Ferito a morte

Vedi Napoli e poi muori. Sándor Márai e Raffaele La Capria

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Il noto adagio, che avrebbe semplicemente l’intento di indicare Napoli e la sua  corona di isole, insenature e promontori come il vertice massimo della Bellezza incarnata in questo mondo, letto alla luce delle opere dei due autori assume un significato ben altrimenti sinistro.

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Ne  Il sangue di San Gennaro , romanzo scritto da Sándor Márai durante la tappa napoletana  del suo esilio, l’autore narra di uno scrittore e di sua moglie, due stranieri senza nome, che prendono casa a via Nicola Ricciardi, la strada che da Posillipo sale verso via Manzoni e a cui corrisponde, dall’altra parte, la discesa a Marechiaro.  La bellezza del paesaggio e la dolcezza del clima,ad onta della miseria del dopoguerra e di quella sorta di kas’ba  orientale incastrato nel cuore del quartiere signorile, a memoria del fatto che Napoli  ha sempre coltivato una sostanziale prossimità tra le dimore dei ricchi e quelle dei poveri)  addolciscono appena l’amarezza e il rimpianto dell’esilio. Ma non a sufficienza. La terza parte si apre con il suicidio del protagonista,  che i due lunghi monologhi di un frate francescano e della donna senza nome tentano in parte di spiegare al vicequestore incaricato delle indagini. La risposta è complicata e semplice. L’uomo è morto suicida perché non aveva /più/Patria.

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L’uomo senza nome è un esule che sente di avere il potere di redimere il mondo attraverso il sacrificio di sé, come Gesù, come Chiara e Francesco, come pochi grandissimi mistici dell’Occidente.  Durante un viaggio in treno da Roma a Napoli, quando il golfo di Gaeta appare improvviso con il suo  blu e oro dietro le colline, come uno strale di felicità inaspettata, l’uomo è illuminato. Comprende forse di essere egli stesso il miracolo che tutti aspettano, a cui tutti  (e primi fra tutti gli umili, come nel Vangelo  e in Caravaggio) si rivolgono in silenzio nell’attesa che accada l’impossibile, che egli faccia finalmente accadere l’impossibile:

Gli uomini che vivono su queste rive, e che da migliaia di anni bighellonano tra i sentieri marini del golfo azzurro, se ne stanno nelle loro barchette con i calzoni tirati su fino alle ginocchia, le gambe divaricate, i piedi girati appena verso l’interno, per controbilanciare le oscillazioni del natante. Una postura, questa, che anche Ulisse assunse un tempo per navigare fino a qui, sbarcando nei pressi dello scoglio dove ogni mattina i cacciatori si preparano all’agguato. I cacciatori stringono virilmente, con entrambe le mani, le canne dei fucili. Sono tutti nati qui, su queste rive. Il loro sguardo è quello di chi conosce ogni possibilità data all’uomo, in acqua e sulla terraferma. Guardano lontano, verso le navi in arrivo, verso i barcaioli che gironzolano intorno al molo di Nisida, agli scogli di Capri e di Ischia, come chi conosce i segreti della terra e del mare. Ma guardano anche con attenzione, come chi si aspetta una sorpresa. E’ un modo di guardare antichissimo. Sulle coste occidentali del Mediterraneo tutti guardano così. Con lo sguardo di chi aspetta il miracolo. 

L’uomo e la donna si recano ad Assisi, in una sorta di viaggio di nozze spirituale. L’uomo ha bisogno di ripercorrere i passi, di toccare le pietre toccate da Francesco in attesa di un segno anche per lui.

La donna  azzarda un’ipotesi più semplice. Il miracolo è già avvenuto, è trovarsi dove sono , è rimanere dove sono:

[…]su di noi splenderà sempre lo stesso sole, con i suoi raggi fitti, ustionanti e implacabili, quel sole che ha effetti simili alla morfina, ti rende languido e felice… una morfina fredda e ardente, che rende l’uomo sobrio ed ebbro al tempo stesso, quando viene investito da quell’oppiaceo rifulgente.[…]Ad Amalfi ci avevano presentato un ungherese, o un austriaco, che si era praticamente dimenticato di andar via, perché non sapeva rinunciare all’ebbrezza oppiacea del sole meridionale… Forse è questo il miracolo, dissi. Restiamo in Italia, sì, forse è questo il miracolo».

L’uomo si suicida la notte seguente,una notte di vento e di tempesta che si abbatte furiosa sulla costa.

Sándor Márai, nonostante l’angoscia per la patria lontana, nonostante il senso di perdita, è felice in una Napoli che egli definisce ancora a misura d’uomo (contrapposta dunque alla spietata disumanizzazione dei regimi totalitari) e  si augura anch’egli ogni giorno che intervenga qualcosa che possa evitare la sua partenza per l’America. 

Ma il miracolo non si compie.  Márai partirà  realizzando  il sacrificio di sé  trent’anni  dopo, ma senza per questo redimere il mondo.


Del romanzo di Márai non poteva non occuparsi, per affinità elettiva, lo scrittore napoletano Raffaele La Capria, che dedica un suo articolo allo scrittore ungherese in occasione della pubblicazione de Il sangue di san Gennaro. Curiosamente, però, La Capria (certamente per modestia) non sembra approfondire qui le tematiche che maggiormente avvicinano il romanzo di Márai alla sua opera: l’attesa, la paralisi, l’incantesimo letale della  Bella Giornata che a Napoli dura invariabilmente da e per millenni:

Domani e poi un altr’anno quei giorni continueranno a splendere per conto loro, come se io fossi ancora qua e come quando morirò, ora e tra mille anni indifferenti e uguali.

Nel  romanzo di La Capria,  Ferito a morte,  il protagonista Massimo è costretto a lasciare Napoli per lavoro in favore di Roma. Ma la sua anima, il suo stesso modo di essere non se ne allontanano mai veramente. Quando ritorna, ripercorrere i luoghi della dolce vita tra Capri e Positano dove ritrova gli amici di un tempo, ormai invecchiati, sembra quasi  cogliere il pretesto per abbandonarsi al fascino maliante e paralizzante della città, al paradiso perduto di  luce e d’acqua vivo ormai solo nella memoria della giovinezza:

Perché sei rimasto, che cosa ancora ti trattiene? mi ha scritto Gaetano.

E come potevo dirgli la cosa assurda, come facevo a dirgli: ritrovare uno solo di quei giorni intatto com’era, ritrovarlo, per caso, una mattina uscendo con la barca a pesca col fucile? Fino all’estate scorsa, ultima estate, ogni giorno ostinato, rispondendo al messaggio, ai colpi del maglio dal mare, e sapendo che lei non mi vede, che insieme la luna e il sole vanno nel cielo di mezzogiorno, che il mare è senza avventura, che il tempo passa e sale con l’acqua sulle mura del palazzo, e un giorno, tra mille e mille anni uguale a questo, oggi è una bella giornata, dirà un raggio sul muro.

La bellezza è l’incanto della città ti ferisce a morte e ti addormenta, intorpidendo ogni volontà di reazione mentre inizia  a trascinarti sul fondo con lentezza impercettibile, come il Palazzo Donn’Anna a Posillipo:

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E’ il potere di Parthenope, il genius loci  della cittàsplendidamente descritto da Matilde Serao:

Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba. Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene”

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Tenet nunc Parthenope:  la sua natura molle e nervosa, a frusta di cocchiere (G. Marotta) ti avvolge con le sue spire sinuose e non ti lascia andare mai più.

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Il link per richiedere l’accesso alla visione dell’ottimo documentario di Gilberto Martinelli Sándor Márai – Il sapore amaro della libertà

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