Rubato prestissimo . L’alienazione del Tempo in Seneca e Hartmut Rosa

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«La maggior parte dei mortali, Paolino, si lamenta della crudeltà della natura, perché veniamo al mondo  per una vita breve, e perché questo lasso di tempo che ci è dato scorre via  così rapido, così veloce»: è il famosissimo incipit del De brevitate vitae, il dialogo che Seneca dedica alla riflessione sul tempo dell’esistenza umana, e sopratutto su come qesto venga male impiegato, sprecato, gettato via; e siccome dopo circa duemila anni non abbiamo ancora smesso di restare passivi ed inermi di fronte alla sua fuga innumerabilispotranno forse illuinarci le riflessioni sullaccelerazione sociale e la conseguente alienazione (del tempo /dal tempo) del sociologo tedesco Hartmut Rosa.


«Non exiguum tempus habemus, sed multum perdidimus» : con l’abituale asciuttezza che, quasi senza preavviso, conduce subito il lettore in medias res, Seneca inizia questo dialogo partendo dalla fine,  traendo cioè immediatamente le conclusioni del problema. Non siamo «poveri» di tempo ma «prodighi», lasciando che ci sfugga via perdendosi  in attività inutili o che ci venga letteralmente rubato dagli altri senza darcene cura. La disinvoltura con cui accettiamo la dissipazione del nostro bene più prezioso solo per la sua immaterialità è stigmatizzata da Seneca con stupore e ironia:

Mi stupisco sempre quando vedo alcuni chiedere tempo e quelli, a cui viene richiesto, tanto accondiscendenti; l’uno e l’altro guardano al motivo per il quale il tempo viene richiesto, nessuno dei due alla sua essenza: lo si chiede come se fosse niente, come se fosse niente lo si concede. Si gioca con la cosa più preziosa di tutte; (il tempo) invece li inganna,poiché è qualcosa di incorporeo, perché non cade sotto gli occhi, e pertanto è considerato cosa di poco conto, anzi non ha quasi nessun prezzo. Gli uomini accettano assegni annui e donativi come cose di caro prezzo e in essi ripongono le loro fatiche, il loro lavoro e la loro scrupolosa attenzione: nessuno considera il tempo: ne fanno un uso troppo sconsiderato, come se esso fosse (un bene) gratuito.[…]E non v’è motivo che tu creda che essi non sappiano che cosa preziosa sia:: sono soliti dire, a coloro che amano più intensamente, di essere pronti a dare parte dei loro anni. Li danno e non capiscono: cioè li danno in modo da sottrarli a se stessi senza peraltro incrementare quelli. Ma non si accorgono proprio di toglierli; perciò per essi è sopportabile la perdita di un danno nascosto.

Paradossalmente, osserva Seneca,  la penuria di tempo non affligge soltanto il profanum vulgus, schiacciato dalle incombenze quotidiane, ma è lamentata anche dagli uomini più illustri, filosofi e sapienti come uomini di potere che dovrebbero invece, nel comune sentire, poterne disporre a proprio piacimento; dai primi, per  l’incommensurabilità tra l’infinità del sapere e la finitezza umana, come nel caso di Ippocrate e Aristotele (ars longa vita brevis), dagli altri per lo struggente rimpianto di non poter più «vivere per sé stessi»  :

Il divo Augusto, al quale gli dei concessero più che a chiunque altro, non cessò di augurarsi il riposo e di chiedere di essere sollevato dagli impegni pubblici;ogni suo discorso ricadeva sempre su questo, la speranza del tempo libero: […] Colui che vedeva tutto dipendere da lui solo, che stabiliva il destino per gli uomini e i popoli, pensava a quel felicissimo giorno in cui avrebbe abbandonato la propria grandezza.

Eppure Augusto, come  ogni  altro mortale,  non poteva certo avere la certezza del tempo gli sarebbe stato ancora concesso ; Uomo qual sei, non dire mai ciò che sarà domani,diceva il poeta; a meno che  questo procrastinare continuo e insensato non abbia una recondita, disperata spiegazione, ovvero  l’illusione dell’ eternità, che implica il desiderio di voler godere, acquistare, sperimentare tutto, riempiendo ogni istante di esperienze e sensazioni appaganti. Ma naturalmente, siccome i beni devono essere acquistati  a prezzo di sacrificio e fatica e dunque di tempo, il risultato paradossale è non poter mai godere e disporre del proprio tempo , protesi come siamo verso un costante ancora, situato  in un non meglio definito altrove :

