La parola “inferno”. Viktor Klemperer e Vassilij Grossman

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La tragedia dell’Olocausto ha sei milioni di atti- tanti quante sono le sue vittime stimate. Se per essa è possibile individuare un prologo ed un epilogo, questi si possono individuare senza dubbio nell’imposizione della stella (come ci racconta Viktor Klemperer nel suo agghiacciante studio sulla Lingua Tertii Imperii )e nell’edificazione e successiva distruzione, nel giro di tredici mesi, di quella micidiale fabbrica di morte che è stato il campo di Treblinka. Vassilij Grossman, che nellInferno di Treblinka ce ne ha reso testimonianza, ha definito al confronto l’inferno immaginato da Dante “uno scherzo innocente di Satana”. E il motivo per cui con orrore scriviamo e parliamo di quell’orrore è per l’omaggio doveroso – e doloroso- alle vittime dei boia nazisti.


«Oggi torno a farmi la stessa domanda che ho posto un centinaio di volte a me e alle persone più diverse: quale è stato il giorno più diffìcile per gli ebrei in quei dodici anni infernali?
Tanto io quanto gli altri abbiamo dato sempre una risposta univoca: il 19 settembre 1941. Da quel giorno ci fu  l’obbligo di portare la stella di David a sei punte, il pezzo di stoffa di colore giallo, il colore che tuttora segnala peste e quarantena e che nel Medioevo contraddistingueva gli ebrei, il colore dell’invidia, della bile, del male da scansare; il cencio giallo con la scritta nera Jude, la download (2)parola racchiusa dalle linee intersecantesi dei due triangoli, la parola in caratteri a stampatello che, evidenziati dalla distanza fra l’uno e l’altro e dai tratti orizzontali marcati, simulano la scrittura ebraica.
Troppo lunga questa descrizione? Ma no, al contrario! Semmai mi manca la capacità di dame una descrizione più esatta e penetrante. Quante volte, quando c’era da cucire una nuova stella su un altro indumento (per lo più usato, distribuito dall’apposito magazzino), su una giacca o un cappotto, quante volte con l’ausilio di una lente ho osservato il pezzo di stoffa, le singole particelle del tessuto giallo, le irregolarità della stampa nera: bene, tutti quei quadratini non sarebbero stati sufficienti se avessi voluto collegare a ognuno di essi le torture subite a causa della stella.[…] Ora la ghettizzazione era completa; prima la parola ghetto compariva solo, per esempio, sul timbro postale “ghetto di Litzmannstadt”, era riservata ai territori nemici conquistati. In Germania c’erano singole “case degli ebrei” in cui detti ebrei venivano concentrati e che talvolta erano contrassegnate all’esterno dalla scritta Judenhaus, ma queste case sorgevano in un quartiere “ariano” e addirittura non tutti gli inquilini erano ebrei, per cui su altre case a volte si poteva leggere la precisazione “questa casa è judenrein “[senza ebrei]. La frase, bella grossa e nera, rimase a lungo su parecchi muri di edifici, finché questi ultimi non si sbriciolarono sotto le bombe, mentre sparirono molto presto (perché non ci furono più negozi di ebrei e più nulla da arianizzare) i cartelli “negozio assolutamente ariano”, le scritte ostili sulle vetrine “negozio ebraico”, come anche il verbo “arianizzare” e le dichiarazioni sulla porta del negozio “impresa completamente arianizzata”.
Ora, dopo l’introduzione della stella gialla, non aveva più importanza se le case degli ebrei fossero sparse qua e là o riunite in un proprio quartiere, perché ogni ebreo con la stella portava con sé il proprio ghetto, come la chiocciola la sua casa. Ed era anche indifferente se nel suo stabile vivevano solo ebrei o anche “ariani”, perché sopra il suo nome sulla porta doveva esserci la stella. Se sua moglie non era ebrea, la targhetta col nome di lei doveva essere separata e recare l’indicazione “ariana”.
Ben presto sulle porte del corridoio comparvero qua e là altre targhette, dal tenore agghiacciante: “Qui abitava l’ebreo Weil”. Allora la postina sapeva di non doversi preoccupare di trovare il nuovo indirizzo: al mittente sarebbe ritornata la lettera con l’eufemistica annotazione: “Destinatario emigrato [abgewandert]”. Ecco che anche “emigrato”, in questa particolare e crudele accezione, rientra nel lessico della LTI [Lingua Tertii Imperiim ndr], rubrica ebraica.  amarezza di questa: “È un privilegiato”, cioè: paga meno lasse di noi, non deve abitare nella “casa degli ebrei”, non porta la stella, in certo qual modo può mimetizzarsi…”. E quanta superbia, quanta miserabile gioia maligna – sì, miserabile, perché in fin dei conti erano nel nostro stesso inferno, anche se in un girone migliore e alla fine i forni crematori hanno divorato anche i privilegiati -, quanto insistito distacco si avvertivano spesso nelle due parole “Sono privilegiato”! Quando attualmente sento parlare di accuse reciproche fra ebrei, di gravissime vendette, penso subito al dissidio che in genere si creava tra chi portava la stella e i privilegiati.[…]riluce frammisto ai pensieri più cupi. Ma il bagliore più sinistro e fosforico emana dalla “stella nascosta”. Secondo quanto prescrive la Gestapo la stella dev’essere portata ben visibile sul lato sinistro della giacca, del cappotto normale o di quello da lavoro, e ovunque ci sia la possibilità di incontrare ariani. Quando in certe giornate afose di marzo uno porta il cappotto sbottonato, con il risvolto ribattuto dalla parte del cuore, oppure tiene stretta una cartella sotto il braccio sinistro o, se è una donna, porta un manicotto, in tutti questi casi la stella rimane nascosta, forse inavvertitamente e per pochi secondi, forse però anche volutamente per poter camminare una volta tanto senza quel marchio. Un funzionario della Gestapo penserà sempre che sia stata nascosta intenzionalmente, la conseguenza sarà il campo di concentramento. Se il funzionario vuole dimostrarsi particolarmente zelante e uno ha la sfortuna di incontrarlo, è inutile che il braccio con la cartella o quello col manicotto pendano fino all’altezza dei ginocchi, è inutile che il cappotto sia tutto ben abbottonato: l’ebreo Lesser o l’ebrea Winterstein hanno “occultato la stella” e, al più tardi tre mesi dopo, da Ravensbrück, o da Auschwitz arrivera al Comune un regolare certificato di morte. La causa della morte vi sarà indicata con precisione, sarà diversa di volta in volta e persino individuale; sarà, alternativamente, “insufficienza cardiaca” o “fucilato durante un tentativo di fuga”. Ma la causa della morte è in realtà la stella nascosta.


