnato un premio. Ma i libri che vi piacciono dovete leggerli anche con fremiti e affanno.

Probabilmente  a più di qualcuno l’ accostamento apparirà a dir poco inopportuno, soprattutto tenendo presente il giudizio tranchant di Nabokov sull’opera di Dostoevskij ribadito  nelle sue lezioni alla Cornell  University  ( Lezioni di Letteratura russa):Lezioni di letteratura russa

 

La mancanza di gusto di Dostoevskij, il suo monotono occuparsi di personaggi che soffrono di complessi pre-freudiani, il suo sguazzare nelle tragiche disavventure della dignità umana — sono tutte cose difficili da ammirare. Non mi piace il vezzo dei suoi personaggi di «arrivare peccando a Gesù» o, come diceva uno scrittore russo, Ivan Bunin, di «sparpagliare Gesù dappertutto». Come non ho orecchio per la musica, non ho, e me ne rammarico, orecchio per Dostoevskij il profeta.

(altro…)