La parte del vero poliziotto. Nic Pizzolatto e Roberto Bolaño

Bolano

Dopo House of Cards, ecco che  questo blog concede spazio ancora ad una serie TV colta, profonda e ricca di allusioni letterarie, sebbene da quella diversissima . La prima stagione di True Detective,  firmata dal giovane sceneggiatore e romanziere statunitense Nic Pizzolatto, si configura non solo come un capolavoro  del genere ma è anche intrisa di reminiscenze letterarie, da Faulkner a Lovecraft, a Robert W. Chambers, autore del romanzo breve The king in yellow, più volte esplicitamente citato nella serie.  Una profonda influenza, tuttavia, sembra essere esercitata anche dall’opera di Roberto  Bolaño, in particolare dal romanzo 2666,  e dal suo  seguito, I dispiaceri del vero poliziotto (evidentemente riecheggiato nel titolo della serie) in cui  la ricerca di un colpevole non è che mero esercizio intellettuale, del tutto irrilevante  a fronte dell’edificazione di un sistema del Male che appare inscalfibile.

Raffinatissima nel montaggio e nel racconto, punteggiato di continui flashback (sfruttando dunque la tTD1ecnica narrativa inaugurata anni prima da Lost), la prima stagione di True Detective inizia vent’anni prima, nel 1995 in Louisiana,quando i detective Hart e Cohle (Woody  Harrelson e Matthew McConauhey) scoprono una donna , Dora Lange, vittima di un omicidio rituale (il cadavere è inginocchiato accanto ad un albero, indossa una corona di spine e corna di animale selvatico, ha una sorta di spirale quadrata disegnata sul dorso della schiena e una trappola per uccelli formata da piccoli rametti poco distante da lei). Inizia così per i  due detective il lungo percorso attraverso lo squallore e la desolazione di esistenze al limite, nei villaggi rurali della Louisiana, circondati dalle paludi; storie di giovani  donne e di bambini scomparsi, di prostituzione e di droga, di vite buttate via perché considerate insignificanti e sacrificabili.

La scoperta del colpevole procede per gradi, e viene inframmezzata dal racconto del rapporto sempre più difficile tra i due colleghi, con Cohle in particolare divorato dai drammi personali (la perdita di una figlia a soli tre anni, l’insonnia, la lunga permanenza in una terribile gang texana di motociclisti trafficanti di droga, che ne ha fatto a tutti gli effetti un tossico; Hart, invece, distrugge la sua famiglia per l’infedeltà coniugale e appare incapace di leggere i dettagli del disastro); Finalmente le ricerche sembrano indicare un colpevole: l’allusione ad un uomo alto, un gigante ustionato, con la faccia segnata, ritorna nei racconti di chi conosceva le vittime.  Finalmente, questo ha un nome, un certo Ledoux, coinvolto peraltro nel traffico di droga degli Iron Crusaders, la banda in cui Cohle era infiltrato. Cohle non ha dunque scelta: se
vuole trovare il colpevole deve necessariamente tornare ad infiltrarsi, e verrà coinvolto da Ginger, uno dei capi della banda, in un’aggressione ad una delle bande rivali che sfocerà in un conflitto al fuoco (regalandoci, a detta degli esperti, uno dei più memorabili long-take o piano-sequenza della storia del cinema e della televisione- ammesso che oggi la distinzione abbia ancora senso).

QuanTD6do finalmente i due detective metteranno le mani su Ledoux, strafatto e pieno di tatuaggi che alludono alle diverse correnti dell’esoterismo satanico, dalla Santeria al Vodoo, Hart scopre i corpi di due bambini, pesantemente drogati e addormentati per le finalità che si possono immaginare. Davanti al corpicino senza vita di uno dei due, in cui rivede forse le sue bambine, Hart perde la testa e spara a Ledoux, e Cohle lo copre sistemando la scena del crimine per far apparire il gesto i Hart come legittima difesa. Seguono encomi, congratulazioni e promozioni di rito, e tutto lascerebbe pensare al consueto lieto fine. Ma non sarà così.

