Bleak Houses. Harper Lee e Shirley Jackson

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Due case che nascondono. Una tragedia, un mistero un dramma familiare. Nei due romanzi perfetti di Harper Lee e Shirley Jackson, un fortissimo atto d’accusa contro la ferocia appena coperta dall’ ipocrisia del perbenismo della profonda provincia americana, dal Nord al Sud del Paese.

Nella remota possibilità che qualcuno- oltre me, fino a qualche giorno fa-  non abbia letto o non conosca la vicenda de Il buio oltre la siepe, la riassumerò qui in breve. Jean Louise, di otto anni, meglio nota come Scout, è la figlia di Atticus Finch, avvocato progressista e illuminato, un vero uomo della tolleranza, residente  nella sperduta cittadina di download (8)Maycomb, Alabama. Scout trascorre l’estate con l’adorato fratello Jeremy ( Jem), di qualche anno più grande, e il piccolo Charles Baker Harris (Dill), nipote  senza padre della  vicina, signorina Rachel. I tre ci mettono poco a fare amicizia: in Dill, Jem trova un amico e Scout un fidanzato che le promette addirittura di sposarla, appena saranno grandi. La grande avventura dei tre ragazzi è cercare di stanare l’ignoto abitante della casa dei  Radley, dalle porte sempre chiuse, in cui non penetra mai la luce del sole.

Casa Radley s’affacciava su una curva stretta, più avanti di casa nostra. Guardando a sud, si aveva di fronte il portico; il marciapiede svoltava e proseguiva accanto alla proprietà. La casa, che una volta era stata bianca, s’era da tempo scurita nel grigio ardesia del cortile che la circondava, e sulle grondaie pendevano alcune delle assicelle di legno che ricoprivano il tetto, marcite dalla pioggia.
Nella casa viveva un sinistro fantasma. Io e Jem non l’avevamo mai visto. La gente diceva che usciva nelle notti senza luna e che spiava dalle finestre. Quando a qualcuno gelavano le azalee in una nottata fredda, era perché lui ci aveva soffiato sopra.images (10)

I  tre giovani protagonisti sono naturalmente affascinati dalla natura dell’ignoto, del proibito; fare uscire finalmente allo scoperto l’abitante di casa Radley diviene lo scopo principale dei loro giochi, e delle loro aventure in notturna, dove nell’avvicinarsi alla casa proibita si sforzano di ostentare un coraggio che non hanno:

Il retro della casa dei Radley era ancor meno invitante della parte antistante: un portico sgangherato correva per tutta la larghezza della casa; c’erano due usci e due finestre buie.Sgusciammo verso il fianco della casa, e girammo fino alla finestra con la persiana ciondolante.

Tutti in paese  sanno che  Arthur Radley , detto Boo, è ancora vivo semplicemente perché nessuno lo ha mai visto uscire in una bara;  ma Boo non esce di casa da quando era adolescente, da quando cioè, assieme ad un gruppo di giovani balordi in paese, aveva  fatto resistenza al signor Conner, l’anziana guardia di Maycomb, chiudendolo poi nel gabbiotto dell’usciere del tribunale. Al processo, il giovane sarebbe stato inviato in una scuola industriale se il signor Radley non avesse dato al giudice la sua parola che ci avrebbe pensato lui a tenere Arthur lontano dai guai. Da quel momento nessuno a Maycomb lo vide più per quindici anni.Tuttavia, prosegue Scout, sarebbe arrivato il momento in cui in molti avrebbero visto Arthur:

Stando a quanto diceva questa signorina Stephanie [ la pettegola del paese,ndr], una volta Boo era seduto nel soggiorno, images (1) a ritagliare certi articoli della Gazzetta di Maycomb da incollare nel suo album. Nella stanza era entrato il padre.
Quando il signor Radley gli era passato vicino, Boo gli aveva ficcato le forbici in una gamba, le aveva tirate fuori, se le era forbite sui calzoni e aveva ripreso la sua occupazione. La signora Radley era corsa in istrada strillando, ma lo sceriffo, quand’era arrivato, aveva trovato Boo sempre seduto nel soggiorno, che ritagliava la Gazzetta. Contava allora trentatrè anni.
Quando qualcuno aveva suggerito che a Boo avrebbe fatto bene un soggiorno a Tuscaloosa, il vecchio signor Radley aveva risposto che nessun Radley sarebbe mai andato in manicomio. Boo non era mica pazzo; era solo un po’ nervoso, qualche volta. Nessuno capì come facesse il signor Radley a tener sotto chiave Boo dopo questa storia, ma Jem immaginava che il signor Radley lo tenesse legato al letto per buona parte della giornata. Atticus diceva di no, che c’erano altri sistemi per trasformare le persone in fantasmi.

