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Una sola luce.Un – piccolo- asterismo di Natale

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Amo questo  periodo dell’anno. Non per motivi prettamente religiosi, che non mi appartengono, quanto piuttosto perché proprio il mese di Dicembre, e più nello specifico il periodo del solstizio d’inverno, è il periodo della celebrazione della luce .Penso al nostro Natale, naturalmente, ma anche alla festa di Hanukkah o alla celebrazione dei Saturnalia (da cui, come certo saprete, deriva la tradizione dello scambio dei doni, simbolo dell’abbondanza  collegata a Saturno e al mito dell’età dell’oro).E se è vero, come dice Calvino, che il nostro è un mondo fatto di metafore- o almeno lo è il nostro modo di leggerlo- mi sembra perfettamente appropriato condividere con voi questo racconto di  Giovannino Guareschi, che non è una Favola di Natale, (Guareschi l’ha scritta, la sua, ben altrimenti straziante) ma potrebbe benissimo esserlo, e che sempre mi commuove (sì, anch’io ho un lato sentimentale) esattamente come la prima volta che l’ho letto, oltre trent’anni fa.

Le lampade e la luce

Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell’altar maggiore e disse:
– Gesù. al mondo ci sono troppe cose che non funzionano.
– Non mi pare. – rispose il Cristo. – Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano. Per il resto ogni cosa funziona perfettamente.
Don Camillo camminò un po’ in su e in giù. Poi si fermò da vanti all’altare.
– Gesù. – disse – se io comincio a contare: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e vado avanti per un milione di anni sempre a contare. ci arrivo in fondo?
– No. – rispose il Cristo. – Tu, così facendo, sei come l’uomo che, segnato un gran cerchio per terra, comincia a camminare attorno ad esso dicendo: « Voglio vedere quando arrivo alla fine». Non ci arriveresti mai.
Don Camillo. che ormai mentalmente si era messo a camminare su quel gran cerchio, si sentiva l’affanno che di solito prova chi, per un istante, tenta di affacciarsi alla finestrella che dà sull’ infinito.
– Eppure, – insisté don Camillo. – io dico che anche il numero deve avere una fine. Soltanto Dio è eterno e infinito, e, se il numero non avesse una fine, sarebbe eterno ed infinito come Dio.
– Don Camillo, perché ce l’hai tanto coi numeri?
– Perché, secondo me, gli uomini non funzionano più proprio a causa dei numeri. Essi hanno scoperto il numero e ne hanno fatto il supremo regolatore dell’universo.
Quando don Camillo innestava la quarta era un guaio. Andò avanti un bel pezzo, poi chiuse la saracinesca e camminò in su e in giù per la chiesa deserta. Tornò a fermarsi davanti al Cristo:
– Gesù, questo rifugiarsi degli uomini nella magia del numero non è invece un disperato tentativo di giustificare la loro esistenza di esseri pensanti?
Tacque un istante angosciato.
– Gesù, le idee sono dunque finite? Gli uomini hanno dunque pensato tutto il pensabile?
– Don Camillo, cosa intendi tu per idea?
– Idea, per me, povero prete di campagna, è una lampada che si accende nella notte profonda dell’ignoranza umana e mette in luce un nuovo aspetto della grandezza del Creatore.
Il Cristo sorrise.
– Con le tue lampade non sei lontano dal vero, povero prete di campagna. Cento uomini erano chiusi in una immensa stanza buia e ognuno d’essi aveva una lampada spenta. Uno accese la sua lampada ed ecco che gli uomini poterono guardarsi in viso e conoscersi. Un altro accese la sua lampada e scopersero un oggetto vicino, e mano a mano che si accendevano altre lampade, nuove cose venivano in luce sempre più lontane, e alla fine tutti ebbero la loro lampada accesa e conobbero ogni cosa che era nella immensa stanza, e ogni cosa era bella e buona e meravigliosa. Intendimi, don Camillo; cento erano le lampade, ma non erano cento le idee. L’idea era una sola: la luce delle cento lampade, perché .soltanto accendendo tutte le cento lampade si potevano vedere tutte le cose della grande stanza e scoprirne i dettagli. E ogni fiammella non. era che la centesima parte di una sola luce, la centesima parte di una sola idea. L’idea dell’ esistenza e della eterna grandezza del Creatore. Come se un uomo avesse spezzato in cento pezzi una statuetta e ne avesse affidato un pezzo a ciascuno dei cento uomini. Non erano cento immagini di una statua, ma le cento frazioni di una unica statua. E i cento uomini si cercarono, tentarono di far combaciare i cento frammenti, e nacquero mille e mille statue deformi prima che ogni pezzo riuscisse a combaciare perfettamente con gli altri pezzi. Ma alla fine la statua era ricomposta. Intendimi, don Camillo: ogni uomo accese la sua lampada, e la luce delle cento lampade era la Verità, la Rivelazione. Ciò doveva appagarli. Ma ognuno invece credette che il merito delle belle cose che egli vedeva non fosse del creatore di esse, ma della sua lampada che poteva far sorgere dalle tenebre del niente le belle cose. E chi si fermò per adorare la lampada, chi andò da una parte e chi dall’ altra, e la gran luce si immiserì in cento minime fiammelle ognuna delle quali poteva illuminare soltanto un particolare della Verità. Intendimi, don Camillo: è necessario che le cento lampade si riuniscano ancora per ritrovare la luce della Verità. Gli uomini oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della propria lampada, e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l’ insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall’ ombra dal loro pallido lume. Non esistono le idee: esiste una sola idea, una sola Verità che è l’insieme di mille e mille parti. Ma essi non la possono vedere più. Le idee non sono finite perché una sola idea esiste ed è eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri al centro della immensa sala.
Don Camillo allargò le braccia.
– Gesù, indietro non si torna … – sospirò – Questi disgraziati usano l’olio delle loro lucerne per ungere i loro mitra o le loro sporche macchine ..
Il Cristo sorrise:
– Nel regno dei cieli l’olio scorre a fiumi, don Camillo.