AVVERTENZA-Il brano tratto dal reportage di Grossman sull’inferno di Treblinka è atroce al limite dell’insostenibile. Se pensate che possa essere troppo, per voi,come lo è stato per chi scrive,  vi prego, astenetevi dalla lettura.

Sul finire dell’inverno del 1943 a Treblinka arrivò Himmler con un gruppo di alti funzionari della Gestapo. […] Himmler esaminò personalmente il lager; chi lo vide ci ha riferito che il ministro della morte si avvicinò a una delle fosse e la osservò a lungo, in silenzio. I suoi accompagnatori rimasero a una certa distanza mentre Heinrich Himmler rimirava la gigantesca tomba già riempita per metà di cadaveri. Treblinka era la fabbrica più grande del complesso industriale di Himmler. […]. Prima di lasciare Treblinka, Himmler diede al comando del lager un ordine che lasciò tutti di sasso (l’Hauptsturmfuhrer barone von Pfein, il suo vice Karol e il capitano Franz): procedere seduta stante alla cremazione dei corpi già sepolti, tutti quanti, portare fuori dal lager le ceneri e i resti e spargerli sui campi e lungo le strade. Sotto terra c’erano già centinaia di migliaia di cadaveri, e l’impresa si prospettava a dir poco ardua e complessa. Secondo le nuove disposizioni, inoltre, i corpi delle future vittime non andavano sepolti, ma bruciati direttamente. A cosa si dovevano l’ispezione di Himmler e quell’ordine categorico e importantissimo, tanto da essere impartito personalmente? La ragione era una soltanto: Stalingrado, la vittoria dell’Armata Rossa.[…]L’operazione di incenerimento, però, non ingranava: i corpi non volevano saperne di bruciare (si rilevò, tuttavia, che le donne ardevano più facilmente degli uomini…). Per ridurre in cenere i cadaveri ci volevano molta benzina e molta nafta: somme ingenti di denaro per risultati più che modesti. Il problema sembrava senza via d’uscita. Ma si trovò presto un rimedio. Dalla Germania arrivò una SS, un uomo tarchiato sulla cinquantina, un esperto del settore.