Nella sua indagine, infatti, Cohle prosegue ostinato indagando sui bambini scomparsi, e viene a scoprire che tutti frequentavano scuole religiose fondate dal potente reverendo Tuttle, fratello dell’ omonimo membro del Congresso. Il programma, iniziato nei primi anni Ottanta, si era misteriosamente interrotto nel 2002, ufficialmente per mancanza di fondi,evidentemente invece per coprire forse un orrore inconfessabile.

TD2A Cohle, tuttavia, saranno necessari vent’anni per chiudere i conti con le proprie ossessioni, con il contagio del Male: nel presente della storia narrata (dopo il 2012, l’anno dell’uragano Cathrina che sommerse buona parte della Louisiana) due detective si presentano ad un Cohle ormai fuori dalla polizia, alcolizzato, finito, mostrandogli le foto di un nuovo omicidio rituale, , anche troppo simile a quello con cui l’indagine di Cohle and Hart aveva avuto inizio. Dal parallelo, separato  interrogatorio al detective Hart ( i due non si vedono più da oltre dieci anni, dopo una terribile lite),appare evidente che la polizia sospetti proprio di Cohle, ritenendolo dunque il colpevole mai fermato. L’esito sarà quello che deve essere, rivelatore ma niente affatto consolatorio. Hart e Cole recuperano infatti la loro amicizia, nel momento in cui Hart si rifiuta di essere strumentalizzato per incastrare l’ex collega. Quando i due si rivedono, Cole mostra ad Hart il materiale faticosamente messo insieme in più di dieci anni dalla conclusione delle indagini, e che porterà all’individuazione di un’altra figura, oltre Ledoux, Errol Childress, giardiniere e uomo tuttofare di tutte le scuole  cristiane frequentate dai bambini scomparsi come lui corrispondente alla descrizione, ma che Cole, che pure si era accidentalmente imbattuto in lui nel corso delle indagini, non aveva riconosciuto (cosa per la quale il detective, con la sua religione per i dettagli, non riesce a perdonarsi). L’ottavo ed ultimo episodio è una vera e propria catabasi negli inferi di Carcosa, la vecchia cisterna abbandonata in cui sono ammassati dal killer (????) i resti umani delle vittime. Cole e Hart sfiorano la morte, ma riescono alla fine a riveder le stelle (è ormai un pezzo d’antologia il dialogo di Hart e Cole sull’antichissima lotta tra il bene e il male, tra il buio e la luce)

TD5


La morta fu ritrovata in un piccolo appezzamento di terreno abbandonato nel quartiere Las Flores. Indossava una maglietta bianca a maniche lunghe e una gonna gialla al ginocchio, di una taglia più grande. La scoprirono dei bambini giocando, e avvisarono i genitori. La madre di uno di loro telefonò alla polizia, che giunse sul posto nel giro di mezz’ora. Il terreno dava su Santa Teresa!calle Pelàez e calle Hermanos Chacón e poi finiva in un fosso oltre il quale si alzava il muro di una latteria chiusa, ormai in rovina. Non c’era nessuno per strada e in un primo momento i poliziotti pensarono che si trattasse di uno scherzo, ma fermarono lo stesso l’auto di pattuglia in calle Pelàez e uno di loro scese e avanzò sul terreno. Ben presto scorse due donne che pregavano, col capo coperto, inginocchiate fra le erbacce. Le donne, viste da lontano, sembravano vecchie, ma non lo erano. Davanti a loro giaceva il cadavere. Il poliziotto tornò sui suoi passi senza interromperle e a gesti chiamò il collega che lo aspettava in macchina fumando. Poi andarono insieme dalle donne (uno, quello che non era sceso, con la pistola in pugno) e rimasero in piedi lì accanto a osservare il cadavere. Quello con la pistola in pugno domandò se la conoscevano. Nossignore, disse una delle donne. Non l’avevamo mai vista. La bambina non è di qui.

Questo accadde nel 1993. Nel gennaio del 1993. Fu a partire da quella vittima che si cominciarono a contare le donne assassinate. Ma è probabile che ce ne fossero state altre. La prima fu Esperanza Gómez Saldana e aveva tredici anni. Ma è probabile che non fosse la prima.