In questi tempi terribili e confusi, ai miei dodici virgola cinque lettori sono rivolti i miei più cari auguri, di tutto cuore, di buon Natale , quale che sia la tradizione religiosa o il significato delle luci che accendono, e che comunque fanno luce -soltanto- tutte insieme.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

-Io credo che Guareschi, in questo racconto, avesse in mente  una sorta di riscrittura in chiave ecumenica del platonico Mito della caverna, come sembra suggerire anche il lessico del testo . Ma non voglio dilungarmi oltre. Del resto, è noto che anche gli asterismi di fatto  non sono altro che proiezioni:  a modo loro, sono ombre delle luci. Piuttosto, visto che pranzi e cenoni vi aspettano, mi affretto a congedarmi sulle note del Messiah  di Haendel,   la cui musica resta incomparabilmente sublime ad onta del testo- e del sottotesto. L’esecuzione è quella del  Coro del King’s College di Cambridge, dettaglio non trascurabile che ci proietta peraltro verso l’asterismo prossimo venturo 🙂


 

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Gli idioti di Dio. Yoshe Kalb e il principe Myškin

 

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Israel Jeoshua Singer

 Mentre riflettevo e tentavo di documentarmi su questo asterismo sono venuta a conoscenza di un contributo del filosofo contemporaneo Sergio Givone, già professore di Estetica all’Università degli Studi di Firenze, intitolato La figura dell’Idiota nella letteratura contemporanea. Da Dostoevskij a Singer e a Malamud,pubblicato sulla rivista Giornale di Metafisica, 1982, anno IV vol.1, che, nonostante tutti i miei sforzi, non sono riuscita a reperire in digitale né in cartaceo. Mi scuso quindi in anticipo se dovessero esserci sovrapposizioni ad una teoria da lui certamente illustrata con infinito maggiore acume e profondità di quanto non avvenga in questo post, e ribadisco il rimpianto per non aver potuto leggere il suo testo. Da quanto ho tuttavia potuto ricostruire in base ai frammenti impigliati nella Rete, la figura dell’idiota a cui Givone pensava è probabilmente il Gimpel di Isaac Bashevis Singer, piuttosto che  non il protagonista del romanzo Yoshe Kalb, se non altro perché la riscoperta e la  pubblicazione delle opere di Israel Jeoshua Singer, autore anche de I fratelli Ashkenazi e La famiglia Karnowski, in Europa e soprattutto nel nostro Paese, ha  una storia molto più recente.

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Fino a prova contraria. Sciascia, Manganelli e l’affaire  Tortora

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Roma, 17 Giugno 1983.

Sulla base delle dichiarazioni di alcuni pregiudicati appartenenti alla Nuova Camorra Organizzata, Enzo Tortora, volto notissimo della Rai e presentatore della storica trasmissione Portobello viene arrestato per ordine della Procura di Napoli con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico e spaccio di droga.

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Affronta il carcere e il processo, in cui non esita ad affermare a gran voce la propria innocenza e l’indecenza delle accuse.

Sarà assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Napoli il 15 Settembre 1986. Morirà due anni dopo per un tumore polmonare, che non è forse azzardato riconoscere come estrema conseguenza dell’ingiustizia subita.