Quanti ne ha partoriti il regime di Hitler! Esperti nell’uccidere i bambini, esperti di impiccagione, esperti nella costruzione di camere a gas, esperti nel distruggere scientificamente una grande città in un sol giorno. Si trovò anche un esperto di esumazione e incenerimento di corpi umani. Fu lui a dirigere i lavori per la costruzione dei forni.

1. Si tratta dello Scharfuhrer delle SS Herbert Floss.

Si trattava di forni-rogo, in verità, giacché né il crematorio di Lublino, né il più grande crematorio del mondo sarebbero stati in grado di incenerire una tale quantità di corpi in un lasso di tempo tanto breve. […] Si lavorava giorno e notte. Gli addetti all’incenerimento dei corpi raccontano che i forni ricordavano dei giganteschi vulcani e che il calore – tremendo – bruciava anche i loro visi; le lingue di fuoco arrivavano a una decina di metri d’altezza e colonne di fumo nero, denso e oleoso, si levavano verso il cielo e incombevano nell’aria come una coltre pesante e immobile. La notte quella fiamma alta più dei pini intorno al lager veniva scorta anche dagli abitanti dei paesi limitrofi, a trenta, quaranta chilometri di distanza. L’odore di carne umana bruciata impregnava l’intero distretto, e quando il vento soffiava verso il lager dei polacchi, a tre chilometri, il fetore toglieva il fiato. All’incenerimento dei cadaveri lavoravano ottocento detenuti, più di tutti gli addetti agli altiforni di qualunque complesso metallurgico. Quella fabbrica mostruosa funzionò giorno e notte per otto mesi senza interruzione, ma senza riuscire a smaltire le centinaia di migliaia di corpi umani sepolti. Anche perché nel frattempo il flusso delle nuove tradotte da gasare, – ulteriore incombenza per i forni -, non si interrompeva.

Arrivavano treni anche dalla Bulgaria, e le SS e i Wachmànner ne erano decisamente lieti: ingannate dai tedeschi e dal governo bulgaro filonazista, ignare del proprio destino, le vittime portavano con sé preziosi in quantità, cibo gustoso e pane bianco. Fu poi la volta delle tradotte da Grodno e Bialystok, poi toccò a quelle dal ghetto di Varsavia in rivolta, dopo di che arrivò un treno di partigiani polacchi: contadini, operai, soldati. Giunse anche un lotto di zingari della Bessarabia: duecento uomini e ottocento fra donne e bambini. Arrivarono a piedi, con un seguito di carri e cavalli; avevano ingannato anche loro, e quel migliaio di persone si presentò scortato soltanto da due guardie che, loro per prime, non sapevano di condurli a morire. Si racconta che le zingare batterono le mani entusiaste alla vista dell’edificio delle camere a gas, senza sospettare fino all’ultimo che cosa le attendesse. Un vero spasso, per i tedeschi. Le SS infierirono ferocemente soprattutto sui ribelli del ghetto di Varsavia. Sceglievano donne e bambini e, invece di portarli alle camere a gas, li conducevano alle graticole. Lì costringevano le madri impazzite per l’orrore a mostrare ai figli le griglie incandescenti dove, fra le fiamme e il fumo, i corpi si accartocciavano a migliaia, dove i morti parevano riprendere vita e contorcersi, dimenarsi; dove ai cadaveri delle donne incinte scoppiava il ventre e quei bambini morti ancor prima di nascere bruciavano fra le viscere aperte delle madri. Certe scene avrebbero sconvolto le menti dei più temprati fra gli uomini, ma l’effetto era cento volte maggiore su quelle madri che con le mani tentavano di coprire gli occhi ai figli, e i tedeschi lo sapevano. «Che cosa ci faranno, mamma? Bruceranno anche noi?» urlavano i bambini impazziti, correndo a stringersi a loro. Nel suo inferno Dante non le vide, scene come queste.

E dopo essersi goduti lo spettacolo, i tedeschi li gettavano davvero tra le fiamme, i bambini.


