Cor(ro)sivi

La solitudine dei numeri secondi. Orazio, Petrarca e la “Sindrome di Salieri”

 

Oltre trent’anni fa, ormai – nel 1982-,il regista Miloš Forman, nel suo film Amadeus,  creava una delle più immortali metafore dell’invidia. La lettura del film, non si sa quanto attendibile storicamente, ruota tutta attorno alla rivalità concepita da Salieri nei confronti di Mozart, arrivando addirittura ad ipotizzarne una complicità nella morte del compositore, avvenuta in circostanze mai chiarite. Ebbene, anche quella che qui si propone è una lettura analoga, un divertissement inattendibile, su due dei massimi poeti fondatori della  tradizione poetica occidentale affetti anche loro, con parecchi secoli d’anticipo, dalla «sindrome di Salieri». Incredibile dictu,lo so;  eppure i sintomi ci sono tutti.download-8


Quelli dei miei dodici virgola cinque lettori che avessero mai frequentato il liceo, o si siano mai dilettati di aprire un manuale di letteratura italiana – o qualsiasi altro sussidio didattico tra le miriadi di siti che ogni giorno ripopolano l’universo di Internet-, certamente si saranno sorbiti le solite formulette appiccicate ai sommi poeti in questione come mantra: dissidio interiore, funestus veternus, strenua inertia. L’inquietudine di Orazio, incostante come una banderuola,ventosus, che a Roma ama Tivoli e a Tivoli Roma; e Petrarca, che pace non trova et non ha da far guerra . Di più : Petrarca che fedelmente ripercorre l’ossessione di Orazio per il tempo che passa, e l’incombere inesorabile della morte (Eheu fugaces, Postume, Postume /labuntur anni; La vita fugge e non s’arresta un’ hora). 

Eppure entrambi erano quanto di più vicino possiamo immaginare alla figura dell’intellettuale di successo. Orazio era amico intimo di Mecenate; aveva ricevuto da lui un podere in Sabina, a Tivoli, la futura sede della residenza imperiale; ha ricevuto da Augusto la proposta di diventare segretario personale, che ha rifiutato; ha raggiunto il vertice della gloria poetica con il Carmen Saeculare, davanti all’intera Roma in giubilo e al pontifex che scandiva l’ascesa al Campidoglio assieme alla vergine vestale. L’auspicio dell’Ode III, 30, ovvero della realizzazione di un monumento più duraturo del bronzo che l’innumerevole fuga degli anni non avrebbe potuto scalfire apparirebbe dunque pienamente realizzato. Missione compiuta.

Petrarca, dal canto suo, è un intellettuale europeo, anzi il primo intellettuale europeo del mondo delle corti. Viaggia in tutta Europa, è precursore dell’Umanesimo. E’ celebre, famoso. Sulle orme di Orazio, ancora una volta, viene incoronato poeta sul Campidoglio. Tocca dunque anche lui le stelle con  il suo capo -con un dito.

E dunque?


Orazio era stato presentato a Mecenate da Virgilio. I due poeti si erano conosciuti alla scuola di Posillipo, gestita dall’epicureo Sirone. Fanno amicizia, viaggiano insieme- fino a Brindisi; Orazio riconosce immediatamente la grandezza poetica di Virgilio- guai a chi glielo tocca, potrebbe rischiare la maledizione di un naufragio. Virgilio non è l’unico poeta del circolo; accanto a lui ci sono Cornelio Gallo e Vario Rufo.  L’armonia tra loro regna sovrana, almeno secondo quanto ribatte Orazio al celebre scocciatore della Satira I,9, in cui qualcuno ha voluto riconoscere, probabilmente con ragione, il giovane Ovidio  che peraltro si mostra scettico su tanta sbandierata concordia. (Gallo morirà in circostanze mai del tutto chiarite, forse suicida, di certo in disgrazia presso il princeps).

Virgilio viene incaricato da Mecenate, e dunque in realtà da Augusto, di scrivere il poema di Roma. Di celebrazioni, egli ne sa qualcosa: Il modello più immediato è Ennio, il grande poeta epico della conquista del Mediterraneo, che considerava sé stesso reincarnazione dello stesso Omero. Ma i tempi sono cambiati. Tra Ennio e Virgilio c’è l’immenso bagno di sangue di oltre un secolo di guerre civili: i Gracchi, Mario e Silla, Cesare e Pompeo, gli squadroni della morte di Clodio e Milone,  Ottaviano e Antonio prima uniti contro Bruto e Cassio, i cesaricidi, poi  nemici mortali in una guerra terribile che esaurisce le forze e le risorse di una popolazione stremata; fino a che non ne resta uno solo, che ha fretta di cancellare  il rosso del sangue con il bianco del marmo, del rinnovato splendore dell’aeterna urbs. Manca solo il grande poema epico che canti le magnifiche sorti e progressive di Roma, l’inevitabilità del Fato, del destino che vede l’Urbe regnare sull’Orbe per volere di Giove.Virgilio, inaspettatamente, ribalta la prospettiva: Enea non è più l’uomo del destino, quanto piuttosto, il burattino degli dèi. I suoi sentimenti più profondi, le sue memorie familiari, il suo lutto, la sua disperazione per Troia in fiamme, per la stirpe di Priamo cancellata, sono crudelmente ignorate, calpestate, derise. Egli viene iactatuimagess, sbattuto qua e là, come un relitto alla deriva- cosa che egli è davvero, nel profondo del suo animo (a Didone dirà: se solo fossi,  potessi essere libero di scegliere, tornerei indietro,a piangere i miei morti e la rovina della rocca di Priamo). L’affresco che illustra la tragedia di Troia nella reggia di Cartagine, dove egli arriva straniero e ospite, lo commuove (sunt lacrimae rerum, il verso più straziante del poema per chiunque sappia cosa significa memoria familiare).Enea vedrà troppi morire per una causa che egli non comprende, e anche lui, alla fine del poema, si trasforma nell’eroe spietato, che vorrebbe  risparmiare la vita di Turno ma che poi, colpito da amentia in maniera non dissimile da Orfeo, lo trafigge spedendone l’anima sdegnata tra le ombre.  Quando Virgilio ha completato il poema, di ritorno a Brindisi dall Grecia,  vorrebbe bruciarlo, e supplica gli amici Plozio e Vario di impedirne la diffusione dopo la sua morte – perché non ne aveva terminato la revisione; in realtà,più verosimilmente, perché era consapevole di cosa fosse veramente l’Eneide. Ma il princeps salverà l’opera. Sa infatti che  l’Eneide sarà destinato ad essere per sempre il poema di Roma, anche se- proprio perché –  ricorda soprattutto di lacrime grondi e di che sangue il suo imperium.