E’ questo l’agghiacciante inizio della quarta delle cinque parti di cui si compone romanzo 2666 di  Roberto Bolaño, il cui nucleo ispiratore è costituito dall’agghiacciante e interminabile serie di omicidi di cui dal 1993 è teatro ininterrotto la città di Ciudad Juárez, rimasto purtroppo incompiuto per la morte dell’autore. Il lettore, tuttavia, non viene immediatamente catapultato nell’orrore, quanto piuttosto vi è introdotto gradualmente ma inarrestabilmente, avvolto dall’immenso materiale magmatico della narrazione. Bolaño, scrittore complesso, profondamente provocatorio, a volte disturbante, è uno che ha letto tutti i libri; dunque il vero cuore del romanzo è tenuto a lungo nascosto e lasciato intravedere solo a tratti, non senza aver compiuto lunghe e labirintiche circonvoluzioni attraverso i generi lettrari e le allusioni più diverse, dalla commedia, a Borges, al romanzo noir.   La prima, La parte dei critici, mostra cinque studiosi europei esperti di letteratura tedesca sulle tracce dell’imprendibile scrittore Benno von Arcimboldi, il cui ultimo domicilio noto risulta la città di Santa Teresa, città  messicana nel deserto del Sonora, vicina alla frontiera statunitense. Un inizio raffinato e tranquillo, (come è proprio della consuetudine tragica)apparentemente  del tutto lontano dal nucleo vero e proprio del romanzo, che si rivelerà; eppure, anche qui Bolaño dissemina da subito  indizi su cosa stia accadendo a Santa Teresa, realtà che però i critici, troppo presi dal loro fervore accademico, sembrano ignorare del tutto. Quando vengono infatti in contatto con Héctor Enrique  Almendro, detto il Porco, ex scrittore e alto funzionario del governo che ha avuto occasione di incontrare l’ormai ottantenne Arcimboldi in circostanze oltremodo inusuali (in una camera d’albergo, a mezzanotte, sconvolto e apparentemente vittima di un furto, registrato sotto il nome di Hans Reiter), ignorano la portata della reticenza con cui Almendro allude alla realtà di Santa Teresa:

«Credo che sia una città grande».

«È grande, sì,» disse il Porco «ci sono fabbriche, e anche problemi. Non credo che sia un bel posto».

I critici non riusciranno, naturalmente a trovare Benno von Arcimboldi, ma comprenderanno almeno la necessità di allargare il proprio sguardo su ciò che li circonda, comprendendo finalmente che la presenza/assenza di Arcimboldi non è certoBolano3 la chiave per comprendere ciò che sta accadendo a Santa Teresa (o forse è soltanto un pezzo del puzzle) . La
seconda parte del romanzo ruota attorno alla figura di Oscar Amalfitano, professore universitario in pensione, troppo concentrato sul dolore della perdita di una moglie e sul Testamento géometrico di Raphael Dienste,  un alambiccatissimo trattato di cultura occidentale more geometrico demonstrata , per prestare la dovuta attenzione a quanto sta effettivamente accadendo a Santa Teresa. Ma il suo inconscio la sa più lunga della sua ragione. I primi giorni a Santa Teresa, sono per Amalfitano un incubo, sebbene egli stesso non sappia dire perché.  Il fatto è che Amalfitano ha  figlia diciassettenne, Rosa, che ama moltissimo e per la quale si sente inquieto a causa della serie  di omicidi che stanno sconvolgendo la città:

Al mattino, quando Amalfitano entrava in cucina e posava la tazza del caffè nel lavandino dopo la visita d’obbligo al libro di Dieste, la prima ad andarsene era Rosa. Normalmente non si salutavano, benché a volte, se Amalfitano rientrava prima o rinviava a dopo la sua uscita nel giardino sul retro, riuscisse a dirle ciao, a raccomandarle di stare attenta o a darle un bacio. Una mattina potè solo dirle ciao e poi si sedette al tavolino a guardare fuori dalla finestra i fili dei panni. Il Testamento geométrico si muoveva impercettibilmente. All’improvviso, smise di muoversi. Gli uccelli che cantavano nei giardini vicini tacquero. Per un istante tutto rimase in completo silenzio. Ad Amalfitano parve di sentire il rumore della porta d’ingresso e i passi di sua figlia che si allontanavano. Poi senti un’auto che si metteva in moto. Quella sera, mentre Rosa guardava un film che aveva noleggiato, Amalfitano chiamò la professoressa Pérez e le confessò che aveva i nervi sempre più scossi. La professoressa Pérez lo tranquillizzò, gli disse di non preoccuparsi troppo, bastava prendere qualche precauzione, non bisognava diventare paranoici, e gli ricordò che di solito le vittime venivano sequestrate in altre zone della città.

