Manganelli

Feriae Augusti . Manganelli, Ceronetti, Giuntini

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Ahimé. fino a ieri ero probabilmente uno dei pochissimi italiani ad ignorare l’origine della festività di Ferragosto. Le feriae Augusti, proclamate dal princeps  a partire dall’8 d.C., ricordavano il momento della sua ascesa al potere, e le festività duravano l’intero mese, includendo e sovrapponendosi a molte e importanti feste religiose, tra le quali la più importante dedicata alla dea Diana.

Alla tradizione pagana si sovrapporrà poi quella cristiana, che riconosce in questa data l’Assunzione della Vergine. Praticamente, in perfetta analogia con i Saturnalia e le feste natalizie a Dicembre, nei giorni del solstizio d’inverno.

Fin qui la storia politica e religiosa. La storia del costume ci insegna invece che la celebrazione del Ferragosto è un’iniziativa fascista a scopo sociale: nei giorni del Ferragosto venivano infatti istituiti treni speciali per permettere anche chi non se lo poteva permettere di visitare le città o di andare al mare.

I regimi passano, le tradizioni resistono. E oggi il Ferragosto è veramente l’unico rituale collettivo inossidabile e inscalfibile persino dalla crisi,  il solo giorno in cui il nostro Paese realizza finalmente l’unità senza distinzione di razza, cultura,  sesso, lingua e religione. Una festa,come la conosciamo oggi, donataci per grazia di principi e dittatori, sentita nei cuori assai più del repubblicano 2 giugno.

Inutile, alzando un sopracciglio pieno di degnazione,  bollarla come nazionalpopolare e dichiararsene  estranei o disgustati  : l’uomo è un animale sociale, e se per forza, per errore o vanità non gli è consentito  partecipare al rituale  si risveglia in lui la sofferenza ancestrale dell’escluso.

[…] Sebbene sia ormai allenato da tanti mai ferragosti, ogni anno questa bizzarra festa mi sopraggiunge, mi coglie e oltrepassa come un trauma.

Nessuna vacanza è così stranamente gremita di questa che spopola le città, più chiassosa di questa che rende silenzioso il tritone a mezzogiorno. Non è una festa, è un incantesimo, una malìa, una fattura. Irretisce le folle, ispira programmi insensati, o immerge in una torva e diffidente sonnolenza. […]

Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell’emigrazione verso la Gioia? Sono persuaso che esse vengano stivati in uno dei tanti armadi del Nulla, e lì provvisoriamente trattenute e distratte con effimeri giocarelli fatti, letteralmente, di niente. Durante le non molte, ma fatali ore del ferragosto, trionfa una colossale eclissi dell’esistenza. Nulla viene prodotto, eccetto l’ectoplasma.

Per questo, io divento ogni anno più guardingo. Aggiorno e perfeziono le astuzie, i travestimenti, le strategie intese a farmi guardare il Mare dell’Assenza. […]

Altrove, in luoghi seviziati dal Nulla, famiglie intensamente italiane formano una pasta di nonne, genitori, bambini: tutte le parti sono scambiabili. Sono rumorosi e felici. Sono tutti. Per quel che mi riguarda, ho espresso educatamente il mio dissenso agitando gli indici in segno negativo: ma con cautela, fingendo distrazione.

G. Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Adelphi 2003*

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[…]Lo svuotamento urbano vuol dire perdita di ogni punto di riferimento all’unica vivibilità possibile, nei due rami dell’Amicizia e dei Servizi, perché tutto è sospeso, tutto si è reso di colpo introvabile, tutto sembra stato segnato dal transito di una malefica cometa inceneritrice. Il vero Exodus, quello del secondo libro della Bibbia, a ben rifletterci fu molto meno affannoso dei nostri, disseminati lungo tutto l’anno, sebbene resti quello d’agosto inuguagliabile – l’Exodus aveva una guida, un maestro, degno del marmo di Michelangelo, e la guida aveva una meta, scomparirà appena giunto con il suo popolo senza né ruote, né motori, al confine.

Ma la città fa pena: potrebbe con la riduzione del traffico e le piazze libere respirare meglio; invece il caldo e l’angoscia dei rimasti, vecchi e animali (anche il farmacista sull’angolo è sparito, anche il geriatra e il veterinario, gli fai squilli invano, risponde agghiacciante il fischio sarcastico del fax).