La prima reazione ad una lettura simile è che l’orrore è troppo per essere concepibile.E’ da impazzire. Anche i soldati dell’Armata Rossa che arrivarono a Treblinka nel settembre del’44, e di cui Grossman era al seguito come reporter di Vasily_GrossmanR400guerra, tentarono di aggrapparsi alla speranza che fosse tutto un mostruoso incubo. I resti umani- i capelli biondi di una ragazza, la strada resa nera dalle ceneri che la cospargevano, hanno fatto sì che quella speranza venisse subito distrutta, che ci si arrendesse all’orrore che quello era stato.  Per questo Grossman conclude: Dobbiamo tenere a mente che di questa guerra il razzismo, il nazismo non serberanno soltanto l’amarezza della sconfitta, ma anche il ricordo fascinoso di quanto sia facile uno sterminio di massa.E dovrà tenerlo a mente ogni giorno, e con grande rigore, chiunque abbia cari l’onore, la libertà, la vita di ogni popolo e dell’umanità intera.


 

 

 

 

 

 

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15 comments

  1. Sono cose che fanno male, che scuotono dentro, ma è giusto leggere, è giusto sapere. E’ necessario rinnovare quell’urto emotivo che induca la gente a mai più dimenticare. Nell’ultima settimana ho riletto, a distanza di anni, la testimonianza di Primo Levi, e avevo spesso le lacrime agli occhi, anche se non ci sono descrizioni così agghiaccianti. E pensare che ancora oggi ci sono degli studiosi indegni, i cosiddetti negazionisti, che cercano di sminuire l’accaduto, di mistificare e ridurre le colpe. Ecco perché è importante non smettere mai di commemorare le vittime di questi genocidi (e non solo di quello ebraico, ce ne sarebbero tanti altri da ricordare!). Conto di leggere anche Grossman, quando mi sarò un po’ ripresa.

    1. @Alessandra
      E’, infatti, soprattutto per i discorsi deliranti che si sentono in giro, da sedicenti studiosi come dalla gente comune (che non si rende conto, proprio non si rende conto di quello che dice), che è necessario tenere viva la memoria, nonostante bruci, e molto.
      Quanto a Grossman, leggilo quando te la sentirai- è un viaggio senza ritorno, dopo cui è impossibile rileggere, pensare, la tragedia dei totalitarismi del Novecento con gli stessi occhi di prima.
      Lo so che questa può sembrare una frase abusata, ma se c’è un autore per cui più di tutti vale davvero, questo è Grossman.
      Un abbraccio- e grazie

  2. Magnifico post, e tremendo. L’ebreo tedesco Klemperer, l’ebreo sovietico Grossmann.
    Ironia della sorte (e della Storia): entrambi si erano resi conto di essere ebrei, avevano preso consapevolezza di questa loro identità solo a causa dei nazisti, entrambi non erano mai stati ebrei osservanti, non si erano mai curati del loro essere ebrei. L’uno si era sempre sentito soprattutto tedesco, e amava la Germania, la cultura tedesca. L’altro si era sempre sentito soprattutto comunista e sovietico…
    Grossman: se poi si pensa anche che arrivò a Treblinka dopo aver visto le fosse comuni del massacro ucraino in cui, assieme ad altre centinaia di ebrei, era stata assassinata anche sua madre…
    In quanto ai roghi di cadaveri, un singolare contrappasso: quando a Berlino, Amburgo, Dresda si dovettero eliminare le enormi cataste dei cadaveri di uomini e di animali (si pensi all’immane rogo dello zoo di Berlino) lasciati dalle bombe inglesi e americane i tedeschi dovettero far ricorso a… SS che erano stati nei campi di sterminio. Erano loro gli esperti.
    Mi torna in mente anche che Helga Schneider, nel suo libro “Lasciami andare, madre” scrive orripilata di sua madre che ex guardiana in un campo di sterminio (cosa di cui non solo non si vergognava ma di cui andava ancora orgogliosa) le racconta ridacchiando di come ci si divertiva con le graticole…
    Basta, mi fermo qui.