Il vecchio Radley non avrebbe mai permesso  che il figlio fosse portato in manicomio, perché il ragazzo era bravo, che diamine, ma solo un po’ nervoso; in compenso, lo punisce  renderlo morto per il mondo, segregandolo e montando una guardia armata attorno alla casa, sparando contro chiunque provi ad avvicinarsi; alla sua morte, è il figlio Nicholas a prenderne il posto:

I vicini pensavano che, una volta sotterrato il signor Radley, Boo sarebbe venuto fuori, ma le cose andarono diversamente: il fratello maggiore di Boo tornò da Fensacola e prese il posto del signor Radley. L’unica differenza fra lui e suo padre era che il signor Nathan ci rispondeva quando gli auguravano il buon giorno.

La famiglia Radley, pur con la sua iniziale aura di rispettabilità, commette l’errore imperdonabile di non integrarsi con la popolazione locale, partecipando alla vita sociale e ai rituali collettivi della cittadina. Questa scelta li relega dunque da subito nel regno degli estranei e dei diversi, e aliena qualsiasi solidarietà nel momento della disgrazia.

Le sventure di quella casa erano cominciate molti anni prima che Jem e io nascessimo. i Radley e i due figli erano bene accolti dovunque in paese, però, atteggiamento imperdonabile a Maycomb, si tenevano sulle loro. Non andavano in chiesa, il che per Maycomb era il massimo svago; la signora Radley, la mattina, solo in rarissimi casi attraversava la strada per prendere un caffè con le vicine.mary-badham-image

Eppure c’è qualcuno,nel paese, che si rifiuta di schierarsi dal lato dei pregiudizi e delle chiacchiere. La signorina Maudie Atkinsons, coltivatrice di azalee, ammiratrice forse segretamente innamorata di Atticus, a Scout che le chiede se crede a tutte le voci messe in giro su Boo Radley risponde con limpida serenità :

– No, figliola – riprese la signorina Maudie – quella è una casa triste. Ricordo Arthur Radley quand’era bambino. Mi parlava sempre con tutta la gentilezza di cui era capace, checchè ne dica la gente. – Lei pensa che è pazzo? – Se non lo è ancora, ormai dovrebbe esserlo diventato. Ciò che avviene nelle case dietro le porte chiuse, i segreti che… La signorina Maudie scosse il capo.

images (12)Anche Jem e Scout, con tutto lo slancio e l’entusiasmo proprio dei bambini, sposano in qualche modo la causa di Boo. Non solo, infatti, egli fa loro ritrovare, ricu
citi alla meno peggio, i calzoni che Jem ha perso sulla rete di casa
Radley  fuggendo terrorizzato dalle fucilate di Nathan; non solo lascia per loro nel buco di un albero piccoli poveri doni,  come due monetine con la testa di indiano, figurine  intagliate nel sapone o un orologio rotto; ma nella notte  in cui la casa della signorina Maudie va a fuoco, vedendo i piccoli Finch intirizziti dal freddo davanti casa sua, trova il modo di posare una coperta sulle spalle di Scout:

-Se non sbaglio, avevi ordinato a te e Jem di non mouovervi- Be’, è quello che abbiamo fatto. – E allora, di chi è quella coperta? – Coperta? – Chinai lo sguardo e mi accorsi che mi stringevo attorno alle spalle una coperta di lana marrone, alla maniera di una squaw.
– Atticus, non lo so, signore. Io… – [… ]- Lascia perdere, figliolo. – Atticus sorrise. – A quanto pare, stanotte c’era fuori tutta Maycomb, in un modo o nell’altro.  Jem, nella dispensa c’è della carta da pacchi. Va’ a prenderla e poi… – No, Atticus. No, signore, non restituirla! […] Boo sarà pazzo come dicono, immagino, però, Atticus, quella notte avrebbe potuto tagliarmi la gola e invece ha cercato di rammendarmi i pantaloni… e non ci ha mai fatto del male, Atticus… Atticus disse: – Su, su, figliolo – . Lo disse con tanta gentilezza, che mi s’allargò il cuore. – Hai ragione. Sarà meglio tenerci la coperta per noi. Un giorno, magari, Scout potrà ringraziarlo di averla riparata dal freddo.