Image result for clessidre de chiricoDunque qual è il motivo? Vivete come se doveste vivere in eterno […]Avete paura di tutto come mortali, desiderate tutto come immortali. [È] dunque inevitabile che sia penosissima e non solo brevissima la vita di coloro che si procacciano con grande fatica cose da possedere con fatica maggiore. Faticosamente ottengono ciò che vogliono, ansiosamente gestiscono ciò che hanno ottenuto; mentre nessun calcolo si fa del tempo che non tornerà mai più: nuove occupazioni subentrano a quelle vecchie, una speranza risveglia la speranza, un’ambizione l’ambizione. Non si cerca la fine delle sofferenze, ma si cambia la materia. […] Non mancheranno mai motivi lieti o tristi di preoccupazione; la vita si trascinerà attraverso le occupazioni: giammai si vivrà il tempo libero, sempre verrà desiderato. 

Le «occupazioni»  di cui qui parla Seneca sono appunto la questione cruciale, e sono  da intendersi come tutto l’insieme delle incombenze e dei compiti che siamo spinti ad assolvere dalla pressione sociale, i cui corollari sono ovviamente anche i  vizi e debolezze, visti con indulgenza come il premio meritato delle proprie fatiche: e tuttavia, il timore di perdere ciò che si è acquistato ne intossica letteralmente il godimento, negando così all’anima oppressa dal timore e dall’ansia ogni momento di requie. E sebbene  gli «occupati», ovvero le vittime passive  di questo meccanismo infernale, abbiano coscienza di questa continua sottrazione a sé stessi, tuttavia non per questo accettano di essere distolti  dalla routine degli obblighi e delle consuetudini sociali, spinti letteralmente come sono dall’ambizione o dalla paura:

[V]edi quanto tempo perdano nel pensare al proprio interesse, quanto nel tramare insidie, quanto nell’aver timore, quanto nell’essere servili, quanto li tengano occupati le proprie promesse e quelle degli altri, quanto i pranzi, che ormai sono diventati anch’essi dei doveri: vedrai in che modo i loro mali o beni non permettano loro di respirare.[…] E non credere che essi una buona volta non capiscano il proprio danno; certamente udirai la maggior parte di quelli, sui quali pesa una grande fortuna, tra la moltitudine dei clienti o la gestione delle cause o tra le altre dignitose miserie esclamare di tanto in tanto: “Non mi è permesso vivere.” […]

Né vale, come antidoto all’angoscia, il tentativo di allungare il tempo  programmandolo in ogni suo istante; non soltanto, infatti, anche l’organizzazione del tempo richiede (ancora una volta!) ulteriore tempo rischiando di essere vanificata da ogni imprevisto, lieve o grave che sia; ma ha inoltre come effetto collaterale quello di generare un invincibile horror vacui che rende l’attesa intollerabile  a causa dell’assoluto svuotamento di senso  determinato dall’ormai completa alienazione da noi stessi:

Sono affaccendati in modo molto impegnativo: per poter vivere meglio organizzano la vita a scapito della vita. Fanno progetti a lungo termine; d’altra parte la più grande sciagura della vita è il suo procrastinarla: innanzitutto questo fatto rimanda ogni giorno, distrugge il presente mentre promette il futuro. Il più grande ostacolo al vivere è l’attesa, che dipende dal domani, (ma) perde l’oggi.[…] Ognuno consuma la propria vita e si tormenta per il desiderio del futuro e per la noia del presente.[…]Non è neppure prova credere che vivano a lungo il fatto che spesso il giorno sembri ad essi eterno, che mentre arriva l’ora convenuta per la cena si lamentino che le ore scorrano lentamente; difatti, se talora le occupazioni li abbandonano, ardono abbandonati nel tempo libero e non sanno come disporne e come impiegarlo. E così si rivolgono a qualsiasi occupazione e tutto il tempo che intercorre è per essi gravoso, proprio così come, quando è stato fissato un giorno per uno spettacolo di gladiatori, o quando si attende il momento stabilito di qualche altro spettacolo o piacere, vogliono saltare i giorni di mezzo.[…]Per essi non sono lunghi i giorni, ma odiosi; […] Perdono il giorno nell’attesa della notte, la notte per paura del giorno.

 La vita, dunque, scorre via mentre viene procrastinata e pianificata; ogni tentativo di controllo è ovviamente destinato a rivelarsi illusorio, e per molti la consapevolezza improvvisa di aver sprecato l’intera esistenza avviene soltanto nel momento estremo, quando tutto si è ormai concluso senza rimedio lasciandosi dietro soltanto una manciata di polvere .È il destino comune di chi è sempre impegnato  in altro dal  vivere:

Nessuno (ti) restituirà gli anni, nessuno ti renderà nuovamente a te stesso; la vita andrà per dove ha avuto principio e non muterà né arresterà il suo corso; non farà alcun rumore, non lascerà nessuna traccia della propria velocità: scorrerà silenziosamente; non si estenderà oltre né per ordine di re né per favor di popolo: correrà così come ha avuto inizio dal primo giorno, non cambierà mai traiettoria, mai si attarderà. Cosa accadrà? Tu sei tutto preso, la vita si affretta: nel frattempo si avvicinerà la morte, per la quale, volente o nolente, bisogna avere tempo.