Quando Virgilio muore, nel 19 a.C. a Brindisi, Roma si trova ormai alla vigilia della celebrazione dei Ludi saeculares, i giochi celebrati in obbedienza alla tradizione  indicata dai libri sibillini, che celebrano, ogni cento anni, l’anniversario della fondazione di Roma. Nella lunga celebrazione dei sacrifici, il giorno del 3 giugno, dopo i sacrifici a cui presiede lo stesso Augusto in veste di pontifex maximus, un coro di ventisette fanciulli e ventisette fanciulle intona ad Apollo e Diana un lungo carme in cui esprimono il voto che mai sotto il Sole possa sorgere nessun imperium più grande e splendido di quello di Roma. L’autore del Carmen  (Saeculare ) è Orazio, il quale non manca, nell’ultima strofe, a mo’ di sigillo, di legare alla  vuona novella della grandezza di Roma il proprio nome:

Haec Iovem sentire deosque cunctos 
spem bonam certamque domum reporto, 
doctus et Phoebi chorus et Dianae 
dicere laudes.

Non è la prima volta,del resto, che Orazio sente il bisogno di sottolineare la propria eccellenza poetica, soprattutto come scrittore dei Carmina. Conclude così l’Ode I,1, la dedica a Mecenate, con cui egli dichiara all’amico che, se egli vorrà porlo tra il numero dei poeti, egli si innalzerà fino a toccare le stelle con il capo:

Quod si me lyricis vatibus inseres,
sublimi feriam sidera vertice.

E vi ritorna nell‘Ode III,30, quando proclama orgogliosamente di aver innalzato un monumento più duraturo del bronzo e più alto del regale sito delle Piramidi, che né la furia degli elementi né l’inarrestabile fuga del tempo potranno scalfire; ma soprattutto, ribadisce che la sua gloria si rinnoverà  di novella fronda presso i posteri  (crescam laude recens) fino a quando il pontefice (dunque Augusto!) ascenderà al Campidoglio assieme alla vergine vestale (dum Capitulium/ scandet cum tacita virgine pontifex) – vale a dire per sempre,e, saldando l’immagine religiosa a quella della gloria poetica, chiede a Melpomene di  non farsi pregare per  incoronarlo poeta:

Delphica / laude cinge volens, Melpomene, comam

L’Ode III,30 chiude dunque i primi tre libri delle Odi, composti ed interpretati unitariamente. Alla richiesta a Mecenate si sostituisce l’orgogliosa autoproclamazione. Ma perché insistere?  Mecenate, forse, si era rifiutato di riconoscerlo tra i lyrici vates? Certo che no; pure, l’incarico di comporre l’Eneide era stato affidato ad un altro; né si può dire che Virgilio avesse una maggiore vocazione epica, avendo anch’egli praticato due generi come l’ecloga e la poesia didascalica, sulle orme di Teocrito ed Esiodo (e, tra le righe, di Lucrezio), non certo di Omero; ma Orazio ha combattuto a Filippi dalla parte sbagliata; troppo rischioso, dunque, affidare a lui il poema nazionale- o forse una sottile vendetta di Ottaviano, che pure, dopo la morte di Virgilio, gli chiederà di divenire suo segretario personale.Inoltre, sul tema politico, Orazio aveva già composto lEpodo VII, ferma condanna delle guerre civili successive alla morte di Cesare e al rinnovarsi della tradizione fratricida da cui Roma ha avuto origine, molto più diretto ed esplicito rispetto alla Bucolica I di Virgilio, che allude più sommessamente al dramma dei profughi a seguito dell’espropriazione delle terre, dalla quale egli stesso, per intercessione – probabile- di Asinio Pollione presso Ottaviano, era stato miracolosamente risparmiato.

Orazio, dunque, si è visto preferire Virgilio. Non stupisce, dunque, il funestus veternus, che lo porta ad arrabbiarsi con gli amici e a perseverare nei comportamenti dannosi per la sua salute; non stupiscono la strenua inertia, la tormentosa inquietudine, non stupisce il cupo pessimismo del libro IV delle Odi, scritto dopo il 19, che alla smaccata laude di Augusto alterna la consapevolezza dell’inanità dei propri sforzi (Immortalia ne speres); quando anch’egli discenderà nell’Ade, sulle orme di Orfeo e di Enea (e nel corpus delle Odi c’è un numero elevatissimo, direi quasi ossessivo, di allusioni alle catabasi virgiliane), la sua opera,  non sarà più, sgretolata dall’oblio, che pulvis et umbra: il monumentum aere perennius è destinato ad essere quello scritto da un altro.