images (2)E Scout infatti avrà ben ragione di ringraziarlo. Quando  Atticus Finch si ostina a difendere Tom Robinson  dalle accuse di violenza di Mayella Ewell, la figlia povera e derelitta dell’ubriacone spiantato  del paese, questi gli giura vendetta. Atticus non prende sul serio le minacce di Ewell, ma questi la sera della recita scolastica segue ed aggredisce Scout e Jem. A Jem spezza un braccio, e Scout sarebbe morta se qualcuno non fosse intervenuto improvvisamente, piantando nello stomaco di Bob Ewell il suo stesso coltello. Naturalmente, Scout non conosce l’identità del suo salvatore, non avendolo mai visto prima; ma non ci mette molto a  riconoscere, nella figura emaciata e smarrita addossata alla parete del suo soggiorno, l’identità del suo angelo custode.

Il mio sguardo gli andò dalle mani ai pantaloni kaki sporchi di sabbia; percorsi con gli occhi la sua figura sottile, fino alla camicia di rigatino strappata. Aveva il viso bianco come le mani, salvo un’ombra sul mento sporgente. Le guance magre erano quasi scavate; la bocca era larga; c’erano dei lievi, quasi delicati infossamenti sulle tempie; e gli occhi grigi erano così scoloriti che credetti fosse cieco.
Quando l’additai, fu preso da uno strano lieve tremito, come se sentisse grattare con le unghie su una lavagna,ma, mentre lo guardavo perplessa la tensione gli abbandonò lentamente il viso.Le sue labbra si schiusero in un timido sorriso, e l’immagine del nostro vicino venne offuscata dalle mie lacrime improvvise. «Salve, Boo», dissi.

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images (8)Mary Katherine Blackwood  (Merrycat) è la protagonista nonché voce narrante di Abbiamo sempre vissuto nel castello, che, all’inizio del romanzo, ci si presenta, in maniera singolarmente elementare, come una ragazza di diciott’anni, che avrebbe potuto nascere sotto forma di lupo mannaro dato che ha le due dita centrali della mano di uguale lunghezza. Merrycat  ci informa anche che odia lavarsi, odia i cani e il rumore, e adora il suo gatto Jonas,la sorella Constance, Amanita falloide. E poi, come trascurabile particolare, aggiunge che  tutti gli altri membri della sua famiglia sono morti.

I Blackwood abitano, o meglio abitavano, nella casa più bella della città, e tuttavia estranea come loro al villaggio e ai suoi abitanti. Nella città e nelle sue botteghe, invariabilmente grigie come la vita dei loro abitanti, casa Blackwood e casa Rochester, la casa natale della madre di Merricat, sembravano trasportate lì per errore da un paese molto lontano dove si viveva nell’armonia. Marrycat e gli abitanti della cittadina- il cui nome e posizione non sono specificati- si odiano reciprocamente. Quando la ragazza viene in città per fare provviste, sente i ragazzi che parlano non  con  lei, ma alle sue spalle, calcolando quanto si potrebbe guadagnare a coltivare la magnifica tenuta dei Blackwood, ma attaccando subito dopo questa infernale filastrocca:

Merricat, dice Constance, tè e biscotti; presto, vieni!

Fossi matta, sorellina, se ci vengo i avveleni.

Merricat, dice Constance, non è ora di dormire?

In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!

Constance, la sorella maggiore di Mary Kathrine,  sei anni prima era  stata infatti accusata di aver avvelenato, uccidendoli, tutti i componenti della famiglia: il padre, la madre, il fratellino Thomas, la zia Dorothy, moglie dello zio Julian, e lo stesso zio Julian, che  sopravvissuto per i capricci del Destino ora vive invalido con le due ragazze. L’unica distrazione, per Constance, è la visita settimanale di Helen Clarke , autorità morale della città, che quando entrava nell’emporio di Elbert anche solo per comprare  un barattolo di salsa di pomodoro o una libra di caffè che la sua cuoca aveva dimenticato, ognuno le diceva “Buongiorno” e commentava che il tempo quell’oggi era migliorato. 