Amalfitano, tuttavia, non regge la tensione e sprofonda nella follia, iniziando a sentire nella sua testa una voce, che si rivela essere quella di suo padre, che gli intima di “fare qualcosa di utile per sé e per la figlia”. Ma Amalfitano, evidentemente, non coglie la profondità del messaggio di suo padre, perdendosi dietro chimere e fantasticherie che ancora una volta lo allontanano dal vero problema, che pure è sotto i suoi occhi:

Passando dalla piazza principale di Santa Teresa, vide un gruppo di donne che manifestava davanti al municipio. Su uno degli striscioni lesse: No all’impunità. Su un altro: Basta con la corruzione. Un gruppo di poliziotti sorvegliava le donne dagli archi di adobe del palazzo coloniale. Non erano forze antisommossa ma semplici poliziotti di Santa Teresa in uniforme. Mentre si allontanava Santa Teresasentì che qualcuno lo chiamava per nome. Quando si voltò vide la professoressa Pérez e sua figlia sul marciapiede di fronte. Le invitò a bere una bibita. Nel caffè gli spiegarono che la manifestazione era per chiedere trasparenza nelle indagini sui sequestri e
gli omicidi di donne.

La professoressa Pérez gli disse che a casa sua ospitava tre femministe della capitale e che quella sera voleva fare una cena. Mi piacerebbe che veniste, disse. Rosa rispose che ci sarebbe andata. Amalfitano aggiunse che da parte sua non c’erano problemi. Poi sua figlia e la professoressa Pérez tornarono alla manifestazione e Amalfitano riprese la sua strada.


Il primo ad indagare coscientemente  sull’inferno di Santa Teresa è il giornalista afroamericano Oscar Fate (il Destino), protagonista della terza parte del romanzo, inizialmente inviato nel Sonora da una testata di New York per seguire un improbabile  incontro di boxe tra il campione di colore Count Pickett e il pugile messicano Mèrolino Fernandez.  Oscar Fate, al secolo Quincy Miller, è un uomo tormentato dalla morte della madre e da altri fantasmi, che lo accompagnano tenaci nella sua partenza alla volta del Messico, e che iniziano a rivelarglisi in forma di incubo:

Mentre Fate dormiva trasmisero un reportage su una ragazza, una cittadina statunitense scomparsa a Santa Teresa, nello Stato del Sonora, nel Messico del Nord. Il reporter era un chicano di nome Dick Medina e parlava della lunga lista di donne assassinate a Santa Teresa, molte delle quali finivano nella fossa comune del cimitero perché nessuno ne reclamava i corpi. Medina parlava nel deserto. Dietro si vedeva una strada e molto più lontano un’altura, che a un certo punto della trasmissione Medina indicava come l’Arizona. Il vento spettinava i capelli neri e lisci del reporter, vestito con una camicia a maniche corteSanta Teresa4. Poi si vedevano alcuni stabilimenti industriali e la voce fuori campo di Medina diceva che la disoccupazione era praticamente inesistente in quella striscia lungo la frontiera. Gente che faceva la coda su uno stretto marciapiede. Furgoncini coperti di una polvere molto sottile, color cacca di neonato. Avvallamenti nel terreno, come crateri della prima guerra mondiale, che a poco a poco diventavano discariche. Il volto sorridente di un tipo che non superava i vent’anni, magro e abbronzato, con la mascella prominente, che Medina presentava come pollero o coyote o guida di clandestini da un lato all’altro della frontiera. Medina diceva un nome. Il nome di una ragazza. Poi si vedevano le strade di un paese dell’Arizona di cui la ragazza era originaria. Case con giardini rachitici e recinzioni di fil di ferro di un colore argento sporco. Il volto compunto della madre. Stanca di piangere. Il volto del padre, un tipo alto, con le spalle larghe, che guardava fisso l’obiettivo e non diceva niente. Dietro queste due figure si profilavano le ombre di tre adolescenti. Le altre nostre figlie, diceva la madre in un inglese con un certo accento. Le tre bambine, la maggiore di non più di quindici anni, si mettevano a correre verso l’ombra della casa.