Quando Petrarca inizia a concepire la sua raccolta di liriche in volgare, Rerum vulgarium fragmenta  opera a noi più nota e cara come Canzoniere, Dante è già morto da quasi vent’anni, e la Commedia è l’opera più famosa  del suo tempo- e forse non solo- nell’Europa medioevale. Il poema conosce una diffusione immediata e trasversale: le copie vengono vergate di continuo, destinate a diventare, molti secoli dopo, la croce (e la delizia) dei filologi, che si affaticano nella ricostruzione della lectio d’ autore-complicata, come è
noto, dalla mancboccaccio-headanza del testo autografo. Tra  i più ferventi ammiratori dell’opera dantesca- della sua intera produzione, in genere, e della Commedia in particolare- è a lui, infatti, che si deve l’ormai inseparabile attributo “divina”-, c’è Giovanni Boccaccio: la conoscenza profonda e le allusioni continue all’opera di Dante sono evidenti già nelle sue prove giovanili, per divenire via via più esplicite nel Decameron (tra innumerevoli, citiamo la più ovvia: il numero delle cento novelle corrispondenti ai cento canti della Commedia). Ma Boccaccio ha un ruolo del tutto peculiare non soltanto come fruitore, ma anche come diffusore e promotore dell’opera dantesca;  verga di propria mano tre copie del poema (del tutto inaffidabili sul piano filologico a causa dei continui interventi del copista sul testo incerto), scrive un   Trattatello in laude di Dante e, negli ultimi anni della sua vita, terrà a Firenze una serie di lezioni pubbliche sull’Inferno  (la morte non gli consentirà di proseguire oltre il canto XVII). Tuttavia, Dante non è l’unico poeta nei pensieri e nel cuore di Boccaccio,che fin dagli anni Quaranta aveva sentito parlare  del giovane favoloso giunto ad Arquà dalla Provenza; e dopo la stesura del Decameron,  che lo lascia profondamente insoddisfatto ed in preda ad una profonda crisi spirituale (paragonabile a quella vissuta da Tasso due secoli dopo), vede in Petrarca il praeceptor in grado di mostrargli la diritta via  verso l’ascesi, eglicastagno_06b che con tanto rigore aveva rifiutato, nel Secretum,  qualsiasi concessione al fascino secolare, compresa la cultura classica. Quanto alla gloria poetica, le credenziali del Petrarca erano massime, essendo egli stato incoronato poeta in Campidoglio l’8 Aprile 1341, con il rinnovo ad personam dell’antico rituale romano.Non è azzardato forse ipotizzare che Petrarca abbia preferito Roma a Parigi (che pure gli aveva rivolto l’invito per l’incoronazione poetica) proprio per ribadire la continuità con la tradizione poetica classica, anche se la versione ufficiale che egli presenterà al mondo, nell’Epistula Posteritati di cui parleremo più avanti, sarà di aver scelto Roma su consiglio del cardinale Giovanni Colonna, in virtù della sua autorità di capitale religiosa («romane urbis autoritatem omnibus preferendam statui»).


L’incontro con Petrarca avviene a Firenze nel 1350, quando il poeta si stava dirigendo alla volta di Roma per il Giubileo indetto da Clemente VI ; l’ammirazione di Boccaccio per Petrarca era di lunga data, e si era già espressa artisticamente da oltre dieci anni  nell’epistola Mavortis miles  e nella biografia encomiastica  De vita et moribus  dominis Francisci Petracchi ;a questo primo incontro ne seguiranno altri sei, integrati da una fitta corrispondenza e da un dialogo intellettuale che continuerà, quasi ininterrotto, fino alla morte di Petrarca. Boccaccio non può non condividere con il suo amico e maestro l04_triv_if‘ammirazione per la Commedia  e nel 1351,di ritorno a Firenze da un loro incontro a Padova (dove Boccaccio inutilmente aveva offerto al poeta una cattedra nello Studio fiorentino), invia a Petrarca un codice vergato di sua mano, il Vaticano Latino 3199   contenente il testo del poema ed un carme dedicatorio. Ytaliae iam certus honos . Nello stesso anno  Petrarca lavorava ai Trionfi, (poema allegorico in terza rima, guarda caso), opera interrotta e poi ripresa successivamente, ma destinata  comunque a rimanere incompiuta per la morte dell’autore; e il biennio precedente (’49-’50) si era rivelato decisivo per la  fisionomia del  Canzoniere  , con la sua struttura bipartita tra rime in vita e in morte di Laura (evidente retaggio della Vita Nuova dantesca) e con la sua paradossale natura che continuamente chiede perdono di esistere così come esiste, ovvero come testimonianza dell’ irriducibile errore  rispetto alla  diritta via (tracciata appunto, fuor di metafora e non, dalla Commedia). Petrarca non mostra di aver particolarmente gradito il dono; anzi, ostenta  di non conoscere la Commedia e di condannarla pregiudizialmente per la scelta del volgare invece del latino (scelta in effetti prevista, com’è noto,  per il progetto iniziale del poema). Com’è ovvio, Petrarca nega l’evidenza; Michele Feo, curatore della voce“Petrarca” nell’Enciclopedia dantesca,  dimostra con numerosi e notevoli esempi come il  Canzoniere sia  fittamente intessuto di continui rimandi alla Commedia:

L’imitatio del P. sarebbe per gli ultimi indagatori un evocare disinteressato della memoria, un riaffiorare naturale, spontaneo […]La presenza della Commedia nel Canzoniere sarebbe dunque soprattutto inconsapevole. Eppure certe incastonature a frammenti come ” Spirto felice che sì dolcemente / volgei quelli occhi, più chiari che ‘l sole, / et formavi i sospiri et le parole, / vive ch’anchor mi sonan ne la mente ” (CCCLII 1-4), per cui cfr. Pg II 113-114 cominciò elli allor sì dolcemente, / che la dolcezza ancor dentro mi suona; oppure: ” fanno le luci mie di pianger vaghe ” (C l4), da If XXIX 2-3 avean le luci mie sì inebrïate, / che de lo stare a piangere eran vaghe; od operazioni di calco come ” né sì né no nel cor mi sona intero ” (CLXVIII 8) sul che sì e no nel capo mi tenciona di If VIII 111 (dove solo la preconcetta cavillosità può appellarsi alla ” lingua del tempo ” [Melodia]); o, ancora, l’esatta identità di nessi, in versi come ” et dopo questo si parte ella, e ‘l sonno ” (CCCLIX 71; cfr. anche Tr. Famae I [abbozzo] 10-11 ” il sonno e quella … / appena eran partiti “) da Pg IX 63 poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro (che non si può spiegare solo con la fonte comune antica, perché in Ov. Met. XV 25 e Virg. Aen. VIII 67 non c’è nulla più che una situazione somigliante),fanno pensare al P. che conosciamo, col libro alla mano in atto di controllare la citazione e annotarla rigorosamente[…] e viceversa occultarla abilmente nella propria personale ritessitura verbale di poeta