Di fronte a tanta disperante desolazione il filosofo individua l’unico rimedio possibile nell’otium, ovvero nel ritiro dalla vita pubblica che il saggio sceglie per completare e perfezionare il proprio percorso interiore verso l’autosufficienza e il distacco dalle passioni. La soluzione di Seneca è dunque dichiaratamente  anti-sociale, una militanza ascetica continua per riappropriarsi di sé stessi  se sibi vindicare») attraverso la conoscenza e l’indagine sui massimi sistemi che consenta di sfuggire alla frenesia e all’insensatezza che continuamente insidiano la vita “occupata”:

Image result for meridiana orologio solare roma anticaAllontànati dunque dalla folla, carissimo Paolino, e ritirati alfine in un porto più tranquillo, spintovi non a causa della durata della vita.[…]Rifugiati in queste cose più tranquille, più sicure, più grandi! Credi che sia la stessa cosa se curi che il frumento venga travasato nei granai integro sia dalla frode che dall’incuria dei trasportatori, che non sia madido di umidità accumulata e non fermenti, che sia conforme alla misura e al peso, o se ti accosti a queste cose sacre e sublimi per conoscere quale sia la materia di Dio, quale la volontà, la condizione, la forma; quale condizione attenda il tuo spirito; dove la natura ci disponga una volta usciti dai (nostri) corpi; cosa sia che sostenga ogni cosa più pesante al centro di questo mondo, sospenda al di sopra quelle leggere, sollevi il fuoco in cima, ecciti gli astri nei loro percorsi; e via via le altre cose colme di strabilianti fenomeni? Vuoi, una volta abbandonata la terra, rivolgere l’attenzione a queste cose? Ora, finché il sangue è caldo, pieni di vigore dobbiamo tendere a cose migliori.



In questo libro voglio (…) ritornare alla domanda piú importante che ci sia per gli esseri umani: che cos’è una «vita buona», e perché di fatto non l’abbiamo

Questo l’esordio, filosoficamente problematico, del  saggio Accelerazione e alienazione di Hartmut Rosa, professore di Sociologia e Scienze  politiche all’Univesità di Image result for hartmut rosaJena, che propone un’analisi critica  della modernità riconoscendo come imprescindibile la comprensione delle sue  strutture temporali, partendo ancora una volta dal problema, attuale e onnipervasivo,  della penuria temporis :

Forse l’aspetto piú sorprendente e inaspettato dell’accelerazione sociale è la spettacolare e contagiosa «carestia di tempo» delle società (occidentali) moderne. Nella modernità gli attori sociali hanno sempre piú l’impressione che il tempo stia loro sfuggendo, che sia troppo breve. Il tempo viene infatti percepito nelle società occidentali moderne (vale a dire a fortissimo tasso di incremento tecnologico e urbanizzazione) come  una materia prima da consumare al pari del petrolio e che, come questo, sta diventando sempre piú raro e costoso.

Naturalmente la spiegazione fornita da Rosa per questo fenomeno non è né può essere, esclusivamente filosofica, basata, come in Seneca, su un raggiungimento dell’autosufficienza interiore, poiché risulterebbe decisamente antistorica nella nostra modernità globale e interconnessa; proprio analizzando lo stile di vita occidentale, il sociologo ne coglie l‘aspetto “paradossale” individuandone la causa nell’ «accelerazione del ritmo della vita (sociale)»,definibile come un «aumento del numero di singole azioni o esperienze in un’unità di tempo», «[il]desiderio o [il] bisogno percepito di fare piú cose in meno tempo». Questa percezione, infatti, oltre al ben noto aspetto soggettivo del tempo «sfuggente», presenta in realtà anche un riscontro oggettivo in termini di «minor tempo» dedicato alle normali pratiche della vita quotidiana, come i pasti, il sonno, le relazioni e i rapporti familiari e sociali rilevato da numerosi studi sul tema. La domanda che si (im)pone è dunque come mai ci si ostini a perseguire questi comportamenti apparentemente autolesionistici (mangiare in fretta, dormire poco, parlare e stare sempre di meno con chi ci è caro) se l‘accelerazione tecnologica, altro aspetto della modernità, dovrebbe avere appunto la funzione di  garantirci una quota proporzionale di tempo libero da dedicare a noi stessi e a ciò che amiamo. L’analisi di Rosa ne individua la causa nelle «ruote motrici dell’accelerazione sociale»,di cui  la  prima è senza dubbio la competizione:

[T]utte le società devono trovare una via legittima per allocare risorse, beni e benessere, nonché privilegi e posizioni di potere, status e riconoscimento sociale.