Durante l’incontro di boxe Fate sente alcuni giornalisti parlare ancora degli omicidi di Santa Teresa con il procuratore di Pickett. Quando chiede spiegazioni a Chucho Flores, un giornalista sportivo che ho conosciuto all’incontro, questi gli risponde che stavano parlando delle donne assassinate:
 «Aumentano» disse. «Ogni tanto aumentano e ridiventano una notizia e i giornalisti ne parlano. Anche la gente ricomincia a parlarne e la storia cresce come una palla di neve finché non esce il sole e quella palla del cazzo si scioglie e tutti se ne dimenticano e tornano al lavoro».
«Tornano al lavoro?» domandò Fate.
«Quegli omicidi di merda sono come uno sciopero, amico, uno sciopero selvaggio».
L’equivalenza fra omicidi di donne e scioperi era curiosa. Ma Fate annuì e non disse nulla.
«Questa è una città completa, compiuta» spiegò Chucho Flores. «Abbiamo di tutto. Fabbriche, maquiladoras, un tasso di disoccupazione bassissimo, uno dei più bassi del Messico, un cartello della cocaina, un flusso costante di lavoratori che arrivano da altre zone, immigrati centroamericani, un piano regolatore incapace di reggere il tasso di crescita demografica, abbiamo soldi e c’è anche molta povertà, abbiamo fantasia e burocrazia, violenza e voglia di lavorare in pace. Ci manca solo una cosa» disse Chucho Flores.
Petrolio, pensò Fate, ma non lo disse.
«Cos’è che manca?» chiese.
«Il tempo» rispose Chucho Flores.

È attraverso Flores  che Fate viene in contatto con Rosa Amalfitano e con suo padre, che supplicherà il giornalista di portare Rosa al sicuro, fuori dai confini dello Stato. Fate ci riuscirà anche grazie all’aiuto di una sua collega giornalista di Città del Messico, Guadalupe Roncal, che sta indagando sugli omicidi di Santa Teresa dopo che il suo predecessore, la cui identità si scoprirà nella quarta parte, è scomparso senza lasciare traccia, probabilmente ucciso perché era andato “troppo in fondo alla faccenda”.

 Continuando a parlare con Flores, Fate scopre che la maggior parte delle donne assassinate sono lavoratrici delle maquilladoras;  quanto al fatto che esse siano tutte vittime di un solo assassino, secondo Flores è improbabile, perché le vittime sono troppe, oltre duecento, « troppe, anche per un assassino messicano».
«E come le ammazzano?» domandò Fate.
«Questo non è per niente chiaro. Scompaiono. Svaniscono nell’aria, in un batter d’occhio. E dopo un po’ di tempo riappaiono i loro corpi nel deserto».

Questa frase allude naturalmente al libro-inchiesta Ossa nel deserto di Sergio Gonzáles Rodríguez, ,giornalista e scrittore, con cui Bolaño  entra in contatto nel 1999, quando a Rodríguez la sua indagine era già costata un’aggressione da cui era uscito vivo a stento. Gli elementi dell’indagine, le testimonianze raccolte, lo svelamento del ruolo quantomeno ambiguo della polizia nelle indagini sugli omicidi offrono a Bolaño i dettagli che inutilmente cercava da tempo, ma lo costringono anche a rivedere il suo progetto iniziale, a cui lavora da più  di un decennio, rinunciando all’identificazione univoca, e dunque consolatoria, di un  singolo colpevole. Tuttavia, Bolaño non farà mai mistero del proprio debito di gratitudine verso l’amico (ché tali i due diventano in breve tempo),tanto da  includerlo nel romanzo, e con il suo vero nome, Sergio Gonzáles, di professione giornalista.