Prevedibilmente, inoltre, la presenza della Commedia  è anche più  evidente nei Trionfi, che con quella apertamente si misurano per  la struttura, la terza rima, l’argomento (vedi sotto, Risorse e Note a margine).Come si è detto, nel 1351 l’opera viene interrotta. Singolare coincidenza: il 1351 si rivela una data cruciale nella biografia poetica e intellettuale di Petrarca,un anno che, per più aspetti, è possibile definire critico. Sempre in quest’anno, infatti, Petrarca inizia a comporre  l’  Epistula Posteritati in cui si preoccupa di riscrivere essenzialmente la propria autobiografia spirituale minimizzando il  primo giovanile errore  di cui dichiara di essere stato impaziente di liberarsi,e presentando sé stesso come sempre teso verso la ricerca delle verità trascendenti. Curiosamente, la lettera si interromperà – per la sua morte- proprio nella narrazione degli avvenimenti del 1351, quando, dopo la morte del principe Iacopo da Carrara, suo protettore ed amico, Petrarca decide di lasciare Padova per fare ritorno in Francia,« incapace di trovare requie», non tanto per desiderio di rivedere quel luogo per l’ennesima volta quanto piuttosto «alla maniera degli ammalati, che cercano di trovare sollievo mutando posizione»:

redii rursus in Gallias, stare nescius, non tam desiderio visa milies revisendi, quam studio more egrorum loci mutatione tediis consulendi.

E qui ogni lettore si sarà ricordato, oltre che della strenua inertia oraziana, anche della metafora dell’ammalata con cui si conclude il canto VI del Purgatorio (148-151):

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume, 150

ma con dar volta suo dolore scherma.

 Il dono di Boccaccio, dunque, sembra aver in qualche modo compromesso, come nota  Roberto Antonelli nella sua analisi de “I Rerum Vulgarium Firagmenta di Francesco Petrarca” ,«il dialogo privato» di Petrarca con Dante, costringendo in qualche modo Petrarca a riconoscere proprio nel Dante della Commedia « il grande modello dei RVF,dichiarato…soltanto per singoli frammenti, inconfessabile a livello di sistema, proprio per la complessità della stessa operazione agonistica dispiegata verso di lui», operazione che Petrarca «considerava troppo difficile da comprendere per chicchessia, Boccaccio compreso». Il silenzio di Petrarca in materia  sarà rotto soltanto otto anni dopo, nel 1359, con l’epistola indirizzata a Boccaccio (Familiares, XXI, 15), per scagionarsi «dalle calunniose accuse rivoltegli dagli invidiosi» (purgatio ab invidis obiecte calumnie). Chi siano poi questi invidiosi non è chiarito, e proprio la ragion d’essere della stessa, così come indicata da Petrarca, ha tutto il sapore  dell’excusatio non petita:  Petrarca, infatti, non solo protesta che Boccaccio gli fa torto a crederlo invidioso nel sentir tessere le lodi di Dante, che lui odierebbe,ma si difende dalle accuse  degli invidiosi che lo accusano di  non aver mai voluto leggere la sua opera per invidia nei confronti di Dante e del suo primato nella poesia in volgare. E qui, Petrarca si spinge davvero a sfidare l’intelligenza del suo interlocutore, come di noi lettori, quando giura e spergiura che, se non lo ha fatto, è solo perché avrebbe finito  con l’intessere  la propria opera poetica di citazioni e rimandi a quella dantesca (!!), arrivando addirittura ad affermare che se nella sua opera si ritrovano allusioni e citazioni queste non si spiegano con il proposito di imitare Dante, ma soltanto con il fatto che egli si sarebbe trovato inconsapevolmente a ripercorrere le orme di Dante per affinità di ingegno, come vuole Cicerone (!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!). E, non contento, supplica Boccaccio [finissimo conoscitore dell’opera di Dante come di quella dello stesso Petrarca, si badi], se mai può credere in qualcosa, di credere a questo, perché non c’è niente di più vero:

Hoc unum non dissimulo, quoniam siquid in eo sermone a me dictum illius aut alterius cuiusquam dicto simile, sive idem forte cum aliquo sit inventum, non id furtim aut imitandi proposito, […], sed vel casu fortuito factum esse, vel similitudine ingeniorum, ut Tullio videtur, iisdem vestigiis ab ignorante concursum. [13] Hoc autem ita esse, siquid unquam michi crediturus es, crede; nichil est verius.

E’ difficile capacitarsi che parole simili siano state scritte da una tale altezza d’ingegno con la pretesa  di essere creduto (Petrarca, peraltro, più avanti ammette una ricezione e una fruizione più consapevoli del testo dantesco nella maturità);  molto più interessante, per contro,  è l’affermazione di essere, ad onta dei suoi detrattori,l’ unico a comprendere davvero la qualità poetica del verso dantesco, cosa che a loro era preclusa« a causa dei loro ingegni ostruiti»:

cum unus ego forte, melius quam multi ex his insulsis et immodicis laudatoribus, sciam quid id est eis ipsis incognitum quod illorum aures mulcet, sed obstructis ingenii tramitibus in animum non descendit.

salieriProprio come Salieri, a suo modo, era colui che più profondamente- e dolorosamente- degli altri aveva avuto l’infausto privilegio di comprendere la grandezza divina della musica di Mozart. Il malinconico epilogo della vicenda (quale lo apprendiamo ancora da  Michele Feo ) si ritrova in un’altra lettera più tarda al Boccaccio, (Seniles, V,2), nella quale, in relazione al canone degli autori in volgare stilato da Meneghino Mezzani, il ” vecchio ravennate”, che assegnava a Boccaccio il terzo posto e a lui il secondo, Petrarca, rimproverando l’amico per aver avuto l’intenzione di bruciare i propri testi in volgare, lo esorta a non peccare di superbia e ad accettare il proprio posto anche quando questo non sia il primo, e si dichiara disposto a cedergli il proprio secondo posto, contento di rivendicare a sé il primato nella poesia latina. Il primo posto nella nuova letteratura è di Dante, finalmente riconosciuto anche da Petrarca  come«ille nostri eloqui dux vulgaris»,  il principe della nostra lingua,che, come  poeta sovrano, sovra gli altri com’aquila vola. 



