Malparlieri vil razza dannata. Rossini, Pirandello, Saviano

  Calunnia

Malparlieri è una bellissima parola di origine provenzale per designare una categoria infame, ovvero coloro che sono sempre pronti a infangare e infamare, per interesse o per puro gusto, la reputazione altrui . La specie infestante prospera dovunque: nei gruppi di giovani, nei luoghi di lavoro, nelle trasmissioni televisive, sulle colonne dei giornali, e ultimo ma non ultimo, nell’immensa comunità virtuale della rete. Così, tra il serio e faceto, senza dimenticare che, davanti ad una reputazione distrutta e alla conseguente rovina che ne segue- economica, politica, sociale o personale che sia; e spesso è tutto questo insieme- la farsa spesso si trasforma in tragedia.

La citazione di Rossini  potrà apparire al tempo stesso pleonastica e imprescindibile. Ne Il Barbiere di Siviglia,   il viscido Basilio non ci mette molto a convincere don Bartolo della  opportunità di screditare il Conte d’Almaviva  per  allontanarlo dal cuore della bella Rosina. E così, dove il paragone per bellezza o per doti personali sarebbe impietoso,  ecco  che arriva la calunnia, un venticello/un’arietta assai gentile/ che insensibile, sottile,/lentamente, dolcemente/ incomincia, incomincia a sus-sur-rar.

Rossiniclimax ascendente: se la calunnia si insinua nelle orecchie della gente piano piano, e fa gonfiare i cervelli  del gregge obbediente, lo schiamazzo  va crescendo [crescendo rossiniano, ca va sans dire 🙂], per  assumere poi le conseguenze di una catastrofe naturale, come le alluvioni o i venti devastanti ormai sempre più  noti anche alle nostre latitudini : prende forza a poco a poco,/scorre già di loco in loco,/ sembra il tuono, la tempesta/ che nel sen della foresta/,va fischiando, brontolando, e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,si propaga si raddoppia e produce un’esplosione: come un colpo di cannone/un tremuoto, un temporale/un sussulto generale /che fa l’aria rimbombar

Ma ciò che è veramente agghiacciante è la condizione della vittima della calunnia, vittima certa di morte civile, se non fisica: Il meschino calunniato,/avvilito, calpestato,/sotto il pubblico flagello/ per gran sorte va a crepar.


 

Una delle novelle più note della monumentale raccolta pirandelliana è senza dubbio La patente, nota anche per la versione televisiva, sceneggiata da Vitaliano Brancati e interpretata da Totò, forse con qualche guittezza di troppo rispetto alla sobrietà del testo originale.

Rosario Chiàrchiaro, il protagonista, è chiamato davanti al giudice D’Andrea, trasparente alter ego dell’autore, che non può rassegnarsi al processo intentato dal Chiàrchiaro contro due giovani figli delle baronie di paese, beccati in flagrante a fare gli scongiuri al suo passaggio, in virtù della fama di iettatore che ha portato l’uomo alla rovina completa:

Pirandello1Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d’un jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell’atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio. Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici? E il D’Andrea si struggeva; […] il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l’occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo majale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa. Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d’un povero disgraziato, il giudice D’Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all’ufficio d’Istruzione. Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.

Ma Chiàrchiaro rimane sordo alle obiezioni e alle implorazioni del giudice. Consapevole del fatto di trovarsi davanti un uomo di pena che comprende la sua, nondimeno si dichiara irremovibile di fronte alla prospettiva di perdere, ormai, il suo unico capitale:

Il giudice D’Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté: Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai? – Che me ne faccio? – rimbeccò pronto il Chiàrchiaro. – Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche così male come la esercita, mi dica un po’, non ha dovuto prender la laurea? – La laurea, sì. – Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale. – E poi? – E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione dello jettatore! Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo! Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico! – Io? – Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono!Pirandello2