Il materiale fornito e raccolto da Rodríguez confluirà nella quarta parte del romanzo, La parte dei delitti, che davvero  costituisce, come vuole Helena Janeczek, l’enorme blocco centrale verso cui la narrazione converge come una materia siderale risucchiata verso un buco nero. La teoria Santa Teresa3infinita di vergini sacrificate, tutte con la stessa fisionomia, tutte giovani e dai capelli neri e lunghi,lascerebbe pensare anche in questo caso ad uno schema preciso, a vittime sacrificali di un  unico, sia pure imprendibile, serial killer. In effetti, però, già nel finale della terza parte, Oscar Fate  e Guadalupe Roncal hanno un appuntamento con il detenuto Klaus Haas, il gigantesco straniero dagli occhi azzurri  catturato e imprigionato dalla polizia di Santa Teresa

“E poi videro un tipo enorme e biondissimo che entrava nella sala delle visite piegando la testa come se temesse di sbatterla sulla porta, e che sorrideva come se avesse appena commesso una birichinata, cantando in tedesco la canzone del boscaiolo perduto, e che li guardò tutti con uno sguardo intelligente e burlone. Dopo di che il secondino che lo accompagnava chiese a Guadalupe Roncal se preferiva che lo ammanettasse alla sedia oppure no e Guadalupe Roncal scosse la testa e il secondino diede una pacca sulla spalla al tipo alto e se ne andò e anche il funzionario che stava accanto a Fate e alle donne se ne andò, non senza prima aver detto qualcosa all’orecchio di Guadalupe Roncal, e rimasero soli. – Buongiorno – disse il gigante in spagnolo. Si sedette e allungò le gambe sotto il tavolo finchè i piedi non spuntarono dall’altra parte  – Fate pure le vostre domande – disse il gigante. Guadalupe Roncal si portò una mano alla bocca, come se stesse inalando un gas, e non seppe più cosa chiedere”.

Il motivo per cui Guadalupe Roncal ammutolisce davanti al criminale è che in realtà , anche dopo che lui è stato in carcere, i delitti a Santa Teresa non si fermano. Sulla serie dei delitti indagano gli agenti della polizia giudiziaria di Santa Teresa, onnipresenti sulle scene del crimine con la loro Peregrino nera, coadiuvati  anche da un analista statunitense , Kessler, il cui contributo si rivela, inaspettatamente, del tutto irrilevante; e sul caso sono impegnati anche due esponenti della polizia di Santa Teresa,Epifanio Galindo e Noé Velasco a coadiuvare la polizia giudiziaria, “che si lamentava per l’eccesso di lavoro“.

Dalle testimonianze raccolte  da alcune ragazze amiche di una delle vittime, Estrella Luis Sandoval, , Epifanio arriva al nome di Klaus Haas, tedesco con cittadinanza statunitense, gigantesco proprietario di un negozio di computer. Quando, presentandosi, Klaus gli stringe la mano, Epifanio ha l’impressione che le ossa del tedesco siano di ferro. Haas, robusto, straniero e gigantesco, è un capro espiatorio perfetto, e viene ben presto condotto in carcere dalla polizia giudiziaria. Ma gli omicidi non si fermano, e la cosa più singolare è che tutti sembrano in realtà sapere tutto, compreso lo stesso Haas che in carcere si merita una fama di tutto rispetto, e che nessuno osa toccare o aggredire, tanto da potere addirittura indire conferenze stampa in cui dichiara non solo di essere innocente, ma soprattutto di conoscere i colpevoli, facendo nomi e cognomi e insinuando oltremodo il sospetto sulle connivenze esistenti tra grossi trasportatori, trafficanti di droga, importanti personaggi politici d’ oltrefrontiera e polizia giudiziaria.

La parte dei delitti si chiude con l’immagine surreale di Santa Teresa che festeggia il Natale del 1997 all’indomani della scoperta dell’ennesimo cadavere di un’adolescente di neppure diciott’anni in un sacco di plastica, su cui f
urono condotte svogliatamente indagini per non più di tre giorni . All’orrore ci si abitua, come a tutto.