Tuttavia, se nelle società premoderne o non moderne detta distribuizione e allocazione delle risorse è sostanzialmente determinata dalla nascita e dunque dal gruppo sociale di appartenenza, nella modernità occidentale:

questo sistema non è né efficace da un punto di vista funzionale né accettabile, se visto alla luce dei principî di giustizia oggi vigenti.

Non resta, dunque, che percorrere la via della competizione, che associa, almeno in teoria, la vittoria al merito legittimando così  una posizione più elevata in termini di disponibilità di risorse, prestigio, potere, popolarità. A determinare l’esito della competizione è ovviamente  la prestazione, il cui valore è appunto definito in rapporto alla velocità;  ne consegue dunque che «velocizzare e risparmiare tempo sono fattori direttamente connessi all’acquisizione di vantaggi competitivi, o al mantenimento della propria posizione»:

Image result for tempoLa logica sociale della competizione è tale che i concorrenti devono investire sempre piú energie per preservare la propria competitività, fino al punto in cui il mantenimento di quest’ultima non è piú un mezzo per condurre una vita autonoma orientata a scopi che ci si è autoassegnati, ma diviene essa stessa l’unico scopo onnicomprensivo della vita tanto sociale quanto individuale.

Tuttavia, il motore sociale della competizione non è l’unico fattore che spinge verso la compressione del tempo; anche più potente, forse, sebbene meno immediatamente visibile, appare infatti  la propulsione culturale della «promessa dell’eternità»:

Che siano o meno credenti, gli individui oggi tendono in genere a indirizzare le proprie aspirazioni, i desideri e le brame piú ardenti verso offerte, opzioni e ricchezze di questo mondo. (…) [L]a ricchezza, la pienezza o la qualità della vita, secondo la logica culturale dominante nel mondo occidentale, può essere misurata in base alla somma e profondità delle esperienze fatte nel corso della vita. […] Questa idea non presuppone piú una «vita piú alta» che ci aspetti dopo la morte, bensí la realizzazione del maggior numero possibile di opzioni tra le innumerevoli possibilità offerte dal mondo.

Siccome però, sfortunatamente, siamo ancora una volta di fronte alla dicotomia tra brevità della vita e «lunghezza dell’arte», intesa qui ovviamente come capacità e possibilità di godimento e realizzazione di tutti i piaceri e le esperienze teoricamente possibili, l’unica soluzione praticabile appare quella già sperimentata dal faraone Micerino nel racconto di Erodoto, ovvero raddoppiare la velocità dell’esistenza:

[S]e viviamo «due volte piú veloce», ci serve solo metà del tempo per portare a termine un atto, un obiettivo, un’esperienza e possiamo raddoppiare la «somma» delle esperienze e, quindi, della «vita» stessa(…) Raddoppia cosí il nostro capitale o «efficacia», ossia la proporzione tra le opzioni realizzate e quelle potenzialmente realizzabili.

Ora, spingendo questa teoria alle sue estreme conseguenze, appare evidente che se il limite della durata  delle esperienze  tende a zero, il numero delle opzioni possibili si impenna viceversa verso l’infinito. Ne consegue che «[l]a promessa eudemonistica [del raggiungimento della felicità, ndr] dell’accelerazione moderna si fonda quindi sull’idea (inespressa) che l’accelerazione del «ritmo di vita» sia la nostra risposta (ossia la risposta della modernità) al problema della finitezza e della morte». Potremmo morire, cioè, sicuri di non essere rimasti indietro, campioni imbattuti dell’esperibile; soltanto così la competizione sociale sarebbe vinta, anzi per meglio dire annullata . Ma si tratta purtroppo di una condizione irrealizzabile, e anzi tanto più frustrante in quanto si vede il divario tra«opzioni possibili ed esperienze» dilatarsi inesorabile grazie all’accelerazione tecnologica, come in una sorta di materializzazione allucinata del paradosso di Achille e la tartaruga:

 Questa è, oserei dire, una delle tragedie dell’individuo moderno: sentirsi imprigionato in una ruota da criceto, mentre la sua fame di vita e di mondo non è mai soddisfatta, ma anzi gradatamente sempre piú frustrata.