RISORSE E(T)  NOTE A MARGINE

Corsivi, grassetti, traduzioni e riduzioni dei testi in latino sono miei;

-La sindrome di Salieri  del titolo voleva, nelle intenzioni, essere un’ iperbole. Scopro invece che diversi siti, si sono occupati della questione precisamente in questi termini ( a me è piaciuto molto questo , che nella scelta delle immagini sottintende e suggerisce come molti, anche insospettabili, ne fossero affetti);

-Il destino di eterno secondo di Orazio sembra- involontariamente- essere stato sancito persino da Dante, che nella compagnia di poeti che seguono, gli assegna il piazzamento d’onore alle spalle di Omero, e prima di Ovidio e Lucano (Inferno, IV 88-90):

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. 

-La questione della profonda e capillare influenza dell’opera dantesca sui Rerum vulgarium fragmenta  è analizzata e approfondita da Sandro Bertelli, La tradizione  e il testo del carme “Ytaliae iam certus honos”in  Studi sul Boccaccio n.41, 2013  [NB – Per leggere il testo è necessario registrarsi e caricare un proprio documento]

-Sulla capillare diffusione dei rimandi alla Commedia nei Trionfi, nota ancora Michele Feo:

Numerose sono le iuncturae dantesche dissimulate: es. ” dolce riso ” (Tr. Mort. II 86), da disïato riso (If V 133); ” dolce e pio ” (Tr. Mori. II 185), da tristo e pio (If V 117); ” tra’ fiori e l’erba ” (Tr. Cup. I 90) da tra l’erba e’ fior (Pg VIII 100). Qualche verso ha l’aria di un vero e proprio calco: ” onde altrui cieca rabbia dipartillo ” (Tr. Famae I 63), da là onde ‘nvidia prima dipartilla (If I 111); ” di poca fiamma gran luce non vène ” (Tr. Cup. II 21), da poca favilla gran fiamma seconda (Pd I 34); ” tal che l’occhio la vista non sofferse ” (Tr. Cup. II 138), da che l’occhio stare aperto non sofferse (Pg XVI 7; cfr. anche Pd III 129); ” O ciechi, el tanto affaticar che giova? ” (Tr. Mort. I 88), da O frate, andar in sù che porta? (Pg IV 127). Più spesso si tratta di riecheggiamenti meno pesanti, anche se nettamente trasparenti, come: ” Io non posso per ordine ridire ” (Tr. Famae III 28), da Io non so ben ridir (If I 10); ” Le sue parole e ‘l ragionare antico ” (Tr. Cup. I 49), da Le sue parole e ‘l modo de la pena (If X 64). Talora l’eco verbale risponde a un’identità di situazione: ” Dimmi, per cortesia, che gente è questa? ” (Tr. Cup. I 66) e che gent’è che par nel duol sì vinta? (If III 33); ” ‛ che pensi? ‘ disse ” (Tr. Cup. III 5) e mi disse: ” Che pense? ” (If V 111); ” la coppia d’Arimino, che ‘nseme / vanno ” (Tr. Cup. III 83-84) e quei due che ‘nsieme vanno (If V 74).

– L’argomento delle incoronazioni poetiche rimanda inevitabilmente il lettore contemporaneo al dissacrante libello di Thomas Bernhard dedicato ai premi letterari,e ai recenti avvenimenti relativi all’assegnazione del premio Nobel per la letteratura 

 

Stabat lupus. Fedro e Sciascia (e lo spettro di Orwell)

Aesopus-moralizatus-in-Napoli-per-F.-Del-Tuppo-il-Lupo-e-lAgnello-1485In un suo recente articolo pubblicato sul  Corriere della Sera, Paolo Giordano rifletteva sull’importanza dei simboli colpiti e sulla rapidità con cui se ne creano di nuovi.  Se è vero- come è vero- che la nostra mente pensa essenzialmente per simboli ed immagini, non c’è forse nessun altro simbolo che possa descrivere l’illogicità della violenza e della strage fine a sé stessa come la favola del lupo e dell’agnello, immortale apologo delle vessazioni atroci e gratuite del più forte sul più debole. Non intendo addentrarmi qui in complesse discettazioni sullo scenario geo-storico-politico (a sua volta intessuto di atrocità) in  cui l’orrore di questi giorni- di questi ultimi anni- è nato ed ipertroficamente cresciuto; ne parlo qui perché ne ho scoperto una sorta di rilettura radicale di un giovanissimo Sciascia, che  se mi ha fatto amaramente riflettere mi ha  fatto anche,ancor più amaramente, sorridere.

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Feriae Augusti . Manganelli, Ceronetti, Giuntini

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Ahimé. fino a ieri ero probabilmente uno dei pochissimi italiani ad ignorare l’origine della festività di Ferragosto. Le feriae Augusti, proclamate dal princeps  a partire dall’8 d.C., ricordavano il momento della sua ascesa al potere, e le festività duravano l’intero mese, includendo e sovrapponendosi a molte e importanti feste religiose, tra le quali la più importante dedicata alla dea Diana.

Alla tradizione pagana si sovrapporrà poi quella cristiana, che riconosce in questa data l’Assunzione della Vergine. Praticamente, in perfetta analogia con i Saturnalia e le feste natalizie a Dicembre, nei giorni del solstizio d’inverno.

Fin qui la storia politica e religiosa. La storia del costume ci insegna invece che la celebrazione del Ferragosto è un’iniziativa fascista a scopo sociale: nei giorni del Ferragosto venivano infatti istituiti treni speciali per permettere anche chi non se lo poteva permettere di visitare le città o di andare al mare.

I regimi passano, le tradizioni resistono. E oggi il Ferragosto è veramente l’unico rituale collettivo inossidabile e inscalfibile persino dalla crisi,  il solo giorno in cui il nostro Paese realizza finalmente l’unità senza distinzione di razza, cultura,  sesso, lingua e religione. Una festa,come la conosciamo oggi, donataci per grazia di principi e dittatori, sentita nei cuori assai più del repubblicano 2 giugno.

