Memoria in-volontaria. Vassilij Grossman e Imre Kertész

 

PersonAuschwitzalmente io non ritengo l’istituzione del Giorno della memoria una grande idea;  e prima che mi si accusi di nefando negazionismo, vado brevemente ad illustrare le mie ragioni.

L’esperienza ci dimostra che l’istituzionalizzazione di una ricorrenza non rallenta lo scorrere del tempo e la distanza sempre maggiore che da quello ci separa; soprattutto, poi, per un popolo come il nostro, già di suo pigro e privo di qualsiasi senso di appartenenza collettiva, e che anzi verso ogni ricorrenza civile o  religiosa mostra un senso di finta compunzione da cui traspare una  malcelata insofferenza. Ne è un esempio il 25 Aprile, -di cui pure quest’anno, ricorre il settantesimo anniversario come per la liberazione di Auschwitz: credo sia innegabile che per la maggioranza degli italiani  questa data sia essenzialmente un giorno rosso sul calendario che consente ai più fortunati una gita di primavera fuori porta (o un ponte da trascorrere fuori, se capita di venerdì o lunedì). O, esempio forse più calzante, la giornata del 2 Novembre, commemorazione dei defunti, in cui mezza’Italia si riversa nei cimiteri per obbedienza alla convenzione sociale, ma senza neppure un pensiero a ciò che si sta facendo (fatte salve come sempre le debite eccezioni), per essere liberi di non pensarci praticamente più per i successivi 364 giorni.

La memoria storica  e la memoria collettiva, il senso di identità e di appartenenza, si costruiscono, o meglio si coltivano, non si impongono. E richiedono tempo e dedizione continua per metter radici salde nelle coscienze. La Shoah è ed è destinata a rimanere una ferita aperta nelle coscienze di tutti noi, candela1 incancellabile nell’inconscio collettivo della cultura occidentale, un terribile sottotesto permanente nella nostra musica, nell’arte, nella cultura, nelle tradizioni familiari dei testimoni e dei sopravvissuti, nei musei che raccolgono testimonianze, in tutte le forme in cui si esprime la nostra arte di sottrarre gli eventi al contingente e proiettarli fuori dal tempo.

Dal 27 Gennaio 1945, che è poi solo l’inizio della fine dell’inferno (almeno dell’inferno fisico), sono passati settant’anni, eppure l’Olocausto è per le coscienze assai più attuale di molte e altrettanto orribili tragedie contemporanee: perché le migliaia di testimonianze, saggi, scritti, documenti, muovono ogni corda della pietà e dello strazio ma non forniscono risposte. Comprendere è impossibile, conoscere è necessario, sostiene Primo Levi. E’ necessario ma non sufficiente; lo sforzo di comprensione del come sia potuto accadere non può mai essere eluso, anzi deve essere affrontato anche a fronte della nostra debolezza e incapacità, perché è la sola giusta causa che ci rende impotenti ma non conniventi con l’orrore.

I titoli delle  due opere di Vassilij Grossman e Imre Kertész  appaiono quasi in antinomia, coerentemente  le  rispettive riflessioni sul destino e sulla libertà, alla luce delle quali rileggere e interpretare la tragedia assurda della Shoah.Per Grossman il destino è una forza autonoma, a cui l’uomo si piega per debolezza, perché non ha la forza di opporgli il proprio libero  arbitrio, la propria volontà, ed è quindi inesorabilmente trascinato verso la catastrofe. Questo riassume per Grossman l’essenza ultima del fenomeno dell’Olocausto e la giustificazione dell’esistenza, anzi del potere imperante dello stato totalitario:

 Il destino guida l’uomo, ma l’uomo va perché così vuole, e sarebbe libero di non volere.
Il destino guida l’uomo, che si fa strumento delle forze distruttive, e diventa in tal modo perdente, non vincitore.
Lo sa, e tuttavia va ugualmente verso la sconfitta; lo spaventoso destino e l’uomo hanno scopi diversi, ma la strada è una sola.
Non sarà un giudice celeste, puro e misericordioso, né un saggio tribunale statale supremo, che mira al bene dello Stato e della società, non sarà un uomo santo né un giusto, ma un essere misero distrutto dal nazismo, una creatura sporca e peccatrice che ha assaggiato il terribile potere dello Stato totalitario, un uomo che a sua volta è caduto, si è inchinato, ha avuto paura e si è sottomesso, a proclamare la condanna.
Egli dirà: In questo mondo spaventoso ci sono i colpevoli! Tu sei colpevole!