Le conseguenze di una condizione ormai evidentemente dis-umana, aggravata peraltro  da un sistema che non consente alcuna forma di reintegrazione o di riscatto facendo ricadere interamente sull’ individuo la colpa della sua eventuale inadeguatezza, vanno analizzate e distinte in base a due ordini di grandezza. Sul piano individuale, è sempre più evidente il crescente senso di alienazione  sperimentato dai singoli, che cominciano a sentirsi scissi, inadeguati, mancanti di un «senso di connessione significativo» «dalle aspettative e dagli orizzonti»  del proprio personale  «piano di vita», con il risultato di trovare il mondo «freddo, indifferente o addirittura ripugnante», in cui il sé non trova più un luogo dove potersi raccogliere e riconoscere. Ma c’è una conseguenza più grave, provocata da un elemento cruciale anche se di solito sottaciuta e sottostimata nella sua valenza critica per l’analisi della tarda modernità: l’accelerazione sociale e gli annessi schemi di comportamento,  accettati come indiscutibili e assurti anzi a simbolo stesso del progresso sociale, finiscono per trasformarsi nel più potente strumento di persuasione, coercizione e controllo del mondo globalizzato:

Le società moderne sono regolate, coordinate e dominate da un rigido e severo regime temporale, che non si articola in termini etici. Il soggetto moderno può quindi essere descritto come condizionato in maniera minima da regole e sanzioni etiche, e quindi Related imageconsiderato «libero», sebbene sia strettamente regolato, dominato e oppresso da un regime temporale per lo piú invisibile, depoliticizzato, indiscusso, sottoteorizzato e inarticolato. […] la società moderna non è regolata e coordinata da regole normative esplicite, ma dalla silenziosa forza normativa delle leggi temporali,che si manifestano nella forma di scadenze di consegna, scansioni e confini temporali, [esercitando]una pressione uniforme sui soggetti moderni che sfocia in qualcosa di simile a un totalitarismo dell’accelerazione.

La conseguenza di una simile dittatura temporale indiscutibile e inscalfibile provoca però una conseguenza tanto grave quanto imprevista: il collasso gravitazionale della storia, l’impossibilità di un’evoluzione effettiva del nucleo del tempo umano che resta inerte mentre la sua superficie continua a girare vorticosamente come una bussola impazzita:

il sistema della società moderna si sta chiudendo e la storia sta arrivando alla sua fine, caratterizzata da una forma di «stasi iperaccelerata»[in cui] l’enorme velocità degli eventi e delle alterazioni è in realtà un semplice fenomeno superficiale, che nasconde a stento l’inerzia culturale e strutturale ormai radicata nel profondo della nostra epoca.

La definitiva urgenza  di queste categorie critiche per un’analisi della contemporaneità volta ad interpretare e comprendere il dilagare costante della condizione alienata appare quindi, da tutto quanto si è detto, più che evidente; quanto alle soluzioni possibili, il sociologo se ne dichiara lontano, nonostante abbia altrove sviluppato al riguardo il concetto di  risonanzada intendersi come  “responsività” nella relazione tra sé e il mondo». Di certo si può invece concludere che l’accelerazione sociale «produce nuove esperienze del tempo e dello spazio» trasforma il rapporto dell’uomo con sé stesso e con gli altri componenti della sua compagine sociale; vale a dire , heideggerianamente , il suo essere-nel-mondo.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

-Le enfasi grafiche (corsivi e grassetti) sono miei;

-Il testo  integrale  in lingua e la traduzione di Luigi Chiosi, da cui sono state tratte le citazioni presenti in questo post;

-In rete è ovviamente presente un numero pressoché infinito di articoli, recensioni e contributi dedicati al De brevitate vitae. Tra questi segnalo soltanto la celebre introduzione di Alfonso Traina alla storica edizione BUR dell’opera e il relativo articolo di Maria Jennifer Falcone (Dottore di Filologia classica presso l’Università di Norimberga)

-Il contributo di Giorgio Fazio  (docente di  Economia all’università di Newcastle, già professore all’università di Palermo) sul saggio di Hartmut Rosa;

-Una riflessione di Giorgio Astone (ricercatore del dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma) sull’aspetto filosofico di accelerazione sociale e stasi accelerata (frenetic standstill). E’ interessante notare come quest’ultimo  appaia incredibilmente affne al concetto dell’iners negotium del De brevitate vitae o alla formulazione assai più celebre della  strenua inertia oraziana;

-Nel video qui sotto è possibile ascoltare direttamente Hartmut Rosa tenere  (in inglese) una lezione sul concetto di accelerazione sociale presso l’Università di Barcellona il 7 marzo 2016.