Il Natale a Santa Teresa fu festeggiato come al solito. Si fecero posadas, si ruppero pentolacce, si bevvero birra e tequila. Anche nelle strade più umili si sentiva ridere la gente. Alcune di queste strade erano completamente buie, come buchi neri, e le risate che uscivano da chissà dove erano l’unico segno, l’unica informazione che avevano i vicini e gli estranei per non perdersi.


La quinta ed ultima parte del romanzo è finalmente dedicata alla figura dello scrittore Benno von Arcimboldi, di cui si racconta la storia e l’evoluzione poetica e letteraria, e i cui fatti privati si intersecano naturalmente con  la grande Storia europea del Novecento; tuttavia  l’immagine finale di Arcimboldi,  al secolo Hans Reiter, che  per correre in soccorso del nipote Klaus Haas su preghiera dell’amatissima sorella Lotte parte per il  Messico  alla volta di Santa Teresa definisce la struttura  a spirale del romanzo, frustrando ogni speranza di rivelazione  di una connessione  logico-causale tra gli eventi  che consenta  a qualcuno- A Oscar Fate, a Guadalupe Roncal, a Sergio Gonzáles, al lettore- di chiudere finalmente il caso e lasciarsi tutto alle spalle.

Quando è iniziato tutto?, pensò. In che momento mi sono immerso? Un oscuro lago azteco vagamente familiare. L’incubo. Come uscire da qui? Come tenere sotto controllo la situazione? E poi altre domande: voleva davvero uscire? Voleva davvero lasciarsi tutto alle spalle? E pensò: del dolore non m’importa più. E ancora: forse tutto è iniziato con la morte di mia madre. E ancora: del dolore non m’importa, a meno che non aumenti e diventi insopportabile. E ancora[…], fa male, fa proprio male, . Non importa, non importa. Circondato di fantasmi.

Rust


RISORSE E NOTE A MARGINE

-La serie delle opere della letteratura inglese e americana da cui ha tratto spunto Nick Pizzolatto, autore della serie e a sua volta scrittore di romanzi;

 Il post de Il tempo di leggere dedicato a True Detective;

-L’articolo di Nazione Indiana a firma di Helena Janeczek , dedicato a Roberto Bolaño indagatore del Male (che a sua volta contiene il link a ulteriore materiale utile);

-Per un’analisi della poetica di Bolaño, l’ottimo articolo di Nicola Lagioia su  Minima&moralia;

-Larticolo di Marcela Valdes  dedicato al romanzo di Bolaño  sulla genesi del romanzo e il rapporto dello scrittore con Sergio Gonzáles Rodríguez

-Le pagine dell’Archivio Bolaño  a firma di Paolo Castronovo dedicate alle singole parti del romanzo, pubblicate anche su Lankelot

-Un altro esplicito omaggio a 2666 è presente nel quarto episodio di True Detective,Who goes there (lett. Chi va là, titolo italiano Cani sciolti), quando Cole, sotto copertura, spiega a Ginger che la droga preparata da Ledoux andrebbe ad utilizzo esclusivo delle maquilladoras)

-Qui sotto la  sigla di True Detective, a firma di The Handsome Family,  epicedio perfetto anche per le vittime dell’orrore senza nome di Ciudad Juárez.

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12 comments

  1. Che immenso capolavoro 2666 di Bolano! Una delle opere più significative del nostro nuovo secolo. E forse la sua incompiutezza aggiunge ulteriore fascino (un po’ come per i romanzi incompiuti di Kafka). Non conosco invece Pizzolatto e il suo True Detective, ma mi hai fatto venire una gran voglia di vedere l’intera serie.

  2. @carloesse
    Se per capolavoro si intende un’opera che incarna alla perfezione il proprio Zeitgeist, allora il romanzo di Bolano lo è senz’altro. Forse anche troppo, e questo rischia di costituire il suo limite più vistoso.
    Quanto a True Detective, devo la sua scoperta, tanto per cambiare, ad una preziosa segnalazione di Gabrilu (tanto per aggiungere referenze ben più autorevoli delle mie 😉 ), e devo dire che la serie mi ha davvero entusiasmata: profonda, per niente banale, ricca di riflessioni filosofiche, ma senza mai diventare stucchevole o sembrare falsa .
    Se e quando l’avrai vista anche tu, sarei felice se volessi condividere le tue impressioni.
    Un saluto e mille grazie per la visita 🙂

  3. Non conoscevo né autore né romanzo, ma leggendo questo post ho capito che questo 2666 deve essere un libro angosiante e bellissimo!
    Grazie mille per il link! 🙂

      1. E’ proprio nel non dimenticarli facilmente che personalmente stabilisco il principale metro di giudizio di un’opera. Per questo 2666 è almeno per me un capolavoro.