Per Kertész, al contrario, ciò che chiamiamo destino non si muove autonomamente, non ci riguarda in quanto individui né in quanto appartenenti ad un gruppo (etnico, sociale, nazionale) piuttosto che ad  un altro, ma,( quasi in un recupero del pensiero positivistico) è semplicemente il risultato della combinazione di dati di fatto e circostanze. E’ vano, dunque, cercare un senso in quanto è accaduto, classificare in base a bene e male vittime e carnefici. Se esiste il destino, allora non può esistere la libertà; ma se la libertà, la scelta, il libero arbitrio sono più forti, allora noi siamo il nostro destino, e siamo quindi liberi anche di attribuire un dato significato alle cose che ci sono accadute, per quanto terribili, e, soprattutto, pur tenendo viva la memoria,  di non lasciarci sopraffare dal passato:

Niente di tutto quello è vero, non esiste del sangue diverso, non esiste niente, ma solo… e qui mi sono bloccato, ma all’improvviso mi è venuta in mente la frase del giornalista: esistono solo date circostanze e all’interno di esse nuovi dati di fatto. Anch’io ho vissuto un destino dato. Non era il mio destino, eppure l’ho vissuto, e non capivo come potessero non concepire che io, adesso, volevo farne qualcosa di questo destino, che dovevo ancorarlo, agganciarlo a qualcosa, che non potevano dirmi semplicemente che era stato un errore, un incidente, una specie di sbandata o magari che non era affatto accaduto. […]Comunque anche così ho spiegato loro che non si può cominciare una vita nuova ma soltanto proseguire quella vecchia. Io e nessun altro ho fatto i miei passi e, aggiungo, con rettitudine. L’unica macchia, l’unica pecca che eventualmente mi può essere rinfacciata, l’unica casualità è che noi eravamo qui a discorrere, ma di questo non avevo colpa. Volevano forse che tutta la mia rettitudine e tutti i miei passi pregressi perdessero il loro significato? Perché questo repentino cambiamento dell’animo, perché questa riluttanza, questo rifiuto di voler comprendere: se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; se però, ho continuato, sempre più sorpreso di me stesso, sempre più eccitato, la libertà esiste, allora non esiste un destino, il che significa, mi sono fermato ma solo per prendere fiato, il che significa che noi stessi siamo il destino, questo ho improvvisamente capito, e l’ho capito in quel preciso istante con una pregnanza fino a quel momento sconosciuta.

E’ alla luce di questa profonda differenza che riporto qui in calce alcune delle pagine più drammatiche e profonde dei due romanzi. Le differenze di tono e di  ottica nel descrivere o alluderre ai drammi del campo di concentramento e di sterminio  non hanno a questo punto bisogno, credo, di ulteriori commenti.


Vassilij-Grossman

Vassilij Grossman

David passò il palmo della mano sulla cornice di acciaio della porta e ne percepì la levigata freddezza.Vide nello specchio di acciaio grigio chiaro una macchia confusa: il riflesso del suo viso.