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14 comments

  1. Un piacere grande trovare, nella mia posta, la comunicazione del tuo ritorno, carissiima Dragoval e te lo scrivo a caldo. . Leggerò, con la ponderazione che richiede ogni tuo contributo, questo nuovo saggio che tratta un tema meraviglioso e terribile: il tempo. Già ti ringrazio per l’ interesse e le emozioni che mi susciterà. Un abbraccio.

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    1. Grazie di cuore ,Renza carissima, come sempre; è un grande onore per me annoverarti tra i 12,5 lettori del blog e spero tu possa tornare presto a condividere le riflessioni che eventualmente questo articolo( da cui spero di cuore non rimarrai troppo delusa) ti avrà ispirato Un abbraccio e a rileggerti prestissimo 🙂

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  2. Bentornata anche da me, Dragoval! Spero che ora i casi della vita ti permettano di scrivere più spesso le tue stimolantissime asterie.
    Il tuo post tocca un tema per me, marxiano, cruciale: quello dell’alienazione dovuta alla sottrazione del tempo di vita all’uomo. Il giovane Marx dei Manoscritti Economico-filosofici del 1844 dedica molto spazio a questo aspetto. Nel Capitale dimostrerà che questa sottrazione di tempo, che diviene appropriazione di forza-lavoro, sottrazione di valore all’operaio e plusvalore, è il cuore del modo di produzione capitalistico.
    Partendo da questa analisi, che considero attualissima e che vada ancora al cuore del problema, ritengo francamente del tutto inadeguate interpretazioni sociologiche che considerino il rapporto dell’uomo occidentale moderno con il tempo frutto di non si sa bene quale disgraziato “…regime temporale per lo piú invisibile, depoliticizzato, indiscusso, sottoteorizzato e inarticolato”. La necessità di sottrarre tempo libero alle persone è insita nel nostro modo di produzione, che solo attraverso questo meccanismo può generare il profitto; l’organizzazione del residuo tempo libero delle persone secondo schemi preassemblati, sino a sottrarre loro ed alienare persino le relazioni umane (vedi social media) è insita nella necessità di togliere qualsiasi spazio di otium dal quale potrebbe nascere, sia mai, un pensiero critico.
    Naturalmente l’argomento sarebbe molto più complesso, ma ritengo che ridotto all’osso possa essere affrontato in questi termini (anche se dubito che tu sia d’accordo).
    Ciao e a presto
    V.

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  3. Ma, caro Viducoli,
    è poi così importante che io sia o meno d’accordo? È ovvio che presentando la teoria di Hartmut Rosa la sottoscrivo e la condivido implicitamente; questo non toglie che le riflessioni critiche , o anche apertamente discordanti, siano le benvenute perché comunque arricchiscono il dibattito e stimolano la riflessione .Questo non intende certo essere un blog del consenso (Dio ci scampi; in questo senso abbiamo già abbastanza problemi), dunque i contributi divergenti , purché civili, ovviamente (ma questa precisazione non è certo riferita a te), sono sempre i benvenuti.
    Per la cronaca, comunque, anche se ovviamente per motivi di spazio e pertinenza non li ho potuti citare, i riferimenti teorici di Hartmut Rosa in relazione al concetto di alienazione comprendono, oltre Marx, anche Max Weber e Simmel, anche se poi, evidentemente, la sua riflessione critica se ne distacca. Nel mio piccolo, posso solo concludere che a me personalmente l’analisi condotta da Rosa sembra più funzionale ad una comprensione della tarda modernità.
    Un caro saluto e scusa i pasticci-nota tecnica: non si può utilizzare la sintesi vocale per i commenti articolati, né tantomeno l’app che non consente correzioni o cancellazioni. Stasera lo abbiamo capito.
    Un saluto ancora 🙂

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    1. L’ho capito anche io, non potendo correggere il mio “asterie” in luogo di “asterismi” (chissà perché è vietato correggere ciò che si scrive a commento di un articolo altrui).
      Non cerco il consenso, ma siccome sono quasi sicuro del dissenso, che ha portato anche alla rottura di (per me) proficue relazioni via blog, diciamo che metto le mani avanti.
      Mettici anche un po’ di insicurezza rispetto alle capacità di argomentazione altrui e il quadro è completo.
      A presto
      V.

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  4. Finite le possibilità di risposta “su da me”.
    Se tu, che hai molte conoscenze “importanti” nel mondo dei blog letterari, raccogli qualche adesione, potremmo preparare una mail sottoscritta da tutti: ho la sua mail in archivio (la conoscenza risale a un decennio fa, ma sporadicamente siamo rimasti in contatto) e sentire cosa ne pensa.
    V.