    1. @Gabrilu
      E’ per questo che continuiamo imperterrite, vero?, respingendo co forza il pensiero strisciante che in fondo sia tutto inutile- il nostro scrivere, quello di cui parliamo, quello che appassionatamente difendiamo.
      Di sicuro, quando pensi ai roghi di Amburgo, pensi a Sebald, alla sua Storia naturale della distruzione .
      Ci penso sempre anch’io.
      I nazisti sono stati i campioni assoluti dell’orrore, ma di certo non ne hanno avuto il monopolio.
      Ciao- e grazie

      1. Per i bombardamenti in Germania penso si, certo, a Sebald, ma in questo caso soprattutto ad un interessantissimo libro di storia scritto proprio da un tedesco, che riferisce nei minimi dettagli, città per città tutti i particolari. Un libro che ho divorato e che, anche questo, fornisce innumerevoli spunti di riflessione e suscita parecchie domande:

        Jörg Friedrich, “La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi degli Alleati 1940-1945”, Mondadori, Oscar Storia

        http://www.amazon.it/Germania-bombardata-popolazione-attacchi-1940-1945/dp/8804526548

        http://www.archiviostorico.info/Rubriche/Librieriviste/recensioni/germaniabombardata.htm

  3. Già, il ricordo fascinoso di quanto sia facile uno sterminio di massa, cara Dragoval. Il punto è questo: la facilità con cui si può ( si è potuti) ricadere. Il ricordo e la sua giornata sono- come dici tu- un dovere verso quei morti. Resta tuttavia il rovello di come fare ad evitare ciò che è già stato e il sospetto che stiamo perdendo terreno, rapidamente. Perchè quegli orrori che tu riporti, giustamente, non sono sufficienti ad agire per contrastare. E’ terribile ma temo non sbagliato. Ci sono due film in visione in questi giorni . ” Il figlio di Saul” del regista ungherese László Nemes di cui ricopio parte del giudizio di Davide Turrini, pubblicato su ” Il fatto quotidiano” del 26 gennaio 2016 : ” Inutile girarci attorno. Dopo Il figlio di Saul non ci potranno più essere film sull’Olocausto. Con buona pace di Steven Spielberg, Roberto Benigni, Gillo Pontecorvo e Costa Gavras. Giusto per fare qualche nome che ha avuto l’ardire di avvicinarsi ad una materia che continua a pulsare di orrore e morte ancora 75 anni dopo. Avvicinarsi, appunto. Perché invece il regista ungherese Laszlo Nemes è andato oltre. Non c’è più nessuna soglia fisica o simbolica da varcare, nessuna scritta Arbeit Macht Frei sotto cui passare, nessun campo lungo con sullo sfondo cinte murarie e filo spinato da osservare con terrore. E ancora: non ci sono nemmeno esterni giorno con baracche di legno o gli interni notte delle camerate dei deportati piene di letti accatastati uno sull’altro.
    La macchina da presa di Nemes è semplicemente dentro lo sterminio, a un passo dai carrelli su cui vengono appoggiati i cadaveri degli ebrei gassati che vengono infilati dentro ai crematori […]”. Questo film, che non dà tregua allo spettatore, può essere paragonato ai testi che tu hai trascritto.
    L’ altro è ” Il labirinto del silenzio” di Guido Ricciarelli, film molto interessante, pur se non perfetto. Qui, nella storia del giovane giudice tedesco che ha aperto il processo di ” rammemorazione” in Germania, sottolineo la consapevolezza del protagonista che comprende di non sapere come si sarebbe comportato lui se fosse stato presente in quel periodo. E’ una tragica consapevolezza che ci rode dentro. Ciao e grazie come sempre per questi tuoi arricchimenti.

    1. @Renza
      Avevo in effetti letto qualche settimana fa, de Il figlio di Saul , anche se poi non ho più approfondito. Da quello che mi dici non credo di reggere a tanto. Almeno non adesso.
      Ma forse, un giorno, quando me la sentirò.
      Il guaio è che certi film modificano l’immaginario collettivo per sempre.
      E credo che niente mi salverebbe dagli incubi- perché un conto è leggere, un conto è vedere con i propri occhi, sia pure nella finzione cinematografica.
      Ma credo che alla fine sì, sceglierò di vederlo.
      Scusa l’incoerenza- e il ritardo- di questa risposta, è che affrontare tutto questo ogni volta è come scegliere deliberatamente di tuffarsi in una vasca di pece bollente.
      Ciao e grazie

  4. Però facciamo tutti allegramente il bagno nel Mediterraneo, che ormai è solo una gigantesca fossa comune di cadaveri mangiati da pesci che poi allegramente mangiamo in allegrissime grigliate e pic nic e convivi …

    Ci si abitua a tutto, i primi documenti e video e romanzi e memoriali facevano venire gli incubi. Poi ci si assuefa’ (come alle decapitazioni dell’Uomo Nero). Si deve pur vivere. Non so quanto sia effettivamente produttivo questo gioco al rialzo del “ti faccio leggere e vedere sempre di più e di peggio”. Lo spero, ma francamente non so.