L’affaire Tortora scatena immediatamente un vero e proprio linciaggio mediatico. Firme importanti del giornalismo d’allora si dichiarano accusatori convinti,  come Camilla Cederna e Giorgio Bocca, o dubbiosi come Enzo Biagi e Indro Montanelli .

Tra i sostenitori dell’innocenza di Tortora si pongono, nettamente, e inconsapevolmente all’unisono, Giorgio Manganelli e Leonardo Sciascia: due dei maggiori protagonisti della cultura italiana degli anni Settanta-Ottanta, profondi conoscitori degli endemici vizi italici, animati entrambi, sia pure con stili e mezzi assai diversi, da una profonda passione intellettuale e civile che non può  non far levare loro la voce in difesa di un uomo per bene (significativamente sarà questo il titolo del film che Maurizio Zaccaro dedicherà al caso Tortora nel 1999).

Sciascia, unito a Tortora da un’amicizia trentennale, corroborata  dalla comune passione per Stendhal dall’appartenenza allo stesso partito (Radicale), scrive sul Corriere della Sera, il 7 Agosto 1983,  un articolo, Responsabilità del giudice, in cui si dichiara certo dell’innocenza di Tortora e che riconosce il presentatore come la chiave di volta del castello di carte di accuse montato consapevolmente dalla camorra con il preciso intento di confondere le acque e intorbidare le indagini:

«Il caso Tortora è l’ennesima occasione per ribadire la gravità e l’urgenza del problema[delle carenze e delle disfunzioni della giustizia]. Un mese fa, alla televisione francese, ho dichiarato le mie perplessità e preoccupazioni relativamente alla massiccia operazione contro la camorra promossa dagli uffici giudiziari di Napoli e la mia personale convinzione che Tortora sia innocente. Non mi chiedo: “E se Tortora fosse innocente?”: sono certo che lo è. Il fatto di conoscerlo personalmente e di stimarlo uomo intelligente e sensibile (non l’ho mai visto in televisione), può anche essere considerato elemento secondario e magari fuorviante; ma dal giorno del suo arresto io ho voluto fare astrazione dal rapporto di conoscenza e di stima e ho soltanto tenuto conto degli elementi di colpevolezza che i giornali venivano rilevando. Non ne ho trovato uno solo che insinuasse dubbio sulla sua innocenza».[…]

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Non credo nell’infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidire, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone  possibile. Un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede ad una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie.

 

Per singolare coincidenza, lo stesso 7 Agosto, per la stessa testata,   Giorgio Manganelli  scrive a sua volta La presunzione di colpa sul caso Tortora (che egli dichiara apertamente di non aver mai conosciuto né  seguito) e con il suo gusto del paradossale sferza  il malcostume nazionale dei colpevolisti invidiosi, che  terrorizzati dal solo nome della Giustizia godono nel vederla colpire i privilegiati e i fortunati, ritenendo evidentemente che il  suo compito  sia quello di livellatore sociale, a ragione o a torto; e poco importa se, come la Fortuna, colpisce alla cieca:

l’italiano ha una paura, che è difficile giudicare infondata, della macchina della giustizia; ma quando vede una persona in qualche modo nota finire stritolata in quell’ingranaggio, prova un moto di torbida letizia, un giòlito sinistro.[…]

Si dimenticò più del decente che in Italia, come in ogni Paese civile, esiste una “presunzione di innocenza” dalla quale deriva che anche l’ uomo  arrestato, ammanettato, fotografato al pubblico ludibrio va considerato innocente finché non intervenga una sentenza che  lo dichiari colpevole “in nome della legge” e, suppongo, del popolo italiano”.

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Ma se,nel diritto, si nega la presunzione di innocenza, vale a dire uno dei suoi stessi fondamenti che riconosce agli accusatori e non agli accusati l’onere della prova, le conseguenze saranno inevitabili, e lo saranno per tutti. Manganelli conclude, implacabile:

Oggi, all’ilarità-“volemose male” – per la catastrofe del noto presentatore tien dietro un sentimento nuovo: un disagio come di chi indossa panni che non gli si addicono: una diffidenza, un guardarsi attorno, sul chi vive. Esiste, poi, quella “presunzione di innocenza”? E’ stato saggio, è stato onestoi negarla a quell’uomo ammanettato? Quell’aggressione a quell’uomo non ancora giudicato non è stata un’aggressione a noi stessi? E’ chiaro: se quella “presunzione di innocenza “non è ben salda e fondata qualcosa d’altro ne prenderà il posto: una “presunzione di colpa” da cui  è impossibile difendersi.