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  5. Vale sempre la pena di attendere i tuoi scritti che, vedi in questo caso, aiutano, anche, a frequentare il sempre più necessario prendersi del tempo. Per una lettura che “onori” il tempo, intenso e lungo, denso di letture e di pensiero, della tua scrittura.
    C’è sicuramente, oggi, una costrizione, divenuta auto-costrizione (perché penso, incongruamente, “sindrome di Stoccolma?) che rende, a mio parere, il fenomeno diverso da quello descritto dalla teorizzazione marxiana di un furto del tempo, senza invalidarne un’analisi incontrovertibile delle origini; e che porta ogni singolo , porta ognuno di noi, dentro una spirale di avvitamento quali complici, come individui e come gruppo. A rischio, devastante, di non trovare il tempo, oltre che per una vita buona, per una morte buona (nostra e, soprattutto, di chi ci è vicino), come tragicamente vediamo ogni giorno.
    Non conoscevo Harmut Rosa. Sarà interessante leggerlo.

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    1. Cara Ivana,
      hai probabilmente colto nel segno incentrando il tuo commento su un aspetto ancora non abbastanza considerato di questo nostro tempo difficile, vale a dire l’assoluto consenso all’attuale stato (o forse sarebbe più giusto dire: dinamica)) della contemporaneità. Del resto, Orwell, in 1984, ci aveva avvertiti: i futuri totalitarsmi non avrebbero commesso l’errore di quelli passati, ovvero quello di basarsi sulla repressione e sul terrore, ma si sarebbero fondati appunto sull’Amore, ovvero sull’adesione volontaria, assoluta e incodizionata,dei lori sudditi. Oggi più che mai, dunque, siamo tutti Winston Smith, se mi passi la boutade un po’ facile e sommaria.
      Quanto ad Hartmut Rosa,spero davvero che tu possa trovare occasione – e tempo!– per leggerlo, e magari ripassare di qui a raccontarci le tue riflessioni.
      Un caro saluto e grazie della presenza e dell’affetto 🙂

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  6. Condivido quanto detto da Renza: questo tuo scritto è un saggio (superbo, as usual) da leggere e rileggere con attenzione, per meditarci bene sopra. Anche perché tratta di una questione (la gestione del tempo e la sua carenza) che oggi più che mai coinvolge tutti da vicino, visto il modo esagerato e spesso appunto insensato con cui si obera di impegni il proprio quotidiano, costringendosi a dei ritmi massacranti. E più si è presi da questa folle corsa più aumenta, di pari passo, la sensazione del tempo che scarseggia, che sfugge tra le dita… La soluzione, forse l’unica possibile, sarebbe allora quella di riappropriarsi gradualmente dei propri spazi interiori, riscoprendo il piacere della lentezza e dei bisogni più veri ed essenziali: cosa più facile da dire che da mettere in pratica, anche per quel discorso della velocità al servizio della competitività che rende ormai l’uomo schiavo di se stesso e della società in cui vive e opera, così come illustrato da Hartmut Rosa. Del quale apprezzo anche l’ipotesi che tutto questo continuo correre e fare più cose insieme possa derivare, se non del tutto in gran parte, da una nostra reazione (inconscia) al problema della morte, da un tentativo (illusorio) di raddoppiare la vita attraverso la somma di tante e più esperienze. Anche se… finché il sangue è caldo, finché si è ancora in vita, sarebbe appunto più sano e vantaggioso assecondare uno stile di vita bilanciato, a misura d’uomo, che non sottostare alla tirannia dell’accelerazione imposta/autoimposta. Perdonami il commento un po’ superfluo, che nulla toglie o aggiunge a ciò che hai già mirabilmente espresso nell’elaborato, … che merita certamente di essere ripreso e rimeditato con maggiore calma, a dispetto dell’avarizia e della fugacità del tempo 😉

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    1. Cara Alessandra (sempre troppo buona con me!),
      sebbene sia utopistico immaginare di poterci sottrarre completamente al meccanismo se non a prezzo di un‘esclusione sociale totale insostenibile per la nostra natura- di animali sociali, appunto- credo tuttavia che la presa di coscienza dei meccanismi e delle dinamiche, silenziosi e invisibili ma appunto per questo onnipervasivi, di cui si sostanzia il nostro vissuto sociale sia di per sé un argine, una forma di resistenza che ci restituisce, almeno in parte, la possibilità della scelta, lasciando nuovamente intravedere all’ orizzonte la possibilità di rivendicare almeno una parte dello spazio e del tempo che ci spettano per la nostra esistenza autentica.
      Come voleva Lao Tzu, l’autore del Tao te Ching, il libro della via e della virtù, il modo migliore per vincere la competizione è quello di sottrarvisi: se tu non competi (non per debolezza, ma per scelta consapevole) nessuno potrà competere con te, e dunque ti ritroverai vincitore indifferente, poiché avrai focalizzato la tua attenzione e il tuo essere su ben altro che non sulla vittoria.
      Un abbraccio- e nessun commento è mai superfluo, se mostra la catena del pensiero e delle riflessioni elaborate 🙂