Nella sua condizione disperata e grottesca, umoristica, Chiàrchiaro è fratello di Belluca, il protagonista de Il treno ha  fischiato :esponenti di un’umanità avvilita e torchiata dalla vita e dal sistema sociale a cui non pare vero di riconoscere in questi infelici dei perfetti  capri espiatori, in cui forse lo stesso Pirandello, – che conosce l’esperienza della declassazione a seguito del crollo delle miniere di zolfo in cui erano investite le risorse della famiglia- si è rispecchiato e riconosciuto.


   roberto_savianoLa calunnia e il discredito, però, sanno colpire molto più duro di così, soprattutto se ad essere coinvolto non è l’individuo in quanto tale ma in quanto rappresentante delle istituzioni, come implacabilmente denuncia Roberto Saviano nel suo monologo La macchina del fango, recitato nella trasmissione Vieni via con me  andata in onda l’8 Novembre 2010. Il risultato è la ferita insanabile provocata nella coscienza e nella società civile italiana il 23 Maggio 1992- e tornata crudelmente a lacerarsi il 19 Luglio dello steso anno; ma se questo è dolorosamente storia nota, meno noto è il fuoco di fila di insulti e sospetti di protagonismo carrierista a cui Falcone e Borsellino sono stati sottoposti da colleghi e intellettuali ( viene pesantemente strumentalizzato in tal senso anche un articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere del 10 Gennaio 1987, Professionisti dell’antimafia), e le ore di anticamera che Falcone era costretto a fare prima di essere ricevuto alla Procura di Roma. Sentire la voce di Falcone- vederlo ospite telesivo: e anche per queste sue rare comparse quanto fango gli hanno schizzato addosso!-è particolarmente toccante: si vede in lui un uomo normale, una persona normale, straordinariamente dignitosa ma in cui risuona la consapevolezza di essere  stato lasciato solo.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e657dcb5-6616-4ec1-bc33-461fddab0983.html


 

RISORSE E NOTE A MARGINE

*Il testo dell’aria rossiniana- e considerazioni analoghe sul tema – qui

**Il testo integrale della novella La patente, con annessa versione teatrale qui

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10 comments

  1. Bellissimo articolo. Mi hai deliziata (Rossini), divertita (Pirandello/Totò) e alla fine riportata brutalmente alla realtà (Saviano), ossia al significato di fondo del tuo post.

  2. @Alessandra e @Gabrilu
    Grazie mille ad entrambe.
    La riflessione sul tema è nata da una contingenza personale, che mi ha spinto però ad osservare quanto il fenomeno sia diffuso e quanto, soprattutto, molto spesso le persone si trasformino- ci trasformiamo- in inconsapevoli carnefici.
    La banalità del male , mie care.

  3. Concordo sulla bellezza dell’ articolo e della parola ” malparlieri” , entrambi così eleganti e così fuori dagli schemi usuali. Rispetto alle tue riflessioni, aggiungerei una notazione amara ma, temo, realistica. Il malparlare che ha avuto lo scopo di offendere, ferire le persone e quindi indebolirle è oggi uno strumento inefficace per i più, soprattutto per chi rappresenta cariche pubbliche. Oggi, tragicamente e spudoratamente, assistiamo a situazioni del tipo ” Sono così e allora?” Ciao.

    1. @Renza
      Innanzitutto ti ringrazio di cuore per l’apprezzamento, non so se meritato ma certo sempre molto gradito 🙂
      Quanto alla tua nota in margine, sottoscrivo pienamente, anche perché sto cominciando seriamente a credere che la faccia di bronzo impermeabile ad ogni critica sia il risultato di qualche speciale processo evolutivo afferente in particolare a chi ricopre cariche pubbliche, specie se trattasi di Presidenza del Consiglio.
      Ciao 🙂