Le piante nude dei piedi stabilirono che il pavimento della stanza era più freddo di quello del corridoio.
Era stato innaffiato e lavato di recente.
Camminava per la cassa di cemento a passi piccoli e incerti.
Di lampade non se ne vedevano, nella stanza era diffusa una grigia luminosità come se il sole, filtrato attraverso un cielo di cemento, proiettasse una luce di pietra che non sembrava fatta per delle creature viventi.
Gente, che per tutto il tempo era rimasta insieme, si disperse.
Intravide il viso di Zeni Shterental’.
Quando era nel vagone merci David la studiava e provava per lei un innamoramento dolce e malinconico.La porta era lontana e si riusciva a capire dove si trovasse solo per il biancore particolarmente fitto di corpi umani premuti, ammassati presso l’entrata, e poi già sparpagliati nello spazio della camera a gas.
David vedeva i volti delle persone.
Al mattino, appena era stato scaricato il convoglio, ne vedeva le schiene, e ora tutto il convoglio sembrava avanzare verso di lui di faccia.
Sof’ja Osipovna s’era fatta d’un tratto strana: la sua voce nello spazio piatto di cemento aveva un tono diverso, lei tutta, entrando nella stanza, era cambiata.
Quando aveva detto: Tienti forte a me, giovanotto mio, David aveva percepito che aveva paura di lasciarlo andare e restare sola.
La sua mano stringeva quella del bambino e lo avvicinava a sé.
Ma una specie di forza dolce e insensibile, gradualmente attirava David e le dita della donna cominciarono a schiudersi.
La folla nella stanza si infittiva sempre più, il movimento sempre più rallentava e i passetti sempre più si accorciavano.
Nessuno dirigeva il movimento della cassa di cemento.
Ai tedeschi era indifferente che la gente stesse nella camera a gas immobile, girasse a zig-zag o a semicerchi come folle.
E il bambino nudo faceva passetti minuscoli e assurdi.
Il movimento curvo del suo piccolo corpo aveva smesso di combaciare col movimento curvo del grande e pesante corpo di Sof’ja Osipovna, e si erano separati.
Non doveva tenerlo per mano, ma così, come quelle due donne, madre e figlia, che convulsamente, con la cupa testardaggine dell’amore, premendo guancia contro guancia, si erano fuse in un unico, indivisibile corpo.
C’era sempre più gente e il movimento delle molecole a misura dell’infittimento e dell’addensamento veniva meno alla legge di Avogadro.
Quando perse la mano di Sof’ja il bambino gridò.
Ma subito essa entrò a far parte del passato; e adesso esisteva solo il presente, l’immediato.
Le labbra della gente respiravano […]
Dopo un secondo, al posto di Zeni comparve una donna di bassa statura senza collo.
E subito nello stesso posto un vecchio dagli occhi azzurri con una peluria bianca in testa, all’improvviso sostituito dallo sguardo fisso, opaco, di un giovane uomo.
Quel movimento non era umano.
Non apparteneva nemmeno a degli esseri inferiori.
In esso non c’era né senso, né fine, in esso non si manifestava la volontà dei vivi.
La corrente di gente sfociava nello stanzone e quelli che stavano entrando spingevano quelli che si trovavano già dentro che a loro volta urtavano i loro vicini e da tutte queste piccole e innumerevoli spinte di gomito, di spalle, di pancia, si originava un moto che non si distingueva in niente da quello delle molecole scoperte dal botanico Brown.
A David sembrava di essere guidato, occorreva avanzare.
Arrivò fino alla parete e urtò la sua fredda semplicità col ginocchio e poi col petto: non c’era altro spazio.
Sof’ja Osipovna era ferma, schiacciata contro la parete.
Per qualche istante osservarono il formicolio di gente che confluiva dalla parte della porta.
La porta era lontana e si riuLe labbra della gente respiravano vicine, i loro corpi si urtavano, i loro pensieri e sentimenti cominciavano a fondersi.
Egli capitò in quella zona d’inversione dove, respinta dalla parete, la folla rimbalzava verso la porta.
Vide tre persone congiunte insieme: due uomini e una vecchia.
Lei difendeva i figli che a loro volta sostenevano la madre.
E d’improvviso si verificò un nuovo movimento accanto a David.
Anche il rumore era nuovo, non si confondeva con i fruscii e i borbottii.
Lasciate libera la strada! e attraverso la massa compatta di corpi si faceva varco un uomo dalle braccia robuste e tese in avanti, col collo grosso e la testa piegata, che voleva scuotersi da quel ritmo ipnotico di cemento, e il suo corpo si divincolava come quello del pesce sul tavolo di cucina, ciecamente, senza pensiero.
