Francesco Giuntini

Feriae Augusti . Manganelli, Ceronetti, Giuntini

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Ahimé. fino a ieri ero probabilmente uno dei pochissimi italiani ad ignorare l’origine della festività di Ferragosto. Le feriae Augusti, proclamate dal princeps  a partire dall’8 d.C., ricordavano il momento della sua ascesa al potere, e le festività duravano l’intero mese, includendo e sovrapponendosi a molte e importanti feste religiose, tra le quali la più importante dedicata alla dea Diana.

Alla tradizione pagana si sovrapporrà poi quella cristiana, che riconosce in questa data l’Assunzione della Vergine. Praticamente, in perfetta analogia con i Saturnalia e le feste natalizie a Dicembre, nei giorni del solstizio d’inverno.

Fin qui la storia politica e religiosa. La storia del costume ci insegna invece che la celebrazione del Ferragosto è un’iniziativa fascista a scopo sociale: nei giorni del Ferragosto venivano infatti istituiti treni speciali per permettere anche chi non se lo poteva permettere di visitare le città o di andare al mare.

I regimi passano, le tradizioni resistono. E oggi il Ferragosto è veramente l’unico rituale collettivo inossidabile e inscalfibile persino dalla crisi,  il solo giorno in cui il nostro Paese realizza finalmente l’unità senza distinzione di razza, cultura,  sesso, lingua e religione. Una festa,come la conosciamo oggi, donataci per grazia di principi e dittatori, sentita nei cuori assai più del repubblicano 2 giugno.

Inutile, alzando un sopracciglio pieno di degnazione,  bollarla come nazionalpopolare e dichiararsene  estranei o disgustati  : l’uomo è un animale sociale, e se per forza, per errore o vanità non gli è consentito  partecipare al rituale  si risveglia in lui la sofferenza ancestrale dell’escluso.

[…] Sebbene sia ormai allenato da tanti mai ferragosti, ogni anno questa bizzarra festa mi sopraggiunge, mi coglie e oltrepassa come un trauma.

Nessuna vacanza è così stranamente gremita di questa che spopola le città, più chiassosa di questa che rende silenzioso il tritone a mezzogiorno. Non è una festa, è un incantesimo, una malìa, una fattura. Irretisce le folle, ispira programmi insensati, o immerge in una torva e diffidente sonnolenza. […]

Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell’emigrazione verso la Gioia? Sono persuaso che esse vengano stivati in uno dei tanti armadi del Nulla, e lì provvisoriamente trattenute e distratte con effimeri giocarelli fatti, letteralmente, di niente. Durante le non molte, ma fatali ore del ferragosto, trionfa una colossale eclissi dell’esistenza. Nulla viene prodotto, eccetto l’ectoplasma.

Per questo, io divento ogni anno più guardingo. Aggiorno e perfeziono le astuzie, i travestimenti, le strategie intese a farmi guardare il Mare dell’Assenza. […]

Altrove, in luoghi seviziati dal Nulla, famiglie intensamente italiane formano una pasta di nonne, genitori, bambini: tutte le parti sono scambiabili. Sono rumorosi e felici. Sono tutti. Per quel che mi riguarda, ho espresso educatamente il mio dissenso agitando gli indici in segno negativo: ma con cautela, fingendo distrazione.

G. Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Adelphi 2003*

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[…]Lo svuotamento urbano vuol dire perdita di ogni punto di riferimento all’unica vivibilità possibile, nei due rami dell’Amicizia e dei Servizi, perché tutto è sospeso, tutto si è reso di colpo introvabile, tutto sembra stato segnato dal transito di una malefica cometa inceneritrice. Il vero Exodus, quello del secondo libro della Bibbia, a ben rifletterci fu molto meno affannoso dei nostri, disseminati lungo tutto l’anno, sebbene resti quello d’agosto inuguagliabile – l’Exodus aveva una guida, un maestro, degno del marmo di Michelangelo, e la guida aveva una meta, scomparirà appena giunto con il suo popolo senza né ruote, né motori, al confine.

Ma la città fa pena: potrebbe con la riduzione del traffico e le piazze libere respirare meglio; invece il caldo e l’angoscia dei rimasti, vecchi e animali (anche il farmacista sull’angolo è sparito, anche il geriatra e il veterinario, gli fai squilli invano, risponde agghiacciante il fischio sarcastico del fax).

E nelle città così maldestramente spruzzate dall’esorcismo esodale che le svuota, sempre restano attivi ladri, spacciatori, prostitute, che non medicano ferite ma le producono. Nonostante gli allarmi innescati, sono ugualmente al lavoro gli svaligiatori: c’è da domandarsi, in agosto, a chi la città appartenga, a chi la consegnano i fuggiaschi, ora profughi sulle autostrade o già brillantemente sequestrati dai ribelli sudamericani o dagli islamisti di qualche valle sperduta d’Asia, senza aver avuto il tempo di fotografare la Sfinge in posa davanti al cellulare. A chi? A spettri, a Lémuri, a fantasmi…

Lo Stato è andato in ferie, il Comune non sai più se ancora è in via Fiore di Palude o se è trasferito tutto in Calle García Marquez di Brasilia fino al 10 settembre, i carabinieri fanno orario ridotto, le pompe funebri hanno diritto anche loro di non preoccuparsi, fino al 31 agosto, di rivaleggiare in decessi.

Guido Ceronetti, Il mese che non c’è, La Stampa**

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15 Agosto
L’ABBANDONO
 
Dove andate fuggendo(lunghe strade
di solitudine tacciono nel sole
fra porte che non s’aprono), ma dove
state fuggendo, dunque. Dite dove.
 
Che attesa di sventure, che insepolta
memoria così tanti disertate
(stanze e arnesi lasciarono in penombre
disconosciute  appena chiuse a chiave).
 
In folla apparterrete ad un deserto,
impronte nella polvere. Sarete
pretesti per un vortice del vento.
 
A che siete fuggiti uno alla volta,
verso che perdizione. A quale fede
io qui rimango incatenato, a quale**.

F. Giuntini, La catena dei giorni,  in La fabbrica del tempo, Polistampa 2001

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* Il testo completo dell’articolo di Manganelli;

** Dell’articolo di Ceronetti ( qui il testo completo) mi vergogno di dire che non sono riuscita a trovare o a capire la data di pubblicazione; una variazione sul tema la si trova nell’articolo Il più crudele dei mesi, dalla mirabile allusione eliotiana, pubblicato sul Corriere della Sera il 4 Agosto 2013

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Poesia delle sfere celesti: Leopardi, Guidacci, Giuntini

Personalmente, ho sempre considerato il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia il vertice della poesia di Leopardi, in cui la sua lirica trascende i limiti dell’angustia  del borgo selvaggio e del compatimento autoreferenziale   per espandersi in una dimensione cosmica, con il cielo e il deserto unici testimoni della desolazione del pastore per le domande di senso ostinatamente rimaste senza risposta:

Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? Dimmi, a che tende

questo vagar mio breve,

il tuo corso immortale?

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