Inutile, alzando un sopracciglio pieno di degnazione,  bollarla come nazionalpopolare e dichiararsene  estranei o disgustati  : l’uomo è un animale sociale, e se per forza, per errore o vanità non gli è consentito  partecipare al rituale  si risveglia in lui la sofferenza ancestrale dell’escluso.

[…] Sebbene sia ormai allenato da tanti mai ferragosti, ogni anno questa bizzarra festa mi sopraggiunge, mi coglie e oltrepassa come un trauma.

Nessuna vacanza è così stranamente gremita di questa che spopola le città, più chiassosa di questa che rende silenzioso il tritone a mezzogiorno. Non è una festa, è un incantesimo, una malìa, una fattura. Irretisce le folle, ispira programmi insensati, o immerge in una torva e diffidente sonnolenza. […]

Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell’emigrazione verso la Gioia? Sono persuaso che esse vengano stivati in uno dei tanti armadi del Nulla, e lì provvisoriamente trattenute e distratte con effimeri giocarelli fatti, letteralmente, di niente. Durante le non molte, ma fatali ore del ferragosto, trionfa una colossale eclissi dell’esistenza. Nulla viene prodotto, eccetto l’ectoplasma.

Per questo, io divento ogni anno più guardingo. Aggiorno e perfeziono le astuzie, i travestimenti, le strategie intese a farmi guardare il Mare dell’Assenza. […]

Altrove, in luoghi seviziati dal Nulla, famiglie intensamente italiane formano una pasta di nonne, genitori, bambini: tutte le parti sono scambiabili. Sono rumorosi e felici. Sono tutti. Per quel che mi riguarda, ho espresso educatamente il mio dissenso agitando gli indici in segno negativo: ma con cautela, fingendo distrazione.

G. Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Adelphi 2003*

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[…]Lo svuotamento urbano vuol dire perdita di ogni punto di riferimento all’unica vivibilità possibile, nei due rami dell’Amicizia e dei Servizi, perché tutto è sospeso, tutto si è reso di colpo introvabile, tutto sembra stato segnato dal transito di una malefica cometa inceneritrice. Il vero Exodus, quello del secondo libro della Bibbia, a ben rifletterci fu molto meno affannoso dei nostri, disseminati lungo tutto l’anno, sebbene resti quello d’agosto inuguagliabile – l’Exodus aveva una guida, un maestro, degno del marmo di Michelangelo, e la guida aveva una meta, scomparirà appena giunto con il suo popolo senza né ruote, né motori, al confine.

Ma la città fa pena: potrebbe con la riduzione del traffico e le piazze libere respirare meglio; invece il caldo e l’angoscia dei rimasti, vecchi e animali (anche il farmacista sull’angolo è sparito, anche il geriatra e il veterinario, gli fai squilli invano, risponde agghiacciante il fischio sarcastico del fax).

E nelle città così maldestramente spruzzate dall’esorcismo esodale che le svuota, sempre restano attivi ladri, spacciatori, prostitute, che non medicano ferite ma le producono. Nonostante gli allarmi innescati, sono ugualmente al lavoro gli svaligiatori: c’è da domandarsi, in agosto, a chi la città appartenga, a chi la consegnano i fuggiaschi, ora profughi sulle autostrade o già brillantemente sequestrati dai ribelli sudamericani o dagli islamisti di qualche valle sperduta d’Asia, senza aver avuto il tempo di fotografare la Sfinge in posa davanti al cellulare. A chi? A spettri, a Lémuri, a fantasmi…

Lo Stato è andato in ferie, il Comune non sai più se ancora è in via Fiore di Palude o se è trasferito tutto in Calle García Marquez di Brasilia fino al 10 settembre, i carabinieri fanno orario ridotto, le pompe funebri hanno diritto anche loro di non preoccuparsi, fino al 31 agosto, di rivaleggiare in decessi.

Guido Ceronetti, Il mese che non c’è, La Stampa**

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15 Agosto
L’ABBANDONO
 
Dove andate fuggendo(lunghe strade
di solitudine tacciono nel sole
fra porte che non s’aprono), ma dove
state fuggendo, dunque. Dite dove.
 
Che attesa di sventure, che insepolta
memoria così tanti disertate
(stanze e arnesi lasciarono in penombre
disconosciute  appena chiuse a chiave).
 
In folla apparterrete ad un deserto,
impronte nella polvere. Sarete
pretesti per un vortice del vento.
 
A che siete fuggiti uno alla volta,
verso che perdizione. A quale fede
io qui rimango incatenato, a quale**.

F. Giuntini, La catena dei giorni,  in La fabbrica del tempo, Polistampa 2001

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* Il testo completo dell’articolo di Manganelli;

** Dell’articolo di Ceronetti ( qui il testo completo) mi vergogno di dire che non sono riuscita a trovare o a capire la data di pubblicazione; una variazione sul tema la si trova nell’articolo Il più crudele dei mesi, dalla mirabile allusione eliotiana, pubblicato sul Corriere della Sera il 4 Agosto 2013

Ridere sotto i baffi. Ennio Flaiano e Giovannino Guareschi

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A vederli così, soprattutto se è  per la prima volta,  sembra proprio il classico caso di separati alla nascita. Ma le affinità esistenti tra Ennio Flaiano e Giovannino Guareschi  vanno bel aldilà del singolo  particolare fisionomico (per quanto nell’associazione in questo post di questi due autori da me amatissimi i baffi abbiano avuto, senza dubbio , una considerevole  importanza ;-))  .

Flaiano e Guareschi sono stati gli animatori di due tra i più importanti settimanali del dopoguerra, che sia pure per strade diverse condividevano la  ricerca di una terza via nell’Italia divisa tra Togliatti  e De Gasperi.