Ben presto si quietò, rimase senza fiato e prese a zampettare adeguando i suoi passetti a quelli di tutti gli altri.
Lo squilibrio che il suo corpo aveva provocato, cambiò corso al flusso rotatorio e David si ritrovò accanto a Sof’ja Osipovna.
La donna avvinghiò a sé il bambino con una forza che solo gli operai del Sonderkommando erano in grado di valutare: svuotando la camera a gas essi non cercavano mai di separare i corpi dei congiunti stretti nell’ultimo abbraccio.
In fondo alla porta risuonavano urla: la gente che intravedeva la calca fitta che colmava la camera si rifiutava di entrare nelle porte spalancate.Shoa
David vide l’acciaio della porta che come attirato da un magnete, con un movimento lento e inarrestabile, andava a incastrarsi ermeticamente nello stipite, fino a formare un unico blocco.
Si accorse che nella parte alta di una parete, dietro una retina di metallo, aveva cominciato a muoversi qualcosa di vivo che gli sembrò un topo grigio, ma capì che era il moto di un ventilatore.
Si percepì un debole odore dolciastro.
Lo scalpiccio dei passi si arrestò, ogni tanto arrivava il suono di parole confuse, di lamenti e grida.
Non serviva più parlare, muoversi era senza senso: queste sono azioni protese verso il futuro, e nella camera a gas non c’è più futuro.
I gesti che David compiva con la testa e il collo non fecero insorgere in Sof’ja Osipovna il desiderio di guardare nella stessa direzione di un altro essere umano.
I suoi occhi che avevano letto Omero, l'”Izvestija”, “Huckleberry Finn”, Mayne Reid, la “Logica” di Hegel, che avevano visto gente buona e cattiva, che avevano visto oche di Kursk trotterellare su ponticelli, le stelle nell’Osservatorio di Pulkovo, il lampo dell’acciaio chirurgico, la “Gioconda” al Louvre, pomodori e rape sulle bancarelle dei mercati, l’azzurro del lago Issyk-Kul’, ora non servivano più.
Se qualcuno in quel momento l’avesse accecata, lei non avrebbe sentito la mancanza della vista.
Sof’ja respirava, ma respirare era diventato un esercizio faticoso, e questo semplice atto la sfiniva.
Desiderava concentrarsi sull’ultimo pensiero, malgrado il frastuono che le risuonava nella testa.
Ma il pensiero non veniva.
Stava in piedi muta, senza chiudere gli occhi che non vedevano nulla. I contorcimenti del bambino la riempivano di compassione.
Il sentimento che provava nei suoi confronti era così semplice che non le occorrevano più né parole né occhi.
Il bambino agonizzante respirava, ma l’aria che gli veniva concessa non gli prolungava la vita, la scacciava.
La sua testa si girava: continuava a voler vedere.
Guardava quelli che si erano lasciati andare sul pavimento, bocche aperte sdentate, bocche con denti bianchi e d’oro, il sottile rivolo di sangue che colava dal naso.
Vedeva gli occhi curiosi che guardavano nella camera attraverso il vetro; gli occhi attenti di Roze si incrociarono per un istante con quelli di David.
A lui serviva anche la voce, avrebbe chiesto a zia Sonja cos’erano quegli occhi da lupo.
A lui serviva anche il pensiero.
Aveva compiuto solo qualche passo nel mondo, aveva visto le orme dei talloni nudi di bambini sulla terra calda e polverosa, a Mosca viveva sua madre, la luna guardava in giù e da sotto la guardavano degli occhi, sul fornello a gas bolliva la teiera, il mondo dove vivevano le ranocchie che faceva ballare reggendole per le zampette anteriori e il latte del mattino, continuava a interessarlo.
Per tutto questo tempo delle braccia forti e calde avevano tenuto David abbracciato e il bambino non capiva che negli occhi erano calate le tenebre, il cuore svuotato rimbombava e il cervello si stava annebbiando, invaso dal sopore.
L’avevano ucciso, aveva cessato di esistere.vitaedestino
Sof’ja Osipovna Levinton sentì il corpo del bambino afflosciarsi tra le sue braccia.
Nelle miniere, in caso di avvelenamento, gli indicatori di gas, uccellini e topi, muoiono subito.
I loro corpi sono piccoli come era piccolo il corpo da uccellino di David, che se n’era andato prima di lei.
“Sono madre”- pensò.
Questo fu il suo ultimo pensiero.
Ma nel suo cuore c’era ancora vita: si stringeva, duoleva, aveva pietà di voi, uomini vivi e morti.
La nausea la invase.
Strinse a sé David, la crisalide, e divenne lei stessa morta crisalide.