In mancanza di prove, Constance viene prosciolta, ma il sentimento di vergogna la porta a nascondersi in casa, (to hide  è un verbo-chiave, nel romanzo) anche lei morta per il mondo,  con la speranza evidente di dimenticare e farsi dimenticare. Invano, però, dato che gli abitanti della cittadina, saputo che lei era tornata a casa, continuamente facevano la ronda attorno alla casa, tentando ogni ingresso e bussando alle finestre.« Abbiamo il “diritto” di vederla, dicevano, ha ucciso tutte quelle persone.»  Merrycat , per tutta risposta, tra sé e sé  fantastica dettagliatamente sulla morte violenta di tutti quegli intrusi.

Helen, che non ha mai creduto alla colpevolezza della sorella maggiore, vorrebbe  che la ragazza ritornasse a farsi vedere in paese, a riprender quella vita sociale che Constance in fondo non ha mai conosciuto. Al lettore ella viene presentata1 infatti soltanto come perfetta e infaticabile padrona di casa; rassetta la casa, la magnifica casa con lo scalone in stile italiano, accudisce lo zio e cucina senza sosta. E’ anche un’ottima giardiniera e coltiva con amore i fiori e l’orto ,  dedicandosi a preparare ogni tipo di conserve.Ma si sa che  è impossibile sfuggire alla vita, e che per quanto si faccia per evitarla alla fine è lei a bussare alla porta, nel caso di Constance con le sembianze del cugino Charles Blackwood, fermamente determinato ad ottenere l’amore di Constance e con esso l’eredità della famiglia.

All’arrivo dell’estraneo, il cugino Charles che minaccia la routine incantata di Merricat, anche Constance sembra essere pervasa da una nuova consapevolezza:

«Merricat,non ho mai realizzato se non troppo tardi quanto io abbia sbagliato nei confronti tuoi e di zio Julian a lasciarvi nascondere qui con me. Noi avremmo dovuto affrontare il mondo e tentare di vivere una vita normale; zio Julian sarebbe dovuto stare in ospedale, in tutti questi anni, con cure appropiate ed infermiere ad accudirlo; no avremmo dovuto vivere come le altre persone. Tu dovresti…» e cominciò ad agitare le mani, disperatamente «tu dovresti avere dei ragazzi», disse alla fine, e poi scoppiò a ridere perché la cosa sembrava troppo buffa perfino a lei.

Jenn Gambatese (Constance) e Alexandra Socha (Merricat) nel musical tratto dal romanzo di Shirley Jackson

Ma Merricat non è certo disposta a rinunciare alla sua  Constance, che ama di un amore possessivo e morboso; il solo sospetto di vederla appena allontanarsi da lei per cadere vittima dei piani tutt’altro che caritatevoli di Charles, che non vede l’ora di relegare lei e zio Julian in ospedale e in manicomio, la fa reagire provocando, con la pipa dello stesso Charles, un devastante incendio nella casa.

Gli abitanti del villaggio, accorrendo,  vorrebbero limitarsi a guardare la casa bruciare, in un falò purificatore che eliminasse definitivamente la vergogna delle due sorelle folli («Why not let it burn?», ripete ossessivamente  il coro delle menadi del paese). Al loro delirio risponde Jim Donell, il capo dei pompieri, ch«e tutti in paese conoscono per la sua stazza e il berretto con su scritto CAPO: «Siamo pompieri, “dobbiamo” spegnere l’incendio».  Ma il lettore non può rallegrarsi a lungo di aver sentito la voce umana e pietosa dell’uomo giusto: appena  il fuoco è sotto controllo, accertatosi che nessuno abbia visto uscire le due sorelle (come nessuno aveva visto uscire Boo Radley, vivo o morto),  Jim Donell posa il suo copricapo e prende in mano un grosso sasso, e nel completo silenzio si girò lentamente, alzò il braccio e scagliò il sasso contro la casa. Un’ondata di risa si alzò e crebbe dietro di lui, quindi prima i ragazzi sui gradini, poi gli altri uomini, infine le donne e i bambini mossero come un’onda verso la casa.

images (6) È l’inizio di un delirante rituale collettivo di devastazione: la casa, già distrutta dal
l’incendio, viene invasa, profanata, saccheggiata. Merricat e Constance, in salvo e nascoste nel buio, assistono impotenti e scappano per evitare di essere scoperte e linciate,  nelle orecchie le urla della filastrocca infernale. La folla- e la follia – si placano soltanto quando sulla scena arrivano Jim Clarke, marito di Helen,  e il dottor Levy,  il medico di famiglia, che annuncia a tutti la morte di Julian Blackwood.