Inutile sottolineare che questa scelta ha avuto il suo prezzo, giacché entrambi gli autori si sono sempre visti snobbare dalla più agguerrita critica militante e molto raramente hanno l’onore di comparire nei volumi di storia della nostra letteratura. Solo dopo la morte di entrambi, si può dire, il valore della loro opera è stato opportunamente riconosciuto, sebbene sempre ombrato da una certa pregiudiziale resistenza (specialmente nei confronti di Guareschi, e ad onta dello straordinario successo internazionale ottenuto soprattutto con le storie di Mondo piccolo)

Flaiano fu redattore capo e anima de Il Mondo , settimanale pubblicato a Roma tra il ’49 e il ’66, fondato e diretto da Mario Pannunzio, che ha potuto vantare i contributi delle maggiori firme del pensiero liberale italiano ed europeo, da Croce a Orwell a Mann;download (8)

Guareschi fondò e diresse assieme a Giovanni Mosca, già nel 1945,  il noto settimanale umoristico Candido, che pur schierandosi nettamente a favore della Democrazia Cristiana nelle elezioni cruciali dell’Aprile  del ’48, si orientò successivamente verso l’indirizzo monarchico, fino alla cessazione delle pubblicazioni nel ’61 a seguito della rottura con l’editore Angelo Rizzoli per motivi editoriali e politici (Laffaire Guareschi è un altro dei simpatici fatti diversi di storia letteraria e civile del nostro Paese).

thumb_1950 GG con vignetta Nebiolo su Candido

Entrambi hanno lavorato nel mondo del cinema: Flaiano, come è noto, ha firmato le sceneggiature delle migliori pellicole felliniane; Guareschi ha raggiunto la notorietà con i film tratti dai suoi racconti del ciclo Mondo piccolo,  con gli immortali Don Camillo e Peppone  impersonati da Gino Cervi e Fernandel

Entrambi sono stati, prima ancora che uomini di lettere e di spettacolo, mariti e padri amorevoli,  con un vivissimo senso della famiglia: amatissime da Flaiano la moglie Rosetta Rota e la figlia Luisa, detta Lelé,  che causa di una grave encefalopatia non poté mai imparare a parlare . Flaiano, aldilà delle pose brillanti da viveur di via Veneto, fu in realtà interiormente spezzato da questo dramma,  che gli allontanò per sempre la famiglia,  con la moglie costretta ad assistere la figlia in una struttura in Svizzera;

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Guareschi invece ha fatto della sua amata Ennia (in arte Margherita) e dei figli Alberto e Carlotta ( chiamata scherzosamente la Pasionaria, a causa del carattere risoluto) i protagonisti delle deliziose storiedello Zibaldino e del Corrierino delle famiglie;

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Entrambi sono inoltre scrittori fecondissimi, poliedrici e forse disorganici , che hanno pubblicato opere e lasciato materiali inediti all’insegna dell’asistematicità; Guareschi riconosce chiaramente questo debito nell’introduzione al suo  Zibaldino (prima edizione Rizzoli, 1948)  e ad un novello Zibaldone lascia pensare (a parte il romanzo Tempo di uccidere) la pubblicazione delle opere  e degli scritti postumi a cura di  Maria Corti e Anna Longoni (Bompiani, 1988-1990, di cui si può leggere oggi una selezione nel volume Adelphi, delle Opere scelte.): Diario notturno, Diario degli errori, Le Ombre bianche, Frasario essenziale per passare inosservati in società.

Flaiano e Guareschi sono soprattutto due  umoristi di razza .:  più lapidario e diretto, a volte acre, Flaiano, Guareschi più sottile e garbato. Il loro umorismo, come voleva Pirandello, è vero sentimento del contrario ovvero capacità di lettura del paradosso nell’assurdo dell’esistenza e tanto più è leggero quanto più alto è il grado di distillazione della malinconia. Nei loro testi satirici e anche schiettamente comici, si ritrova infatti quella leggerezza surreale, quel senso del paradosso che, sorprende il lettore e gli rivela all’improvviso, in un dialogo o in un aforisma,  una verità tanto profonda quando inattesa.

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Esame di moralismo

“Lei è moralista?Esprima un giudizio pessimistico sugli italiani.” “Sono dei dongiovanni sul piede di casa che all’estero si lamentano del continuo caffè e a casa consumano più brillantina che carta”. “Bene. Definisca scherzosamente la situazione politica in Italia”. “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.”Ne dia un giudizio più amaro”. ” Sono un sincero democratico, ma certe cose mi fanno arrossire di rabbia e di vergogna; penso perciò che gli Italiani siano irrimediabilmente fatti per la dittatura”.”Accenni con disinvoltura al suo passato fascista”. ” Ero studente, allora, e la mia attività si riduceva a svolgere un’azione tanto ingenua quanto inascoltata nella mia organizzazione”.”Accenni, con prudenza, alla sua attività di partigiano”.Fu soltanto negli ultimi tempi che ebbi l’onore, ché tale lo consideravo, di partecipare a un modesto movimento: il mio, debbo dire, malfermo entusiasmo, e la mia azione critica, non furono tuttavia gradite.” “Magnifico. Adesso sia spiritosamente antipatriottico” “Come Saturno, di cui portava ab antiquo il nome, questa terra non riesce a perdonarsi di averci dato i natali”.”Una domanda facile: che cosa fa, lei, ogni volta che va in treno?”Scrivo un pungente articolo sui miei occasionali compagni di viaggio”.”Mettendoli in ridicolo?” “Sì, “et pur cause”!””come, se è lecito?” “Riportando i loro discorsi e sottolineandone l’assenza di logica,di senso politico, di serietà, e di educazione civile e patriottica”.[…]”Frequenta lei i salotti?” “Forcément, per studiare la decadenza delle classi borghesi”. “Frequenta le case di tolleranza?” “Per studiare la spaventosa condizione delle mercenarie”.”Frequenta i ristoranti?””Per bollare, nei miei scritti, le persone che occupano gli altri tavoli”[…]”E a teatro, ci va? “Ci andrei,ma non sopporto gli intervalli” “La ragione, prego?””Negli intervalli gli spettatori discutono di argomenti che non conoscono”.