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NOTE A MARGINE

* Quando ho pensato a Sciascia e a Manganelli, per questo post, non immaginavo di riparare virtualmente ad un grande appuntamento mancato . Come racconta infatti Salvatore Silvano Nigro, già professore di Letteratura alla Sorbona e all’ École Normale Supérieure di Parigi e curatore di diverse opere di Manganelli per Adelphi, i due scrittori, pur così diversi nel temperamento, si leggevano reciprocamente con interesse, e Sciascia telefonò a Nigro  per tastare il terreno a proposito di un eventuale incontro con Manganelli. Quest’ultimo si dice entusiasta di un viaggio in Sicilia, che avrebbe voluto visitare approfonditamente in compagnia di Sciascia (e Bufalino), ma purtroppo il viaggio non riuscirà ad essere organizzato prima della morte dei due scrittori,  a a meno di un anno di distanza l’uno dall’altro  (Sciascia scompare nel novembre del 1989, Manganelli  nel maggio del 1990).

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** Formulo qui l’auspicio di vedere un giorno pubblicato l’epistolario tra Sciascia e Tortora, attualmente custodito dalla Fondazione Sciascia   di Racalnuto, paese natale dello scrittore.

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Il testo integrale dell’articolo di Manganelli dedicato a Tortora (oggi in Mammifero italiano, Adelphi 2009).

Queens of Spades: Lady McBeth e Claire Underwood

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Jeanette Nolan (Lady McBeth) nel McBeth di Orson Welles (1948).

 

O spiriti che v’associate ai pensieri di morte,venite, snaturate in me il mio sesso, e colmatemi fino a traboccare, dalla più disumana crudeltà. Fatemi denso il sangue; sbarratemi ogni accesso alla pietà, e che nessuna visita di contriti e pietosi sentimenti venga a scrollare il mio pietoso intento e a frapporre un sol attimo di tregua tra esso e l’atto che dovrà eseguirlo. Accostatevi ai miei seni di donna, datemi fiele al posto del mio latte, voi che siete ministri d’assassinio, e che, invisibili nella sostanza, siete al servizio delle malefatte degli uomini, dovunque consumate. Vieni, o notte profonda, e fatti un manto del più tetro vapore dell’inferno, così che l’affilato mio coltello non veda la ferita che produce, e non si sporga il cielo dalla coltre della notturna tenebra a gridare al mio braccio:”Ferma! Ferma!”

Lady McBeth è tornata.  E’ bellissima e spietata come sempre, ma ora  ha corti capelli biondi dal taglio perfetto, una forma smagliante garantita dalla tenace pratica del  jogging mattina e sera, impeccabile stile minimalista,  decolletés  dal  vertiginoso tacco a spillo. E’ ricca e affermata; ha una fondazione, la Clean Water, che si occupa di progetti sociali scavando pozzi di acqua potabile in diverse zone dell’Africa  ( con i soldi della San Corp, una delle più potenti multinazionali del petrolio, che investe -meglio: ripulisce- in operazioni di solidarietà diversi milioni di dollari).Insomma,  incarna perfettamente il simbolo della donna di successo. Il suo nome è Claire Underwood, protagonista della magnifica serie televisiva Netflix  House of Cards

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Claire Underwood (Robin Wright)

 

Claire è la moglie di Frank Underwood. Personaggio di spicco dei Democratici americani, aveva ricevuto la promessa da Garrett Walker, 47° Presidente degli Stati Uniti d’America, di ricoprire la carica di Segretario di Stato. La promessa, per un’occulta regia politica che sarà via via scoperta, non viene mantenuta. Frank Underwood torna a casa, è sconvolto, deluso. Ma la moglie non gli permette di abbattersi. “Rimettiti subito al lavoro”, gli dice.  E quando lui si scusa per aver  creato disordine in soggiorno, rovesciando un tavolo per la rabbia, lo ammonisce: “Mio marito non chiede mai scusa.  Nemmeno a me”. Da questo momento scatta la vendetta. Il progetto di rivalsa di Underwood guarda lontano ed è senza esclusione di colpi. Intrigante, doppiogiochista, senza scrupoli, ha meditato una strategia perfetta, che lo porterà molto lontano. La sua capacità di reagire ai colpi e agli imprevisti della sorte, con ogni mezzo, è straordinaria. Quella di servirsi delle persone, anche di più. Come Lady Mcbeth, Claire sostiene il marito nella sua cavalcata verso il potere. Gli presta tutto l’aiuto possibile. Il suo contegno sociale è inappuntabile: sempre cortese, mai sopra le righe, ma distante, controllata. Il suo comportamento in privato non è affatto dissimile.  Risulta difficile convincersi che tra i due ci sia qualsiasi forma di sentimento autentico, nonostante Underwood dichiari già nella prima puntata di  amare [Claire] più di quanto gli squali amino il sangue .House-of-Cards