E nelle città così maldestramente spruzzate dall’esorcismo esodale che le svuota, sempre restano attivi ladri, spacciatori, prostitute, che non medicano ferite ma le producono. Nonostante gli allarmi innescati, sono ugualmente al lavoro gli svaligiatori: c’è da domandarsi, in agosto, a chi la città appartenga, a chi la consegnano i fuggiaschi, ora profughi sulle autostrade o già brillantemente sequestrati dai ribelli sudamericani o dagli islamisti di qualche valle sperduta d’Asia, senza aver avuto il tempo di fotografare la Sfinge in posa davanti al cellulare. A chi? A spettri, a Lémuri, a fantasmi…

Lo Stato è andato in ferie, il Comune non sai più se ancora è in via Fiore di Palude o se è trasferito tutto in Calle García Marquez di Brasilia fino al 10 settembre, i carabinieri fanno orario ridotto, le pompe funebri hanno diritto anche loro di non preoccuparsi, fino al 31 agosto, di rivaleggiare in decessi.

Guido Ceronetti, Il mese che non c’è, La Stampa**

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15 Agosto
L’ABBANDONO
 
Dove andate fuggendo(lunghe strade
di solitudine tacciono nel sole
fra porte che non s’aprono), ma dove
state fuggendo, dunque. Dite dove.
 
Che attesa di sventure, che insepolta
memoria così tanti disertate
(stanze e arnesi lasciarono in penombre
disconosciute  appena chiuse a chiave).
 
In folla apparterrete ad un deserto,
impronte nella polvere. Sarete
pretesti per un vortice del vento.
 
A che siete fuggiti uno alla volta,
verso che perdizione. A quale fede
io qui rimango incatenato, a quale**.

F. Giuntini, La catena dei giorni,  in La fabbrica del tempo, Polistampa 2001

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* Il testo completo dell’articolo di Manganelli;

** Dell’articolo di Ceronetti ( qui il testo completo) mi vergogno di dire che non sono riuscita a trovare o a capire la data di pubblicazione; una variazione sul tema la si trova nell’articolo Il più crudele dei mesi, dalla mirabile allusione eliotiana, pubblicato sul Corriere della Sera il 4 Agosto 2013

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Fino a prova contraria. Sciascia, Manganelli e l’affaire  Tortora

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Roma, 17 Giugno 1983.

Sulla base delle dichiarazioni di alcuni pregiudicati appartenenti alla Nuova Camorra Organizzata, Enzo Tortora, volto notissimo della Rai e presentatore della storica trasmissione Portobello viene arrestato per ordine della Procura di Napoli con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico e spaccio di droga.

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Affronta il carcere e il processo, in cui non esita ad affermare a gran voce la propria innocenza e l’indecenza delle accuse.

Sarà assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Napoli il 15 Settembre 1986. Morirà due anni dopo per un tumore polmonare, che non è forse azzardato riconoscere come estrema conseguenza dell’ingiustizia subita.

L’affaire Tortora scatena immediatamente un vero e proprio linciaggio mediatico. Firme importanti del giornalismo d’allora si dichiarano accusatori convinti,  come Camilla Cederna e Giorgio Bocca, o dubbiosi come Enzo Biagi e Indro Montanelli .

Tra i sostenitori dell’innocenza di Tortora si pongono, nettamente, e inconsapevolmente all’unisono, Giorgio Manganelli e Leonardo Sciascia: due dei maggiori protagonisti della cultura italiana degli anni Settanta-Ottanta, profondi conoscitori degli endemici vizi italici, animati entrambi, sia pure con stili e mezzi assai diversi, da una profonda passione intellettuale e civile che non può  non far levare loro la voce in difesa di un uomo per bene (significativamente sarà questo il titolo del film che Maurizio Zaccaro dedicherà al caso Tortora nel 1999).