    Non credo proprio vedrò “Il figlio di Saul”. “Shoah” di Claude Lazman, ha detto e fatto vedere sul tema già tutto quello che c’era da dire e far vedere per chi aveva voglia di capire ciò che c’era da capire. Chi non lo ha voluto capire finora, continuerà a non volerlo capire.
    I giovani? Bah, non lo so. Si, certo, forse. Ma perché dovrebbero immedesimarsi in cose che pensano non li riguardino minimamente? Al max forse dicono “poveracci!”

    (Ok, decisamente oggi è giornata in cui il bicchiere lo vedo praticamente vuoto). 🙂

  5. L’assuefazione è proprio l’aspetto più mostruoso della questione. Eppure è proprio grazie ad essa che la storia si ripete. Ieri tra i Balcani, oggi in Medio-oriente, in Africa, alle porte di casa nostra, …perfino nelle nostre città dove i più fanatici assoldano gente talvolta anche di una certa cultura di stampo occidentale, e li convincono ad esplodere con un po’ di altra gente in una chiesa, in un bar, in un teatro o un cinema… o a tagliare qualche testa facendosi filmare per youtube.

    1. @carloesse
      La tragedia del mondo globalizzato e informatico è la sovraesposizione- e la perdita di senso della realtà. Vediamo e sentiamo continuamente di tragedie che ormai per noi sono svuotate di senso. Anche la distesa di cadaveri a cui è ridotto il Mediterraneo, come diceva Gabrilu- e dove proprio non so più con quale coraggio ci si possa fare il bagno-, sembra qualcosa che, in fondo, non possa riguardarci davvero, non abbia nulla a che fare con noi, che viviamo sicuri/ nelle nostre tiepide case .
      Forse perché la tragedia è ancora in corso, forse perché ci viene servita nello spazio di pochi minuti, a volte meno di sessanta secondi, tra una pubblicità e l’altra, come una parentesi inopportuna che squarcia fastidiosamente (“dolorosamente” sarebbe già troppo) il nostro abituale ottundimento.

      1. Non credo sia solo una questione di sovraesposizione, che senz’altro comunque entra in gioco e complica lo scenario. Credo che l’assuefazione sia sempre esistita, a fianco della pavida e supina noncuranza, spesso puramente di comodo.

        Confesso di essere giunto alla amara conclusione che la gente non impara nulla da ciò che non vive sulla propria pelle. Hai voglia a scrivere, a leggere o a trasportare in immagini gli orrori più indicibili della nostra storia. C’è anche il rischio che qualcuno si immedesimi più facilmente nel carnefice che nella vittima, rendendo oltre che vano controproducente qualsiasi tentativo di memorizzare, di evitare di ricadere negli stessi errori (o orrori). In fondo è più facile. Ho fatto vedere Star Wars a mio figlio quando era piccolo, e ho capito che sul principio subiva anche il fascino di Darth Vader (grazieaddio crescendo ha cominciato a parteggiare apertamente per i cavalieri Jedi). Oggi molti (anche adulti) che vedono le serie di Gomorra o della Banda della Magliana ammettono di simpatizzare per i protagonisti negativi di quei telefilm, o comunque ne assumono (anche solo scherzosamente) gli atteggiamenti. Chi sono gli eroi per i ragazzetti di Scampia o dello Zen di Palermo?

        Questo un po’ mi inquieta.

        Eppure non inquietava figure di cultura come Klemperer, o lo stesso Grossman (che vedeva anche alcune persone vicine alla propria famiglia sparire misteriosamente verso i gulag, senza muovere un dito) finchè l’uno (che credeva nella civiltà e nella cultura del popolo tedesco) non si vide costretto a indossare la stella gialla, e l’altro (che riponeva completa fiducia nel socialismo sovietico) non si rese conto drammaticamente che lo Stato in cui credeva si serviva di lui e dei suoi ideali solo fino al punto che poteva essere utile al sistema di potere, ma era prontissimo a occultare ciò che poteva diventare scomodo e a mettere il bastone tra le ruote alla sua libertà di pensiero, fino a soffocare la sua dignità di uomo senza battere ciglio.