Eppure anche Claire, in alcuni momenti, sembra sentire il peso delle infamie che è costretta a compiere in nome della scalata al potere del marito (licenziare una sua fidata collaboratrice da più di vent’anni, privare una giovane dipendente incinta dell’assistenza sanitaria prima offertale, spingere la coppia presidenziale da un consulente coniugale, costringere a testimoniare una giovane vittima di abuso sessuale per poi comunicarle che la legge sull’abuso sarà incredibilmente “ammorbidita”). Nell’ultimo episodio della seconda stagione la vediamo infatti scoppiare in lacrime sulle scale di casa:

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Ma è solo un attimo. Come Lady McBeth, Claire ha rinunciato a se stessa, a tutto ciò che rende donna una donna (a prescindere dalla maternità: Claire e Frank  hanno (??)  scelto di non avere figli; Claire ha abortito più volte, per non turbare l’andamento della campagna elettorale); non esita a consigliare al marito di far soffrire i nemici, anziché limitarsi a sconfiggerli; e, almeno fino alla fine della seconda serie (la terza sarà probabilmente conclusa e distribuita nella prima metà del 2015), sembra che possa ancora convivere perfettamente con  le macchie di sangue sulle sue mani.

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Per onestà intellettuale devo segnalare che l’accostamento tra i due personaggi femminili è stato rilevato  dallo stesso autore del romanzo House of Cards,  l’inglese Michael Dobbs, che ha riconosciuto il personaggio shakespeariano nella trasfigurazione che la Netflix ha realizzato della sua (originaria) Claire Urquhart. Incidentalmente aggiungo anche che ci avevo pensato indipendentemente  , ma che certo aver trovato conferma nel giudizio dell’ autore mi conforta nella plausibilità dell’ipotesi,probabilmente anzi evidentemente suggerita dalla Netflix stessa, se uno degli slogan di presentazione  della serie recita Behind every great man is a woman with blood on her hands. 

Inequivocabile.

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Attualità dei classici- Ser Ciappelletto

 

Ser Cepperello con una falsa confessione inganna uno santo frate, e muorsi; ed essendo stato un pessimo uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto. 

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Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir promosso, sentendo egli gli fatti suoi, sì come le più volte son quegli de’ mercatanti, molto intralciati in qua e in là e non potersi di leggiere né subitamente stralciare, pensò quegli commettere a più persone; e a tutti trovò modo; fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar potesse sofficiente a riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni.

E la cagion del dubbio era il sentire li borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali; e a lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza avere che opporre alla loro malvagità si potesse.

E sopra questa essaminazione pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser Cepperello da Prato, il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava. Il quale, per ciò che piccolo di persona era e molto assettatuzzo, non sappiendo li franceschi che si volesse dire Cepperello, credendo che cappello, cioè ghirlanda, secondo il loro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo era come dicemmo, non Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano; e per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per ser Cepperello il conoscieno.

Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo notaio, avea grandissima vergogna quando uno de’ suoi strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato; de’ quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro grandemente salariato. Testimonianze false con sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dandosi a que’ tempi in Francia a’ saramenti grandissima fede, non curandosi fargli falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato. Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de’ quali quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d’allegrezza prendea. Invitato ad un omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v’andava; e più volte a fedire e ad uccidere uomini colle propie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de’ santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come colui che più che alcun altro era iracundo. A chiesa non usava giammai; e i sacramenti di quella tutti, come vil cosa, con abominevoli parole scherniva; e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentieri e usavagli.

Delle femine era così vago come sono i cani de’ bastoni; del contrario più che alcun altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato con quella conscienzia che un santo uomo offerrebbe. Gulosissimo e bevitore grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli facea noia. Giuocatore e mettitor di malvagi dadi era solenne. Perché mi distendo io in tante parole? Egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse. La cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato di messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private persone, alle quali assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte, a cui tuttavia la facea, fu riguardato.

Venuto adunque questo ser Cepperello nell’animo a messer Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere essere tale quale la malvagità de’ borgognoni il richiedea; e perciò, fattolsi chiamare, gli disse così:

– Ser Ciappelletto, come tu sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui, e avendo tra gli altri a fare co’ borgognoni, uomini pieni d’inganni, non so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più convenevole di te; e perciò, con ciò sia cosa che tu niente facci al presente, ove a questo vogli intendere, io intendo di farti avere il favore della corte e di donarti quella parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia.

Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agitato delle cose del mondo e lui ne vedeva andare che suo sostegno e ritegno era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi da necessità costretto si diliberò, e disse che volea volentieri.

Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re, partitosi messer Musciatto, n’andò in Borgogna dove quasi niuno il conoscea; e quivi, fuor di sua natura, benignamente e mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello per che andato v’era, quasi si riserbasse l’adirarsi al da sezzo.