Ennio Flaiano, Diario notturno

 
 
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Giornalismo ’45-’46
Portai il mio primo articoletto al quotidiano del pomeriggio che mi aveva invitato a collaborare.
Era un pezzettino scritto col miglior garbo possibile, che m’era costato molta fatica, e lo presentai sicuro di me al redattore capo del giornale.
«Debole» disse il redattore capo restituendomi il foglio. «Così non può andare. Cerca di renderlo più interessante, più movimentato.» Rimasi un po’ male, a ogni modo promisi che me lo sarei riguardato attentamente. Onestamente però non potevo assicurargli che sarei riuscito a movimentarlo molto. «È un pezzo piuttosto di colore» conclusi. «Risulta un po’ difficile movimentare i pezzi di colore.»
«E chi ti parla del pezzo?» replicò il redattore capo. «Il pezzo non mi interessa, non l’ho neanche letto. Mi interessa il titolo e io parlo appunto e solo del titolo.»
Si trattava di un pezzettino d’attualità per quei giorni: parlava di un bambino che si rigira nel suo letto aspettando con impazienza il mattino per correre a vedere cosa gli ha portato la Befana. E perciò avevo trovato naturale intitolarlo: La calza sotto il camino.Effettivamente era un po’ debole e io rinforzai il concetto: Stanotte Gigetto non dorme.«Meglio», disse il redattore capo. «Però non ci siamo ancora: cerca di interessare il lettore. Stuzzica la sua curiosità.»
In questi casi l’interrogativo è quello che ci vuole; perciò modificai con facilità il titolo: Perché Gigetto non dorme stanotte?
«Bene» approvò il redattore capo. Ma poi ci ripensò e scosse il capo. Mettendo Gigetto, la gente avrebbe capito subito che si trattava di una cosetta leggera. Occorreva rimanere più sul vago e sul misterioso.
Ammantai il titolo di mistero: Qualcuno non dorme, stanotte. «Puzza di letterario» disse il «Cambia stile, fa qualcosa di più cronistico, di più moderno. Sfogliati la raccolta, cerca di adeguarti allo stile del giornale.»
Sfogliai la raccolta, cercai di adeguarmi, ed ecco tre nuovi titoli: Dormire e no.
Dan, dan, dan, già le tre, ma lui duro! — E aspetta aspetta, non arriva mai questa porca mattina.
Il redattore capo disse che la gente ama le cose forti: il fatto bisogna sempre “montarlo”, non presentarlo come uno scherzo. Drammatizzare, non ironizzare.Drammatizzai e ottenni cinque titoli interessanti:
Cosa succede nell’altra stanza? — Passi si udranno nel buio ? — Chi è la vecchia misteriosa che va in giro di notte? — Vecchia di notte. — Notturno con vecchia.
«Ci siamo» esclamò il redattore capo. «Punta tutto sulla vecchia: le vecchie rendono moltissimo, in cronaca. Le vecchie interessano sempre.» Si mise egli stesso al lavoro, e alla fine mi lesse il risultato:
Una vecchia urla nella notte — Attenzione! Vecchia che urla in via Pacini. — Accorrete,sgozzano la vecchia del quinto piano! — Aiuto! Sbudellano la vecchia e il sangue scorre per le scale rosso e fumante come vino brulé! Stabilì che l’ultimo era il migliore e mi chiese se mi piacesse.
«Molto» risposi. «Però nel mio pezzo non si parla di delitti, si parla di un bambino che si rigira nelletto aspettando la Befana.»
«Benissimo» esclamò il redattore capo. «Il bambino veglia nella notte aspettando la Befana, ed ecco che a un tratto ode un grido: nella casa vicina hanno sgozzato una vecchia e lui allora crede che si tratti della vecchia Befana e piange disperatamente col viso affondato nel cuscino. Lo modifichi in due minuti, il pezzo, e ottieni anche un finale commovente.»
«E la vecchia sgozzata? Vuoi inventare un delitto?»
«Ma che inventare! Tu non precisare località: figurati se stanotte in tutta Milano non sgozzano una vecchia.»
Effettivamente, quella notte, una vecchia fu sgozzata e magari ci fu effettivamente qualche Gigino che udì il grido e pensò che avessero assassinato la Befana.
Ma questo sistema della cronaca preventiva non mi va giù: ai miei tempi prima si lasciava che accadesse il fatto e poi lo si raccontava, e non si permetteva che, per amor di un bel titolo, si sgozzassero le vecchie signore.

Giovannino Guareschi, Lo Zibaldino

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Qui il testo integrale dell’Esame di moralismo;

Qui il testo integrale de Lo Zibaldino

Dèmoni e demòni: Nabokov, Dostoevskij, Bernhard

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Permettetemi di parlare di un altro modo di trattare di letteratura — il più semplice e forse il più importante. Se odiate un libro, potete egualmente trarre un piacere artistico dall’ immaginare modi differenti e migliori di guardare le cose — o, il che è lo stesso, di esprimere le cose — di quelli di cui fa uso lo scrittore che voi odiate. Il mediocre, il fasullo, la pošlost’[ concetto in definitiva assimilabile al kitsch, ndr] — ricordatevi di questa parola  — può se non altro offrirvi questo godimento malizioso ma molto salutare, quando gemendo e scalpitando leggete un libro di second’ordine cui è stato assegnato un premio. Ma i libri che vi piacciono dovete leggerli anche con fremiti e affanno.

Probabilmente  a più di qualcuno l’ accostamento apparirà a dir poco inopportuno, soprattutto tenendo presente il giudizio tranchant di Nabokov sull’opera di Dostoevskij ribadito  nelle sue lezioni alla Cornell  University  ( Lezioni di Letteratura russa):Lezioni di letteratura russa

 

La mancanza di gusto di Dostoevskij, il suo monotono occuparsi di personaggi che soffrono di complessi pre-freudiani, il suo sguazzare nelle tragiche disavventure della dignità umana — sono tutte cose difficili da ammirare. Non mi piace il vezzo dei suoi personaggi di «arrivare peccando a Gesù» o, come diceva uno scrittore russo, Ivan Bunin, di «sparpagliare Gesù dappertutto». Come non ho orecchio per la musica, non ho, e me ne rammarico, orecchio per Dostoevskij il profeta.

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