        Oggi celebriamo il giorno della memoria, libri e film sull’olocausto vengono scritti e pubblicati in abbondanza, o affollano le nostre sale e ottengono importanti riconoscimenti (nessuno si dimentica dell’Oscar a Benigni), ma l’insulto razzista diventa coro della curva allo stadio, le barzellette antisemite circolano come sempre, la paura dell’invasione musulmana nutre il qualunquismo politico di formazioni che prosperano sulla xenofobia latente tra la gente. La realtà è che la lettura, lo studio, non sempre si tramutano in cultura, desiderio di sapere realmente. Già sono in pochi a leggere. I più poi lo fanno principalmente per evadere dalla realtà, non per immergersi in essa anche mediante la semplice empatia, che comunque ne è un surrogato.

        Qua e là squilibrati (vedi Brevik) imbracciano il kalashnikov e compiono una strage (per non parlare degli USA dove una pistola la puoi trovare pure nell’ovetto Kinder o nel pacchetto delle patatine), altri, pur tra laureati o laureandi, mollano tutto a si arruolano nell’ISIS. La globalizzazione, internet, le tecnologie. Sì: tutto si amplifica perché si velocizza e si espande, ma lo si accumula in una massa di informazioni e dati che sovrappone rapidamente un elemento sull’altro, favorendone il soffocamento e la rapida scomparsa. Ma forse sarebbe scomparso ugualmente prima o poi, perché riportato da altri, non vissuto realmente di persona.

        Perdonami il lungo pilotto (un’invasione di campo?): oggi mi sarò svegliato particolarmente pessimista, ma anche quello che emerge dal Cairo ci mostra che al momento in quei Paesi che solo un paio di anni fa sembravano vivere l’alba di una nuova era, in realtà si offrono realmente due sole possibilità: la schiavitù a un ordine imposto dalla violenza di un bieco regime militare o a quella di uno stato teocratico e oscurantista.
        Tertium non datur.

  6. @carloesse
    Nessuna invasione, anzi, un contributo gradito e prezioso.
    Io stessa non mi capacito- emotivamente, ché razionalmente me ne capacito anche troppo- della grande occasione perduta della Primavera araba, per popolazioni che speravano in un riscatto civile e a cui invece davvero, come tu dici, non sono state offerte alternative tra teocrazia e dittatura.
    E ora l’Isis, che è la sintesi infernale di entrambe.
    Personalmente, per quel che posso- per quanto posso- cerco sempre di promuovere il dibattito tra i miei studenti, che fatalmente, come tu giustamente sottolinei, sono più sensibili a ciò che in qualche modo li riguarda maggiormente da vicino, mentre tendono a confinare il resto in un passato orribile ma definitivamente, appunto, passato . Ma anche relativamente agli scenari contemporanei (forse sarebbe più giusto definirli simultanei ,, data la velocita supersonica dei cambiamenti), la percezione del dramma dell’immigrazione è assolutamente ovattata, banalizzata e distorta dalla propaganda e dalla lontananza fisica dei centri di accoglienza (nome oltremodo improprio, peraltro). Loro sono sempre gli altri , per i quali ci si può dispiacere, sì, ma non più di cinque minuti. Sono quelli che occupano i posti sui treni. Quelli che chiedono l ‘elemosina davanti ai supermercati o vendono merce discutibile al mercato.
    E basta. Quello che hanno vissuto, quello che hanno passato, non interessa a nessuno.
    Certo, il problema della sicurezza e dell criminalità chesempre più vede protagonisti soggetti stranieri è un fatto, e anche molto pressante; ma ho paura che anche questo sarà orribilmente strumentalizzato dalla nuova stagione xenofoba che si sta inaugurando in Europa. Mi auguro di sbagliarmi, ma ovunque si iniziano a vedere i bagliori sinistri di una rinascente cultura dell’odio.
    Meno male che almeno tuo figlio ci ha ripensato ed è passato con lo Jedi- che è una battuta solo a metà: se non saranno le nuove generazioni a rinfoltire le file dei “buoni”, sarà la fine.
    Ciao- e grazie

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