E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura prestavano e lui per amor di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli infermò; al quale i due fratelli fecero prestamente venire medici e fanti che il servissero e ogni cosa opportuna alla sua santà racquistare.

Ma ogni aiuto era nullo, per ciò che ‘l buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in giorno di male in peggio, come colui ch’aveva il male della morte; di che li due fratelli si dolevan forte.

E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare:

– Che farem noi- diceva l’uno all’altro- di costui? Noi abbiamo dei fatti suoi pessimo partito alle mani, per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno, veggendo la gente che noi l’avessimo ricevuto prima, e poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora, senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacere ci debba, così subitamente di casa nostra e infermo a morte vederlo mandar fuori. D’altra parte, egli è stato sì malvagio uomo che egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sacramento della Chiesa; e, morendo senza confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a’ fossi a guisa d’un cane. E, se egli si pur confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili che il simigliante n’avverrà, per ciò che frate né prete ci sarà che ‘l voglia né possa assolvere; per che, non assoluto, anche sarà gittato a’ fossi. E se questo avviene, il popolo di questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale loro pare iniquissimo e tutto ‘l giorno ne dicon male, e sì per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò, si leverà a romore e griderrà: – Questi lombardi cani, li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si vogliono più sostenere – ; e correrannoci alle case e per avventura non solamente l’avere ci ruberanno, ma forse ci torranno oltre a ciò le persone; di che noi in ogni guisa stiam male, se costui muore.

Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso giacea là dove costoro così ragionavano, avendo l’udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere gl’infermi, udì ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare, e disse loro:

– Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo che così n’avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bisogna come avvisate; ma ella andrà altramenti. Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà. E per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate, il più che aver potete, se alcun ce n’è, e lasciate fare a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e i miei in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti.

I due fratelli, come che molta speranza non prendessono di questo, nondimeno se n’andarono ad una religione di frati e domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la confessione d’un lombardo che in casa loro era infermo; e fu lor dato un frate antico di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale tutti i cittadini grandissima e spezial divozione aveano, e lui menarono.

Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse. Al quale ser Ciappelletto, che mai confessato non s’era, rispose:

– Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza che assai sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch’io infermai, che son presso a otto dì, io non mi confessai, tanta è stata la noia che la infermità m’ha data.

Disse allora il frate:

– Figliuol mio, bene hai fatto, e così si vuol fare per innanzi; e veggio che, poi sì spesso ti confessi, poca fatica avrò d’udire o di domandare.

Disse ser Ciappelletto:

– Messer lo frate, non dite così; io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io sempre non mi volessi confessare generalmente di tutti i miei peccati che io mi ricordassi dal dì ch’i’ nacqui infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego, padre mio buono, che così puntualmente d’ogni cosa mi domandiate come se mai confessato non mi fossi. E non mi riguardate perch’io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro, io facessi cosa che potesse essere perdizione della anima mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue.

Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli argomento di bene disposta mente; e poi che a ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il cominciò a domandare se egli mai in lussuria con alcuna femina peccato avesse. Al qual ser Ciappelletto sospirando rispose:

– Padre mio, di questa parte mi vergogno io di dirvene il vero, temendo di non peccare in vanagloria.

Al quale il santo frate disse:

– Dì sicuramente, ché il ver dicendo né in confessione né in altro atto si pecco’ giammai.

Disse allora ser Ciappelletto:

– Poiché voi di questo mi fate sicuro, e io il vi dirò: io son così vergine come io uscì del corpo della mamma mia.

– Oh benedetto sia tu da Dio!- disse il frate- come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto, volendo, avevi più d’arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola sono costretti.

E appresso questo il domandò se nel peccato della gola aveva a Dio dispiaciuto; al quale, sospirando forte, ser Ciappelletto rispose del sì, e molte volte; perciò che con ciò fosse cosa che egli, oltre a’ digiuni delle quaresime che nell’anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello diletto e con quello appetito l’acqua bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando o andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato d’avere cotali insalatuzze d’erbucce, come le donne fanno quando vanno in villa; e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli.

Al quale il frate disse:

– Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare, e dopo la fatica il bere.

– Oh! – disse ser Ciappelletto- padre mio, non mi dite questo per confortarmi; ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente e senza alcuna ruggine d’animo; e chiunque altri menti le fa, pecca.

Il frate contentissimo disse:

– E io son contento che così ti cappia nell’animo, e piacemi forte la tua pura e buona conscienzia in ciò. Ma, dimmi: in avarizia hai tu peccato, disiderando più che il convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti?