Kertesz

Scena del film senza destino , tratto dal romanzo di Kertész

é

“Prima di tutto,” ha detto, “devi dimenticare gli orrori.” Ancora più stupito ho chiesto: “Perché?”. “Per poter vivere,” mi ha risposto e il signor Fleischmann ha annuito e ha aggiunto: “Vivere liberamente”, e l’altro a sua volta ha annuito e ha aggiunto: “Con un simile peso non si può cominciare una vita nuova”, e in questo aveva ragione, dovevo ammetterlo. Solo che io non capivo come potessero pretendere una cosa impossibile, ho fatto notare che l’accaduto era accaduto e che non potevo dare ordini alla mia memoria. Una vita nuova — ho obiettato — potevo incominciarla solo se fossi rinato, oppure se una qualche disgrazia, una malattia o qualcosa del genere si fosse impadronita della mia coscienza, e speravo proprio che loro non mi augurassero questo. “E in generale,” ho aggiunto, “io non mi sono accorto degli orrori,” e allora li ho visti tutti piuttosto sbalorditi. Cosa significava che “non mi ero accorto”? Ma a quel punto ho domandato che cosa avessero fatto loro in questi “tempi difficili”. “Be’… abbiamo vissuto,” ha risposto il primo con aria pensierosa. “Abbiamo cercato di sopravvivere”, ha aggiunto l’altro. Dunque anche loro avevano fatto un passo dopo l’altro — ho osservato. Quali passi, hanno voluto sapere, e allora ho spiegato anche a loro come erano andate le cose, per esempio, ad Auschwitz. Per ogni convoglio ferroviario — non voglio sostenere che sia necessariamente andata sempre così, poiché non posso saperlo — quanto meno nel nostro caso, però, bisogna calcolare circa tremila persone. Supponiamo che tra esse vi fossero più o meno mille uomini. Calcoliamo uno, due secondi, più uno che due, per la visita. Il primo e l’ultimo li lasciamo perdere, tanto non contano mai. In mezzo, però, dove mi trovavo anch’io, bisognava calcolare un tempo di attesa tra i dieci e i venti minuti prima di arrivare al punto dove viene presa la decisione: subito il gas oppure per questa volta scampato. Intanto, però, la fila continua a muoversi, ad avanzare, ciascuno fa sempre un passo, corto o lungo, a seconda della velocità di regime. A quel punto è calato un silenzio che è stato interrotto solo da un rumore: la signora Fleischmann mi ha tolto il piatto vuoto e l’ha portato via, non l’ho più vista tornare indietro. I due vecchi però mi hanno domandato cosa c’entrasse e cosa intendessi dire. Niente in particolare, però non era vero che le cose semplicemente fossero “arrivate”, perché anche noi ci eravamo mossi. Solo che adesso tutto dava l’impressione di essere finito, concluso, immutabile, definitivo, così mostruosamente rapido e terribilmente confuso, proprio come se tutto fosse “arrivato”: ma soltanto adesso, guardandolo a posteriori, diciamo da dietro. E, ovviamente, anche conoscendone il destino. Perché così, in effetti, ci rimane solo l’evidente cognizione che il tempo trascorre. Perché così, per esempio, uno stupido bacio ha lo stesso grado di necessità, diciamo, di un giorno di immobilità nel casello daziario oppure delle camere a gas. Ma sia guardare da dietro sia guardare da davanti, sono prospettive sbagliate, questa era la mia opinione. In fin dei conti anche venti minuti, presi in se stessi, sono un tempo lungo. Ogni minuto era cominciato, era durato ed era terminato prima che fosse cominciato quello successivo. Ma adesso — ho detto — proviamo a considerare questo: ciascuno Esseresenzadestinodi quei minuti avrebbe potuto portare qualcosa di nuovo. In realtà non ha portato niente, naturalmente — eppure bisogna ammettere che avrebbe potuto, in fondo durante ciascuno di quei minuti sarebbe potuto succedere qualcosa di diverso da quello che casualmente era accaduto, e questo ad Auschwitz esattamente come, supponiamo, qui a casa, quando avevamo preso commiato da mio padre. Quell’ultima frase ha in qualche modo scosso il vecchio Steiner. “Ma cosa avremmo potuto fare?!” ha domandato con un’espressione tra l’arrabbiato e il lamentoso. Io ho detto: niente, naturalmente; oppure, ho aggiunto, qualunque cosa, che sarebbe stato altrettanto irragionevole quanto il non aver fatto niente, è naturale, naturale come sempre.

 

Kertesz1

Imre Kertész, premio nobel per la letteratura 2002 per il romanzo Essere senza destino


*Sul libro di Kertész  il post  del blog  La poesia e lo spirito, dal quale è stato tratto parte del testo di Essere senza destino qui riportato