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  7. Quanto tempo, cara Dragoval, per dare merito -ancora una volta e sempre di più- a questi tuoi stimoli sempre profondi che aprono tante finestre nelle nostre menti. Mi ci è voluto del tempo perché – vedi il caso- sono incappata in un gorgo di situazioni “ moderne” in cui ho capito come il giogo del tempo non sia solo – come sostiene Hartmut Rosa o facevano notare gli interventi precedenti molto interessanti di Viducoli, Ivana, Alessandra- una conseguenza di un certo tipo di lavoro o di una soggezione autoimposta ma anche una condizione del tempo nostro, a cui non si riesce a sfuggire.
    Giorni e giorni a cercare di risolvere situazioni da mondo informatizzato ( dal malfunzionamento di carte di credito al recesso di contratto telefonico, al contatto con i call center e via dicendo). Così si scopre che per avere informazioni devi attendere a lungo, dichiarare tutti i tuoi dati sensibili ( compreso CF) e sentire risposte da brividi . Contraddizioni logiche, frasi sommarie, soluzioni grottesche. Si scopre che questi giovani ( ?) addetti sono stati addestrati secondo moduli e competenze e non sono in grado di esercitare il pensiero riflesso ( tocco un nervo scoperto e so di avere una buona sponda in te…) . Poi, dopo molti giorni di stress si scopre che avevamo ragione noi e che l’ errore era là dove era partito il tutto.
    Scoperte, tutte, a danno di un tempo individuale consumato in mondo selvaggio. Dunque è vero che il tempo di chi lavora è oggi soffocante, come è vero che esiste un panottico digitale a cui ci si sottomette con l’ illusione di essere liberi ( Buyng Chun Han) ma come sfuggire al panottico digitale imposto, anche quando se ne sentono le costrizioni?
    Il tempo attuale è un tempo divoratore- come dimostra l’ interessante analisi di Hartmut Rosa- , non oltraggia soltanto la bellezza di un amore e temo che non saranno i versi immortali di qualche moderno Shakespeare a salvarci… Comunque, per me rimani uno stimolo a riflettere e una preziosa fonte di conoscenza. Un abbraccio.

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    1. @Renza
      Eh,cara Renza,
      in termini di dolorosa constatazione della scomparsa di qualsiasi forma, sia pure elementare, del pensiero critico, in me hai un’ottima sponda, purtroppo, essendo questa una realtà con cui, per lavoro, faccio i conti tutti i giorni. E non perché i ragazzi di oggi siano più stupidi di quelli di ieri- anzi; hanno un potenziale che noi forse neppure potevamo sognare, ma che tale resta, perché continuamente- artatamente– frammentato e privato di senso, di scopo, di univocità di direzione. Pensavo già da qualche giorno che un servizio di Presa diretta sulla (de)strutturazione del pensiero delle nuove generazioni connesso appunto all’accelerazione tecnologica, segnalatomi, ça va sans dire, dalla nostra ineffabile Gabrilu, costituisse un complemento perfetto al discorso di Hartmut Rosa; ed ecco che il tuo commento mi dà appunto l’occasione di condividerlo.
      Grazie, dunque, anche per questo, un abbraccio

      Verso un nuovo fascismo. Analfabetismo e propaganda (Presa Diretta, 16/10/2018)

      Ps Il tuo filosofo coreano (naturalizzato tedesco) Byung Chun Han mi incuriosisce molto; non è la prima volta che te lo sento nominare, se non sbaglio……

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  8. Grazie a te dragoval e alla nostra ineffabile gabrilu ( si può mai non ringraziarla per gli innumerevoli arricchimenti che da lei giungono? ) . Ho visto il servizio decisamente interessante, e come sempre, in questi nostri tempi, i fatti interessanti sono anche preoccupanti… Tempo e rovina, possiamo titolare?
    Quanto a Byung Chun Han è vero, lo cito spesso perchè mi pare sappia rappresentare la modernità rovinosa e sappia sollevare il velo di molti ” miti” che costellano il discorso pubblico.
    Scrive testi brevi ma concettosi, procede con stile a volte sentenzioso ma arriva allo scopo senza indugi nè ambiguità. Io ho molto apprezzato Nello sciame. visioni del digitale e Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere ( tutti Edizioni Chiarelettere). Adesso vorrei leggere La società della trasparenza ( ! ! !) .
    Un abbraccio.

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