Al quale ser Ciappelletto disse:

– Padre mio, io non vorrei che voi guardaste perché io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far nulla; anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e torgli da questo abbominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m’avesse così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio; e poi, per sostentare la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie picciole mercatantie, e in quelle ho desiderato di guadagnare, e sempre co’ poveri di Dio quello che ho guadagnato ho partito per mezzo, l’una metà convertendo né miei bisogni, l’altra metà dando loro; e di ciò m’ha sì bene il mio Creatore aiutato che io ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei.

– Bene hai fatto,- disse il frate – ma come ti se’ tu spesso adirato?

– Oh!- disse ser Ciappelletto- cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudici? Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andare dietro alle vanità e vedendogli giurare e spergiurare, andare alle taverne, non visitare le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio.

Disse allora il frate:

– Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne saprei penitenzia imporre. Ma, per alcuno caso, avrebbeti l’ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire villania a persona o a fare alcun’altra ingiuria?

A cui ser Ciappelletto rispose:

– Ohimè, messere, o voi mi parete uom di Dio: come dite voi coteste parole? o s’io avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s’è l’una delle cose che voi dite, credete voi che io creda che Iddio m’avesse tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli scherani e i rei uomini, de’ quali qualunque ora io n’ho mai veduto alcuno, sempre ho detto: – Va che Dio ti converta –

Allora disse il frate:

– Or mi dì, figliuol mio, che benedetto sia tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna falsa detta contro alcuno o detto mal d’altrui o tolte dell’altrui cose senza piacer di colui di cui sono?

– Mai, messere, sì,- rispose ser Ciappelletto- che io ho detto male d’altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che battere la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui alli parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella cattivella, la quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, conciava come Dio vel dica.

Disse allora il frate:

– Or bene, tu mi di’ che se’ stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i mercatanti?

– Gnaffe,- disse ser Ciappelletto- messer sì; ma io non so chi egli si fu, se non che uno, avendomi recati danari che egli mi dovea dare di panno che io gli avea venduto, e io messogli in una mia cassa senza annoverare, ivi bene ad un mese trovai ch’egli erano quattro piccioli più che essere non doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele, io gli diedi per l’amor di Dio.

Disse il frate:

– Cotesta fu piccola cosa; e facesti bene a farne quello che ne facesti.

E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre cose, delle quali di tutte rispose a questo modo. E volendo egli già procedere all’assoluzione, disse ser Ciappelletto:

– Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v’ho detto.

Il frate il domandò quale; ed egli disse:

– Io mi ricordo che io feci al fante mio un sabato dopo nona spazzare la casa, e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io dovea.

– Oh!- disse il frate- figliuol mio, cotesta è leggier cosa.

– Non,- disse ser Ciappelletto- non dite leggier cosa, ché la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore.

Disse allora il frate: – O altro hai tu fatto?

– Messer sì,- rispose ser Ciappelletto- ché io, non avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio.

Il frate cominciò a sorridere e disse:

– Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo.

Disse allora ser Ciappelletto:

– E voi fate gran villania, per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio.

E in brieve de’ così fatti ne gli disse molti, e ultimamente cominciò a sospirare, e appresso a piagner forte, come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.

Disse il santo frate:

– Figliuol mio, che hai tu?

Rispose ser Ciappelletto:

– Ohimè, messere, ché un peccato m’è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì gran vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta ch’io me ne ricordo piango come voi vedete, e parmi essere molto certo che Iddio mai non avrà misericordia di me per questo peccato.

Allora il santo frate disse:

– Va via, figliuol, che è ciò che tu dì? Se tutti i peccati che furon mai fatti da tutti gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre che il mondo durerà, fosser tutti in uno uom solo, ed egli ne fosse pentuto e contrito come io veggio te, si è tanta la benignità e la misericordia di Dio che, confessandogli egli, gliele perdonerebbe liberamente; e per ciò dillo sicuramente.

Disse allora ser Ciappelletto, sempre piagnendo forte:

– Ohimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e appena posso credere, se i vostri prieghi non ci si adoperano, che egli mi debba mai da Dio esser perdonato.

A cui il frate disse:

– Dillo sicuramente, ché io ti prometto di pregare Iddio per te.

Ser Ciappelletto pur piagnea e nol dicea, e il frate pur il confortava a dire. Ma poi che ser Ciappelletto piagnendo ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così sospeso, ed egli gittò un gran sospiro e disse:

– Padre mio, poscia che voi mi promettete di pregare Iddio per me, e io il vi dirò. Sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia- ; e così detto ricominciò a piagnere forte.