**Il post di nonsoloproust  su Vita e Destino 

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4 comments

  1. Sono d’accordo sul fatto che non basta conoscere ma che sia necessario continuare a sforzarsi di comprendere come e perché sia potuta accadere un’atrocità simile, che oltretutto ha visto la complicità di tutti gli strati sociali della Germania dell’epoca, dalle persone impiegate nelle pubbliche amministrazioni a quelle che operavano nei servizi civili, dalle forze delle polizia urbana agli stessi capi delle comunità ebraiche (che collaboravano con i nazisti per individuare gli ebrei e compilare le liste dei deportati, anche se di quest’ultimo fatto non ne parla quasi mai nessuno). E’ giusto rifletterci sopra su queste cose, come hanno già fatto tanti altri prima di noi, come hanno fatto psicologi, scrittori, storici e studiosi di ogni sorta, anche se non si trovano mai risposte abbastanza convincenti, anche se tra un dato di fatto e l’altro e tra un’ipotesi e l’altra rimane sempre il seme del dubbio, la sensazione di qualcosa che sfugge…Ma penso che il fatto di cercare una risposta a tanto orrore, anche se non la si trova, anche se è impossibile alla fine scovarla con estrema certezza al di là di tutte le speculazioni che vengono ogni volta messe in atto, dovrebbe comunque aiutare a mantenere desta la coscienza nelle nuove generazioni, ed è per questo che personalmente sono invece favorevole alla celebrazione della giornata della memoria, visto e considerato che in molti ambiti, come ad esempio nelle scuole, viene attuata una giusta e corretta sensibilizzazione da parte dei professori nei confronti della classe, con proiezioni di film, documentari e discussioni in aula (l’ho potuto constatare personalmente, visto che mio figlio frequenta la prima classe della scuola secondaria). Che poi ci sia una bella fetta di popolazione italiana che se ne frega di queste ricorrenze o che le affronta con noia e insofferenza è possibile, è sempre da mettere in conto, ma a mio parere non inficia la validità del messaggio che si vuole dare. Per quando riguarda il destino, non ho letto né Grossman né Kertész, ma credo che l’uomo rischi di rimanerne succube solo quando “si convince” di non avere scelta, di non avere un’alternativa. Quando trova più comodo cedere alla debolezza, alla paura, al condizionamento imposto dall’alto, all’autoillusione di sostenere in fondo una causa giusta (le masse), oppure quando trova più facile e meno rischioso seguire una via di convenienza personale, di mettere a tacere la coscienza per ottenere in cambio dei vantaggi privati (le persone che occupano posti di potere). Ma la possibilità di una scelta in base alla voce della propria coscienza a mio avviso è sempre possibile, anche nelle situazioni più drastiche e disperate, e lo dimostrano quelle poche persone che hanno operato per salvare il salvabile mettendo a rischio anche la propria vita. E quando uno è veramente disposto ad ascoltare questa voce interna non c’è destino, a mio avviso, che possa veramente impedirgli di fare quello che ha deciso di fare.

  2. @ Alessandra
    Ti ringrazio molto per il tuo commento, e se ho tardato a rispondere è stato perché ,,,,,c’è davvero poco da aggiungere a quanto dici. Ti dico soltanto che sul tema ho sentito la necessità di scrivere un altro post. Se avrai tempo e pazienza di leggerlo…..
    Un abbraccio e mille grazie

  3. Sulla giornata della memoria : è vero che sono i comportamenti che trasmettono i valori e non le retoriche commemorazioni, ma è altrettanto vero che i riti collettivi sono fondamentali per i processi identificativi attorno ai valori condivisi. Sono, entrambi, fondamentali ma solo se camminano uniti.
    Quanto al discorso del destini e della volontà, mi pare che entrambi gli autori riconoscano una possibilità dell’ uomo di scegliere. Per Grossman questa possibilità soccombe inesorabilmente sotto il pugno del fondamentalismo; Kertesz invece riconosce una possibilità di incidere sul destino. Nel suo stupendo ” Essere senza destino” ( tra i libri più belli, per me), la parte più interessante è la sua concezione del futuro. La vita, procedendo passo dopo passo, permette di pensare che il minuto successivo possa rivelarsi diverso e di lasciare aperta la possibilità che il dolore di oggi potrebbe cambiare. “ Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile” .

    1. @Renza
      Quanto mi piace la citazione che hai fatto. La felicità come trappola inevitabile è un grandioso rovesciamento di prospettiva, forse il solo modo sensato di guardare il futuro e la vita. Ma è anche vero che, a volte, le circostanze non lasciano scampo;perciò mi piace pensare che le prospettive di Kertez e Grossman siano complementari: come diceva Niels Bohr a proposito del comportamento contraddittorio delle particelle, , Il contrario di una verità banale è un errore; il contrario di una verità profonda è un’altra verità profonda.
      Quanto ai rituali collettivi,forse hai ragione: io continuo ad avere le mie riserve, ma è pur vero che forse questi potrebbero avere un senso per le nuove generazioni.
      Ciao e mille grazie 🙂

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