Quando tutto è finito, Merricat e Constance ritornano tra i resti della loro casa.Submitted Photo by Joan Marcus Jenn Gambatese as Constance and Alexandra Socha as Merricat in “We Have Always Lived in the Castle” at Yale Reportary Theatre. Il tetto è crollato, tutto odora di fumo e rovine;  ma il cuore pulsante della casa, la cucina con il suo tesoro di conserve di tre generazioni, è ancora in piedi. Questo è sufficiente a ridare coraggio a Constance; con un sospiro, conclude che a loro non resta che rinchiudersi nelle rovine del castello, secondo l’allucinata visione di Merricat, e sforzarsi di portare avanti per sempre, prigioniere del loro reciproco amore (non si contano le volte in cui le due sorelle si ripetono a vicenda di volersi bene), in una sorta di versione infernale del nido familiare pascoliano («Oh, Constance», dissi«siamo così felici»).


Arthur Radley  e Constance Blackwood: troppo deboli per ribellarsi,trascinati nella vergogna, condannati, per motivi diversi, a fare della propria casa un carcere a vita. Il ragazzo vissuto al buio, condannato a spiare da lontano la vita degli altri, difende d’istinto i suoi bambini in pericolo; la giovane relegata (fin da piccola?) ai fornelli rivela una psicologia assolutamente passiva, dalla remissività innaturale verso  chiunque sia disposto a impartirle ordini, siano la folle Merricat o  l’esigente zio Julian o il brutale e interessato Charles .Aldilà e ben oltre le apparenti differenze, i due romanzi sono un grande atto d’accusa contro l’ipocrisia della mentalità americana, sempre così lieta di accanirsi sulle vittime con lo spietato rigore dei benpensanti, orgogliosi della propria assoluta estraneità  ai drammi di follia e di solitudine o di disperato amore nascosti dalle mura delle case desolate.

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RISORSE E NOTE A MARGINE

– Su Abbiamo sempre vissuto nel castello, le recensioni dei siti La stamberga dei lettori e Mangialibri;

– Su Google Books le anteprime de Il buio oltre la siepe  e di Abbiamo sempre vissuto nel castello:

-A cinquant’anni di distanza è in arrivo il sequel de Il buio oltre la siepe: protagonista ancora Scout/Jean-Louise, che ormai adulta(?) ritorna in Alabama mentre sono in atto le rivolte degli afroamericani p;r la rivendicazione dei propri diritti

-La traduzione dei brani di Abbiamo sempre vissuto nel castello è mia, dal testo in inglese, tranne che per la filastrocca di Merricat ,un vero colpo di genio di Monica Pareschi, traduttrice del romanzo per i tipi Adelphi, Milano 2009;

-Le immagini del blog fanno riferimento al notissimo film tratto dal romanzo di Harper Lee e al musical We have always lived in the castle, libretto, adattamento e musica di Adam Bock e Todd Almond, Yale Repertory Theatre, Stagione 2010-2011

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12 comments

  1. Mai letto nulla di queste due scrittrici americane, ma la tua analisi mi ha molto colpita. E’ curioso che entrambe, vissute più o meno nella stessa epoca, abbiano trattato in modo così intenso la tematica della diversità e della solitudine sociale.

    1. @Alessandra

      Entrambe queste autrici sono state per me una felice scoperta. Io credo che la sensibilità femminile sia portata, per la sua natura, a guardare in profondità, oltre le apparenze, e laddove la sensibilità si unisce al talento, ecco nascere opere come queste.
      Un bacio e grazie 😉

  2. Mai letto “Il buio oltre la siepe”. Ce l’ho da tempo immemorabile ma non l’ho mai letto. Perchè mai? Me lo sono sempre chiesta anch’io. Credo che il vero motivo sia che avevo visto e rivisto il film, che troppo mi era piaciuto e continua a piacermi, e non ho mai sentito “la chiamata” da parte del libro… Sbagliato, ma così è.