Disse il frate:

– O figliuol mio, or parti questo così grande peccato? Oh! gli uomini bestemmiano tutto ‘l giorno Iddio, e sì perdona egli volentieri a chi si pente d’averlo bestemmiato; e tu non credi che egli perdoni a te questo? Non piagner, confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un di quegli che il posero in croce, avendo la contrizione ch’io ti veggio, sì ti perdonerebbe egli.

Disse allora ser Ciappelletto:

– Ohimè, padre mio, che dite- voi? La mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo feci male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi non pregate Iddio per me, egli non mi sarà perdonato.

Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser Ciappelletto, gli fece l’assoluzione e diedegli la sua benedizione, avendolo per santissimo uomo, sì come colui che pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea detto.

E chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno uomo in caso di morte dir così? E poi, dopo tutto questo, gli disse:

– Ser Ciappelletto, coll’aiuto di Dio voi sarete tosto sano; ma se pure avvenisse che Iddio la vostra benedetta e ben disposta anima chiamasse a se’, piacev’egli che ‘l vostro corpo sia sepellito al nostro luogo?

Al quale ser Ciappelletto rispose:

– Messer sì; anzi non vorre’ io essere altrove, poscia che voi mi avete promesso di pregare Iddio per me; senza che io ho avuta sempre spezial divozione al vostro ordine. E per ciò vi priego che, come voi al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel veracissimo corpo di Cristo, il qual voi la mattina sopra l’altare consecrate; per ciò che (come che io degno non ne sia) io intendo colla vostra licenzia di prenderlo, e appresso la santa e ultima unzione, acciò che io, se vivuto son come peccatore, almeno muoia come cristiano.

Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli dicea bene, e farebbe che di presente gli sarebbe apportato; e così fu.

Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser Ciappelletto gl’ingannasse, s’eran posti appresso ad un tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva divideva da un’altra, e ascoltando leggiermente udivano e intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le cose le quali egli confessava d’aver fatte, che quasi scoppiavano, e fra se’ talora dicevano:

– Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte alla qual si vede vicino, né ancora di Dio dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora s’aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l’hanno potuto rimuovere, né far ch’egli così non voglia morire come egli è vivuto?

Ma pur vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura ricevuto in chiesa, niente del rimaso si curarono.

Ser Ciappelletto poco appresso si comunico’, e peggiorando senza modo, ebbe l’ultima unzione; e poco passato vespro, quel dì stesso che la buona confessione fatta avea, si morì. Per la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui medesimo come egli fosse onorevolmente sepellito, e man datolo a dire al luogo de’ frati, e che essi vi venissero la sera a far la vigilia secondo l’usanza e la mattina per lo corpo, ogni cosa a ciò opportuna disposero.

Il santo frate che confessato l’avea, udendo che egli era trapassato, fu insieme col priore del luogo, e fatto sonare a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua confessione conceputo avea; e sperando per lui Domenedio dover molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse ricevere. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli s’accordarono; e la sera, andati tutti là dove il corpo di ser Ciappelletto giaceva, sopr’esso fecero una grande e solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co’ camici e co’ pieviali, con libri in mano e con le croci innanzi, cantando, andaron per questo corpo e con grandissima festa e solennità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto il popolo della città, uomini e donne. E nella chiesa postolo, il santo frate che confessato l’avea, salito in sul pergamo, di lui cominciò e della sua vita, de’ suoi digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e innocenzia e santità maravigliose cose a predicare, tra l’altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per lo suo maggior peccato piagnendo gli avea confessato, e come esso appena gli avea potuto mettere nel capo che Iddio gliele dovesse perdonare, da questo volgendosi a riprendere il popolo che ascoltava, dicendo:

– E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra’ piedi bestemmiate Iddio e la Madre, e tutta la corte di paradiso.

E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e della sua purità; e in brieve colle sue parole, alle quali era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise nel capo e nella divozion di tutti coloro che v’erano che, poi che fornito fu l’uficio, colla maggior calca del mondo da tutti fu andato a baciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono in dosso stracciati, tenendosi beato chi pure un poco di quegli potesse avere; e convenne che tutto il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse essere veduto e visitato. Poi, la vegnente notte, in una arca di marmo sepellito fu onorevolmente in una cappella, e a mano a mano il dì seguente vi cominciarono le genti ad andare e ad accender lumi e ad adorarlo, e per conseguente a botarsi e ad appiccarvi le imagini della cera secondo la promession fatta.

E in tanto crebbe la fama della sua santità e divozione a lui, che quasi niuno era, che in alcuna avversità fosse, che ad altro santo che a lui si botasse, e chiamaronlo e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente si raccomanda a lui.

Così adunque visse e morì ser Cepperello da Prato e santo divenne come avete udito.

Prossimamente (cent’anni di salute) sugli schermi di piazza San Pietro.

silvio-berlusconi