  4. Ho cominciato a vedere “True Detectives” (finora i primi tre o quattro episodi). Hai perfettamente ragione. Condivido in pieno le tue impressioni. Un’atmosfera densa come un purè, paludosa come un mefitico stagno tra le discariche abusive della camorra.
    Mi ha riportato alla mente non solo Bolano, ma anche il Cormac McCarthy di “Suttree” (forse il suo libro più bello e ambizioso), ambientato lungo le melmose acque dei fiumi del vicino Tenessee in comunità rurali non dissimili da questa. Tu l’hai letto? Merita! Forse è il più bel libro americano di questi ultimi anni (almeno tra quelli che ho letto), o almeno il più singolare (altro che Philip Roth!).

    1. @carloesse
      Sono felice che True Detective ti stia piacendo, e anche che tu abbia trovato la mia lettura non del tutto implausibile . Quanto a McCarthy…..io ho qualche diffidenza verso la letteratura americana contemporanea, che non è esattamente nelle mie corde, ma prendo nota con estremo interesse del tuo suggerimento.
      Ciao e grazie mille 🙂

      1. Beh, McCarthy (e “questo” in particolare modo) si innesta a mio parere in un filone che da Mark Twain arrivava a Faulkner e che si distingue da quello più in voga e io chiamo “newyorkese” (anche se naturalmente non è circoscritto a NY) e che comprende Bellow, Roth, Auster, De Lillo…

  5. @ carloesse
    Hai detto Faulkner (Faulkner! Era un pezzo che non pensavo a lui….).
    Basta così.
    Mi hai convinta 😉 – e sì, il filone newyorkese è spesso autoreferenziale, ozioso e snob, quasi l’equivalente narrativo del Woody Allen d’antan.
    [con eccezioni anche significative, però, come Pastorale americana o Underwold ]

    1. Beh, anche quello newyorkese ha dato i suoi bei frutti (Bellow prima di Roth) anche se pure secondo me oggi si sta trascinando un po’ stancamente…

  6. Finito. Veramente un gran bel serial. Non posso che confermare quanto da te così chiaramente affermato nel presentarcelo e che mi ha spinto alla sua visione. Grazie ancora di questo preziosissimo suggerimento.
    Quanto agli accostamenti letterari, specialmente dopo gli episodi conclusivi non posso che confermarti la stretta parentela con Cormac McCarthy, e, tutto sommato più ancora con “Figlio di Dio” (che racconta di un serial killer che ricalca molto lo sfregiato maniaco custode dell’inquietante tempio di Carcosa) che non con “Suttree”.
    Anche se quest’ultimo rimane un romanzo più complesso e tutto sommato più ambizioso, più ricco di sfumature e di sfaccettature, che giunge a cogliere la drammaticità e della vita e la sua tragicità (non priva di elementi anche comici) senza dovere fare ricorso all’orrore del crimine insostenibile.
    Sicuramente il suo capolavoro.

    1. @carloesse
      Sono davvero molto felice che True Detective i sia piaciuto, perché credo davvero sia una serie di qualità, profonda, molto intensa e peraltro magistralmente interpretata, soprattutto – ma non solo – da Matthew McConaughey. [Per la sua scoperta, come ho detto, sono debitrice a Gabrilu :-)]
      Terrò presente le tue segnalazioni relative a McCarthy, per le quali ti ringrazio. Me ne ricorderò quando la mia bacchetta del rabdomante ( i.e. la spinta irresistibile che ti guida verso un libro, o una ” costellazione” di libri, piuttosto che verso qualsiasi altro) punterà di nuovo in direzione Nord America.
      Ciao- e ancora mille grazie

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