    Per rimanere un attimo su Harper Lee: ho letto da qualche parte, qualche tempo fa, che questo “sequel” annunciato non è stato scritto recentemente, ma fu scritto all’epoca, e addirittura prima di “Il buio oltre la siepe”. All’epoca gli editori non erano interessati a pubblicarlo. Adesso è stato ritirato fuori e sarà possibile leggerlo grazie al successo planetario de “Il buio…”. La cosa mi sembra assolutamente verosimile (a parte che il luogo in cui avevo letto la notizia, che adesso non ricordo qual’era, ma che ricordo come luogo serio e attendibile) anche perchè Harper Lee, oltre ad essere ormai molto, molto anziana, è anche parecchio malandata di salute e da anni non è incondizione di scrivere un libro ex novo…

    La Jackson è formidabile, e questo, tra le cose che di lei ho letto, è il mio preferito, anche più del celeberrimo “L’incubo di Hill House” (che comunque è notevolissimo…).

    Il filone “case molto particolari” è, sia in letteratura che nel cinema, una sterminata ricchissima miniera. Ma qui, tra queste due case, tu hai saputo trovare un comun denominatore che effettivamente è molto particolare ed interessante.

  3. @Gabrilu
    per un asterismo “divergente”: a me le foto di Harper Lee anziana e sorridente hanno ricordato molto Alice Munro.
    La stessa grazia, la stessa leggerezza superiore nei confronti della vita.
    Lo stesso sorriso che è anche quello di Wislawa Szymborska.
    Quanti scrittori uomini hai visto sorridere così? 😉
    Quanto a Bleak Houses ,mi piace estendere i rimandi dei libri oltre i confini dei post; credo sempre che le suggestioni, i richiami impliciti e il non detto siano anche più interessanti del taglio che alla fine scelgo di dare, creando unsottotesto- e un sottobosco- di possibilità inesplorate, ancora in cerca d’autore – o di lettore, se preferisci.
    Prima di lasciarmi ulteriormente prendere la mano, ciao e grazie 😉 😛

  4. Estremamente affascinante! Dice bene la signorina Maudie: “Ciò che avviene nelle case dietro le porte chiuse, i segreti che…” è un tema che in effetti, non avevo notato, riccorre con uan certa frequenza nella letteratura, e spesso accentuato con una più o meno accentuata forma di squilibrio mentale. Mi viene in mente, tra le mie letture (relativeamente) recenti per esempio anche Fosca.
    Di questi due romanzi ho letto solo “Il buio oltre la siepe” (ma non ho ancora mai visto il film) e non posso negare di essere oltremodo curiosa riguardo a questo nuovo romanzo in uscita.

    1. @Phoebes
      Nemmeno io, in realtà, ho ancora visto il film: ho preferito leggere prima il libro autonomamente, per così dire, certa che dopo nessuno avrebbe potuto scalzare più l’immagine di Gregory Peck dal mio cervello 😉
      Fosca…..la prima grande figura nera e disadattata della nostra letteratura.
      Ma forse con troppa retorica romantica. Del resto, è noto che gli scapigliati non siano certo ricordati nei testi di storia della letteratura per la loro sobrietà – sotto tutti i punti di vista 😛
      Un bacio e grazie 😉

  5. Grande capolavoro “Il Buio oltre la siepe”. Anche io vidi il film: ero solo un ragazzino, ma mi piacque già allora moltissimo e lo rividi in seguito diverse volte. Il libro (un po’ per gli stessi motivi di Gabrilù) l’ ho letto non molto tempo fa: da allora l’icona di Atticus- G. Peck non a caso è la mia scelta per aNobii.. Curiosità: sapevi che il piccolo Dill non è altri che Truman Capote?
    Attendo con ansia il nuovo (vecchio) altro libro.

    Di “Abbiamo sempre vissuto nel castello” invece non avevo mai sentito parlare. Ma adesso sono molto interessato….

  6. @ carloesse
    In realtà è stato proprio il tuo avatar, assieme alla tua recensione, ad incuriosirmi; quindi,se ho letto questo libro, in sostanza è grazie a te 🙂
    Ti ringrazio anche per la “chicca” su Dill di cui non sapevo; sapevo però dell’amicizia tra Harper Lee e Truman Capote dal film A sangue freddo (con l’ottimo Philip Seymour Hoffman).
    Quanto A Shirley Jackson, sarei pronta a scommettere che l’apprezzerai, perché la portata e la profondità della sua scrittura vanno ben oltre i confini del genere horror.
    Un saluto e ancora grazie 🙂

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