Sciascia, unito a Tortora da un’amicizia trentennale, corroborata  dalla comune passione per Stendhal dall’appartenenza allo stesso partito (Radicale), scrive sul Corriere della Sera, il 7 Agosto 1983,  un articolo, Responsabilità del giudice, in cui si dichiara certo dell’innocenza di Tortora e che riconosce il presentatore come la chiave di volta del castello di carte di accuse montato consapevolmente dalla camorra con il preciso intento di confondere le acque e intorbidare le indagini:

«Il caso Tortora è l’ennesima occasione per ribadire la gravità e l’urgenza del problema[delle carenze e delle disfunzioni della giustizia]. Un mese fa, alla televisione francese, ho dichiarato le mie perplessità e preoccupazioni relativamente alla massiccia operazione contro la camorra promossa dagli uffici giudiziari di Napoli e la mia personale convinzione che Tortora sia innocente. Non mi chiedo: “E se Tortora fosse innocente?”: sono certo che lo è. Il fatto di conoscerlo personalmente e di stimarlo uomo intelligente e sensibile (non l’ho mai visto in televisione), può anche essere considerato elemento secondario e magari fuorviante; ma dal giorno del suo arresto io ho voluto fare astrazione dal rapporto di conoscenza e di stima e ho soltanto tenuto conto degli elementi di colpevolezza che i giornali venivano rilevando. Non ne ho trovato uno solo che insinuasse dubbio sulla sua innocenza».[…]

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Non credo nell’infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidire, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone  possibile. Un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede ad una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie.

 

Per singolare coincidenza, lo stesso 7 Agosto, per la stessa testata,   Giorgio Manganelli  scrive a sua volta La presunzione di colpa sul caso Tortora (che egli dichiara apertamente di non aver mai conosciuto né  seguito) e con il suo gusto del paradossale sferza  il malcostume nazionale dei colpevolisti invidiosi, che  terrorizzati dal solo nome della Giustizia godono nel vederla colpire i privilegiati e i fortunati, ritenendo evidentemente che il  suo compito  sia quello di livellatore sociale, a ragione o a torto; e poco importa se, come la Fortuna, colpisce alla cieca:

l’italiano ha una paura, che è difficile giudicare infondata, della macchina della giustizia; ma quando vede una persona in qualche modo nota finire stritolata in quell’ingranaggio, prova un moto di torbida letizia, un giòlito sinistro.[…]

Si dimenticò più del decente che in Italia, come in ogni Paese civile, esiste una “presunzione di innocenza” dalla quale deriva che anche l’ uomo  arrestato, ammanettato, fotografato al pubblico ludibrio va considerato innocente finché non intervenga una sentenza che  lo dichiari colpevole “in nome della legge” e, suppongo, del popolo italiano”.

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Ma se,nel diritto, si nega la presunzione di innocenza, vale a dire uno dei suoi stessi fondamenti che riconosce agli accusatori e non agli accusati l’onere della prova, le conseguenze saranno inevitabili, e lo saranno per tutti. Manganelli conclude, implacabile:

Oggi, all’ilarità-“volemose male” – per la catastrofe del noto presentatore tien dietro un sentimento nuovo: un disagio come di chi indossa panni che non gli si addicono: una diffidenza, un guardarsi attorno, sul chi vive. Esiste, poi, quella “presunzione di innocenza”? E’ stato saggio, è stato onestoi negarla a quell’uomo ammanettato? Quell’aggressione a quell’uomo non ancora giudicato non è stata un’aggressione a noi stessi? E’ chiaro: se quella “presunzione di innocenza “non è ben salda e fondata qualcosa d’altro ne prenderà il posto: una “presunzione di colpa” da cui  è impossibile difendersi.

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NOTE A MARGINE

* Quando ho pensato a Sciascia e a Manganelli, per questo post, non immaginavo di riparare virtualmente ad un grande appuntamento mancato . Come racconta infatti Salvatore Silvano Nigro, già professore di Letteratura alla Sorbona e all’ École Normale Supérieure di Parigi e curatore di diverse opere di Manganelli per Adelphi, i due scrittori, pur così diversi nel temperamento, si leggevano reciprocamente con interesse, e Sciascia telefonò a Nigro  per tastare il terreno a proposito di un eventuale incontro con Manganelli. Quest’ultimo si dice entusiasta di un viaggio in Sicilia, che avrebbe voluto visitare approfonditamente in compagnia di Sciascia (e Bufalino), ma purtroppo il viaggio non riuscirà ad essere organizzato prima della morte dei due scrittori,  a a meno di un anno di distanza l’uno dall’altro  (Sciascia scompare nel novembre del 1989, Manganelli  nel maggio del 1990).

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** Formulo qui l’auspicio di vedere un giorno pubblicato l’epistolario tra Sciascia e Tortora, attualmente custodito dalla Fondazione Sciascia   di Racalnuto, paese natale dello scrittore.

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Il testo integrale dell’articolo di Manganelli dedicato a Tortora (oggi in Mammifero italiano, Adelphi 2009).