  4. Il bello, cara Dragoval, è che le facce di bronzo, proprio là dove indicavi tu e nei dintorni vicini e lontani, segnalano una deriva sempre più accelerata dell’ etica pubblica. Una sfacciata impunità esibita ( vedi il pollice alzate di oggi in Parlamento dell’ ultimo ministro chiamato in causa) a cui corrisponde, ahinoi, un accodarsi al peggio dei comuni cittadini. Un’ indifferenza verso i comportamenti di ognuno, in nome della propria libertà di azione.
    Quanto alla chiamata che attendi per ” Le memorie di un borghese” , mi raccomando non ti distrarre : caso mai ti capitasse di non avvertirla, sarebbe un vero peccato…

    1. @ Renza
      Non credo di correre il pericolo: Marai è uno degli scrittori da me più amati, e se attendo è solo per leggere il libro con l’attenzione che merita.
      Magari, chissà, quando avrò terminato il libro che sto leggendo adesso…..un lungo viaggio verso i Mari del Sud a caccia del Bianco Male inafferrabile, che sarebbe meglio non trovare mai…..
      Hai indovinato, è proprio Guerra e pace 😉 🙂

  5. @Dragoval e @Renza

    concordo ovviamente con le vostre considerazioni.
    Però io distinguerei il più o meno innocuo pettegolezzo che sempre c’è stato e sempre ci sarà e che in fondo non è che una forma di controllo sociale dalla critica ragionata e che — fondata o meno — se fatta in buona fede è tutt’altra cosa e da quella che giustamente viene definita “macchina del fango.
    Direte voi: “ma che bella scoperta! Ma questo è ovvio!”. Ed avreste ragione.
    Il fatto è, però, che a volte è difficile, dall’esterno, comprendere subito che cosa ci si trova davanti. Se semplice pettegolezzo, critica ragionata o palate di fango.

    …A proposito di Marai: capisco benissimo @Dragoval, anche io “funziono” così: a volte mi succede di rimandare a lungo la lettura di un autore o di un libro che mi interessa moltissimo perché voglio aspettare il momento giusto e non bruciarlo leggendolo male e/o affrettatamente nel momento sbagliato…

    Ciao!

  6. Banalità, per banalità…: è pur vero che la macchina del fango funziona meglio su un terreno dove il ben più innocuo e semplice “pettegolezzo” trova ampia diffusione e profondo radicamento nel costume quotidiano, nell’ampia diffusione di stampa (o altri media) che ci campa sopra.
    Ho sempre in mente il caso Tortora.

    PS: concordo sulla bellezza del termine “malparlieri”. Ho consultato un paio di vocabolari senza trovarlo. Come farà al singolare? malparliero/a o malparliere ?
    😉

    1. @carloesse
      I malparlieri, come i lauzangiers (lusingatori, adulatori), sono sempre attestati al plurale, ad indicare probabilmente la maldicenza come fenomeno prettamente corale, in cui il calunniatore scompare come individuo. L’unica attestazione che ho trovato del termine al singolare è in un poeta toscano del Duecento, Galletto Pisano ( In alta donna ho miso mia intendansa , v.35), ed è indicato in forma tronca (launque è mal parlier, sia frustato ).
      La fonte è qui:
      https://books.google.it/books?id=-03djwgVvp4C&pg=PA66&lpg=PA66&dq=malparlier&source=bl&ots=vX7oNM4Svd&sig=tkSWyZgLr1fccJxH-TMepRL9AFA&hl=it&sa=X&ei=UfxNVe_UG8PMygPb8AE&ved=0CE0Q6AEwBg#v=onepage&q=malparlier&f=false
      Temo quindi che il dubbio rimarrà, anche se io propenderei per la seconda ipotesi 🙂
      Passando a questioni ben più serie- anzi, ben più gravi-, il caso Tortora, di cui come sai qui ho già avuto modo di scrivere, è destinato a rimanere scolpito della nostra storia nazionale a ricordo di imperitura vergogna .
      Ciao e mille grazie

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